zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: ottobre, 2013

Marx e l’immigrazione

immigrazione

Nel marzo del 1870 Marx, nella “Comunicazione confidenziale” al Consiglio Generale della Prima Internazionale, spiegava che “il comune operaio inglese odia quello irlandese in cui vede un concorrente che comprime i salari e il livello di vita” (cioè l’operaio inglese è corrotto materialmente dal colonialismo, tesi che sarà sviluppata da Lenin). Ma la corruzione è anche ideologica: “Nei suoi confronti prova delle antipatie nazionali e religiose. Egli lo guarda quasi con gli stessi occhi con cui il bianco povero degli Stati meridionali del Nordamerica guardava gli schiavi neri” (ibid.; abbiamo dunque il razzismo). “Il popolo che soggioga un altro popolo appronta le sue proprie catene” (ibid., p. 15). Circa una settimana dopo, Marx ripeté: “Il suo atteggiamento è molto simile a quello dei bianchi poveri nei confronti dei negri nei vecchi stati schiavistici degli Stati Uniti” (Marx a S. Meyer Hae A. Vogt, Londra, 9 aprile 1870). E continuava: “Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, malgrado la sua organizzazione” (ibid.). Questo antagonismo faceva parte dell’antagonismo generale metropoli-colonia all’interno della classe operaia mondiale. Adesso, 100 anni più tardi, questa posizione di Marx è sconosciuta o totalmente ignorata da tutte le Internazionali ufficiali, senza eccezione. E questo fatto è esso stesso un prodotto di quella corruzione che indusse Marx ad esprimarla.

Hosea Jaffe, “Marx e il colonialismo”, Jaca Book

Il vestito nuovo di Zeroconsensus: come un auspicio

Mort_du_fossoyeur

Dopo circa due anni di attività zeroconsensus ha deciso di cambiare vestito. Mi riferisco alla testata del blog. Abbandono “gli ambasciatori” di Hans Holbein di cui in passato vi parlai spiegando le motivazioni che mi avevano spinto ad adottarlo come testata di questo blog. Ora la testata sarà un particolare di un altro quadro da me molto amato: “Mort du fossoyeur” di Carlos Schwabe. Si tratta di un quadro carico di profondi significati e dipinto da un pittore tedesco aderente alla corrente artistica conosciuta come “simbolismo”. Ma io, non essendo un critico d’arte mi limiterò a darvi sommariamente la mia interpretazione che è strettamente legata agli argomenti trattati in questo piccolo blog.

Innanzi tutto – sia chiaro – la scelta di questa opera vuole essere assolutamente beneaugurante sebbene a prima vista potrebbe apparire il contrario. La speranza è quella di voler vedere nella fossa quella strana prassi di politica economica che non è definibile né come keynesismo né come neoclassicismo e che è attualmente in voga.

Infatti sono abbastanza persuaso che – al di là dei giuramenti di eterno amore urlati da chi detiene le leve del potere nei confronti di una delle due teorie economiche dominanti – i fatti dimostrino come la dottrina realmente applicata sia un minotauro mezzo keynesiano e mezzo neoclassico. Ovvero l’applicazione delle dottrine del libero mercato alle classi sociali subalterne e l’applicazione delle dottrine keynesiane quando invece sono in ballo gli interessi delle classi dominanti. Se andiamo a guardare, infatti vediamo che da un lato vengono erosi i “costosi” diritti delle classi subalterne quali per esempio il welfare, mentre dall’altro lato per salvare dalla “distruzione” – ciclicamente fisiologica – il capitale delle classi dominanti, si assiste ad interventi colossali di aiuto sia di natura finanziaria che di natura reale, basti pensare alle operazioni di quantitative easing poste in essere da tutte le banche centrali occidentali oppure all’occhio benevolo – al di là delle dichiarazioni di facciata – con cui la politica guarda alle colossali operazioni di elusione fiscale fatte dalle grandi multinazionali nei paradisi fiscali. Ecco, il piccolo auspicio del vestito nuovo del blog è quello di vedere seppellito questo minotauro che, a sua volta, in questi anni, ha seppellito le speranze, i sogni e i diritti di milioni di donne e uomini, di giovani e anziani.

