zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: aprile, 2014

Capitale e Thanatos

thanatos

 

di MecKenzie Wark

Non so perché continuiamo a chiamarlo capitalismo.

È come se ci trovassimo di fronte a una sorta di fallimento o di blocco della funzione poetica del pensiero critico. Anche i suoi adepti non hanno problemi a non chiamarlo più capitalismo. I suoi critici, invece, sembrano essersi ridotti ad aggiungere degli aggettivi: postfordista, neoliberale, oppure il quanto mai ottimista e seducente “tardo” capitalismo. Un termine agrodolce, dal momento che il capitalismo sembra destinato a seppellirci tutti.

Mi sono svegliato da un sogno con in testa l’idea che avrebbe più senso chiamare il capitalismo “tanaticismo” – da Thanatos, figlio di Nyx (notte) e Erbos (oscurità), gemello di Hypnos (sonno), come Omero ed Esiodo sembrano più o meno concordare. Ho provato con “tanatismo” su twitter, e Jennifer Mills mi ha risposto: “Sì, ma penso che siamo di fronte a qualcosa di più entusiasticamente suicida. Tanaticismo?”.

Questa parola mi sembra pertinente. Tanaticismo, come fanati[ci]smo: una gioiosa ed entusiasta voglia di morire. L’assonanza con “thatcherismo” è di aiuto. Tanaticismo: un ordine sociale che subordina la produzione di valori d’uso ai valori di scambio, a tal punto che la produzione di valori di scambio minaccia di estinguere le condizioni di esistenza dei valori d’uso. Come definizione approssimativa potrebbe funzionare.

Bill McKibben ha suggerito che gli esperti di clima dovrebbero andare in sciopero. Il Comitato Intergovernativo sul Cambiamento Climatico ha fatto recentemente uscire il suo report per il 2013. Il documento più o meno ricalca quello del 2012, ma con maggiori prove, maggiori dettagli e con peggiori previsioni. Tuttavia non sembra accadere nulla che possa fermare il tanaticismo. Perché fare uscire un altro report? Non è la scienza che ha fallito, ma la scienza politica. O forse l’economia politica.

Nella stessa settimana, BP ha fatto presente la sua intenzione di dare fondo alle riserve di carbone di cui detiene i diritti. Gran parte del valore di questa azienda, dopotutto, consiste nel valore di quei diritti. Non estrarre, succhiare o fratturare il carbone per ottenere benzina sarebbe un suicidio per l’azienda. Tuttavia trasformare il carbone in benzina per poi bruciarla, rilasciando il carbone nell’aria, mette seriamente a rischio il clima.

Ma questo non conta nulla nella produzione di valori di scambio. Il valore di scambio srotola la sua logica intrinseca sino alla fine: l’estinzione di massa. La coda (il capitale) fa scodinzolare il cane (la terra).

Forse non è un caso che la privatizzazione dello spazio fa capolino all’orizzonte come opportunità di investimento proprio in questo momento in cui la terra è un cane sotto il controllo del capitale. I nostri governanti stanno coscientemente contribuendo all’esaurimento della terra. È per questo che stanno sognando di costruire degli hotel nello spazio. Non vogliono essere toccati dall’esaurimento della terra e vogliamo continuare a sviluppare grandi progetti.

In questo quadro è ovvio che agenzie come la NSA spiino chiunque. I governanti sono coscienti di essere i nemici dell’intera specie a cui apparteniamo. Essi sono i traditori della nostra specie. Per questo vivono nel panico e nella paranoia. Essi immaginano che siamo tutti là fuori pronti a catturarli [sarebbe davvero bello, Nota euforica dei traduttori]. Quindi lo stato diventa un agente di sorveglianza collettiva e una forza armata in difesa della proprietà. Il ruolo dello stato non è più quello di amministrare il biopotere. Lo stato è sempre meno interessato al benessere delle popolazioni. La vita è una minaccia per il capitale ed è trattata come tale.

Il ruolo dello stato non è di amministrare il biopotere ma di amministrare il tanatopotere. Chi sono i primi a cui va negato il sostegno alla vita? Quali popolazioni dovrebbero marcire e scomparire per prime? Innanzitutto quelle che non possono essere usate come forza lavoro o come consumatori, e che hanno smesso di essere fisicamente e mentalmente adatte per servire nell’esercito.

