zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: dicembre, 2013

Cina e Russia porteranno gli USA alla bancarotta?

cina

di J. Michael Cole

Per il consigliere di Stato cinese Yang Jiechi ed il Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione russa Nikolai Patrushev Platonovich il 2013 è stato l’ ”anno di raccolto” per le relazioni sino-russe. É stato invece un anno di nuovi minimi per le relazioni con i paesi occidentali e addirittura le cose potrebbero peggiorare nel 2014 . Molto è stato detto in questi ultimi anni sugli USA, sia in relazione alle due difficili guerre in Iraq e in Afghanistan sia sulla sua economia declinante, entrambi fattori che  tagliano le gambe agli Stati Uniti e che hanno aperto spazi per la Cina. Durante questo stesso periodo, la Cina ha goduto di una crescita economica a due cifre in un contesto di sicurezza relativamente stabile. Fatti che l’hanno proiettata come potenza egemone in Asia.

Mentre gli Stati Uniti lottavano per uscire dalla crisi e inoltre spendevano miliardi di dollari in due guerre impossibili da vincere, Pechino raccoglieva i frutti della sua “ascesa pacifica” costruendo così la sua economia. Inoltre lavorava per la risoluzione delle vecchie controversie territoriali con i paesi vicini e contemporaneamente consolidava i legami con le potenze più piccole della regione e neutralizzava il problema Taiwan come  potenziale fonte di conflitto armato.

Così, quando la Cina ha iniziato a mostrare i muscoli nei mari prospicenti la parte orientale e la parte sud delle sue coste, Pechino non è stata intimidita dagli Stati Uniti che hanno assunto un ruolo di “riequilibrio” nell’area . Per prima cosa, è apparso evidente come il rinnovato interesse di Washington in Asia orientale non sarebbe – almeno non nel medio termine – accompagnata dalla volontà di allocare i capitali e le risorse necessarie per essere un “riequilibratore” credibile per contrastare le volontà egemoniche cinesi. Sia Pechino che molti esperti di difesa statunitensi videro che il supposto “riequilibrio” era più che altro una lista dei desideri e un esercizio accademico che una strategia vera e propria. Per questo Pechino ha subito piccole conseguenze tutte le volte che minacciava di alterare lo status quo nella regione, come ad esempio con la dichiarazione 23 novembre che ha esteso la sua “Air Defense Identification Zone” nel Mar Cinese Orientale . (C’è ragione per pensare che un credibile ruolo “riequilibratore” degli Stati Uniti verso l’Asia avrebbe dissuaso Pechino dall’intraprendere azioni avventurose.)

Con la loro partnership, la Cina e la Russia potrebbero fare in modo che il ruolo “riequilibratore” degli Stati Uniti in Asia – se mai materializzerà –  sarà talmente diluito da essere inefficace. Questo può essere fatto ampliando l’ambito spaziale della responsabilità degli Stati Uniti annacquando le risorse del suo dispositivo militare. Alcuni anni fa, Bobo Lo, un collega associato presso Chatham House, ha coniato il termine “asse della convenienza ” per descrivere il rapporto tra Cina e Russia. A distanza di cinque anni dalla pubblicazione del suo libro l’intuizione è apparsa ancor di più azzeccata. Infatti, almeno per il momento, Pechino e Mosca sembrano aver accantonato le proprie dispute territoriale, e cooperano a livello strategico sperando di espellere del tutto gli Stati Uniti dell’Asia.

Una notevole quantità di attenzione è stata rivolta alla “Anti-Access/Area Denial ( A2/AD )” ovvero alla strategia cinese, ed in particolare al missile balistico anti nave l’anti- nave DF – 21D ( ASBM ) che può essere considerato come uno dei suoi principali strumenti, e al quale possiamo ora forse aggiungere la “Air Defense Identification Zone” nel mar cinese orientale. Meno, però, è stato detto degli sforzi della Russia per tenere gli Stati Uniti fuori del proprio cortile. E ‘ interessante notare che due settimane dopo l’annuncio della costituzione  dell’ “Air Defense Identification Zone”, il presidente russo Vladimir Putin, incontrando gli alti ufficiali militari, ha dichiarato che la Russia dovrebbe rafforzare la propria presenza nella regione artica potenzialmente ricchi di risorse. All’inizio di quel mese, la marina russa ha annunciato che l’Artico sarà la sua priorità nel 2014 . Infatti al “The Diplomat” risulta che la Russia stia attualmente implementando unità di difesa e guerra elettronica aerospaziali per la zona artica, e che inoltre stia costruendo un sistema radar globale di allerta missilistica precoce vicino Vorkuta nell’estremo nord.

La crescente presenza dei militari russi nella regione artica – che sta per trasformarsi in una regione di importanza strategica – richiederà una risposta compensatrice dagli Stati Uniti (che ha già indicato l’intenzione di aumentare la sua presenza nella regione) . Tuttavia, costituendo quello che potremmo chiamare un ” riequilibrio verso l’Artico” gli USA metterebbero ulteriormente sotto stress il proprio bilancio militare e ciò sottrarrebbe risorse dal sistema “riequilibratore” pensato per l’Asia.

Contemporaneamente, l’esercito russo ha confermato il 16 dicembre di  aver schierato, nella sua enclave baltica di Kaliningrad e lungo il confine con i membri della NATO Polonia , Estonia, Lettonia , e Lituania i suoi i sistemi  missilistici tattici e balistici “Iskander – M” che possono essere usati sia come armi convenzionali che nucleari e che hanno un raggio di circa 400 km. La notizia ha seguito le relazioni corredate da immagini satellitari e che hanno svelato la presenza di 10 lanciatori nell’enclave. Anche se il presidente Putin  il 19 dicembre, ha negato lo schieramento, la Russia ha dimostrato come cerchi di espandere le sue operazioni nel suo distretto militare occidentale, che oltre a Kaliningrad comprende anche gran parte della parte europea della Russia .