Fino all’ultimo sono stato in dubbio se usare questo “vestito” di cui vi ho spiegato ora il significato oppure se indossarne un altro: “l’angelo ferito” di Hugo Simber anche esso un pittore aderente alla corrente simbolista. In questo caso il significato sarebbe stato, ai miei occhi un altro. L’angelo ferito è la corrente economica e politica alla quale – nel mio piccolo – mi onoro di appartenere: il marxismo. Sono fermamente convinto che l’applicazione – anche parziale – di politiche economiche improntate all’insegnamento di Karl Marx potrebbero lenire o anche guarire le sofferenze che milioni di persone subiscono a causa di questa terribile crisi. Purtroppo l’applicazione di queste dottrine appare attualmente impossibile visto lo strapotere anche mediatico delle classi dominanti e il loro enorme potere di manipolazione delle masse. Questo soprattutto in Italia. Non manca certo, né la volontà né l’impegno da parte dei marxisti ma purtroppo non vengono ascoltati. Spesso non vengono ascoltati non perchè non capiti ma perchè troppi si cullano nella vana illusione che i tempi del credito e del consumo facile possano presto tornare. Vane illusioni temo. Ma a me piace pensare che Karl Marx possa risorgere dalle sue ceneri come una Fenice. E possa risorgere così come profetizzato da Josef Schumpeter: “La maggior parte delle creazioni dell’intelligenza o della fantasia scompaiono per sempre dopo un periodo che va da un’ora ad una generazione. Alcune, tuttavia, sfuggono a questo destino: subiscono eclissi, è vero, ma risorgono, e risorgono non come elementi irriconoscibili di un patrimonio culturale, ma nella loro veste unica e con le loro inconfondibili cicatrici, che tutti possono vedere e toccare. Sono le creazioni che meritano d’essere chiamate grandi – definizione cui non nuoce il fatto di legare la grandezza alla vitalità. Preso in questo senso, il termine si applica indubbiamente al messaggio di Karl Marx.”

angelo

Su Richard Goodwin

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di K. Vela Velupillai

Richard Goodwin è stato uno dei grandi teorici del cicli economici dell’era post- keynesiana. Praticamente da solo, ha sperimentato, sviluppato e nutrito a scadenza la teoria economica e la matematica per quello che è stato chiamato l’approccio endogeno ad una analisi delle fluttuazioni macroeconomiche.

Si tratta di un approccio che non si basa su forze esterne, non economiche, agenti nelle dinamiche del ciclo economico. Goodwin ha ricercato le basi economiche per la sua visione delle fluttuazioni nelle opere degli economisti classici – Ricardo , in particolare – ma anche Marx, Schumpeter, Keynes e Harrod. La sua visione si distingue per virtuosismo tecnico e suprema eleganza estetica, egli ha descritto le sue teorie economiche sulle dinamiche con un linguaggio insolitamente potente ma costruito apparentemente con degli strumenti matematici semplici.

Goodwin è nato a Newcastle in Indiana dove ha frequentato le scuole locali prima di andare a Harvard nel 1930 . Successivamente ha trascorso tre anni, dal 1934, come borsista Rhodes, ad Oxford. Alla fine di questo percorso è tornato ad Harvard, dove, dal 1938 al 1950 è stato membro del Dipartimento di Economia, ma dove ha anche insegnato Fisica. Andò via da Harvard a causa delle crescenti difficoltà in quella che era l’epoca del “maccartismo”. Grazie all’aiuto di Richard Stone, allora Direttore del Dipartimento di Economia Applicata, trovò dunque rifugio a Cambridge.

Ha trascorso i successivi tre decenni a Cambridge, come docente al Peterhouse College dell’Università di Cambridge, oltre che al dipartimento di Teoria Economica presso la Facoltà di Economia e Politica. Al suo pensionamento, nel 1980, ha ottenuto una cattedra presso il Dipartimento di Economia dell’antica Università di Siena, che gli ha permesso di tornare stabilmente nella sua amata Italia (1, NdT).

A Siena il pensionamento arrivò all’età di 75 anni, ma fu un fatto formale, infatti continuò ad insegnare fino a poco prima della scomparsa e si può dire che la sua attività fu particolarmente attiva. Molti furono i suoi seminari universitari che, giustamente, si tenevano nella Sala Goodwin, finemente adornata con alcuni dei suoi dipinti.

