zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: febbraio, 2014

Il fantasma del Lebensraum tedesco

 

spazio

Data la mancanza di spina dorsale e l’ossequienza al secessionismo della “sinistra” in Europa, chi resiste all’espansionismo tedesco in Europa orientale, nei Balcani e, forse, in Russia, in Ucraina e sul Mar Nero non può razionalmente nutrire alcuna speranza nella socialdemocrazia europea, che ad ogni modo, dopo il disastro delle elezioni francesi del marzo 1993 e la farsa italiana partiti-parlamento, è in uno stato di crisi quasi terminale. Quando parliamo del “sogno tedesc…o” non pensiamo, naturalmente, a cose moralmente buone o neutre, tipo i sogni individuali del singolo tedesco per se stesso, la propria famiglia, i vicini e gli amici. Pensiamo alla direzione verso cui l’economia politica della Germania sta trascinando la gran maggioranza dei cittadini tedeschi di tutte le classi. Niente di quanto è accaduto dopo la fine della Seconda guerra mondiale ha portato la Germania fuori dall’”ecosistema” capitalista-colonialista. È logico che il “sogno tedesco” sia un’Europa guidata dalla Germania che europeizzi una volta ancora la Russia. È un nuovo sogno del vecchio Drang nach Osten.

Hosea Jaffe – “La Germania. Verso un nuovo disordine mondiale?”, Jaca Book, 1994

L’Ucraina secondo Brzezinski

scacchi

«L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere eurasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli stati islamici loro amici nel sud […] Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa.»

 

Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, 1997

I comunisti sopravviveranno alle elezioni sarde?

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E dunque la coalizione di centro-sinistra guidata dal professor Pigliaru ha vinto le elezioni regionali sarde. Senza dubbio un buon risultato considerato che non era per nulla scontato. La coalizione ha avuto due grandi avversari: se stessa e la crisi economica.

Se stessa perché la candidatura del Professor Pigliaru non è emersa dal naturale dibattito interno ai partiti ma da un drammatico scontro, tutto interno al Partito Democratico, che ha visto soccombente la parlamentare europea Barracciu vincitrice delle primarie per la candidatura alla Presidenza. L’altro grande avversario è stata la crisi economica che poteva spingere verso l’astensionismo parte dell’elettorato tendenzialmente di centro-sinistra.

Nonostante questi problemi è andata bene. Il centro-sinistra ha vinto e Cappellacci è stato mandato a casa. Questo è ciò che appare a prima vista, ma a voler andare un po’ più in profondità i motivi di preoccupazione non mancano.

Innanzitutto si è votato con una legge elettorale scellerata che io non esito a definire “orbacellum” (l’orbace è la tipica stoffa usata dei pastori sardi, ma ahimè anche la stoffa delle divise usate dalle “camice nere” fasciste). Come potrebbe altrimenti essere definita una legge, che da un lato non da manco il diritto di tribuna ad una coalizione (quella di Michela Murgia) che ha ottenuto circa il 10% dei consensi a causa di una soglia di sbarramento che non ha eguali al mondo e pari al 10%? Dall’altro lato siamo di fronte ad una legge elettorale che ripartisce i seggi – dal punto di vista territoriale – in maniera scellerata ledendo in maniera pesantissima il principio di eguaglianza del voto: ci vuole poco a capire che il voto nella circoscrizione di Sassari “pesava” almeno il doppio rispetto al voto nella circoscrizione Olbia-Tempio. Una vera follia, e non ci vuole chissà quale grande giurista per capire che sia in merito alla soglia di sbarramento al 10% e sia sulla ripartizione circoscrizionale dei seggi grandineranno ricorsi al TAR di Cagliari. Ricorsi che – almeno il buon senso così lascia intendere – hanno buone probabilità di essere accolti (magari attraverso l’interpello di quello Corte Costituzionale che ha arrostito il “porcellum” elettorale romano).

Dall’altro lato non si può non tener conto del fenomeno veramente allarmante dell’astensionismo. Sostanzialmente il 50% dell’elettorato era talmente disilluso e scoraggiato da aver disertato le urne. E’ facile intuire che questo fenomeno è ascrivibile come forma infantile di protesta. Ma sempre di protesta si tratta, sebbene infantile. E come tale va tenuta in considerazione.

Quello che si può dire è che se si fa il combinato disposto di questi motivi di preoccupazione (legge elettorale e forte astensionismo) ciò che ne viene fuori è che la classe dirigente uscita vincitrice delle elezioni sia percepita – non senza ragione – come classe dominante. Così diceva Antonio Gramsci: la classe dirigente priva di consenso è classe dominante. E senza l’ombra del minimo dubbio – se consideriamo l’astensione al 50% e la quota di sbarramento al 10% che ha ghigliottinato la coalizione di Michela Murgia e quella di Pili che ha preso anche essa un ragguardevole 5% dei suffragi – siamo di fronte ad una classe dirigente vincitrice della tornata elettorale che può essere definita come una “minoranza organizzata” e anche numericamente non troppo significativa.  Vista poi dal punto di vista di cittadino gallurese si potrebbe addirittura dire che le elezioni hanno rappresentato la presa del potere dei palazzi cagliaritani da parte del centro-sinistra sassarese!