Molte di quelle popolazioni non hanno più il diritto di voto. A breve perderanno il diritto ad avere i buoni pasto e altre forme di supporto biopolitico. Solo chi vorrà e saprà difendersi dalla morte avrà il diritto alla vita.

Questo per quanto riguarda il mondo sovra-sviluppato. Mentre nel resto del mondo centinaia di milioni di persone vivono attualmente in condizioni di pericolo dovute all’innalzamento del livello dei mari, alla desertificazione e ad altre gravi fratture metaboliche fra società e ambiente. Tutti lo sappiamo: quelle popolazioni sono trattate come dispensabili.

Tutti sappiamo che le cose non possono continuare ad andare avanti così come sono. È semplicemente ovvio. A nessuno però piace pensarlo. Tutti amiamo le nostre distrazioni. Tutti ci facciamo adescare dal fascino del clic. Ma davvero: lo sappiamo tutti. E tuttavia c’è chi trae vantaggi dal mettersi a servizio della morte. Ogni accenno di scusa in favore del tanaticismo viene riempito da cascate di elogi.

Da tempo non possiamo più contare sulla figura dell’intellettuale pubblico; siamo però pieni di pubblici idioti. Chiunque abbia una storia da raccontare o un’idea su come “cambiare le cose” può avere un po’ di attenzione mediatica, nella misura in cui riesce a distogliere l’attenzione dal tanaticismo – o, meglio, a giustificarlo. Perfino il migliore dei pubblici idioti di quest’epoca, alla fine, si rivela per ciò che è, ossia un venditore di auto usate. Non è certo un gran periodo per le arti retoriche.

È chiaro che l’università, per come la conosciamo, sparirà. Le scienze naturali, le scienze sociali e le discipline umanistiche, ciascuna nei propri modi, lottavano per accrescere i nostri saperi. Ma è molto difficile, a prescindere dalla disciplina, evitare di approdare alla conclusione che il regime oggi vigente sia il tanaticismo.

Tutto ciò che le discipline tradizionali possono fare è focalizzarsi su qualche piccolo problema assai circoscritto, su qualche dettaglio, al fine di evitare il quadro generale. E questo non è più sufficiente. Tuttavia, quelle forme di produzione di conoscenza che si concentrano su questioni minori o sussidiarie sono ancora pericolose. Esse stanno iniziando a scoprire ovunque tracce di tanaticismo all’opera.

Di conseguenza, l’università deve essere distrutta. Al suo posto, un’apoteosi di ogni forma di non-conoscenza. Stanno già emergendo tante nuove discipline, come le discipline inumane o le scienze antisociali: i loro oggetti di indagine non sono i problemi dell’umanità o delle società. Il loro oggetto è il tanaticismo: la sua descrizione, la sua giustificazione. È necessario identificarsi con (e celebrare) tutto ciò che si oppone alla vita. Un insieme di credenze così poco plausibile e disfunzionale necessita, per imporsi, di cancellare qualunque rivale.

Tutto ciò è deprimente. Ma la depressione, d’altronde, è sussidiaria al tanaticismo. È previsto che tu sia depresso, ed è previsto che tu ritenga di esserlo per via di un tuo problema o di una tua carenza individuale. Il tuo brillante e illusorio mondo fantastico cade di colpo in mille pezzi, ed ecco che ti appare la nuda realtà tanatica – e tu pensi che sia per colpa tua. È colpa tua perché hai smesso di crederci. Vai da uno strizzacervelli. Prendi un po’ di psicofarmaci. Oppure fatti un po’ di shopping-terapia.

Il tanaticismo cerca anche di assimilare coloro i quali sollevano dubbi su questo modo di governare, ma lo fanno attraverso una cosmesi della loro critica. Esso li trasforma in nuove iterazioni di produzione tanatica. “Comprati una macchina ecologica!” “Fa la raccolta differenziata! No, cazzo, falla bene! Separa quella merda!” Ancora una volta, come nel caso della depressione, tutto si riduce alle tue virtù e alla tua responsabilità personale. È colpa tua se il tanaticismo vuole distruggere il mondo. È colpa tua perché sei tu che consumi, ma d’altronde non hai scelta.

