zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: gennaio, 2014

Quel pasticciaccio brutto di Via Nazionale

Banca-d’Italia

Per l’ennesima volta zeroconsensus è costretto a scrivere due righe su quello che innumerevoli volte qui ho definto “ricatto bancario”. Mi riferisco alla enorme polemica politica sul decreto appena discusso in Parlamento e che erroneamente è stato definito come l’atto che ha sancito la “privatizzazione di Banca d’Italia”. Anche di questo in passato su questo blog abbiamo parlato, ma provo a procedere con ordine su questa complessa materia per quanto è nelle mie umili capacità.

Sgombriamo subito il campo: il provvedimento non ha privatizzato Banca d’Italia, anzi, ne ha ribadito, ancora una volta, la natura pubblicistica. Del resto era difficile fare diversamente sia per l’enorme portata politica di una privatizzazione della nostra banca centrale, sia perché vi è anche una sentenza della Corte di Cassazione, a sezioni civili riunite, che ne chiarisce la natura pubblicistica.

In realtà il provvedimento ci pone di fronte alla rivalutazione delle quote della banca. Una operazione, va detto, mostruosa nell’entità: da 156 mila euro a 7,5 miliardi di euro. Tale rivalutazione, che all’apparenza può essere considerata quasi innocua, ha in realtà effetti di portata notevole.

In primo luogo i bilanci delle aziende di credito private che ne detengono le quote hanno ovviamente benefici di natura contabile vedendosi rivalutato un loro asset. Bisogna però stare attenti, gli effetti contabili sulle banche proprietarie sono comunque molto minori a quanto si possa pensare; infatti esse già da molti anni valutavano in maniera del tutto arbitraria, le proprie quote, non al valore nominale ma per multipli di esso. Dunque è facile dire che il provvedimento legislativo sia sotto questo aspetto una enorme sanatoria di un comportamento non legittimo posto in essere dalle banche “proprietarie” della Banca d’Italia in sede di redazione del loro bilancio e dunque di valutazione di un proprio asset. E qui è facile trovare il primo colpevole di questa provvedimento, che come vedremo poi, è un vero pasticcio: il primo colpevole è la Banca d’Italia stessa che, ad umilissimo parere dello scrivente, non ha sanzionato l’iper valutazione stessa delle quote di Banca d’Italia iscritto a bilancio nel corso degli anni dalle banche commerciali.

Molti hanno scritto che questo provvedimento aiuterà le banche italiane a superare gli stress test previsti dalla Banca Centrale Europea in funzione dell’entrata in vigore della cosiddetta “unione bancarie”. Non è vero, ormai le iper valutazione di questo asset erano già poste in essere da anni dunque se vi è un miglioramento dei ratios patrimoniali delle banche proprietarie (grazie al provvedimento legislativo ) sarà comunque minimo. A voler essere malignissimi non è da escludere che sia stata proprio la BCE a chiedere una provvedimento legislativo per sanare l’evidente irregolarità, pena la cassazione delle iper valutazioni in sede di stress test europei. Ma questa è una interpretazione veramente maligna, anche se non è da escludere.

Un altro aspetto fondamentale del provvedimento è, a mio avviso, la possibilità da parte della Banca d’Italia di acquistare le quote eccedenti al limite massimo di quote che si potranno possedere nell’azionariato di Banca d’Italia stessa, quota che sono state poste al 3%.  Tali quote, dice la legge (art. 4, comma 6), devono essere acquistate a titolo temporaneo. Dunque Banca d’Italia potrebbe pagare con danaro sonante alle banche private sue “proprietarie” per la quota eccedente il 3%, questo andrebbe a finanziare le banche private. Altro aspetto fondamentale è che l’acquisto sia definito “temporaneo”: infatti non viene quantificata cronologicamente questo periodo “transitorio” . Inutile dire che viviamo nella nazione dove nulla è più definitivo di ciò che è temporaneo.