Ci si domanda se sia possibile che Washington possa permettersi di aumentare notevolmente le spese militari, senza mandare in rovina il proprio paese. E’ da valutare se gli USA saranno in grado di contrastare sia la Cina risorgente in Oriente e nel Sudest asiatico, dove è stato ipotizzato che addirittura possa annunciare una seconda “Air Defense Identification Zone”, e contemporaneamente possa contrastare una presenza russa più muscolare nella regione artica e in prossimità dei paesi baltici . Bisogna vedere se gli Stati Uniti si concentreranno su un fronte, o se tenteranno di soddisfare tutte le esigenze, ma con meno risorse di quelle necessarie. La sensazione è che  Washington abbia poca scelta, ma optando per la seconda linea di azione, Cina e Russia potranno godere dei benefici di affrontare un avversario sguarnito e distratto o costretto a spendere troppo. A meno che altri paesi come il Giappone e  gli altri membri della NATO decidono di ampliare notevolmente la loro spesa per la difesa, cosa che appare improbabile. Inoltre, ci sono anche dei dubbi sul fatto che i giapponesi siano d’accordo a porre in essere quelle modifiche costituzionali necessarie per una diversa ripartizione degli oneri militare rispetto a quelle attualmente in vigore.

Se gli Stati Uniti abbiano un “diritto” ad essere protagonisti in quello che Russia e Cina considerano come il loro cortile è una domanda che ci faremo in un altro momento. Ciò che però appare chiaro è che gli Stati Uniti già indeboliti e con la capacità di affrontare la sfida di “crescita” della Cina già notevolmente in dubbio, siano ormai al limite di fronte a una sfida su più fronti posta in essere dall’asse sino-russo. Sfida che, se deve essere contrastata in modo efficace, richiede un certo numero di “perni riequilibratori”. Non è certo che l’economia della Russia possa sostenere un’espansione militare sulla scala necessaria per obbligare al riallineamento gli Stati Uniti ma la natura sempre più autoritaria della sua leadership autorizza a pensare che Mosca sarà molto meno vulnerabile di Washington al malcontento dell’opinione pubblica per le necessarie enormi spese per la difesa in tempi di austerità.

Sia la Russia che la Cina hanno studiato da vicino la fine della Guerra Fredda e come gli Stati Uniti alla fine hanno sconfitto l’Unione Sovietica portandola alla bancarotta (con la corsa agli armamenti N.d.T). Due decenni più tardi, sembrerebbe che Mosca e Pechino stiano cercando di rendere la pariglia.

Fonte: The Diplomat

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Il bronzetto maleducato

bronzetto

 

di Marcello Madau (*)

(Oggi per me è una giornata di forte contatto con la mia archeologia. Di ritorno da Olmedo, ho ritrovato un molto vecchio articolo, pubblicato in una lontana estate della ‘Nuova’. Mi fa piacere proporvelo e la storia che un carissimo collega e amico mi raccontò mi diverte ancora moltissimo, e la trovo anche molto tenera. Identità).

Le launeddas sono tra i più antichi e straordinari strumenti musicali  del mediterraneo. Rappresentano la testimonianza più  vivida  del patrimonio  strumentale  della  tradizione sarda.

Ma  non  tutti  sono  a conoscenza  che  esiste  in   Sardegna una bella ed antichissima documentazione di questo  strumento:  si trova nel Museo Nazionale di Cagliari ed è il  noto “Bronzetto itifallico” proveniente da Ittiri. Ritenuto di  fattura  nuragica  (anche  se  molte  riserve  sembrano  possibili)  mostra un suonatore di triplice flauto  che  si distingue,  oltreché  per  lo strumento  musicale,  per  un   vistoso  fallo eretto.

Il bronzetto sembra collocabile fra il VII ed il VI secolo a.C.  è dotato di una fortissima  carica  simbolica che si gioca nel  rapporto  evidentemente  stretto   fra  musica  e  sessualità.   La  musica  produce  eccitazione  e  l’eccitazione  è uno stato di  grazia  che  favorisce la fertilità e la prosperità del gruppo  sociale.  L’immagine potrebbe essere captata da una festa,  forse nei pressi di un pozzo sacro (ma questo non lo sapremo mai).

 Si   racconta  piuttosto che il bronzetto,  ritrovato agli inizi  del secolo nelle campagne di Ittiri, fu nascosto in casa da una  pia donnina e rivestito con  un apposito  slip  prima  dell’arrivo  del   parroco, opportunamente   avvertito:

Caminade a bennere  proitte appo agattadu unu  santuzzu maleducadu/Venite  in  fretta,  ché ho trovato un  santino maleducato”.

 Non è da escludere che il piccolo slip creasse un effetto ancora più  “scandaloso”.

 Così  questo  bellissimo  bronzetto  è prezioso  per diverse ragioni: per l’arte antica,  per  la  storia  della  musica,  per gli squarci sul  rituale  e  la  festa, e anche  per la storiella che abbiamo riportato.

Se pensiamo    all’antico  “libertino”   paganesimo   delle  popolazioni  sarde  e ai mutandoni che fecero  ricoprire  i  personaggi dipinti da Michelangelo nel Giudizio Universale,  ci rendiamo conto che Gramsci non sbagliava scrivendo che  la cultura popolare assume non di rado i valori  e  le  manifestazioni delle classi dominanti.

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(*) Marcello Madau è un archeologo ed è Professore all’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari.

Padella o brace?

padella

di Sergio Cesaratto

Il presagio di una tendenziale stagnazione del capitalismo è stata avanzato in un intervento al FMI dall’eminente economista di Harvard ed ex segretario al Tesoro americano Larry Summers. Il funesto vaticinio ha scatenato molti commenti nella blogsfera internazionale ed è stato prontamente sottoscritto da Paul Krugman nel suo popolare blog sul New York Times e da Simon Wren-Lewis, un altro influente blogger e macroeconomista a Oxford. In sintesi Summers ha argomentato che il capitalismo può evitare una stagnazione secolare solo se riesce a riprodurre bolle borsistiche o immobiliari simili a quelle che l’hanno sostenuto nel recente passato, sfociate tuttavia nella crisi finanziaria. Come in altre occasioni durante la crisi gli economisti mainstream si accorgono tardi e maldestramente di ciò che gli economisti critici da sempre denunciano.