“Anche le nostre civilizzazioni sanno di essere mortali”, scrisse Paul Valery nel 1919. In quegli anni, dopo la più feroce e inutile tra le guerre mai verificatesi, una considerazione del genere appariva in tutta la sua chiarezza. Ma noi abbiamo perso quella chiarezza. Quindi faccio una modesta proposta. Chiamiamo almeno le cose con il loro nome.
Questa è l’era del tanaticismo: il modo di produzione della non-vita.

Svegliatemi quando sarà finito.

Fonte: Public Seminar Commons

Fonte Italiana: Lavoro Culturale 

Traduzione di Nicola Perugino e Federico Zappino

Buona Pasqua!

rinascita

 

Morire quanto necessario, senza eccedere.

Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Wislawa Szymrska (*)

(*) Tratto da “Autotomia”, in “Ogni caso”, Scheiwiller 2003, traduzione di Pietro Marchesani

 

Ucraina: la lotta per la supremazia dell’Occidente

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di Samir Amin

1. L’attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell’imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti “la Triade”) di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di:

– le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente su ogni questione, nel suo esclusivo interesse;

– il controllo militare del pianeta da parte degli Usa e dei loro alleati subordinati (Nato e Giappone), in modo da annichilire ogni tentativo, di qualsiasi Paese non appartenente alla Triade, di muoversi fuori del suo giogo.

 

In questo senso, tutti gli Stati del mondo che non sono della Triade sono nemici o potenziali nemici, eccetto quelli che accettano una completa sottomissione alla strategia politica ed economica della Triade, come le due nuove “repubbliche democratiche” di Arabia saudita e Qatar! La cosiddetta “comunità internazionale”, a cui i media occidentali si riferiscono in continuazione, è quindi ridotta al G7 più Arabia saudita e Qatar. Qualsiasi altro Paese, anche nel caso il suo governo sia attualmente allineato con la Triade, è un potenziale nemico fintanto che il suo popolo è nelle condizioni di rifiutare la sottomissione.

2. In questo contesto, la Russia è un “nemico”. Qualunque possa essere la nostra valutazione di cosa è stata l’Unione sovietica (“socialista” o qualcos’altro), essa  venne combattuta dalla Triade semplicemente perché rappresentava un tentativo di sviluppo indipendente dal capitalismo/imperialismo dominante. Dopo la caduta del sistema sovietico, alcune persone (in Russia in particolare) pensarono che “l’Occidente” non avrebbe combattuto una “Russia capitalista”, così come la Germania e il Giappone “persero la guerra ma vinsero la pace”. Dimenticavano che le potenze occidentali avevano supportato la ricostruzione di Paesi ex-fascisti appunto per fronteggiare la sfida posta dalle politiche indipendenti dell’Unione sovietica. Adesso che questa sfida è scomparsa, l’obiettivo della Triade è la completa sottomissione, è distruggere la capacità di resistenza della Russia.

3. Gli attuali sviluppi della tragedia dell’Ucraina illustrano la realtà degli obiettivi strategici della Triade. La Triade ha organizzato a Kiev quello che dovrebbe essere chiamato un ” putsch euro/nazista”. Per raggiungere il loro obiettivo (la separazione delle due nazioni storicamente gemelle, Russia e Ucraina), hanno avuto bisogno del supporto dei nazisti locali. La retorica dei media occidentali, che afferma che le politiche della Triade mirano alla promozione della democrazia, è semplicemente una menzogna. La Triade non ha promosso in alcun luogo la democrazia. Al contrario, queste politiche hanno sistematicamente supportato le più antidemocratiche tra le forze locali. Quasi-fasciste nell’ex Jugoslavia – in Croazia e Kosovo – come negli Stati baltici e in Europa orientale, in Ungheria per esempio. L’Europa orientale è stata “integrata” nell’Unione europea non come partner di pari livello, ma come “semi-colonia” delle maggiori potenze capitaliste/imperialiste dell’Europa occidentale e centrale. La relazione tra Ovest ed Est nel sistema Europeo è in qualche modo simile a quella che governava i rapporti tra Stati uniti e America latina! Nei Paesi del Sud, la Triade ha sostenuto forze estremiste anti-democratiche come, ad esempio, l’Islam politico ultra-reazionario e, con la loro complicità, ha distrutto intere società. I casi di Iraq, Siria, Egitto, Libia illustrano bene questi obiettivi del progetto imperialista della Triade.

