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Cuore, batti la battaglia!

Mese: novembre, 2013

Foucault, Kubrick e la disumanità della (cripto) moneta

kubrick

Una delle pecche più rilevanti – secondo chi scrive – delle scienze economiche è lo studio poco approfondito della moneta. Gli economisti conoscono credo abbastanza bene il comportamento della moneta (quantità M1, M2, M3, velocità di circolazione, moltiplicatore dei depositi, trappola della liquidità e quant’altro) e le funzioni che essa svolge (misuratore di valore, facilitatore degli scambi e riserva di valore). Ma una definizione approfondita di moneta solo pochi economisti hanno provato a darla.

Al contrario i filosofi, fin dall’antichità, si sono interrogati sull’essenza di questo strumento. Secondo Aristotele “la moneta è legge”, non è ricchezza in se, ma è il simbolo (accettato per legge) che rappresenta la ricchezza (Leggi nota 1). Tra i contemporanei credo sia estremamente originale il pensiero di Michel Foucault che inserisce l’economia nei meccanismi regolatori tesi ad “assicurare” il biopotere (Leggi nota 2). E quale può essere il principale strumento regolatore se non la moneta che è il simbolo con il quale è rappresenta la ricchezza e addirittura – per dirla con Platone – è essa stessa Legge?

Non sembri l’argomento astratto. L’argomento è assolutamente concreto. Tanto per fare un esempio le guerre ideologiche tra economisti sulla necessità di “stampare moneta” sono da un lato di primaria importanza nella vita di tutti i giorni e dall’altro lato sono guerre dove ambe le parti portano – troppo spesso – argomenti monetari “mutilati” perché non è chiara (in certi casi è addirittura assente) una definizione di moneta che sia perlomeno plausibile.

In questo dibattito (mutilato) a mio modo si inserisce un altro argomento di assoluta e stringente attualità: la nascita delle cripto-monete. Per cripto-monete (Leggi nota 3)  intendo le monete elettroniche che sono nate in pochi anni e che vengono usate nelle transazioni via internet.

Prima che il lettore sprovveduto faccia un sorrisino, faccio notare che (a) il cambio tra bitcoin e dollaro USA ha raggiunto i 900 dollari per bitcoin, (b) che sta per nascere il primo fondo quotato nella borsa USA e denominato in bitcoin e (c) che anche i banchieri centrali sono costretti ad occuparsene.

Premesso che nell’economia del discorso che sto facendo non ha nessuna importanza analizzare il modo (se c’è) di fare soldi con le varie cripto-monete e se esse siano o meno un buono o cattivo investimento, vorrei dire che esse si sostanziano – nella mia visione – per due caratteristiche:

1) Per la prima volta si rompe il tabù che la moneta debba essere emessa da un autorità superiore (Sovrano, banca centrale, banche commerciali) ma che possa nascere dal basso;

2)Per la prima volta si è rotto il tabù che a governare la moneta (in particolare la quantità di moneta offerta) non è (in questo caso specifico) un essere umano o un gruppo di esseri umani più o meno competenti e illuminati, ma un programma informatico che lo fa in base a quanto stabilito aprioristicamente da un algoritmo e al di là delle contingenze del ciclo economico.

Come dicevo, non importa se le cripto-monete attualmente esistenti sopravviveranno, ciò che conta è che per la prima volta sono stati rotti dei tabù che esistevano da millenni: quando si rompe un tabù è impossibile tornare indietro.

Come ci si deve porre di fronte ad una cripto-moneta, vista come strumento di biopotere, che non è più regolata da uomini (preparati o incompetenti, malvagi o buoni ma pur sempre uomini) ma è regolata da un algoritmo così come HAL 9000 regolava la vita degli astronauti dell’Odissea kubrickiana?

Vista questa enorme rivoluzione (Leggi nota 4) che depotenzia di molto la Legge “comunque” umana (Leggi  nota 5), assume – secondo me – la caratteristica dell’urgenza lo studio sulla natura più profonda della moneta. Non affrontare questo tema trasformerà la scienza economica  in nulla più che una “stregoneria” dove gli stregoni (ricercatori professionali o economisti) e gli apprendisti stregoni (cultori della materia o commentatori) non sono nulla più che adoratori di feticci (ognuno il suo preferito, Hayek, Keynes, Marx o chiunque altro).