Per cominciare, la discutibile spiegazione di Summers e colleghi della tendenziale stagnazione secolare del capitalismo è che ciò sia attribuibile al calo demografico e citano al riguardo un influente divulgatore di Keynes di prima generazione, Alvin Hansen. Questi economisti, pur vagamente keynesiani, spiegano così le tendenze secolari del capitalismo rifacendosi alla teoria neoclassica. E questa teoria ritiene che l’economia cresca in piena occupazione al tasso di crescita delle forze di lavoro purché i salari siano flessibili. Questo non appare credibile per chi ritenga sbagliati i fondamenti teorici di quella tepria. Una versione più keynesiana di questa tesi è che una popolazione crescente implichi più domanda di abitazioni e beni di consumo. Ma anche qui non v’è una relazione necessaria, sennò l’Africa sarebbe ricchissima.

Bizzarramente Summers e colleghi attribuiscono al calo demografico anche la diminuzione del tasso di interesse “naturale”, quello al quale la domanda aggregate sarebbe tale da assicurare la massima occupazione compatibile con inflazione costante. Ma al di là delle confusioni teoriche, comunque sorprendenti in star della teoria dominante, la loro opinione è che il tasso di interesse “naturale” di equilibrio sarebbe attualmente negativo, cosicché risparmiatori subirebbero una perdita sui risparmi che li indurrebbe a consumare di più. Allo scopo di far prevalere nei mercati tassi di interesse negativi, le banche centrali dovrebbero dunque tenere i tassi di interesse nominali a zero cercando di generare inflazione o aspettative di inflazione sì da scoraggiare l’accumulo di risparmi che, poco o nulla remunerati, sarebbero erosi dall’aumento dei prezzi. Il risultato sarebbero tassi di interesse reali negativi (nominalmente si ottiene zero mentre l’inflazione mangia il capitale). Anche la BCE sta cercando timidamente di farlo, ma con scarse probabilità di successo. Infatti difficilmente l’inflazione può risvegliarsi se la spesa non riparte; ma consumi e investimenti rimarranno depressi fin tanto che le aspettative sono di una caduta e non di un aumento dei prezzi. Un cane che si morde la coda. Per questo Krugman ritiene che un’aggressiva politica fiscale sia l’unica strada percorribile, favorita peraltro dai bassi tassi a cui gli Stati potrebbero indebitarsi se sostenuti dalle proprie banche centrali.

Che economisti di questa rinomanza indichino nella deficienza della domanda aggregata di lungo periodo la causa della tendenziale stagnazione del capitalismo è certamente apprezzabile. Lo fanno coi mezzi che la loro povera dottrina gli fornisce. Che il problema del capitalismo sia la domanda aggregata è invece pane quotidiano degli economisti critici i più solidi dei quali si rifanno, per spiegarla, alla teoria della distribuzione del reddito degli economisti Classici e di Marx. La maggiore diseguaglianza distributiva aggrava, secondo questi economisti, la deficienza di domanda aggregata. Infatti i capitalisti e i loro attaché non spendono per beni di lusso e investimenti che parte del sovrappiù di cui si appropriano. Questa dimensione sfugge quasi completamente a Summers e colleghi. E’in questo contesto che si spiega invece bene il ruolo recente delle bolle finanziarie nello spingere le classi lavoratrici a spendere di più in quanto i risparmi già accumulati – tipicamente a fini pensionistici – si rivalutano rendendo superfluo ulteriore risparmio. E si spiega anche il ruolo di forti stimoli all’indebitamento delle famiglie per sostenere i consumi, incluso l’acquisto agevolato dell’abitazione con conseguente sviluppo di bolle edilizie in cui l’aumento del valore delle abitazioni funge da ulteriore stimolo a indebitamento e consumi.. Che il capitalismo finisca per dover essere guidato da bolle speculative e indebitamento di famiglie o di intere nazioni (in quest’ultimo caso al servizio degli interessi mercantilisti delle élite di alcuni paesi come la Germania), bolle e debiti che culminano in crisi finanziari, non è una sorpresa per gli economisti critici. E’ il capitalismo, bellezza.

Sorpresi appaiono invece Summers e compagni che la crescita pre-crisi guidata dal debito e dalle bolle si sia svolta senza che l’inflazione abbia rialzato la testa (a parte, ovviamente, l’inflazione nei valori borsistici). Per spiegarlo basterebbe rifarsi a quello che Bellofiore e Halevi hanno definito la traumatizzazione del lavoro, ovvero l’incapacità dei sindacati americani di sfruttare la crescita per ottenere miglioramenti salariali in seguito alle bastonate subite a colpi di disoccupazione e trasferimento in Asia delle produzioni durante gli anni 1980 e 1990. L’importazione di beni di consumo a basso costo dai paesi emergenti ha fatto il resto. Summers e colleghi sono anche sorpresi della posizione controcorrente della banca centrale svedese (quella che finanzia e assegna i cosiddetti premi Nobel per l’economia) che mantiene i tassi di interesse elevati pur in presenza di aspettative deflazionistiche, preoccupata che politiche più espansive possano dare innesco a nuove bolle speculative, proprio quello che le altre banche centrali sembrano desiderare. Al riguardo già Keynes nella Teoria Generale criticò Robertson per aver sostenuto l’idea che per assicurare la stabilità dei prezzi si dovesse mortificare la ripresa attraverso più elevati tassi di interesse, una posizione definita “pericolosa e immotivatamente disfattista”.

Summers e compagni hanno dunque toccato un tasto dolente del capitalismo, la sua necessità di far affidamento su meccanismi perversi per sostenere la domanda aggregata. Questo conferma che il capitalismo è un sistema perverso. Lo è fondamentalmente perché basato sulla diseguaglianza che deprime la domanda aggregata producendo miseria a fronte del potenziale benessere (naturalmente ci sono altri motivi etici, ecologici ecc. per cui il capitalismo è perverso, qui ne evidenziamo uno). Anche noi economisti genuinamente keynesiani dovremmo ricordarci che se, da un lato, ci si deve battere per un capitalismo più giusto e dunque meglio funzionante, dall’altro è sulla prospettiva di un sistema più razionale, quello socialista, che si dovrebbe ritornare con serietà a riflettere. Addendum: un’altro esempio di un economista che comincia dubitare nel lungo periodo Wickselliano è De Long, ma le vie d’uscita proposte sono deprimenti.