Andiamo oltre: se con la vecchia norma i dividendi erano quantificati con un massimale pari al 10% del vecchio capitale sociale (dunque pari alla cifra irrisoria di un massimo di 15 mila euro annui) ora il massimale dei profitti che i “proprietari” possono ottenere è pari al 6% del nuovo capitale sociale di 7,5 miliardi (dunque la ragguardevole cifra di 450 milioni di euro).  La differenza non è di poco conto considerato anche che i profitti della Banca d’Italia sono comunque il frutto di un attività assolutamente peculiare concessa dalla Stato e che viene, ovviamente, svolta in regime di monopolio.

Stendo un velo pietoso sul fatto che se i profitti che Banca d’Italia materialmente concederà saranno pari al massimale previsto, in appena 3 anni le banche private si rifaranno della leggera tassazione sulle plusvalenza ottenuta. Un affare favoloso.

Ultimo aspetto, potranno entrare nel capitale della banca centrale anche banche private straniere (se trasferiranno la sede legale in Italia). Siccome a questo mondo niente è definitivo compreso l’Euro, non vorrei che un giorno la Banca d’Italia, che è chiamata a difendere il potere d’acquisto della moneta usata dagli italiani, versasse – magari – un succulento dividendo proprio alle banche straniere che potrebbero speculare sulla moneta che emette. Sarebbe l’ultimo assurdo paradosso di un incredibile pasticciaccio all’italiana.

Lotka-Volterra: la misteriosa versione di Paul

paul-samuelson

In più di una circostanza zeroconsensus ha proposto articoli che proponevano una visione poco esplorata per comprendere l’attuale fase economica e il funzionamento in generale del sistema capitalista: l’analisi dei cicli economici di lungo periodo utilizzando l’equazione di Lotka-Volterra (modello preda-predatore).

Oltre a Richard Goodwin anche un altro straordinario economista, Paul Samuelson, ha intrapreso questo affascinante viaggio intellettuale che possiamo anche definire come una esplorazione alla scoperta delle “leggi di conservazione” ovvero un viaggio intellettuale che concepisce i fenomeni economici come soggetti a leggi naturali e la cui scoperta permette la previsione nei limiti della complessità. Un viaggio intellettuale che a mio umilissimo parere trae origine dal pensiero positivista e nel quale in tanti si sono cimentati, da Smith a David Ricardo a Marx fino ad arrivare Goodwin e a Samuelson.

Nella visione di Samuelson l’utilizzo dell’equazione di Lotka-Volterra presuppone la variazione/variabilità dei rendimenti. Questi sono spinti verso l’alto dalle economie di scala (prima legge di conservazione?) e sono spinti verso il basso data dall’esistenza di un limite fisico (seconda legge di conservazione?).  A mio umile modo di vedere, se si estremizzano al massimo i due postulati previsti nel suo modello da Samuelson si possono già trarre due conclusioni non banali:

1) Samuelson vede una tendenza delle imprese capitaliste a “concentrarsi” alla continua ricerca di economie di scale capaci di far crescere i rendimenti: è banale sottolineare che la “naturale” tendenza alla concentrazione comporta una tendenza all’oligopolio. Inutile dire che ciò va a cozzare con il dogma un po’ ingenuo dei “libero mercatisti”, ovvero la concorrenza selvaggia tra imprese e l’impossibilità di influenzare il prezzo sia dal lato dell’offerta che dal lato della domanda.

2) Samuelson pone come un limite fisico al rendimento. Questo postulato di Samuelson ha come è facilmente intuibile una serie di implicazioni non banali perché come è ovvio fa di fatto propria una delle più celebri “leggi di conservazione” del capitalismo: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Non è chiaro, a mio avviso, quale sia l’idea di fondo dell’economista. Forse Samuelson fa discendere questa legge da un limite dato dalla scarsità delle risorse dell’ “economia mondo” vista come un sistema chiuso come in effetti è. Oppure ancora, il limite fisico del rendimento dobbiamo vederlo come un effetto ineludibile dell’accumulazione capitalistica vista come sommatoria nel tempo dei rendimenti? O forse ancora possiamo vederla come un mix dei due elementi? Non è dato sapere, per quanto ne so, visto che nel suo “Universal cycle?” non chiarisce, limitandosi ad un analisi quantitativa del modello.