Note

(1) «Infatti, il più delle volte si ritiene che la ricchezza consista in una quantità di moneta, giacché è la moneta ciò su cui sembra concentrarsi il commercio. E tuttavia, accade una buona volta che la moneta appaia invece come peculiare “non…senso”, cioè come qualcosa la cui natura è di essere interamente legge – e non qualcosa che sorga da sé e in vista di sé -, dal momento che, quando coloro che ne fanno uso l’hanno effettivamente scambiata, essa non ha più alcun valore, e nemmeno è di una qualche utilità per le necessità della vita. E in effetti, un uomo ben provvisto di moneta può trovarsi a mancare degli alimenti a lui necessari. Ma sarebbe davvero assurdo che la ricchezza fosse tale che un uomo ben provvisto di essa si trovasse a morire di fame, come Mida nel mito: al quale, per via della sua ingorda preghiera, tutto ciò che gli veniva offerto si trasformava in oro.»
Aristotele, Politica, Libro I, 1257b 8-17

(2) Zanini Adelino, L’ordine del discorso economico – Linguaggio delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault, Feltrinelli

(3) (le più importanti sono la bitcoin e la Litecoin, ma ne abbiamo una anche “socialista”: la Freicoin

(4) Per chi scrive le cripto-monete circoleranno insieme alle valute statale. Probabilmente ci saranno anche convergenze, nel senso che nel circuito della moneta statale” ci saranno “prodotti finanziari” denominati e/o convertibili in cripto-moneta e viceversa. Questa è già una enorme rivoluzione in parte già in atto che intacca sostanzialmente il potere statale e il potere delle banche commerciali e degli altri attori finanziari. Credo improbabile, almeno in un futuro immaginabile, che la cripto-moneta faccia sparire completamente le monete emesse dagli stati.

(5) (quanta moneta? Chi lo stabilisce? Le leggi antiriciclaggio statali come le si fa rispettare? Come imporre tributi e chi è legittimato a farlo? Ecc.)

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Crisi valutaria nell’oceano Pacifico?

Dragone

Alla crisi finanziaria esplosa nel 2007 negli Stati Uniti d’America e espansasi quasi immediatamente in tutto il mondo occidentale (USA, Europa, Giappone)  i regolatori politici e monetari hanno risposto in maniera variegata ma riconducibile a due strategie:

1) USA e Giappone hanno implementato politiche incentrate integralmente sul quantitative easing, tendenti in buona sostanza a finanziare le casse statali disastrate a causa dei salvataggi delle banche e di aziende ritenute strategiche (a titolo di esempio l’amministrazione Obama ha salvato General Motors e Chrysler). Un altro obbiettivo che si è voluto ottenere (soprattutto negli USA) è quello di tenere più bassi possibile i tassi di interesse consentendo di ottenere due risultati: un servizio sul debito pubblico non troppo esoso per le casse statali e soprattutto una “rivalutazione” dei corsi di tutti quelli strumenti finanziari, legati al mercato immobiliare, che sono stati la scintilla che ha fatto deflagrare la crisi negli  Stati Uniti. A tale proposito basti pensare che le tre manovre di quantitative easing implementata dalla FED prevedono l’acquisto non solo di titoli di stato federali ma anche di titoli legati al mercato immobiliare consentendo un recupero dei corsi (che è anche una riduzione dei tassi) di questo genere di assets fondamentali per stabilizzare il sistema bancario di cui è tutt’ora imbottito.

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Nel grafico (Fonte: Fed S. Louis) si può notare l’esplosione degli assets detenuti dalla banca centrale americana.

fig1

In questo secondo grafico (Fonte: FED) si può notare che oltre all’acquisto di titoli di stato vi sia anche un colossale acquisto di titoli legati all’immobiliare.

Non è azzardato dire che la strategia della FED sia stata possibile grazie al fatto che il dollaro è la moneta di conto degli scambi internazionali, in particolare di quelli energetici. Tale status obbliga le banche centrali di tutto il mondo ad accumulare una notevole massa di dollari evitando – in definitiva – che le manovre monetarie spregiudicate della FED portino allo scoppio di fenomeni inflattivi. Altro vantaggio indiretto di questo privilegio è quello di evitare che l’eccessivo indebitamento degli Stati Uniti porti ad un abnorme aumento di tassi di interesse. Aumento che comporterebbe problemi nel rifinanziamento del debito e in definitiva facendo precipitare gli USA in quella che non è azzardato definire”sindrome italiana”.

Anche il Giappone ha implementato politiche monetarie espansive che hanno portato il rapporto debito/Pil fino al 245%.  Tali manovre a detta dell’OCSE comunque non hanno portato a forti aumenti del tasso di crescita del PIL che sono dipesi più dell’aumento degli investimenti pubblici (+ 6,5%) che dall’aumento dei consumi interni. Da notare che alla fine anche il fantasmagorico Premier giapponese è stato costretto a implementare delle manovre di “controllo” – almeno parziale – del debito (come per esempio l’aumento dell’IVA dal 5% all’8%) per evitare che questo diventi totalmente insostenibile nonostante l’industria giapponese sia ad alto valore aggiunto e molto orientata all’export. Non appare azzardato affermare che tali manovre siano state meno efficaci di quelle americane non avendo lo yen lo status “internazionale” che fino ad ora è riconosciuto al dollaro. Anzi, è possibile che l’aumento dell’IVA porti ad una diminuzione dei consumi interni e quindi azzerando, o quasi, la crescita del PIL giapponese.  Tanto rumore per quasi nulla, dove il quasi sta a significare che l’aver spinto il debito pubblico al 245% non sarà esattamente privo di conseguenze se le autorità monetarie non riusciranno a tenere bassi i tassi di interesse.