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Sergio Casaretto è Professore di Economia all’Università di Siena.  Questo pezzo è stato pubblicato sul suo blog personale con il titolo “Il capitalismo fra la pentola delle bolle e la brace della stagnazione”.

Il divario tra Italia e Germania da una prospettiva marxista e neo-Schumpeteriana

creazione

“Il cuore della concorrenza tra capitali è la variazione positiva del tasso di profitti ottenuti attraverso dei monopoli temporanei dovuti all’innovazioni di prodotto o di processo . La ricerca e sviluppo è, ovviamente, un elemento cruciale in queste innovazioni. Le unità di capitale (finanziati con capitale pubblico o privato ) investite in  R&S sono nella posizione migliore per appropriarsi della quota extra di profitti estraibile grazie all’innovazione di prodotto e di processo.
Questi sono quindi anche nella posizione migliore per instaurare un circolo virtuoso in cui il surplus di profitti consente un elevato flusso di finanziamenti in R&S che sarà, a sua volta, la precondizione per l’appropriazione della ulteriore futura quota extra di profitti (da innovazione), e così via. In contrapposizione le unità di capitale senza accesso iniziale alla R&S tendono ad essere intrappolate in un circolo vizioso. La conseguente incapacità di introdurre innovazioni significative impedisce l’ottenimento di quegli extra profitti da innovazione. Tutto ciò tende a sua volta a limitare la partecipazione all’avanzamento della  R&S nell’unità di tempo successiva . Ciò quindi limita le innovazioni future e le future opportunità di profitto . Questa dinamica fondamentale dei rapporti di proprietà capitalistici ha profonde implicazioni . Le unità di capitale con il più ampio accesso all’investimento in R&S, quasi per definizione, tendono ad essere raggruppate in regioni ricche dell’economia globale . Le unità di capitale  private dell’accesso agli investimenti in R&S invece tendono ad essere raggruppate nelle regioni più povere . Le prime unità sono in una posizione molto migliore per stabilire e mantenere il circolo virtuoso descritto sopra, mentre le seconde hanno immense difficoltà evitando il circolo vizioso Quando le unità di capitale nelle regioni più povere si impegnano in transazioni economiche con unità di capitale che godono di monopoli temporanei da innovazioni di processo e di prodotto, tendono dunque a soffrire condizioni svantaggiose di scambio.”

Tony Smith, “Technology and History in Capitalism: Marxian and Neo-Schumpeterian Perspectives” in “The Constitution of Capital – Essays on Volume I of Marx Capital” edited by Riccardo Bellofiore e Nicola Taylor.

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E’ ormai quasi un luogo comune dire che il differenziale di competitività esistente all’area valutaria (dis)omogenea dell’Euro sia dovuta alla concorrenza “sleale” dei paesi di quella che fu la vecchia “area del marco” che comprimono i propri costi di produzione tenendo basso il costo del lavoro. Senza dubbio questa visione è vera, ma ad umile avviso di questo blogger,  rischia di essere una visione molto parziale. E se mi è concesso dire rischia di essere molto consolatoria, perché fondata sulla ricerca di qualcuno che pone in essere una concorrenza sleale.

Come possiamo leggere nella mia traduzione di una parte (piccola) del saggio di Tony Smith una delle chiavi dello sviluppo in un sistema capitalista (ma credo di poter dire anche collettivista e “programmato”) sono gli investimenti in ricerca e sviluppo. Se andiamo a verificare i dati della spesa in R&S rispetto al Prodotto Interno Lordo (fonte OCSE) dal 1971 ad oggi vediamo che, costantemente, gli investimenti tedeschi sono più del doppio di quelli italiani. Credo che si possa dire che non sia del tutto erronea la lamentela dei tedeschi quando velatamente ci accusano di concorrenza sleale, visto che solo con la svalutazione siamo riusciti a sopravvivere alla loro concorrenza. Certo è vero, la svalutazione è un meccanismo del tutto naturale e riequilibratore in una economia di mercato, ma anzi proprio questo fatto (correlato ai minori investimenti rispetto alla Germania in R&S) avrebbe dovuto farci pensare che entrare in una unione monetaria sarebbe stata una strada estremamente pericolosa.  In sostanza, voglio dire, che proprio il modello di sviluppo (forse sarebbe giusto definirlo “non modello di sviluppo”) italiano e i vizi atavici del suo capitalismo sono alla base dell’attuale crisi (oltre che alla concorrenza sul costo del lavoro che comunque è vera).

A mio modo di vedere i vizi italiani che affossano la nostra competitività possono così essere riassunti:

1) La politica negli ultimi venti anni (almeno) ha favorito sfacciatamente, anche dal punto di vista fiscale, l’investimento in ambito immobiliare spiazzando così l’investimento produttivo che ha nell’investimento in ricerca e sviluppo un ruolo essenziale. Inutile ricordare il tormentone di Silvio Berlusconi che postulava l’assunto secondo cui quando “l’immobiliare va tutto va”. Inutile anche ricordare che negli ultimi venti anni in Italia l’hanno fatta da padroni quelli che un tempo venivano chiamati “palazzinari” e che ora vengono definiti pomposamente “immobiliaristi” tutto questo a danno di quelli che possono essere definiti imprenditori innovatori “schumpeteriani” ormai diventati una rarità e di cui invece l’Italia è stata piena in epoche passate (basti pensare a Natta o ad Olivetti);

2) L’atavico vizio dell’imprenditoria italiana ad essere “i padroni ricchi di imprese povere“, dove cioè l’imprenditore ha una bassa propensione al rischio e dunque all’investimento ed invece è interessato ad estrarre dall’azienda la maggior quantità possibile di valore anche attraverso operazioni di finanza straordinaria che molto spesso distruggono l’equilibrio finanziario ed economico dell’azienda. Tralascio di approfondire il mal vezzo di molti imprenditori – credo sotto gli occhi di tutti – di porre in essere operazioni di elusione fiscale che sottraggono al pubblico erario le risorse necessarie all’istruzione, alla formazione e alla ricerca di base. In questo caso, basta guardare, i dati dei vari provvedimenti del cosiddetto “scudo fiscale” che attestano inoppugnabilmente come le risorse sottratte con questi artifizi fiscali non vadano comunque a finanziare investimenti produttivi ma prendevano/prendono la via del conto in Svizzera.