Il suo principio guida nella costruzione di modelli matematici per comprendere le dinamiche macroeconomiche era quello di descrivere in maniera essenziale e “stilizzata” lo sviluppo a lungo termine delle economie industriali avanzate. Queste economie sperimentano fluttuazioni irregolari dell’attività economica, a volte insopportabilmente grandi, ma mai al punto che l’intero sistema crolli almeno non nell’epoca conosciuta come “keynesiana”.

Ciò sembra implicare , come Goodwin vide, che il sistema economico è stato oggetto di quello che lo scienziato naturale chiamerebbe  “leggi di conservazione”, espresse da “grandi rapporti”, individuabili nel corso di un periodo sufficientemente lungo da poter essere notati “al netto” dei cambiamenti istituzionali. Il più significativo di questi grandi rapporti, descritto in maniera “stilizzata”, è stata la quota di reddito nazionale che remunera i vari fattori della produzione, convenzionalmente indicati come capitale, lavoro , risorse naturali, ecc

Goodwin dunque cercava una legge economica “di conservazione”. Legge che era stata percepita da quel Ricardo, appassionatamente studiato da Marx, ed è stata ampiamente confermata dall’esperienza, ma che fu impossibile da individuare con la “cassetta degli attrezzi” a disposizione degli economisti matematici più avanzati del tempo. Questa circostanza ha permesso a Goodwin di dare sfogo alla sua creatività utilizzando strumenti matematici inusuali per l’epoca e consentendogli di fare passi importanti verso la soluzione del problema di modellare le dinamiche economiche endogene.

Questi strumenti, che oggi potrebbero essere considerati luogo comune – anche tra gli economisti – vista la popolarità quasi banale di caos, complessità dinamica e teorie della catastrofe, furono utilizzati da Goodwin con la destrezza che si addice ad un artista e con un’intuizione economica temperata dalla comprensione dell’economia politica e delle istituzioni che regolano la vita sociale.

Goodwin, in alcune conversazioni personali, confidava che il suo più importante contributo alla teoria dei cicli economici è stata la dimostrazione che l’ipotesi di pieno impiego delle risorse, nella fase apicale dell’attività economica e l’ipotesi di disinvestimento al tasso lordo del deprezzamento fisico delle risorse al livello più basso, non erano necessarie per tenere conto del comportamento fluttuante delle economie.

Sir John Hicks che aveva sviluppato una teoria pseudo endegena del ciclo economico che descriveva l’esistenza di “tetti” (fase di pieno impiego) e “piani” (fase di disinvestimeento) per l’attività economica subì, da Goodwin, una critica magistrale di questo suo studio considerato un classico. Goodwin dimostrò infatti che che uno di questi limiti (“Tetto” o “Piano”) è sufficiente, a condizione che la fase di espansione dell’economia sia significativamente più grande della sua fase di contrazione. Da notare che questa affermazione è frutto dell’utilizzo di dati empirici e non di ipotesi arbitrarie. Si tratta in sostanza, di uno dei grandi capitoli non scritti dello sviluppo della matematica applicata moderna: l’uso economicamente motivato fatto da Goodwin, della teoria non lineare dei sistemi dinamici in relazione a quanto detto sopra, è stato determinante risolvere il sedicesimo (uno dei più ostinati) dei ventitre “Problemi matematici” posti da David Hilbert nel 1900, come sfida ai matematici del 20 ° secolo .

Goodwin ha contribuito in modo significativo ad allacciare un fruttuoso rapporto analitico tra la struttura aggregativa tipica della visione keynesiana costruita su relazioni di spesa e l’edificio di produzione di Leontief e del sistema walrasiano standard. Anche qui egli imbrigliò gli strumenti matematici ottenendo risultati insolitamente potenti e riuscendo così a sviluppare quadri economici di sorprendente flessibilità e applicabilità, che vanno da analisi di contabilità nazionale convenzionale a problemi complessi di pianificazione a percorsi di crescita per lo sviluppo di economie.