2) L’area monetaria europea ha implementato politiche moderatamente e indirettamente incentrate sul quantitative easing e comunque accompagnate a misure di austerità nei paesi maggiormente in difficoltà finanziarie. Indirettamente perché lo statuto della Banca Centrale Europea vieta all’istituto di finanziare direttamente l’acquisto di bonds degli stati in difficoltà. Per aggirare questo divieto la BCE ha implementato una strategia dove le banche private sono state rifinanziate e, a loro volta, hanno acquistato titoli di stato evitando la crisi irreversibile delle finanze pubbliche tenendo bassi i tassi di interesse sui bonds e i relativi e celeberrimi spread.

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Fonte: zerohedge

Le misure di Quantitative Easing “indirette” della BCE sono state accompagnate da misure di austerità che, oggettivamente, non hanno evitato la ristrutturazione del debito in uno dei paesi in difficoltà (la Grecia) a fronte di sacrifici che – non è esagerato – definire disumani richiesti al popolo greco. Per ora nelle altre nazioni in difficoltà queste manovre hanno portato ad una stabilizzazione dei tassi d’interesse sul debito a fronte però di una persistente recessione che ha portato all’aumento esponenziale delle sofferenze bancarie. Tale fenomeno rischia di essere fonte di nuove instabilità in un futuro non troppo lontano.  Da aggiungere che la strategia europea, secondo molti commentatori, è giustificata dal fatto che l’euro non ha lo status del dollaro di moneta di conto degli scambi commerciali internazionali. Dunque un eccessivo utilizzo di manovre di QE non controbilanciate da manovre di austerità nei paesi in difficoltà avrebbe spinto l’area euro verso la via percorsa dal Giappone che – come ho detto – non ha portato a benefici duraturi e potrebbe essere fonte di instabilità nel futuro. Dall’altro lato però va aggiunto che l’eccessiva intransigenza monetaria ha portato ad una fortissima rivalutazione rispetto al dollaro (1,35 euro al momento) con ovvie ripercussioni in materia di esportazioni extra area per esempio.

In questo quadro (che molto sommariamente) ho provato a descrivere si inseriscono le strategie di un Convitato di pietra. Strategie che andranno ad impattare nelle scelte dei paesi occidentali si di breve/medio periodo (Quantitative Easing) e sia di lungo periodo (commercio internazionale). Il Convitato di pietra di cui parlo è la Repubblica Popolare Cinese.

Per sommi capi il meccanismo che in trenta anni ha portato la Cina ad essere un gigante economico è stato il seguente: da un lato aziende americane ed europee hanno delocalizzato le loro produzioni accettando di aprire joint venture con aziende cinesi (ed in sostanza cedendo tecnologia), in cambio queste hanno avuto l’opportunità di produrre con costi di produzione enormemente più bassi di quelli che avrebbero dovuto sostenere nella madre patria. Tali aziende così hanno esportato in Europa e in USA le loro produzioni con enormi plusvalenze. Alla lunga la Cina ha accumulato enormi riserve valutarie soprattutto in Dollari reinvestendo in assets USA (a partire dai bonds governativi). In buona sostanza la Cina ha finanziato il proprio principale cliente.

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Fonte: via seekinghalpha

Mano a mano che gli USA hanno implementato manovre di Quantitative Easing sempre più spregiudicate la dirigenza cinese ha mostrato la sua crescente insofferenza e preoccupazione. Ma alle dichiarazioni è seguita anche una serie di fatti, tesi a ridimensionare il dollaro e dunque a scalzarlo da quello status di valuta di conto degli scambi internazionali:

1) Nel corso degli anni sono stati firmati con altri paesi contratti di Currency Swaps che negli scambi commerciali bilaterali consentiranno di tagliare fuori il Dollaro. Esempi di questi swaps sono quello con il Brasile, l’area euro, la Russia e il Giappone. Ma se ne contano molti altri con paesi minori.

2) La Cina ha iniziato a pagare il petrolio importato dalla Russia in yuan senza alcuna intermediazione del dollaro, andando ad intaccare il fulcro dello status del dollaro che è proprio il fatto che gli scambi energetici sono sempre stati pagati in dollari. Ma la notizia bomba è che la Shanghai Futures Exchange ha dichiarato che vuole implementare lo scambio di futures sul petrolio in yuan dunque senza alcuna intermediazione con il dollaro. Operazione che è indubitabilmente un attacco plateale alla supremazia del dollaro.