Se ci concentriamo un po’ sull’analitico vediamo che il sistema proposto da Samuelson è molto simile al modello base di Lotka-Volterra. L’unica differenza è data dall’inserimento di due funzioni concave R1(x) e R2(y) (lo dico ad uso e consumo di eventuali ingegneri elettronici liberisti di passaggio su questa pagina).

Le due funzioni concave inserite da Samuelson nel modello di Lotka-Volterra vanno a rappresentare le due “leggi di conservazione” postulate dall’autore: le economie di scala che tendono a far crescere i rendimenti e il limite fisico dei rendimenti che tende a spingere verso il basso i rendimenti stessi.

Analizzando il sistema si ottiene un andamento ciclico qualunque siano le condizioni iniziali e fatta eccezione per il punto di equilibrio.

Possiamo dunque dire che se si considerano le due “leggi di conservazione” date dal limite fisico dei rendimenti e dalla tendenza alle “economie di scala” l’andamento del ciclo economico sarà costante sia nell’ampiezza delle fluttuazioni sia nel periodo di tempo.

(*) P.A. Samuelson, A Universal Cycle?, The Collected Scientific Papers III Cambridge , MIT Press, 1972

La Cina legalizza il sistema bancario ombra?

 

yuan

di Shannon Tiezzi

Il Financial Times riporta che il governo cinese si sta muovendo per regolamentare il settore bancario ombra e contemporaneamente legittimare ufficialmente questo comparto che è una fonte alternativa di finanziamento .La fonte del Financial Times sono alcuni progetti di legge presentati  al Consiglio di Stato cinese e di cui è venuto in possesso. Secondo il giornale finanziario tali proposte prevedono una crescente regolamentazione del settore, ma contemporaneamente ne viene riconosciuto il  ruolo fondamentale che gioca nella economia della Cina. Il giornale cita il documento: “L’emergere di un sistema finanziario ombra è il risultato inevitabile dello sviluppo finanziario e dell’innovazione . Come complemento al sistema bancario tradizionale , le banche ombra giocano un ruolo positivo nel servire l’economia reale e arricchiscono di nuovi canali di investimento i cittadini comuni ” .

Il documento del Consiglio di Stato tenta inoltre di definire il ” sistema bancario ombra “, un termine che può riferirsi sia a pratiche illegali delle banche non ufficiali come anche le pratiche più standardizzati (ma non ufficialmente riconosciute) come l’emissione di obbligazioni societari, “Trust financing” e prestiti extracontabili  da banche statali . Secondo Bloomberg , JP Morgan Chase ha stimato il valore totale delle attività bancarie ombra in  6.000 miliardi dollari nel 2013. La locuzione “Prestiti Ombra”  allude alle modalità attraverso le qual le banche cinesi aggirano le restrizioni sui prestiti, che è esattamente quello che è successo quest’anno quando il governo centrale ha cercato di restringere sia il debito degli enti locali, sia la  sovraccapacità industriale. Il sistema bancario ombra permette di attingere a fonti di finanziamento alternative, ma va detto che tali prestiti sono generalmente più costosi da rimborsare, ciò naturalmente aumenta il rischio di default delle entità finanziate.

Questa situazione è particolarmente preoccupante quando sono coinvolti gli enti governativi. I dati pubblicati recentemente dal National Audit Office cinese hanno chiarito che le banche ombra giocano un ruolo importante sul finanziamento del debito pubblico, in particolare in merito al finanziamento dei governi locali . Al 30 Giugno 2013 i prestiti bancari ufficiali rappresentavano solo il 57% delle passività dei governi locali, in contrazione dal 79% dalla fine del 2010 (questa era l’ultima volta in cui i dati erano stati messi  a disposizione). Detto questo, non è sorprendente che il governo si sta muovendo per regolamentare il settore bancario ombra che fino ad ora, ha fornito un modo relativamente facile per i governi locale di  bypassare le restrizioni sul loro debito.