Le lezioni di Richard Goodwin erano opere d’arte. Un intrico di proposizioni economiche spiegate con belle costruzioni geometriche fatte a mano libera sulla lavagna, con costruzioni meccaniche sul pavimento della classe ( utilizzando, ad esempio, la celebre macchina idraulica Phillips, costruita per spiegare il flusso di entrata e di spesa nazionale ) o, più recentemente, con la grafica al computer.
Lo studente spesso non si rendeva conto che alla base di questi dispositivi e schermi geometrici, meccanici e informatici vi erano le sofisticate teorie matematiche associate a nomi di matematici leggendari: Frobenius e Perron, Rayleigh e van der Pol, Pontryagin e Bellman. Eravamo, studenti, che furono così introdotti all’arte della costruzione di modelli economici per comprendere il modo in cui i grandi teorici – da Ricardo e Marx a Schumpeter e Keynes – tentarono di escogitare concetti economici stilizzati in grado di domare i fatti indisciplinati delle economie industriali.

Non ci rendevamo conto che stavamo per essere esposti all’arte arcana e impalpabile della ricerca pura. Ma siamo rimasti in dubbio che egli è stato un maestro che univa il rispetto per la saggezza dei classici con la comprensione dei contorni dell’esperienza per temperare la forgiatura di strumenti idonei per comprendere.

Questi tre pilastri , la saggezza dei classici, i contorni dell’esperienza e la padronanza dell’uso degli strumenti, sono le basi su cui furono incoraggiati legioni di studenti, provenienti da tutti gli angoli del mondo, per poter costruire la loro formazione come economisti. Non è quindi sorprendente che si può contare un premio Nobel, direttori di banca centrale, un direttore del Centro Studi della Banca Mondiale, ministri e professori universitari, tra gli ex studenti della Richard Goodwin .

Era, inoltre, un pittore di notevole talento e di fama . La zia paterna, Helen Goodwin, è stato una pittrice impressionista notevole, dalla quale, da ragazzo ha imparato i rudimenti della pittura. Più tardi, nel corso degli anni come Rhodes Scholar, ha anche trascorso un anno presso la Scuola d’Arte di Ruskin a Oxford. I suoi dipinti, che riflettono forse la sua passione per la vivacità della Toscana e parte del Nord dell’India, sono stati notevoli per l’effetto dominante di colore e astratto, quasi di forma matematica. Essi potrebbero, forse, essere descritti come quadri espressionisti astratti, anche se sono difficili da classificare.

Uno deile sue più grandi soddisfazioni della vita, mi disse una volta, fu quella di avere come “studenti” del suo corso sulla teoria del ciclo economica, ad Harvard, alla fine del 1940, due dei giganti dell’argomento: Joseph Schumpeter e Gottfried Haberler. Quando la questione della sua riconferma (come docente) si avvicinò, Schumpeter gli disse che poteva contare su due soli voti: il suo e quello dei Haberler, i due emigrati europei, non noti per essere particolarmente liberali nelle loro convinzioni politiche, e che sostenevano paradossalmente l’appassionato attivista, di sinistra che fuori dal mondo accademico era impegnato per la libertà intellettuale. Gli fu negata la riconferma.

Goodwin era un uomo modesto ma con gusti raffinati e interessi ampi. Lesse tedesco, francese e italiano con grande facilità. Era anche un celebre intenditore di vino, aveva una cantina personale magnifica, da notare che gestì per molti anni e con gusto anche le cantine a Peterhouse. (quando ho completato con successo la mia tesi di dottorato, sotto la sua supervisione, a Cambridge nel 1979, mi ha omaggiato con un Chateau Leoville – Barton, 1949). D’altra parte, aveva, come J.K. Galbraith acutamente osservò: “una morbosa mancanza di interesse per le manifestazioni ordinarie di benessere materiale”.

Ha diviso i suoi ultimi anni tra gli inverni in India, le estati in Inghilterra, e molti autunni in Italia. I suoi anni in Italia, dopo il pensionamento da Cambridge nel 1980, furono forse quelli più felici. Era circondato dal calore degli ammiratori, la devozione degli studenti e dei colleghi e, semplicemente, l’incanto della Toscana. E’ giusto che la morte, quando è arrivata l’ora, lo abbia trovato a Siena.

Ha lasciato Jackie, sua moglie da oltre mezzo secolo.

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(1 NdT) Per Zeroconsensus è indicativo dalla qualità dell’uomo il fatto che R. Goodwin quando si trasferì in Italia chiese di sostenere il concorso per Professore Ordinario senza alcuna corsia preferenziale. L’episodio è raccontato da Luigi Pasinetti sul Cambridge Journal of Economics, “Richard Murphey Goodwin; a pupil’s tribute of a great teacher”, 1996, 20, 645-649.

Fonte: The Independent