In questa situazione piuttosto ingarbugliata una parola in più merita la lista unitaria comunista (zeroconsensus per rispetto ai suoi pochi lettori non ha mai nascosto dove batteva il suo cuore). Apparentemente le cose sembrerebbe che siano andate molto bene visto che sono stati eletti ben due consiglieri regionali. Ma un marxista nella sua analisi deve confrontarsi con la dura realtà dei numeri. E dunque le cose cambiano. Alle precedenti elezioni del 2009 il solo PdCI prese il 2,02% dei suffragi (13.299 voti), Rifondazione Comunista prese il 3,13% (20.638 voti). In questa tornata la lista unitaria ha raccolto il 2,03% dei consensi (13.892 voti). E’ evidente come dal punto di vista del consenso reale si sia di fronte ad una vera débâcle in parte – certo – causata dall’astensionismo ma in parte causata, non vi è dubbio, dallo spostamento di voti verso altri soggetti/coalizioni.  Non pare azzardato dire – tra l’altro – che a coalizione perdente o con una legge elettorale un poco più democratica probabilmente non sarebbe stato eletto neanche un comunista.

Come si può uscire da questa crisi di rappresentanza nella Sardegna reale (solo mascherata dalla iper rappresentatività dovuta ad una legge ingiusta)? A mio umile parere l’unico modo per uscire vincenti da questa sfida è quella di dare voce a chi la voce è stata tolta. Dunque dare voce da un lato a quei territori scippati della rappresentanza e dall’altro lato dando voce a chi a causa di uno sbarramento ignobile è stata tolta la voce. Ovviamente non mi riferisco alla coalizione di Mauro Pili con la quale abbiamo poco e nulla con cui spartire, ma molto con cui spartire abbiamo con la coalizione “Sardegna Possibile” di Michela Murgia. Penso alla comunanza di vedute sui beni comuni e sull’acqua pubblica, ma anche alla comune sensibilità sui temi relativi ai beni culturali e alla tutela del paesaggio. Mi viene da pensare – per esempio – ad una possibile battaglia comune di bandiera, altamente simbolica, sul folle “spacchettamento” dei Giganti di Monti Prama decisa dalla Giunta Cappellacci. Una decisone folle, giusto per rendere l’idea è come se in Calabria avessero deciso di dividere i Bronzi di Riace (immaginatevi di vederli uno a Reggio Calabria e uno a Cosenza!).

Solo una azione politica incentrata sulla difesa dei valori e degli ideali (certo, con la responsabilità discendente dal fatto di essere forza di maggioranza) può risolvere la crisi di rappresentanza dei comunisti (rappresentanza nella Sardegna reale!). Al contrario penso che i comunisti saranno spazzati via alla prima occasione se la loro azione politica sarà incentrata sulle pratiche partitocratiche legate alla spartizione di poltrone negli assessorati e nelle pletora di enti regionali di sottogoverno. In questo caso quello che si prospetta ce lo saremmo meritati.

Il Mercato secondo Eduardo Galeano

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Ma il vero autore del panico planetario si chiama Mercato. Questo signore non ha nulla a che vedere con l’indimenticabile luogo del quartiere dove si va in cerca di frutta e verdura. E’ un onnipotente terrorista senza volto, che sta in ogni… luogo, come Dio, e crede di essere, come Dio, eterno. I suoi numerosi interpreti annunciano: “Il Mercato è nervoso”, e avvertono: “Non bisogna irritarlo”. Il suo frondoso manuale criminale lo rende temibile. Ha trascorso la vita rubando il cibo, assassinando lavori, sequestrando paesi e fabbricando guerre. Per vendere le sue guerre, il Mercato semina paura. E la paura crea il clima. La televisione si occupa del fatto che le torri di New York tornino a crollare ogni giorno. Cos’è rimasto del panico all’antrace? Non solo un’indagine ufficiale, che poco o nulla ha accertato su quelle lettere mortali: è rimasto anche uno spettacolare aumento del bilancio militare degli Stati uniti. E i milioni che quel paese destina all’industria della morte non sono una caruncola di tacchino. Appena un mese e mezzo di queste spese basterebbe a cancellare la miseria dal mondo, se non mentono le cifrette delle Nazioni unite. Ogni volta che il Mercato invia un ordine, la luce rossa dell’allarme lampeggia nel “pericolosometro”, la macchina che converte tutti i sospetti in evidenza. Le guerre preventive uccidono in base ai dubbi, non alle prove.