E’ facile a questo punto intuire che un eventuale uscita dall’euro si, darebbe ristoro alla competitività delle nostre imprese, ma questa competitività sarebbe una competitività di prezzo e non una competitività qualitativa del bene/servizio prodotto e venduto nul mercato. Non è dunque difficile ipotizzare che euro o lira (o fiorino se si preferisce) questo divario di investimenti in R&S e di investimenti pubblici in istruzione e formazione (tesi a formare il capitale umano) porterebbe comunque l’Italia ad essere una nazione con un tessuto produttivo a basso valore aggiunto. Insomma, l’uscita dall’area euro rallenterebbe la nostra velocità di caduta negli inferi dei paesi in via di sviluppo ma non lo fermerebbe.

La Great Recession e il Saggio del Profitto

caduta

Di Paolo Giussani, tratto da sinistrainrete.info

Osservazioni sulla presentazione di Guglielmo Carchedi e Michael Roberts alla decima conferenza di HM. [versione finale]

1. La teoria detta monocausale

Nella presentazione di Guglielmo Carchedi e Michael Roberts alla decima conferenza della rivista Historical Materialism (Londra, 7-10 Novembre 2013), intitolata The Long Roots of the Present Crisis1, viene esposta quella che Roberts chiama la spiegazione monocausale della Great Recession in quanto generata dalla diminuzione del saggio e della massa dei profitti, in opposizione alle teorie postkeynesiane centrate sul sottoconsumo, la financialisation o su una combinazione di entrambe.
Il sostegno fondamentale alla tesi di Carchedi e Roberts si trova nel seguente grafico, qui riprodotto dalla pagina 7 della loro presentazione:

Grafico 1. [Vedi p. 7 di The Long Roots of the Present Crisis] US Corporate Profits, Real Investment and GDP. Q1-2011 to Q2-2012,


Dall’andamento della massa dei profitti e degli investimenti si osserva bene che il movimento dei profitti anticipa quello degli investimenti e del Pil. Il calo degli investimenti naturalmente innesca poi il processo di crisi, anche se la catena di eventuali anelli intermedi non viene spiegata.

2. Saggio del profitto e saggio di accumulazione

Messa così la faccenda è però troppo semplice. Il fatto è che l’intervallo di tempo selezionato nel grafico di Carchedi e Roberts è eccessivamente breve per trarne conclusioni generali. Vediamo invece il grafico seguente, che esibisce il movimento della massa nominale dei profitti netti (linea scura tratteggiata) e degli investimenti non residenziali delle corporations non finanziarie americane dal 1947 al 2012 (linea grigia continua): le corporations non finanziarie sono ovviamente la sezione dinamica dell’economia, quella responsabile per il processo di accumulazione, e con esse i loro profitti e investimenti. E quando si ha a che fare con l’accumulazione il riferimento è sempre dato dai profitti netti (al netto di interessi e tasse) perché è su questi che i capitalisti commisurano le proprie azioni ovvero sono questi i profitti che possono influenzare direttamente l’accumulazione.

Grafico 2. US. After-Tax Profits and Net Non residential Fixed Investments of Non Financial Corporations. 1947-2012

Osservate in una prospettiva lunga le cose appaiono un po’ diverse. A somiglianza del grafico di Carchedi e Roberts, anche qui, dove si hanno dati annuali e non trimestrali, il movimento dei profitti in generale anticipa quello degli investimenti. La cosa più importante tuttavia è che a partire dalla seconda metà degli anni 90 i due trend prendono a divergere. La massa dei profitti continua a salire mentre la massa degli investimenti rimane stabile (e a calare in termini reali). La faccenda appare meglio dal movimento della quota degli investimenti (investimenti /profitti netti – linea tratteggiata, scala destra) che tende ad accrescersi fino alla seconda parte degli anni ’80 per calare successivamente (il picco è nel 1986), e molto rapidamente dopo il 2001, quando si ha la maggiore singola diminuzione di questo rapporto (dal 2001 al 2005) associata a una recessione relativamente tenue.

Tabella 1. Diminuzione Investimenti Netti Non Residenziali e Profitti Netti (NonFin Corporations)

Dal massimo locale del 2006 al minimo locale del 2009 la massa dei profitti è calata del 34% e gli investimenti di circa il 62% circa, ma questo è in parte causa (prima del 2007) e in parte effetto (dopo il 2007) della crisi. Se si attribuisce la causa al movimento della massa dei profitti si deve affermare che a scatenare il crollo del sistema finanziario e creditizio mondiale seguito dalla più grave recessione dopo la depressione degli anni ‘30 sia stato un calo di poco più dell’8% dei profitti – dal massimo locale dei profitti del 2006 al massimo locale degli investimenti dell’anno dopo. Ma questo tasso di diminuzione non è il maggiore dei vari cicli profitti/investimenti del dopoguerra. Nei tre precedenti cicli (vedi Tabella 1) il calo era stato superiore all’ultimo senza che nessun crollo generale di banche e finanza (in effetti, era solo rinviato di un poco) e la paralisi quasi assoluta del commercio internazionale ne conseguissero. C’è da chiedersi dunque come mai un calo dei profitti, serio ma non certo fuori dalla norma, abbia potuto causare un disastro globale che è unico nel dopoguerra né è ancora in grado di mostrare apparenti vie di uscita. Calo che, oltretutto, viene dopo un periodo di aumento record del saggio netto del profitto delle corporation non finanziarie (circa il 300% dal 2001 al 2006), che è valso a mantenere questo saggio del profitto a livelli assai superiori a quelli minimi (e anche a quelli medi) del precedente ciclo anche durante la Great Recession, almeno fino ad oggi; al punto che il minimo (2009) del saggio netto del profitto nella Great Recession è solo di poco inferiore al massimo del precedente ciclo toccato nel 1997.

Grafico 3. US. Non Financial Corporations. Net Rate of Profit. 1947-2012

In queste condizioni sembra molto difficile pensare che una diminuzione durata soli tre anni del saggio e della massa dei profitti netti sia stata così potente da provocare di per sé una catastrofe senza precedenti come quella che il capitalismo ha passato e sta ancora passando.

