Il bronzetto maleducato

di Giuseppe Masala

bronzetto

 

di Marcello Madau (*)

(Oggi per me è una giornata di forte contatto con la mia archeologia. Di ritorno da Olmedo, ho ritrovato un molto vecchio articolo, pubblicato in una lontana estate della ‘Nuova’. Mi fa piacere proporvelo e la storia che un carissimo collega e amico mi raccontò mi diverte ancora moltissimo, e la trovo anche molto tenera. Identità).

Le launeddas sono tra i più antichi e straordinari strumenti musicali  del mediterraneo. Rappresentano la testimonianza più  vivida  del patrimonio  strumentale  della  tradizione sarda.

Ma  non  tutti  sono  a conoscenza  che  esiste  in   Sardegna una bella ed antichissima documentazione di questo  strumento:  si trova nel Museo Nazionale di Cagliari ed è il  noto “Bronzetto itifallico” proveniente da Ittiri. Ritenuto di  fattura  nuragica  (anche  se  molte  riserve  sembrano  possibili)  mostra un suonatore di triplice flauto  che  si distingue,  oltreché  per  lo strumento  musicale,  per  un   vistoso  fallo eretto.

Il bronzetto sembra collocabile fra il VII ed il VI secolo a.C.  è dotato di una fortissima  carica  simbolica che si gioca nel  rapporto  evidentemente  stretto   fra  musica  e  sessualità.   La  musica  produce  eccitazione  e  l’eccitazione  è uno stato di  grazia  che  favorisce la fertilità e la prosperità del gruppo  sociale.  L’immagine potrebbe essere captata da una festa,  forse nei pressi di un pozzo sacro (ma questo non lo sapremo mai).

 Si   racconta  piuttosto che il bronzetto,  ritrovato agli inizi  del secolo nelle campagne di Ittiri, fu nascosto in casa da una  pia donnina e rivestito con  un apposito  slip  prima  dell’arrivo  del   parroco, opportunamente   avvertito:

Caminade a bennere  proitte appo agattadu unu  santuzzu maleducadu/Venite  in  fretta,  ché ho trovato un  santino maleducato”.

 Non è da escludere che il piccolo slip creasse un effetto ancora più  “scandaloso”.

 Così  questo  bellissimo  bronzetto  è prezioso  per diverse ragioni: per l’arte antica,  per  la  storia  della  musica,  per gli squarci sul  rituale  e  la  festa, e anche  per la storiella che abbiamo riportato.

Se pensiamo    all’antico  “libertino”   paganesimo   delle  popolazioni  sarde  e ai mutandoni che fecero  ricoprire  i  personaggi dipinti da Michelangelo nel Giudizio Universale,  ci rendiamo conto che Gramsci non sbagliava scrivendo che  la cultura popolare assume non di rado i valori  e  le  manifestazioni delle classi dominanti.

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(*) Marcello Madau è un archeologo ed è Professore all’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari.

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