Eduardo Galeano, Manicomio (tratto dal settimanale uruguayano Brecha di Eduardo Galeano da carta 14 dicembre 2002)

Stalingrado: la chiave del secolo

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Propongo in ricorrenza della conclusione della battaglia di Stalingrado (2 Febbraio 1943) un bellissimo articolo di Luigi Pintor pubblicato su Il Manifesto del 10 Dicembre 1999.

di Luigi Pintor

Ho visto recentemente in televisione un documentario sull’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e sulla tragedia del corpo di spedizione italiano sul Don. Belle testimonianze di sopravvissuti, immagine epiche e dolorose. Penso che bisognerebbe raccogliere e proiettare tutto il materiale relativo alla guerra sul fronte orientale, compresi i film di propaganda: lì è andato in scena il più grande spettacolo del mondo e lì sta la chiave della storia del nostro secolo.

Ho pensato, guardando le immagini sconnesse di quel documentario e ascoltando il commento parlato, che soltanto chi ha più di settant’anni conserva una memoria diretta di quel tempo. E’ un’avventura ma un grande privilegio. Tutto quello che io so, per poco che sia, l’ho imparato in quei due o tre anni. E la menzogna in cui oggi siamo immersi e in cui vivono le giovani generazioni suona alle mie orecchie come un insulto a cui è vano opporre la memoria individuale.

Tutto era perduto in quei giorni ed anni, le democrazie europee erano crollate sul campo come carta pesta, le armate corazzate del terzo Reich e le croci uncinate dilagavano sul continente e oltre senza colpo ferire, il fascismo e il terrore non conoscevano più ostacoli.

Meno uno, il solo al di qua dell’Atlantico e dei mari del nord e del sud: uno strano paese che aveva fatto una sua rivoluzione solitaria, che oggi è piombato nella corruzione e nella decadenza ed è in guerra con se stesso, ma allora si alzò in piedi come un gigante che spezza ogni catena. Dirà qualche anno più tardi nell’aula del parlamento italiano un esponente del governo di allora: di certo Stalin è stato un uomo su cui Dio ha impresso la sua impronta.

Metafisica a parte, come saranno usciti dalle acciaierie oltre gli Urali quei cannoni e quei carri pesanti capaci di respingere e di frantumare la macchina da guerra tedesca? Come avranno fatto quei contadini ucraini, quegli operai leningradesi, quegli uomini di marmo di ogni provincia, quei giovani tartari, uzbeki, mongoli, ceceni, a formare un solo grande esercito per salvare la propria terra e la nostra? Come ha potuto quella guerra patriottica, senza i Kutuzov e i Tuchacevsky, saldarsi con l’antifascismo mondiale e l’ideale di libertà di ogni popolo? Come fu possibile trarre questa forza da molte privazioni e sofferenze sotto un regime rozzo e sprezzato dai posteri?

C’era qualcuno, forse, che aveva visto più lontano degli altri. Il comunismo ci ha rimesso ma noi no e forse dovremmo ringraziare. Prima ringraziare e poi revisionare e anche ribaltare la storia: tanto è lontana mille anni e nessuno può eccepire. Vicino a Mosca commemorano ogni tanto una battaglia dell’età napoleonica mimandola sul terreno, e c’è anche un museo scenografico che la fa rivivere agli spettatori come ne fossero i protagonisti. Ma sulle sponde del placido Don non c’è, che io sappia, nessuna Disneyland che onori la più grande vittoria militare del ventesimo secolo.

La Banca d’Italia e il triste caso MPS

MPS

Senza dubbio la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia detenute per la maggior parte da istituti di credito è da considerare come un regalo per questi ultimi. Un regalo, senza dubbio criticabile sia dal punto di vista politico che dal punto di vista etico. Vi è però un caso particolare: il disastrato Monte dei Paschi di Siena. Senza dubbio i vertici di questa banca non hanno brindato all’importante successo lobbistico dei banchieri ottenuto in Parlamento. Infatti nel bilancio 2011 le quote di pertinenza sono state valutate 794.969.000 euro, nel bilancio del 2012 invece 432.048.000 euro. Sfortunatamente con il provvedimento parlamentare la valutazione corrisponde alla cifra di 187.500.000. In definitiva, nel prossimo bilancio dovranno procedere non ad una rivalutazione delle proprie quote ma ad una svalutazione. La minusvalenza per banca MPS sarà pari a 244.548.000 euro. Non esattamente bruscolini.

Su questo triste risvolto le domande da porsi sarebbero almeno due. Sinteticamente:

1) Come è possibile che gli organi preposti alla vigilanza abbiano permesso al MPS di iscrivere a bilancio con una valutazione nel 2011 quasi quattro volte (doppia nel 2012, all’incirca) a quella derivata dal generoso provvedimento approvato in Parlamento?

2) Quali sono le reali condizioni patrimoniali della Banca, considerato che anche un regalo porta all’iscrizione di minusvalenze a bilancio?