Il commercio internazionale come chiave per uscire dalla crisi?

di Giuseppe Masala

mappamondo

Lord Keynes soleva dire che “Le idee degli economisti e dei filosofi, sia quando sono nel giusto, sia quando sbagliano, sono più forti della conoscenza della gente comune. Invece il mondo non è governato dalle loro idee, ma da qualcosa di diverso. Gli uomini politici, infatti, credono erroneamente di essere esenti da influenze intellettuali, e sono di solito schiavi di qualche economista defunto”.

Questa intuizione sembra calzante soprattutto in relazione alle strategie per la soluzione della crisi economica che attanaglia, in particolare, il mondo occidentale.  A guardar bene i decisori politici stanno implementando una strategia a più fasi per tentare di risolvere la crisi, infatti, nel breve periodo si stanno attuando politiche monetarie espansive (con l’esclusione dell’area monetaria europea) nel lungo periodo si sta tentando di implementare politiche inerenti il commercio internazionale.  Per esempio l’Unione Europea ha siglato un accordo commerciale (che andrà ad abbattere il 98% dei dazi e delle protezioni attualmente esistenti) con il Canada. Sembrerebbe quasi che questo accordo sia un accordo pilota di quel grande accordo commerciale transatlantico di cui si sta parlando tra Stati Uniti e Unione Europea.  Ma quali sono le motivazioni che spingono a due diverse aree a sottoscrivere accordi di libero scambio? Esistono vantaggi (per entrambe le aree) dovuti alla implementazione di questi accordi?

A queste domande provano a rispondere le dottrine economiche, esiste per la precisione, una precisa branca economica, conosciuta con il nome di “economia internazionale” nella quale si sono cimentati alcuni dei massimi economisti della storia: Smith con la sua teoria dei “vantaggi assoluti”, Ricardo con la sua teoria dei “vantaggi comparati” fino ad arrivare a von Haberler con la sua teoria del “costo-opportunità”.  Volendo fare una rapida carrellata possiamo dire che:

1) La teoria smithiana del commercio internazionale si basa sul principio che se un paese è più efficiente nella produzione di un bene rispetto ad un altro entrambi i paesi avranno vantaggio dalla scambio piuttosto che dalla produzione per il solo mercato interno;

2) La teoria ricardiana si basa sul principio che se un paese è più efficiente nella produzione di entrambi i beni da scambiare con un altro paese entrambi i paesi avranno comunque possibilità di scambi reciprocamente vantaggiosi;

3) Per la teoria del costo-opportunità di von Haberler, il costo di un bene è dato dal costo di un secondo bene a cui dobbiamo rinunciare per rendere disponibili le risorse necessarie alla produzione di una quantità aggiuntiva del primo bene.

In termini generali possiamo dire che per le teorie classiche sul commercio internazionale elencate sopra sommariamente mostrano come il libero scambio massimizza la produzione mondiale e in definitiva incrementa il benessere di tutti i paesi.  E’ proprio sulla base di queste idee che si stanno implementando/realizzando accordi commerciali colossali come quelli transatlantici tra USA, Canada ed Europa, credo di poter dire al fine di superare le secche della crisi economica che ci attanaglia. Solo il tempo potrà dirci se questi accordi daranno effettivamente reciproci vantaggi a tutti i paesi coinvolti.  Ricordo infatti che esistono teorie “non classiche” in materia di commercio internazionale. Senza dubbio tra queste la più nota è la teoria dello “scambio ineguale” di Emmanuel che postula come la differenza di costo del lavoro tra paesi ricchi e paesi poveri comporti – all’atto dello scambio – un travaso dai paesi poveri ai paesi ricchi di sovraprofitti e di sovrasalari, generando in definitiva uno scambio ineguale.

Da notare che anche il gruppo di paesi “antagonisti” (i cosiddetti BRICS)  al blocco occidentali sembrano adottare i medesimi ragionamenti e dunque stanno implementando strategie per aumentare gli scambi internazionali anche attraverso la realizzazione di avveniristiche infrastrutture.  A titolo esemplificativo in Asia sta sorgendo il “Trans-Asian railway network” che interconnette le reti ferroviarie di Russia, Cina, India e Kazakistan consentendo un rapidissimo trasferimento di grosse quantità di merci.

treno

Curiosa a tale proposito la posizione della Germania che da un lato è il paese leader dell’Unione Europea che sta implementando la zona di libero scambio transatlantico con gli USA e dall’altro lato ha stretto un accordo con la trans-asian-railway che trasporterà merci da Pechino a Berlino in 30 ore.  Visti i pessimi rapporti esistenti tra il blocco occidentale e quello Brics (come la crisi siriana ha plasticamente evidenziato) credo sia lecito nutrire qualche dubbio sulle reali intenzioni politiche del paese teutonico.

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