3) Il vice governatore della banca centrale cinese ha dichiarato che la banca centrale cinese non è più interessata ad aumentare le sue riserve in valuta estera. L’aver posto un limite alle proprie riserve sta a significare che si ha intenzione di non aumentare ulteriormente la quota di bonds americani detenuti.

4)Secondo alcuni commentatori è previsto per il 2015 la piena convertibilità dello yuan.

L’insieme di queste azioni cinesi sta a significare, credo inoppugnabilmente, la volontà di scalzare il dollaro dalla sua posizione di predominanza nei confronti delle altre monete. Del resto è da anni che Cina e Russia propongono la creazione di una moneta di conto internazionale in qualche modo assimilabili ai DPS del Fondo Monetario Internazionale. E’ evidente che questa strategia ponga in gravissimo pericolo la strategia americana di uscita dalla crisi e anzi potrebbe precipitare l’attuale iperpotenza in una crisi infinitamente più profonda di quella tamponata nel 2008. E’ altrettanto evidente come la strategia cinese e quella americana possano portare ad una crisi valutaria che potrebbe anche sfociare in qualche cosa di ancora più grave.

La disperazione bancaria del Governo Letta

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In più di una circostanza su questo blog mi sono occupato della situazione disastrata del sistema bancario italiano. Già due anni fa avevo previsto che la folle e ottusa politica di austerità promossa dal Governo Monti non avrebbe risolto in alcun modo la situazione: il pendolo del rischio del fallimento del sistema Italia sarebbe passato dal debito pubblico (e dunque dal rischio di fallimento dello Stato) all’aumento delle sofferenze bancarie (e dunque al rischio di fallimento del sistema bancario). Non ci voleva molto per intuirlo, Così è stato, infatti i vari dati sfornati periodicamente da Banca d’Italia indicano un aumento ormai esponenziale delle sofferenze bancarie: quelle lorde hanno raggiunto ufficialmente i 140 miliardi di euro. Prendiamo per buoni questi tremendi dati sapendo che probabilmente i portafogli prestiti degli istituti di credito contengono molta merce avariata ben nascosta.

Già quando il Governo Monti stava per essere congedato per sopravvenute elezioni alcune banche sono finite in gravissima difficoltà e al limite del collasso. Un nome per tutte: Monte dei Paschi di Siena. Per evitare il collasso di questa banca il Professore fu costretto a concedere una sorta di bond ibrido (trasformabile in azioni) denominato Monti’s Bond. La cifra di quasi 4 miliardi, mobilitata fu veramente enorme visti i tempi. Per correttezza va comunque detto che il Professore non ha fatto sconti alla banca visto che i tassi applicati sono stati davvero punitivi. Gliene va dato atto, i soldi dello stato italiano non li ha regalati. In realtà però il Governo Monti aiutò con un altro provvedimento (poco noto) il sistema bancario nel suo complesso. Mi riferisco al provvedimento con il quale lo Stato si erge a garante delle obbligazioni bancarie emesse (previo nulla osta tecnico/contabile della Banca d’Italia). Le banche hanno profittato, per cifre veramente importanti, di questo provvedimento: ben 135 miliardi di euro di obbligazioni bancarie di nuova emissione hanno garanzia dello Stato, ovvero, in soldoni;  se una banca fallisce sarà lo Stato a dover pagare per i bond garantiti.

A modesto avviso di chi scrive quest’ultimo provvedimento di Monti è stata una mossa suicida. Per descriverlo viene in mente una antica espressione latina: simul stabunt vel simul cadent, come insieme staranno insieme cadranno. Intendo dire che un eventuale crollo di una o più banche porterebbe automaticamente lo Stato, garante finale, a cadere, per soddisfare l’obbligo finanziario assunto, viste le già disastrate condizioni della finanze pubbliche (2065 miliardi di euro circa, il 133% di rapporto debito/pil). Facile conseguenza di questo provvedimento è che viene il sistema bancario in una situazione di preminenza rispetto allo Stato: in termini crudi le banche possono “ricattare” lo Stato.

“Ricatto” che probabilmente è già in atto, infatti le banche (che continuano, come dicevo, a veder crescere le loro sofferenze) sono  beneficiarie di una serie incredibile di aiuti da parte del Governo Letta. Secondo la stampa i provvedimenti tra ufficiali e, per ora, ufficiosi possono essere così elencati:

– sconto fiscale sulle perdite;

– “riassicurazione” sui derivati legati a Bot e Btp;

– rivalutazione delle quote della Banca d’Italia di proprietà a banche e assicurazioni;

–  dividendo straordinario della CDP per la privatizzazione della SACE;

– realizzazione della bad bank in cui far confluire i 145 miliardi di euro di sofferenze;

– garanzia della Cdp sui prestiti alle PMI (è un aiuto indiretto tendente nelle intenzioni a far diminuire i prestiti in sofferenza).