3. Dal 1982 a oggi

Per meglio illustrare il proprio punto di vista Carchedi e Roberts offrono il seguente andamento del saggio generale (che essi chiamano average) del profitto (vedi p.3 di The Long Roots of the Present Crisis):

Grafico 4. [Vedi p. 3 di The Long Roots of the Present Crisis] US Average Rate of Profit. 1982-2011 (%)
Tuttavia, questo saggio del profitto di Carchedi e Roberts non va bene perché non è il saggio del profitto netto ma quello generale. Il saggio del profitto netto delle corporations non finanziarie nello stesso periodo, 1982-2012, è il seguente:

Grafico 5. US. Net Profit Rate and Net Rate of Accumulation of NonFinancial Corporations. 1982-2012. (1982=100.)

Come si vede fra le altre cose, l’incremento del saggio del profitto dal 2001 al 2006 è decisamente superiore a quello dell’ARP di Carchedi e Roberts, anzi è il maggiore di tutto il dopoguerra – quasi tre volte. Né si può ragionevolmente sostenere, esaminando il Grafico 5, che questo arco di anni (1982-2012) contenga più di un trend di lungo periodo ovvero che la diminuzione del saggio del profitto dal 2006 al 2009 rovesci in qualche modo il trend preesistente. Del resto già il fatto che qui si scelga come punto di partenza il 1982, l’anno del minimo del saggio del profitto nel dopoguerra posto a distanza di trent’anni da noialtri, è sufficiente a indicare che da allora non c’è stata nessuna ulteriore diminuzione tendenziale.
La successione di recessioni degli anni ’70 e principio ‘80, che chiusero il boom del dopoguerra, fu chiaramente l’esito del lungo trend discendente del saggio generale e netto del profitto dalla fine della guerra2. È assolutamente evidente che non si può minimamente sostenere la stessa cosa per la Great Recession che si trova all’esito di un periodo relativamente lungo di trend ascendente del saggio del profitto. Per connettere comunque in maniera più diretta possibile la grossa crisi presente alla diminuzione tndenziale del saggio del profitto, alcuni si premurano ansiosamente di puntualizzare che comunque dopo il 1982 “the rate of profit has not fully recovered”.
Francamente, non si riesce a capire: forse che ora la teoria della diminuzione tendenziale del saggio del profitto è diventata quella del “tendential not full recover of the profit rate”? Esiste forse un livello magico del saggio del profitto che va recovered affinchè anche il saggio di accumulazione riprenda un aumento tendenziale?
4. Breve e lungo periodo
É problematico collegare alla teoria di Marx una diminuzione del tipo di quella descritta da Carchedi e Roberts. Nella teoria di Marx il saggio del profitto diminuisce, a causa del progresso delle forze produttive, gradualmente e tendenzialmente3 con il procedere dell’accumulazione. La diminuzione della massa dei profitti sopravviene solo a un certo punto e conduce, più o meno direttamente, all’arresto della formazione di capitale. In un quadro a questo livello di astrazione non esistono (ancora) né la finanza né il credito, che svolgono un ruolo supplementare che va a complicare, e molto, la dinamica essenziale della faccenda. É impossibile limitarsi a un breve ciclo per trarne conclusioni generali4.
Nel caso delle relazioni profitti/investimenti e saggio del profitto/saggio di accumulazione il breve e il lungo periodo si confondono a vicenda, e il breve periodo tende a oscurare l’andamento di lungo periodo. Nel breve periodo, ovvero nei brevi cicli profitti/investimenti gli investimenti sono determinati dai profitti; nel lungo periodo, ovvero nei cicli più lunghi saggio del profitto/saggio di accumulazione i due si muovono fondamentalmente in direzioni opposte.

Grafico 6. US. Trend non lineari del Saggio Netto del Profitto, del Saggio Netti di Accumulazione e della Quota di Investimenti 2012

Se svolgiamo l’esercizio – che sia qualcosa di alquanto eterodosso non ha proprio nessuna importanza – di mettere in relazione in un diagramma i valori dei due trend non lineari del saggio del profitto e del saggio di accumulazione otteniamo la figura che segue:

Grafico 7. US. Diagramma di Dispersione dei Trend HP di Net Profit Rate and Net Rate of Accumulation (Non Fin. Corps.), 1948-2012.

La forma del movimento tende verso quella di un’ellisse posta obliquamente con un angolo negativo rispetto ai due assi: la diminuzione dei valori di una variabile corrisponde quindi all’aumento dei valori dell’altra. La forma non è perfetta perché in realtà il saggio del profitto e il saggio di accumulazione si sono trovati abbastanza ben correlati durante tutto il boom postbellico e fino a un certo punto dell’inizio degli anni ’80, dopo il quale il nesso si è frantumato. Guarda caso, è approssimativamente lo stesso punto di cambiamento dal quale si iniziano il boom nell’impiego speculativo di capitale monetario – che dura tuttora malgré lui –, il calo di lungo periodo dei tassi di interesse e l’accumulazione world history record dell’indebitamento generale rispetto allo stock di capitale e al reddito netto.
Se invece facciamo l’operazione contraria, vale a dire eliminiamo il trend non lineare dalle serie del saggio netto del profitto e del saggio netto di accumulazione e mettiamo in relazione quello che resta delle due variabili – in teoria l’andamento ciclico breve – ponendo in un diagramma il saggio di accumulazione in un ritardo di due periodi rispetto al saggio del profitto otteniamo una correlazione positiva non disprezzabile:

Grafico 8. US. Diagramma di Dispersione di Net Profit Rate detrended and Net Rate of Accumulation detrended (Non Fin. Corps.), 1948-2012.