Il Consiglio di Stato è consapevole che il sistema bancario ombra non può essere abrogato per via legislativo. In considerazione di ciò, il sistema potrebbe potenzialmente minacciare le politiche di riforma , fornendo un modo semplice per aggirare le restrizioni sui prestiti che sono progettati per “distruggere” l’eccesso di capacità industriale e frenare il debito . Come risultato, il documento vuole arrivare ad ottenere una supervisione e regolamentazione di questo comparto. Il documento del Consiglio di Stato dunque richiede un attento monitoraggio dei programmi di prestito non ufficiali, in particolare quelli che coinvolgono società fiduciarie e di “wealth management”. Le  società fiduciarie (ma anche le banche ufficiali) vendono prodotti di investimento ad alto rendimento per i risparmiatori e di conseguenza utilizzano spesso il ricavato per fare prestiti . Reuters riferisce che il Consiglio di Stato intende fermare la seconda metà di questa attività delle società fiduciarie facendole astenere dal partecipare al business della concessione di credito.

La monovra è accompagnato anche dall’annuncio che il governo cinese consentirà alle amministrazioni locali di rinnovare (roll – over) il loro debito con l’emissione di nuove obbligazioni. Tale mossa faciliterà il controllo sul settore bancario ombra e consentirà di limitare  la speculazione. Inoltre il governo centrale consentendo un metodo ufficialmente regolamentato, per i governi locali, di evitare il default potrebbe eliminare uno degli utilizzi più pericolosi del sistema bancario ombra .

L’obbiettivo del Consiglio di Stato non è una soluzione completa al problema, ma segna un passo importante verso la sua risoluzione. In primo luogo si garantisce che il sistema bancario ombra continuerà ad esistere – il governo ha continuato a definire questo settore come  “inevitabile”.  In secondo luogo, va detto che il governo centrale sembra deciso a prendere il controllo sul comparto ombra chiarendo le responsabilità di regolamentazione e istituendo un quadro normativo “positivo” con un numero crescente di nuovi regolamenti. Ad oggi, regolamenti specifici non sono stati ancora rilasciati, ma il governo ha chiesto ai regolatori di affrontare i diversi aspetti della shadowing bancario in futuro. China Business News ha  salutato il documento come una sorta di “legge fondamentale” per il sistema bancario ombra  e ha detto che esso “indica chiaramente la direzione del prossimo passo per rafforzare la vigilanza del sistema bancario ombra”.

Come con la maggior parte delle riforme economiche della Cina , il trucco sarà sia nella definizione che nell’attuazione delle nuove politiche. La precedente normativa rivolta al “settore ombra” erano spesso ostacolati dalle organizzazioni stesse che dovrebbero occuparsi dell’attuazione dei regolamenti . I funzionari cinesi hanno detto al Wall Street Journal che le norme precedenti sono state ritardate dalla China Banking Regulatory Commission a causa dei conflitti tra le banche e altri gruppi di interesse di natura finanziaria.

Comunque può essere vista in maniera sorprendentemente positiva la decisione del Consiglio di Stato sul settore ombra nel suo complesso e dovrebbe eliminare i peggiori timori delle aziende coinvolte nel settore. E ‘ evidente che il governo non vuole eliminarlo – I leader politici vogliono semplicemente controllare i rischi prima che si inneschi una spirale negativa fuori controllo. Si può dire che è un modo per la Cina di tenere la presa sul settore finanziario, evitando però di chiudere  una fonte importante di finanziamento alternativo. Possiamo dire che il governo ha intenzione, in questo 2014, di mettere nella rete l’ombra del sistema bancario, quindi vale la pena tenere d’ occhio la situazione per assicurarsi che questa non sfugga dalle sue maglie.