Se si guarda all’esperienza spagnola, dove prima di richiedere l’intervento europeo per il salvataggio del proprio sistema bancario si tentò inutilmente la strada della bad bank viene da pensare che probabilmente questi folli (oltre che eticamente ingiusti) aiuti saranno assolutamente inutili. Se mi è permesso di riutilizzare la metafora del pendolo che si sposta (a seconda dei provvedimenti) dal rischio “debito pubblico” al rischio “sofferenze bancarie” viene solo da pensare che con questa sfilza di aiuti il pendolo inizierà a girare in maniera vorticosa (e probabilmente disordinata), con un unica certezza: in qualunque casella si fermerà, quando si fermerà saranno dolori.

La profezia di Hyman Minsky

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Il seguente articolo di Hyman Minsky è stato pubblicato su L’ “Avanti!” nel 1991.

Nel corso degli anni ’80 è cambiato il centro di potere del capitalismo americano: dai dirigenti di società per azioni esso è passato agli operatori finanziari, vale a dire i gestori dei fondi pensione e fondi di investimento a capitale variabile, le sezioni di merchant banking delle grandi banche e vari operatori delle società finanziarie. Le speculazioni condotte da tali operatori hanno portato a scalate finanziarie con capitali di prestito (leverage buyout) e a ristrutturazioni finanziarie indotte dalla minaccia di tale tipo di operazioni. Come risultato sono avvenuti dei cambiamenti nella direzione di molte imprese e cambiamenti nell’assetto finanziario che includono un massiccio incremento nell’indebitamento delle imprese, l’acquisizione dei fondi pensione sia di azioni ordinarie sia nelle imprese altamente indebitate sia di prestito ad alto rischio, come pure l’erogazione, da parte delle banche di prestiti-ponte in grado di facilitare tali acquisizioni. I prestiti-ponte non andati a buon fine, cioè non rimborsati, sono una delle ragioni per cui le autorità bancarie degli Stati Uniti prevedono, per il 1991, un grosso numero di fallimenti bancari. Verosimilmente tali fallimenti saranno accompagnati dalla bancarotta di imprese, specialmente di quelle altamente indebitate che hanno affrontato, in un modo o nell’altro, una ristrutturazione finanziaria nel corso degli anni ’80. Questo fenomeno avrà un effetto di risonanza con la conseguenza di abbassare la domanda di fondi finanziata dalle banche e di spingere all’uso dei cash flow per <<riordinare la struttura delle passività>>. Come risultato di questa difficoltà finanziaria probabilmente i profitti aggregati subiranno una caduta, e ciò comporterà ulteriori fallimenti industriali e bancari. La recessione degli anni ’90-’91 potrebbe trasformarsi nella depressione di tutto il decennio. Le scalate effettuate con capitale di prestito (leveraged buyout) nel corso degli anni ’80 sono un risultato della maturazione del <<capitalismo degli operatori finanziari>> (money manager capitalism). Questo tipo di capitalismo differisce da quello precedente, il capitalismo manageriale, sia nei rapporti di potere sia negli obbiettivi che determinano le decisioni. Nel capitalismo manageriale i dirigenti delle società sono i protagonisti. Negli anni ’80 le decisioni delle società venivano spesso determinate dal bisogno di mantenere gli azionisti in posizione passiva e di assicurare ai manager larghi introiti e notevoli extraprofitti. Nel capitalismo degli operatori finanziari gli speculatori che hanno accesso alla speculazione, le sezioni di merchant banking dei colossi bancari e gli operatori dei fondi pensione e dei fondi di investimento sono i protagonisti principali. Le decisioni si basano sui guadagni potenziali in conto capitale, e la condotta dei gestori dei fondi, rivolta all’acquisizione di extraprofitti è definita dal raggiungimento o dal superamento dei profitti prefissati in relazione alle attività che amministrano. Dopo la depressione degli anni ’30 e la Seconda Guerra Mondiale le società americane erano praticamente esenti da debiti. Per di più le azioni di molte società erano capillarmente distribuite,  al punto che nessun proprietario possedeva una quota sostanziale del capitale sociale in circolazione. I profitti erano così alti che gli investimenti erano ampiamente finanziati dagli utili non distribuiti. In pratica i manager erano autonomi: non dipendevano granché dal finanziamento bancario, erano ampiamente indipendenti dai loro azionisti, e non avevano bisogno dei servizi delle banche d’investimento. I consigli d’amministrazione erano strumenti passivi della direzione. L’avvicendamento dei manager avveniva per lo più con elementi che provenivano dalla gavetta. Soltanto le società in difficoltà oppure con un proprietario predominante ricevevano dall’esterno la loro dirigenza. Il management degli anni ’40 e ’50, cresciuto nei tempi duri della Grande Depressione, si accontentava, per i suoi servizi,  di ciò che oggi verrebbe considerata una modesta ricompensa. Negli anni ’80 il management era diventato un potentato che percepiva cospicui stipendi, premi e opzioni e godeva inoltre di speciali gratifiche sotto forma di appartamenti, ville di proprietà della società nei più famosi luoghi di soggiorno del mondo, fantastiche limousine e jet privati. Lo stile di vita dell’America societaria era in pratica uno spreco orgiastico nel corso degli anni ’80. Al fine di massimizzare il proprio reddito, la direzione sfruttava tutte le possibilità offerte dal sistema fiscale e limitava la remunerazione dei suoi azionisti mentre trascurava i dettagli della gestione in senso stretto. Le grosse società americane perdevano capacità di crescita perché i flussi di cassa generati dal giro d’affari non venivano incanalati nella modernizzazione degli impianti e nell’innovazione dei prodotti. I flussi di cassa venivano sperperati in vari modi, ad esempio in finanziamenti di extra come tornei di golf che consentivano alla gerarchia societaria di apparire insieme ad atleti famosi e a celebrità del mondo dello spettacolo. Il deterioramento della posizione competitiva americana nel mondo nel corso degli anni ’70 e ’80 fu causata in sostanza dal corrotto stile di gestione del capitalismo manageriale maturo. E proprio mentre si verificava quest’orgia di eccessi manageriali il salario reale degli operai meno qualificati dapprima decelerò, quindi cominciò a declinare. Le dichiarazioni formali dei redditi delle società mettevano in luce i flussi di cassa disponibili per il servizio del debito, per gli utili non distribuiti e per il pagamento dei dividenti, al netto dei fondi pagati per gli eccessi del management. Agli occhi di un attento analista finanziario sarebbe apparso un più grande flusso di casta nascosto. Questo più ampio flusso di cassa si sarebbe creato se fossero stati eliminati gli effetti determinati dagli eccessi manageriali sulla struttura dei costi. Per l’analista finanziario impegnato in tale esercizio questo business sommerso avrebbe potuto sostenere sia un maggior peso del debito sia un più alto prezzo delle azioni. A metà degli anni ’80 il regime di direzione che si era sviluppato in seguito alla Grande Depressione non costituiva più quel motore del progresso che era stato nella sua fase iniziale. Era diventata una forma corrotta di gestione che minacciava il finanziamento dell’economia.

