Crisi valutaria nell’oceano Pacifico?

di Giuseppe Masala

Dragone

Alla crisi finanziaria esplosa nel 2007 negli Stati Uniti d’America e espansasi quasi immediatamente in tutto il mondo occidentale (USA, Europa, Giappone)  i regolatori politici e monetari hanno risposto in maniera variegata ma riconducibile a due strategie:

1) USA e Giappone hanno implementato politiche incentrate integralmente sul quantitative easing, tendenti in buona sostanza a finanziare le casse statali disastrate a causa dei salvataggi delle banche e di aziende ritenute strategiche (a titolo di esempio l’amministrazione Obama ha salvato General Motors e Chrysler). Un altro obbiettivo che si è voluto ottenere (soprattutto negli USA) è quello di tenere più bassi possibile i tassi di interesse consentendo di ottenere due risultati: un servizio sul debito pubblico non troppo esoso per le casse statali e soprattutto una “rivalutazione” dei corsi di tutti quelli strumenti finanziari, legati al mercato immobiliare, che sono stati la scintilla che ha fatto deflagrare la crisi negli  Stati Uniti. A tale proposito basti pensare che le tre manovre di quantitative easing implementata dalla FED prevedono l’acquisto non solo di titoli di stato federali ma anche di titoli legati al mercato immobiliare consentendo un recupero dei corsi (che è anche una riduzione dei tassi) di questo genere di assets fondamentali per stabilizzare il sistema bancario di cui è tutt’ora imbottito.

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Nel grafico (Fonte: Fed S. Louis) si può notare l’esplosione degli assets detenuti dalla banca centrale americana.

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In questo secondo grafico (Fonte: FED) si può notare che oltre all’acquisto di titoli di stato vi sia anche un colossale acquisto di titoli legati all’immobiliare.

Non è azzardato dire che la strategia della FED sia stata possibile grazie al fatto che il dollaro è la moneta di conto degli scambi internazionali, in particolare di quelli energetici. Tale status obbliga le banche centrali di tutto il mondo ad accumulare una notevole massa di dollari evitando – in definitiva – che le manovre monetarie spregiudicate della FED portino allo scoppio di fenomeni inflattivi. Altro vantaggio indiretto di questo privilegio è quello di evitare che l’eccessivo indebitamento degli Stati Uniti porti ad un abnorme aumento di tassi di interesse. Aumento che comporterebbe problemi nel rifinanziamento del debito e in definitiva facendo precipitare gli USA in quella che non è azzardato definire”sindrome italiana”.

Anche il Giappone ha implementato politiche monetarie espansive che hanno portato il rapporto debito/Pil fino al 245%.  Tali manovre a detta dell’OCSE comunque non hanno portato a forti aumenti del tasso di crescita del PIL che sono dipesi più dell’aumento degli investimenti pubblici (+ 6,5%) che dall’aumento dei consumi interni. Da notare che alla fine anche il fantasmagorico Premier giapponese è stato costretto a implementare delle manovre di “controllo” – almeno parziale – del debito (come per esempio l’aumento dell’IVA dal 5% all’8%) per evitare che questo diventi totalmente insostenibile nonostante l’industria giapponese sia ad alto valore aggiunto e molto orientata all’export. Non appare azzardato affermare che tali manovre siano state meno efficaci di quelle americane non avendo lo yen lo status “internazionale” che fino ad ora è riconosciuto al dollaro. Anzi, è possibile che l’aumento dell’IVA porti ad una diminuzione dei consumi interni e quindi azzerando, o quasi, la crescita del PIL giapponese.  Tanto rumore per quasi nulla, dove il quasi sta a significare che l’aver spinto il debito pubblico al 245% non sarà esattamente privo di conseguenze se le autorità monetarie non riusciranno a tenere bassi i tassi di interesse.

2) L’area monetaria europea ha implementato politiche moderatamente e indirettamente incentrate sul quantitative easing e comunque accompagnate a misure di austerità nei paesi maggiormente in difficoltà finanziarie. Indirettamente perché lo statuto della Banca Centrale Europea vieta all’istituto di finanziare direttamente l’acquisto di bonds degli stati in difficoltà. Per aggirare questo divieto la BCE ha implementato una strategia dove le banche private sono state rifinanziate e, a loro volta, hanno acquistato titoli di stato evitando la crisi irreversibile delle finanze pubbliche tenendo bassi i tassi di interesse sui bonds e i relativi e celeberrimi spread.