Fonte: thediplomat.com

Riabilitiamo la teoria del valore

capitalismo

Di Augusto Graziani (*)

Non poco dell’insegnamento economico di Marx è stato assorbito silenziosamente da economisti di tradizione estranea al marxismo. Non è difficile scoprire, all’interno della tradizione economica borghese, l’esistenza di una vasta corrente sotterranea di origine marxiana, a volte sepolta nel profondo, a volte affiorante in superficie, comunque sempre presente e vitale.

 L’analisi di Marx, per chi volesse utilizzare un termine moderno, può dirsi impostata in termini macroscopici. La definizione marxiana del capitalismo come sistema basato sulla separazione fra lavoro e mezzi di produzione, e sulla conseguente contrapposizione tra una classe di capitalisti proprietari e una classe di lavoratori nullatenenti, è espressa direttamente in termini di struttura sociale. Questa definizione del capitalismo, come sistema costituito da classi in conflitto, è quasi superfluo ricordarlo, viene fermamente respinta dalla teoria economica borghese, la quale resta saldamente affezionata all’idea del mercato come libera palestra di contrattazione, nella quale i singoli affermano le proprie preferenze e difendono i propri interessi.

L’imposizione individualistica, com’è noto, prende come punto di partenza l’agire del singolo individuo e, dall’analisi del comportamento del singolo, desume l’assetto globale del sistema economico. A questa procedura, Marx, con la sua impostazione macroeconomica, contrappone una procedura inversa, di contenuto storico e concreto. Ridotta all’essenziale, la sua logica può essere espressa così: poiché l’esperienza storica mostra che un sistema sociale quale il capitalismo, basato sulla separazione tra lavoro e mezzi di produzione, si è affermato e perdura, ciò significa che i soggetti che lo compongono si comportano in modo da garantire la sopravvivenza. Compito dell’analisi economica è proprio quello di scoprire tali regole di sopravvivenza. Per spingersi nel profondo, occorre scoprire le vere condizioni di equilibrio del sistema economico, che sono le condizioni della sua riproduzione. Questo è il compito che Marx assegna alla scienza economica. Per un economista, questa regola di metodo significa riconoscere priorità e autonomia all’analisi macroeconomica, lasciando all’analisi microeconomica (e cioè allo studio del comportamento individuale) il carattere di residuo derivato.

L’analisi di classe della società capitalistica conduce immediatamente Marx a una descrizione del processo economico inteso come circuito monetario. I lavoratori, privi per definizione di mezzi di produzione, non possono avviare alcuna attività produttiva. Le imprese, a loro volta, possono farlo soltanto dopo aver acquistato forza-lavoro. Il processo economico si mette dunque in moto soltanto nel momento in cui le imprese, ottenuto un finanziamento monetario dal settore delle banche, acquistano forza-lavoro e realizzano il processo produttivo. Lo stesso processo si conclude allorché le imprese, avendo vendute le merci prodotte, rientrano in possesso della moneta erogata e rimborsano alle banche il credito inizialmente ricevuto.

 L’idea del processo economico come circuito monetario, più volte scoperta e più volte dimenticata, è alla base di numerose acquisizioni teoriche. Ne citeremo soltanto tre. Nell’analisi del processo economico come circuito monetario, la moneta compare come credito iniziale concesso alle imprese per l’erogazione dei salari e l’acquisto di forza-lavoro. Allorché la moneta entra nel circuito, essa rappresenta quindi il capitale investito dall’imprenditore e impegnato nel processo produttivo a scopo di profitto. La moneta non è quindi, così come vorrebbe la teoria individualistica, un semplice intermediario dello scambio, introdotto a guisa di perfezionamento tecnico allo scopo di superare gli inconvenienti del baratto. Nell’assetto capitalistico, la moneta è il capitale iniziale di cui si avvale l’imprenditore per l’acquisto di forza lavoro. La circolazione monetaria, quindi, non svolge unicamente la funzione di consentire più agili rapporti commerciali, ma anche quella assai più rilevante di mettere in rapporto la classe dei capitalisti con quella dei lavoratori.