Hyman P. Minsky del J. Levy Economics Institute di New York

Ho trovato questo articolo talmente interessante – quasi profetico – che, con la pazienza di un emanuense, ho pensato di riversarlo in formato elettronico.

Ritengo che questo scritto ponga in luce alcune peculiarità, credo poco indagate, della crisi che ci attanaglia a dimostrazione, innanzitutto, che essa ha radici antiche. L’originalità del pezzo è data, a mio umile avviso, dall’angolatura  con la quale l’autore indaga in problema dell’eventuale blocco del cosiddetto “meccanismo di trasmissione monetaria” che dal sistema finanziario dovrebbe portare all’economia reale le risorse necessarie a far ripartire la crescita economica. Il taglio che viene dato da Minsky, dicevo, è assolutamente originale: per comprendere un problema e una dinamica macroeconomica utilizza strumenti “micro”: organizzazione aziendale e finanza aziendale soprattutto. Questa interpretazione consente di porre in luce problemi che riguardano anche l’oggi.

Come sappiamo nell’attuale crisi viene imputato alle banche commerciale il razionamento del credito (credit crunch) che causa il cortocircuito del flusso finanziario necessario al funzionamento delle aziende. Secondo il sentire della maggioranza dei commentatori e degli economisti questo fenomeno è causato dalla impossibilità delle banche a prestare a causa della necessità di coprire delle perdite pregresse e della necessità di mantenere ai livelli previsti gli “indici di vigilanza”. Per ovviare a questo problema i banchieri centrali continuano a tagliare i tassi ai quali prestano danaro alle banche commerciali raccomandando di prestare i soldi alle aziende e alle famiglie al fine di riattivare quello che chiamano “meccanismo di trasmissione” tra mercato finanziario e economia reale. Nella visione di Minsky le cose stanno in maniera assolutamente diversa: una volta che la crisi si è innescata sono le aziende a non voler contrarre ulteriori debiti (perché a causa della crisi non riescono ad avere un cash flow sufficiente a sostenerli) e preferiscono agire riordinando “la struttura delle passività”. Questa operazione di “riordino” deve, ovviamente, essere intesa come licenziamenti, ricorso alla cassa integrazione, delocalizzazioni e quant’altro (operazioni che poi a livello macro peggiorano la situazione, ovviamente). Se questa visione è corretta (e per me lo è) si sta tentando di curare un problema con mezzi assolutamente sbagliati.