È del resto impossibile immaginare che nella teoria di Marx le tendenze del saggio del profitto e del saggio di accumulazione siano in generale correlate positivamente. Se partiamo dal punto massimo della crisi, allorché una certa parte dei capitali falliti è stata assorbita a costo quasi nullo dai capitali sopravvissuti, il saggio del profitto si troverà al suo massimo, proprio a causa della vasta svalorizzazione del capitale fisso in funzione. Si può supporre che sia questo il punto in cui il processo di accumulazione riprende riportando verso l’alto il saggio di accumulazione, e verso il basso il saggio del profitto. Il processo continua in questa forma fino a un punto critico, che Marx chiama di sovraccumulazione, quando anche il volume assoluto dei profitti comincia a ridursi. L’accumulazione tende a fermarsi e sopravviene una crisi, che, dopo un ulteriore violento calo, innalza il saggio del profitto e abbassa il saggio di accumulazione a un minimo:

Grafico 9. Diagramma movimenti stilizzati Saggio del Profitto, Saggio di Accumulazione e Massa dei Profitti.

É impossibile concepire la teoria della caduta tendenziale del saggio del profitto e della conseguente crisi da sovraccumulazione come qualcosa che riguardi il breve periodo, anche se certamente influenza i cicli brevi e si può dire molto sui cicli brevi attraverso la relazione fra massa dei profitti e massa degli investimenti. Se il saggio del profitto tende a diminuire a causa del progresso tecnico insito nel processo di accumulazione, questo può essere solo un movimento graduale con effetti finali di vasta portata e non semplicemente congiunturali.


5. Conclusione

Le spiegazioni si possono trovare solo analizzando le crisi in maniera specifica – questa crisi e ciascuna crisi – e non limitandosi a vedere se corrispondono genericamente a quello che dice Marx, in opposizione a quello che vendono gli altri, postkeynesiani etc. Ma è ovvio, o dovrebbe esserlo, che “crisi” non è un sostantivo esoterico ma solo un momento peculiare nell’autoriproduzione del capitale che va studiata nel suo insieme. Ad es. finora nessuna crisi è stata accompagnata dal collasso generale del sistema di pagamenti, come è avvenuto nel 2008, e questo può essere solo il risultato di uno sviluppo precedente differente da quelli precedenti ancora, e così via. La canzone è certo lunga assai, ma andrebbe cantata tutta. Dico questo perché più spesso che no si ha l’impressione che tutto quanto il cosiddetto dibattito, fra varie tendenze marxiste, postkeynesiane, etc., sia fasullo, nel senso che, più che a cercare di capire ed enucleare come vanno le cose, ciascuno tenda a vendere su un certo mercato una propria identità, un proprio logo, raccattando e mettendo assieme i pezzi che qui e là gli sembrano più utili allo scopo5.
Se c’è qualcuno in giro che pensa che il capitalismo proceda sempre allo stesso modo, girando in continuazione per incontrare in altrettanta continuazione delle crisi, che poi in continuazione risolve per ricominciare da capo, potrebbe essere contento di sapere di aderire a una delle tante forme di pensiero metafisico che escludono il movimento. Accumulare, fare scendere il saggio del profitto, sovraccumulare, erompere in una crisi che serve a eliminare il capitale di troppo per riportare in cima il saggio del profitto e ricominciare il movimento, in definitiva sempre uguale a se stesso, non è tanto diverso dall’escludere qualsiasi movimento. Le crisi sono certo ineliminabili, ma in questa visione lo sono tanto quanto il loro perpetuo superamento. I movimenti puramente ciclici senza altre trasformazioni non esistono da nessun parte nell’universo, e in sé non sono movimenti ma l’assenza di qualsiasi cambiamento mascherata da cambiamento.

Note sulle statistiche usate
1.   Il Grafico 1 si trova a p.7 dell’esposizione The Long Roots of the Present Crisis di Guglielmo Carchedi e Michael Roberts (cfr. nota 1).
2.   Nel Grafico 2 i profitti netti nominali dlle corporation non finanziarie provengono dai NIPA di BEA, Table 1.14. Gli investimenti netti in capitale fisso non residenziale delle corporation non finanziarie sono calcolati sottraendo lo stock netto di capitale fisso di un certo anno a costi storici da quello dell’anno successivo e confrontando il risultato con gli investimenti netti che si ottengono sottraendo dagli investimenti lordi i deprezzamenti misurati in costi storici. I dati provengono dalle Fixed Assets Tables di BEA, Table 4.3, Table 4.6 e Table 4.7. La quota degli investimenti è semplicemente la serie degli investimenti netti divisa per quella dei profitti netti. I trend sono i filtri Hodrick-Prescott con lambda= 8.
3.  Nella Tabella 1 i dati usati sono gli stessi del Grafico 2.
4.  Il saggio netto del profitto delle corporation non finanziarie del Grafico 3 al denominatore ha lo stesso stock di capitale fisso utilizzato per calcolare gli investimenti netti nel Grafico 2, e al numeratori i profitti nominali del Grafico 2.
5.  Il Grafico 4 è preso dalla p.3 di The Long Roots of the Present Crisis di Carchedi e Roberts.
6.  Nei Grafici 5, 6 e 7 il saggio del profitto è lo stesso del Grafico 3, mentre il saggio di accumulazione è semplicemente il saggio di variazione dello stock di capitale fisso non residenziale usato per il Grafico 2. I trend dei Grafici 6 e 7, usati anche per eliminare i trend dalle serie del saggio del profitto e di accumulazione e ottenere i valori del Grafico 8, sono i filtri Hodrick-Prescott con l = 100.
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* Milano, Dicembre 2013. foretjoux@gmail.com
1 Disponibile in thenextrecession.files.wordpress.com/2013/11/the-long-roots-of-the-present-crisis.pptx
2 Misurando i profitti di impresa reali (profitti reali al  netto delle tasse meno saggio di interesse corrente sui prestiti a  breve) come fa Anwar Shaikh (vedi A.Shaikh, The First Great Depression of the XXI Century, Socialist Register 2011) questi profitti diventano negativi nell’intervallo 1979-1983.
3 Grosso modo, il saggio netto del profitto segue un trend  discendente dalla fine della guerra sino all’inizio degli anni ‘80 (il  minimo è nel 1982) e successivamente un trend ascendente. Entrambi i  rami sono punteggiati da parecchi cicli (sei il primo e quattro il  secondo) di forma e lunghezza variabili. Carchedi e Roberts non derivano  la Great Recession dalla tendenza declinante di lungo periodo del  saggio del profitto, visto che dal 1982 in poi domina la tendenza  opposta, ma da un ciclo breve entro questa tendenza. Fra  l’inizio del calo dei profitti netti e l’inizio del calo degli  investimenti non c’è che poco più di un anno, dal 2006 al 2007 (cfr. il  Grafico 2).
4 È importante notare che i movimenti del saggio del profitto netto non possono né confermare né confutare direttamente la teoria di Marx che concerne il saggio generale  del profitto. Innanzitutto bisogna stabilire quali siano i fattori che  in generale hanno provocato un aumento tendenziale del saggio del  profitto, ammesso che questo ci sia stato. Dopo di ciò bisogna esaminare  se il saggio del profitto netto si è accresciuto a causa del movimento  del saggio generale del profitto oppure per via dell’azione specifica  delle imposte e degli interessi. Nel caso nostro, il movimento  ascendente del saggio netto del profitto delle corporation non  finanziarie dall’inizio degli anni ’80 in poi si spiega in una certa  parte con la riduzione del peso degli interessi e delle imposte; mentre  l’aumento tendenziale del saggio generale nello stesso periodo,  relativamente debole, è essenzialmente dovuto all’inversione del  movimento dei salari reali dalla fine degli anni ’70 e al declino  dell’accumulazione di capitale fisso. Se i salari reali avessero  continuato ad aumentare come nella prima parte del dopoguerra il saggio generale avrebbe continuato il suo tendenziale  declino. Tutto questo tuttavia non toglie minimamente importanza alla  questione del saggio neto del profitto perché dal punto di vista del  saggio di accumulazione determinante è il saggio netto del profitto,  dato che costituisce il saggio accumulabile, e non altro.
5 Bisogna senz’altro riconoscere che i keynesiani e postkeynesiani in  questo campo sono avvantaggiati disponendo di uno stock molto più grosso  da vendere, che comprende anche i consigli per i governi.