È sempre la definizione del processo economico come circuito monetario che consente di analizzare il fenomeno della crisi. Tale fenomeno si presenta come un arresto del circuito. Nulla garantisce infatti che, nel corso del processo economico, i redditi monetari percepiti vengano spesi per intero. Fintantoché ciò avviene, la continuità del processo economico è assicurata. Ma se, per ragioni connesse alle prospettive più o meno pessimistiche degli imprenditori o degli speculatori, risulta conveniente trattenere ricchezza in forma liquida, il circuito si arresta e subentra la fase di crisi.

 A sua volta, il problema della crisi è strettamente legato a quello della disoccupazione e del funzionamento del mercato del lavoro. Nell’immediato, la crisi si manifesta attraverso la presenza di merci prodotte e non vendute; ma, se la crisi si protrae, il volume di produzione finisce con l’adattarsi al livello della domanda e il fenomeno delle merci non vendute scompare. A questo punto, la crisi si manifesta soltanto nel mercato del lavoro, sotto la forma di disoccupazione. Secondo la teoria tradizionale, anche in questo mercato, grazie al gioco della domanda e dell’offerta, si dovrebbe giungere prima o poi a un assetto di equilibrio. La teoria del processo economico come circuito monetario aiuta a comprendere perché invece ciò non accada, e come la disoccupazione scompaia soltanto quando gli imprenditori, in base alle loro previsioni e secondo strategie proprie, decidono di porvi fine, rimettendo in moto il processo produttivo.

Da questa analisi della disoccupazione discende infine un ultimo insegnamento, anche questo più o meno tacitamente assorbito da vasti settori dell’economia non marxiana. È noto che, secondo la teoria tradizionale della domanda e dell’offerta, il lavoratore per il fatto stesso di possedere una capacità lavorativa e di poter offrire il proprio lavoro, sarebbe titolare di una ricchezza immediatamente convertibile in altri beni. La teoria del processo economico come circuito insegna invece che l’offerta di lavoro in sé non conferisce al lavoratore alcun comando diretto sui beni, se non dopo che il lavoro sia stato convertito in moneta, il che avviene soltanto nei limiti in cui gli imprenditori-capitalisti in base a propri calcoli personali, decidono che ciò debba avvenire. Il lavoro in sé non è quindi ricchezza; lo diventa subordinatamente a una decisione dell’imprenditore. Il capitalista, nel mettere in moto il circuito monetario, è spinto dall’intento di conseguire un profitto o, nella terminologia marxiana, di accrescere il valore del capitale investito.

 Sul problema del valore e della sua misurazione, lo scontro fra teoria marxiana e teoria borghese é stato il più lungo e accanito. È opinione comune, condivisa al giorno d’oggi sia a destra sia a sinistra, che su questo terreno Marx sia rimasto soccombente. Senza pronunciarsi su questo verdetto, cerchiamo di individuare gli insegnamenti che anche per questo aspetto la teoria marxiana è in grado di dare. Nell’affrontare il tema del valore, il primo punto da stabilire è che l’intero problema va studiato nell’ottica che abbiamo detto macroeconomica: non già quindi dal punto di vista del capitalista singolo, in lotta con i suoi concorrenti, bensì nella prospettiva generale che contrappone l’intera classe dei capitalisti a quella dei lavoratori. In questa ottica, di classe, valorizzazione significa non già produzione di profitto individuale per il singolo capitalista, e tanto meno creazione di valore per la collettività, bensì accrescimento di ricchezza per la classe dei capitalisti.