In questa disamina, in maniera molto interessante, Minsky analizza dal lato dell’organizzazione aziendale e del rapporto tra management e azionisti anche una – a suo modo di vedere – delle causa “originarie” della crisi americana della fine degli anni ’80 e inizio del ’90.  Il colpevole per Minsky è il management che avrebbe “nascosto” una parte consistente del cash flow aziendale al fine di sperperarlo in mega stipendi e benefit a proprio vantaggio. Secondo l’autore questi comportamenti avrebbero distorto risorse fondamentali all’innovazione aziendale (di processo e di prodotto) rendendo il sistema produttivo USA meno competitivo sui mercati internazionali. Facile il parallelo con il management dei super bonus degli anni duemila. Il comportamento della classe manageriale americana può essere però assimilabile, secondo me, anche al comportamento del capitalismo familiare italiano. Se sostituiamo ai manager americani e ai tornei di golf alcune squadre di calcio e alcuni dei nomi delle “grandi famiglie” industriali italiane finite ultimamente anche ai disonori della cronaca (i Ligresti per esempio), è facile individuare un altro dei mali che affliggono il sistema produttivo italiano.  In definitiva Minsky pone enormi interrogativi: esiste il credit crunch o in realtà è il “cavallo a non voler bere” ovvero sono le aziende a non volersi indebitare ulteriormente? Il capitalismo manageriale e/o familiare è un modello vincente o i rischi che sottraggano risorse allo sviluppo aziendale per finalità private è troppo grande? E in definitiva, la crisi che – ci è stato detto – è iniziata nel 2008 è veramente iniziata nel 2008, oppure sono sempre gli stessi mali che ci trasciniamo e che stanno provocando “fasi acute” sempre più ravvicinate e sempre più profonde?

George Orwell e il PCI

1984

Ho letto una orribile recensione del 1984 di George Orwell. Il recensore è Palmiro Togliatti che si firma Rodrigo di Castiglia. E strano come tante cose si chiariscano leggendo le cose più impensabili. Penso che il PCI in quel tempo fosse un partito conformista, ottuso e senza una vera visione di prospettiva. Lo si capisce dal cosa e dal come scriveva il suo capo. Già a quell’epoca avevamo perso…. Straperso. La storia era già scritta. Ora mi è più chiaro il perché Pier Paolo Pasolini fu cacciato. Ecco perché Italo Calvino (ricordo a tutti, che fu partigiano combattente delle Brigate d’Assalto Garibaldi, mica chiacchere) se n’è andò. Ironicamente mi domando come sia possibile che Renato Guttuso scampò alla sorte: troppe donne nude, o per Bacco! Dall’altro lato mi appare totalmente comprensibile come un iscritto alla Gioventù Universitaria Fascista (da comunista assieme a Scalfari, per Dinci!), poi comunista e infine, dal Quirinale, “bombardero” della Libia, nel PCI vi sia rimasto fino all’ultimo momento. Più che di doppiezza togliattiana bisognerebbe parlare di ottusità togliattiana, anzi di “ottusa doppiezza” togliattiana. Si scacciavano le menti, chi aveva visione di prospettiva e si mandavano avanti i conformisti.

Veniamo al dunque, come si fa a non riconoscere il genio di George Orwell? Come si fa a non vedere il valore “profetico” di un opera come 1984? Questo al di là delle intenzioni di Orwell. Lo sappiamo bene, Orwell voleva descrivere un ipotetico mondo dominato dai comunisti. Descrisse gli attuali “universi orwelliani” capitalisti. La menzogna del vocabolario Socing così simile al vocabolario usato oggi nei mass media (guerre chiamate “missioni di pace” per esempio vi ricorda qualcosa?), la suddivisioni in classi capitaliste: “prolet”, classe media e classi dominanti. Il “Bispensiero”… George Orwell era un violento anticomunista ma ci ha regalato uno dei più grandi romanzi di denuncia del capitalismo contemporaneo.

Può apparire sbalorditivo ma è naturale, basta conoscere una regola fondamentale: le opere d’arte una volta venute al mondo vivono di vita propria al di là delle intenzioni dello stesso autore e assumono dunque significati inaspettati. Ovviamente un ottuso burocrate non poteva capirlo e si è scagliato con rara e stupida violenza contro un capolavoro. Ovviamente venendone travolto: 1984 rimane, Togliatti per fortuna se n’è andato. Quanto sarebbe stata diversa la storia del PCI se questo capolavoro fosse stato letto “in prospettiva”? Quanto sarebbe stata diversa la storia d’Italia se PPP e Calvino fossero rimasti nel PCI? Quanto sarebbe stata diversa la storia d’Italia se i Napolitano fossero stati cacciati?

Se proprio il PCI lo si vuole rifare (e io nel mio piccolo partecipo) lo si faccia imparando questa lezione: per essere marxisti bisogna essere materialisti dialettici e storici. Non basta recitare i salmi del marxismo-leninismo. Marx ce l’ha insegnato.
Per fortuna Marx e i capolavori come 1984 rimangono. I piccoli e ottusi burocrati passano. Per quanto mi riguarda senza rimpianti.