Sylos Labini spiega la caduta del saggio di profitto

marx

La caduta tendenziale del saggio del profitto secondo Marx è un fenomeno evidente: questa «legge» «costituisce il mistero a svelare il quale tutta l’economia politica si è adoperata dal tempo di Adam Smith: la differenza fra le varie scuole da Smith in poi consiste nei diversi tentativi per giungere a tale soluzione» (Capitale, libro 111, cap. XIII). La soluzione proposta da Marx è la seguente. Ammessa una corrispondenza univoca e necessaria fra valori e prezzi (là dove i valori esprimono un certo numero di ore di lavoro incorporato nelle merci) e chiamando saggio del plusvalore il rapporto fra plusvalore (p) e capitale variabile (v, dato dal monte salari), l’aumento
della composizione organica del capitale, data dal rapporto fra capitale costante (C, macchine, materie prime e altri mezzi di produzione) e capitale totale [c/(c+v)], fa diminuire il saggio del profitto [p/(c+v)]; e l’aumento della composizione organica è reso inevitabile dalla concorrenza tra capitalisti. Infatti, se in una data attività economica una certa impresa introduce un nuovo metodo che consente di aumentare la produttività del lavoro e quindi di ridurre i costi, essa ottiene un profitto straordinario. Ciò spingerà le altre imprese a introdurre via via quel metodo e indurrà nuove imprese ad entrare nel mercato, con conseguente aumento sia della produttività che della produzione. (Si tratta, in ultima analisi, dello stesso processo di meccanizzazione cui abbiamo accennato dianzi.) Di conseguenza, i prezzi diminuiranno, in proporzione ai costi, e i profitti torneranno al livello di partenza. Un tale processo, che via via si ripete in tanti e tanti rami di attività economica, comporta un aumento nella composizione organica del capitale, giacché i nuovi metodi normalmente si incorporano in macchine, che sono parte del capitale costante. Con l’aumento della composizione organica nell’intera economia, il saggiomedio del profitto tenderà a cadere. Questa tendenza può essere contrastata e, per così dire, sospesa per periodi anche considerevoli. A lungo andare, tuttavia, essa non potrà non prendere il sopravvento; e poiché «il saggio del profitto costituisce la forza motrice della produzione capitalistica» (sono parole di Marx), ne risulta compromesso i1 processo di accumulazione: il sistema capitalistico entra pertanto in una fase di crisi generale, che non può non essere l’antefatto della sua fine. Oramai, la soluzione di Marx non è più accolta da nessun marxista di rilievo, per quauto io sappia. In primo luogo, lo stesso fenomeno – che Marx dava per scontato – è, a dir poco, estremamente dubbio: a periodi, non brevi, in cui si sono osservati indizi abbastanza consistenti di flessione del saggio medio del profitto (per esempio: l’andamento del saggio medio dell’interesse – specialmente dell’interesse reale – può costituire uno di questi indizi), sono seguiti periodi che presentavano indizi opposti: non sembra proprio che si possa parlare di una tendenza visibile in modo chiaro e distinto. Quanto poi alla specifica soluzione analitica di Marx, apparentemente semplice e convincente, essa si fonda su schemi estremamente problematici, a cominciare dall’assunto che vi sia una corrispondenza univoca fra valori e prezzi (e il saggio del profitto si fonda sui prezzi, non sui valori). Questa, che era la «legge di movimento» cui Marx più teneva, non regge; pertanto non reggono neppure le conseguenze che ad essa Marx attribuisce. I1 capitalismo può certo venir meno – nella pienezza del tempo – ed essere sostituito da un altro sistema economico-sociale: il socialismo. Personalmente sono convinto che – nella pienezza del tempo, appunto – è molto probabile che ciò avvenga. Ma la trasformazione può aver luogo in radicalmente diversi da quelli prospettati da Marx.

Paolo Sylos Labini, Le forze dello sviluppo e del declino, Laterza, Bari 1984

La corona di spine dei laureati

corona-di-spine

Veramente curiosa la moda italiana di sfoggiare una corona d’alloro sul capo da parte del neolaureato durante la propria festa. Curiosa e illusoria. Viste le condizioni del mercato del lavoro sarebbe più realistica una corona di spine.
Ecco, se i neolaureati fossero anche degli intellettuali, dei creativi, dei veri provocatori proprio una corona di spine metterebbero come segno di protesta.

(Provo comunque a lanciare la moda)