Se ci poniamo in questa prospettiva, emerge un primo risultato significativo: nessuno scambio che rimanga puramente all’interno del sistema delle imprese può contribuire alla valorizzazione del capitale investito; infatti, ogni vantaggio che un singolo capitalista dovesse eventualmente trarre dallo scambio con altri capitalisti sarebbe compensato da una perdita identica a carico della sua controparte, e le sue partite si annullerebbero a vicenda. La trasmissione di materie prime, di macchinari, o di beni intermedi da un capitalista all’altro, non può quindi produrre alcun valore aggiuntivo per la classe dei capitalisti nel suo insieme. I beni strumentali possono tutt’al più trasmettere immutato il proprio valore, passando da un capitalista all’altro (di qui la denominazione di capitale costante che Marx assegna ai mezzi di produzione materiali). La valorizzazione del capitale, per i capitalisti come classe, può derivare unicamente da scambi che i capitalisti effettuino al di fuori della propria classe, e quindi nell’unico scambio esterno possibile, che consiste nell’acquisto di forza-lavoro. Soltanto nella misura in cui i capitalisti utilizzano lavoro e si appropriano di una parte del prodotto ottenuto, essi possono realizzare un sovrappiù e convertirlo in profitto ( di qui l’insistenza di Marx sul fatto che sovrappiù  e profitto nascono esclusivamente nella fase della produzione).

Giungiamo così ad una ulteriore conclusione, frutto anch’essa dell’impostazione stessa del ragionamento: che il profitto dei capitalisti come classe nasce unicamente dal rapporto che si instaura fra capitalisti e lavoratori e che di conseguenza esso può nascere soltanto dalla differenza fra quantità di lavoro totale impiegato e quantità di lavoro che torna al lavoratore sotto forma di salario reale.

Resta un punto da esaminare. Se, come abbiamo visto, soltanto l’impiego di lavoro produce una valorizzazione del capitale investito, sembrerebbe potersene dedurre che soltanto il lavoro attribuisca valore alle merci e che di conseguenza le merci debbano anche scambiarsi sul mercato secondo prezzi relativi proporzionali al lavoro contenuto in ciascuna di esse. Questa è la versione volgare della teoria del valore-lavoro, versione che peraltro lo stesso Marx non ha mai sostenuto, e che si può dire sia servita principalmente agli avversari della dottrina marxiana come pretesto per confutarne la fondatezza. Marx non sostenne mai che le merci si dovessero scambiare secondo il valore contenuto in ciascuna di esse, per il semplice fatto che questa proposizione non discende in alcun modo dalle premesse del suo ragionamento. Abbiamo detto che il problema della valorizzazione investe la classe dei capitalisti nei suoi rapporti con i lavoratori; lo scambio di merci, in quanto fenomeno interno alla classe dei capitalisti, costituisce invece un problema del tutto diverso. Plusvalore e profitto possono trarre origine soltanto da un rapporto fra le due classi; ma lo scambio di merci e tutt’altra cosa, in quanto fenomeno interno alla classe dei capitalisti. I prezzi relativi delle merci si formano infatti negli scambi fra capitalisti, sotto il dominio della regola della concorrenza, fenomeno questo che riguarda esclusivamente i capitalisti nei loro rapporti reciproci.

In questo campo, valgono le regole dell’equilibrio concorrenziale (mille volte esposto in forma analitica’, dall’equilibrio generale di Walras alla teoria dei prezzi di Sraffa), regole che spiegano appunto la determinazione dei prezzi relativi nello scambio fra merci. Tale scambio non dà luogo a rapporti fra classi e non configura alcun fenomeno di valorizzazione. È quindi erroneo affermare, come peraltro sovente viene fatto, che nella spiegazione dei prezzi, la teoria marxiana del valore fallisca. Si tratta infatti di un fenomeno nel quale, non essendovi un problema di valorizzazione da analizzare, la teoria marxiana del valore non entra in modo diretto. La teoria del valore spiega che il plusvalore ottenuto dall’utilizzazione della forza- lavoro è l’unica ricchezza che i capitalisti nel loro complesso possano spartirsi e convertire in profitto; per cui, nel suo complesso, l’elemento di profitto contenuto nei prezzi di mercato discende dal modo in cui si è realizzato il rapporto tra classi. Ma, al di là di questo collegamento, resta il fatto che analisi dei rapporti tra classi, o analisi sociale macroeconomica da un lato, e analisi dei rapporti interni a una singola classe, o analisi microeconomica concorrenziale dall’altro, sono fenomeni diversi, che rispondono necessariamente a logiche distinte.

(*) Augusto Graziani, Riabilitiamo la teoria del valore (da I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, pp. 235-240).

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