Qui potete trovare la recensione di Palmiro Togliatti.

Il commercio internazionale come chiave per uscire dalla crisi?

mappamondo

Lord Keynes soleva dire che “Le idee degli economisti e dei filosofi, sia quando sono nel giusto, sia quando sbagliano, sono più forti della conoscenza della gente comune. Invece il mondo non è governato dalle loro idee, ma da qualcosa di diverso. Gli uomini politici, infatti, credono erroneamente di essere esenti da influenze intellettuali, e sono di solito schiavi di qualche economista defunto”.

Questa intuizione sembra calzante soprattutto in relazione alle strategie per la soluzione della crisi economica che attanaglia, in particolare, il mondo occidentale.  A guardar bene i decisori politici stanno implementando una strategia a più fasi per tentare di risolvere la crisi, infatti, nel breve periodo si stanno attuando politiche monetarie espansive (con l’esclusione dell’area monetaria europea) nel lungo periodo si sta tentando di implementare politiche inerenti il commercio internazionale.  Per esempio l’Unione Europea ha siglato un accordo commerciale (che andrà ad abbattere il 98% dei dazi e delle protezioni attualmente esistenti) con il Canada. Sembrerebbe quasi che questo accordo sia un accordo pilota di quel grande accordo commerciale transatlantico di cui si sta parlando tra Stati Uniti e Unione Europea.  Ma quali sono le motivazioni che spingono a due diverse aree a sottoscrivere accordi di libero scambio? Esistono vantaggi (per entrambe le aree) dovuti alla implementazione di questi accordi?

A queste domande provano a rispondere le dottrine economiche, esiste per la precisione, una precisa branca economica, conosciuta con il nome di “economia internazionale” nella quale si sono cimentati alcuni dei massimi economisti della storia: Smith con la sua teoria dei “vantaggi assoluti”, Ricardo con la sua teoria dei “vantaggi comparati” fino ad arrivare a von Haberler con la sua teoria del “costo-opportunità”.  Volendo fare una rapida carrellata possiamo dire che:

1) La teoria smithiana del commercio internazionale si basa sul principio che se un paese è più efficiente nella produzione di un bene rispetto ad un altro entrambi i paesi avranno vantaggio dalla scambio piuttosto che dalla produzione per il solo mercato interno;

2) La teoria ricardiana si basa sul principio che se un paese è più efficiente nella produzione di entrambi i beni da scambiare con un altro paese entrambi i paesi avranno comunque possibilità di scambi reciprocamente vantaggiosi;

3) Per la teoria del costo-opportunità di von Haberler, il costo di un bene è dato dal costo di un secondo bene a cui dobbiamo rinunciare per rendere disponibili le risorse necessarie alla produzione di una quantità aggiuntiva del primo bene.

In termini generali possiamo dire che per le teorie classiche sul commercio internazionale elencate sopra sommariamente mostrano come il libero scambio massimizza la produzione mondiale e in definitiva incrementa il benessere di tutti i paesi.  E’ proprio sulla base di queste idee che si stanno implementando/realizzando accordi commerciali colossali come quelli transatlantici tra USA, Canada ed Europa, credo di poter dire al fine di superare le secche della crisi economica che ci attanaglia. Solo il tempo potrà dirci se questi accordi daranno effettivamente reciproci vantaggi a tutti i paesi coinvolti.  Ricordo infatti che esistono teorie “non classiche” in materia di commercio internazionale. Senza dubbio tra queste la più nota è la teoria dello “scambio ineguale” di Emmanuel che postula come la differenza di costo del lavoro tra paesi ricchi e paesi poveri comporti – all’atto dello scambio – un travaso dai paesi poveri ai paesi ricchi di sovraprofitti e di sovrasalari, generando in definitiva uno scambio ineguale.

Da notare che anche il gruppo di paesi “antagonisti” (i cosiddetti BRICS)  al blocco occidentali sembrano adottare i medesimi ragionamenti e dunque stanno implementando strategie per aumentare gli scambi internazionali anche attraverso la realizzazione di avveniristiche infrastrutture.  A titolo esemplificativo in Asia sta sorgendo il “Trans-Asian railway network” che interconnette le reti ferroviarie di Russia, Cina, India e Kazakistan consentendo un rapidissimo trasferimento di grosse quantità di merci.

treno

Curiosa a tale proposito la posizione della Germania che da un lato è il paese leader dell’Unione Europea che sta implementando la zona di libero scambio transatlantico con gli USA e dall’altro lato ha stretto un accordo con la trans-asian-railway che trasporterà merci da Pechino a Berlino in 30 ore.  Visti i pessimi rapporti esistenti tra il blocco occidentale e quello Brics (come la crisi siriana ha plasticamente evidenziato) credo sia lecito nutrire qualche dubbio sulle reali intenzioni politiche del paese teutonico.