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Fonte: zerohedge

Le misure di Quantitative Easing “indirette” della BCE sono state accompagnate da misure di austerità che, oggettivamente, non hanno evitato la ristrutturazione del debito in uno dei paesi in difficoltà (la Grecia) a fronte di sacrifici che – non è esagerato – definire disumani richiesti al popolo greco. Per ora nelle altre nazioni in difficoltà queste manovre hanno portato ad una stabilizzazione dei tassi d’interesse sul debito a fronte però di una persistente recessione che ha portato all’aumento esponenziale delle sofferenze bancarie. Tale fenomeno rischia di essere fonte di nuove instabilità in un futuro non troppo lontano.  Da aggiungere che la strategia europea, secondo molti commentatori, è giustificata dal fatto che l’euro non ha lo status del dollaro di moneta di conto degli scambi commerciali internazionali. Dunque un eccessivo utilizzo di manovre di QE non controbilanciate da manovre di austerità nei paesi in difficoltà avrebbe spinto l’area euro verso la via percorsa dal Giappone che – come ho detto – non ha portato a benefici duraturi e potrebbe essere fonte di instabilità nel futuro. Dall’altro lato però va aggiunto che l’eccessiva intransigenza monetaria ha portato ad una fortissima rivalutazione rispetto al dollaro (1,35 euro al momento) con ovvie ripercussioni in materia di esportazioni extra area per esempio.

In questo quadro (che molto sommariamente) ho provato a descrivere si inseriscono le strategie di un Convitato di pietra. Strategie che andranno ad impattare nelle scelte dei paesi occidentali si di breve/medio periodo (Quantitative Easing) e sia di lungo periodo (commercio internazionale). Il Convitato di pietra di cui parlo è la Repubblica Popolare Cinese.

Per sommi capi il meccanismo che in trenta anni ha portato la Cina ad essere un gigante economico è stato il seguente: da un lato aziende americane ed europee hanno delocalizzato le loro produzioni accettando di aprire joint venture con aziende cinesi (ed in sostanza cedendo tecnologia), in cambio queste hanno avuto l’opportunità di produrre con costi di produzione enormemente più bassi di quelli che avrebbero dovuto sostenere nella madre patria. Tali aziende così hanno esportato in Europa e in USA le loro produzioni con enormi plusvalenze. Alla lunga la Cina ha accumulato enormi riserve valutarie soprattutto in Dollari reinvestendo in assets USA (a partire dai bonds governativi). In buona sostanza la Cina ha finanziato il proprio principale cliente.

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Fonte: via seekinghalpha

Mano a mano che gli USA hanno implementato manovre di Quantitative Easing sempre più spregiudicate la dirigenza cinese ha mostrato la sua crescente insofferenza e preoccupazione. Ma alle dichiarazioni è seguita anche una serie di fatti, tesi a ridimensionare il dollaro e dunque a scalzarlo da quello status di valuta di conto degli scambi internazionali:

1) Nel corso degli anni sono stati firmati con altri paesi contratti di Currency Swaps che negli scambi commerciali bilaterali consentiranno di tagliare fuori il Dollaro. Esempi di questi swaps sono quello con il Brasile, l’area euro, la Russia e il Giappone. Ma se ne contano molti altri con paesi minori.

2) La Cina ha iniziato a pagare il petrolio importato dalla Russia in yuan senza alcuna intermediazione del dollaro, andando ad intaccare il fulcro dello status del dollaro che è proprio il fatto che gli scambi energetici sono sempre stati pagati in dollari. Ma la notizia bomba è che la Shanghai Futures Exchange ha dichiarato che vuole implementare lo scambio di futures sul petrolio in yuan dunque senza alcuna intermediazione con il dollaro. Operazione che è indubitabilmente un attacco plateale alla supremazia del dollaro.

3) Il vice governatore della banca centrale cinese ha dichiarato che la banca centrale cinese non è più interessata ad aumentare le sue riserve in valuta estera. L’aver posto un limite alle proprie riserve sta a significare che si ha intenzione di non aumentare ulteriormente la quota di bonds americani detenuti.

4)Secondo alcuni commentatori è previsto per il 2015 la piena convertibilità dello yuan.

L’insieme di queste azioni cinesi sta a significare, credo inoppugnabilmente, la volontà di scalzare il dollaro dalla sua posizione di predominanza nei confronti delle altre monete. Del resto è da anni che Cina e Russia propongono la creazione di una moneta di conto internazionale in qualche modo assimilabili ai DPS del Fondo Monetario Internazionale. E’ evidente che questa strategia ponga in gravissimo pericolo la strategia americana di uscita dalla crisi e anzi potrebbe precipitare l’attuale iperpotenza in una crisi infinitamente più profonda di quella tamponata nel 2008. E’ altrettanto evidente come la strategia cinese e quella americana possano portare ad una crisi valutaria che potrebbe anche sfociare in qualche cosa di ancora più grave.

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