4. Pertanto la politica della Russia (così come è sviluppata dall’amministrazione di Putin) di resistenza al progetto di colonizzazione dell’Ucraina (e degli altri paesi dell’ex Unione sovietica, in Transcaucasia e Asia centrale) deve essere supportata. L’esperienza degli Stati baltici non deve ripetersi. L’obiettivo della costruzione di una comunità “Eurasiatica”, indipendente dalla Triade e dai suoi alleati europei subordinati, è anch’esso da appoggiare. Ma questa “politica internazionale” positiva della Russia è destinata a fallire se non è sostenuta dal popolo russo. E questo sostegno non può essere ottenuto sulla base esclusiva del “nazionalismo”, anche di un tipo positivo e progressista – non sciovinista – di “nazionalismo”, a maggior ragione non da una retorica russa “sciovinista”. Il fascismo in Ucraina non può essere fronteggiato dal fascismo Russo. Il sostegno può essere ottenuto soltanto se l’economia interna e le politiche sociali perseguite promuovono gli interessi della maggioranza dei lavoratori. Cosa intendo con politiche “orientate verso il popolo” che favoriscano le classi lavoratrici? Intendo “socialismo”, o una nostalgia del sistema sovietico? Non è questo il luogo in cui riesaminare l’esperienza sovietica, in poche righe! Riassumerò solamente il mio punto di vista in poche frasi. L’autentica rivoluzione socialista russa produsse un socialismo di stato che fu l’unico primo passo possibile verso il socialismo; dopo Stalin questo socialismo di stato si mosse verso un nascente capitalismo di stato (spiegare la differenza tra i due concetti è importante ma non è oggetto di questo breve articolo). A partire dal 1991, il capitalismo di stato è stato smantellato e rimpiazzato con un “normale” capitalismo basato sulla proprietà privata, la quale, come in tutti i Paesi del capitalismo contemporaneo, è fondamentalmente la proprietà dei monopoli finanziari, posseduta dagli oligarchi (simili e non diversi dagli oligarchi operanti nella Triade), molti fuoriusciti dall’ex nomenklatura, e qualche nuovo arrivato. L’esplosione di pratiche creative e autenticamente democratiche avviata dalla Rivoluzione d’Ottobre fu successivamente domata e sostituita da un modello di gestione autocratico della società, pur garantendo i diritti sociali alle classi lavoratrici. Questo sistema portò ad una massiccia de-politicizzazione e non fu protetto da deviazioni dispotiche e persino criminali. Il nuovo modello di capitalismo selvaggio è fondato sulla continuazione della de-politicizzazione e sul non rispetto dei diritti democratici. Un sistema del genere regge non solo la Russia, ma tutte le altre repubbliche ex sovietiche. Le differenze si riferiscono alla pratica della cosiddetta democrazia elettorale “occidentale”, più in Ucraina, ad esempio, che in Russia. Nondimeno questo modello di ordinamento non è “democrazia” ma una farsa in rapporto alla democrazia borghese così come funzionava nei precedenti passaggi dello sviluppo capitalistico, anche nelle “democrazie tradizionali” dell’Occidente, poiché il vero potere è ora limitato al dominio dei monopoli ed opera a loro esclusivo beneficio. Una politica orientata al popolo implica quindi un allontanamento, il più possibile, dalla ricetta “liberale” e dalla maschera elettorale ad essa associata, che pretende di dare legittimità a politiche sociali regressive. Vorrei suggerire la creazione al suo posto di un nuovo tipo di capitalismo di stato, con una dimensione sociale (intendo sociale, non socialista). Questo sistema aprirebbe la strada ad eventuali avanzate verso una socializzazione della gestione dell’economia, quindi a nuovi autentici avanzamenti verso l’invenzione di una democrazia rispondente alle sfide di un’economia moderna. Solo se la Russia si muove lungo queste linee, il conflitto in corso tra la politica internazionale indipendente di Mosca, da un lato, e dall’altro lato il perseguimento di una politica sociale interna reazionaria, può arrivare ad un risultato positivo. Tale mossa è necessaria e possibile: settori della classe politica dirigente potrebbero allinearsi su questo programma se la mobilitazione e l’azione popolare lo promuovono. Nella misura in cui simili politiche fossero portate avanti in Ucraina, Transcaucasia, e Asia centrale, un’autentica comunità di nazioni eurasiatiche può essere instaurata diventando un potente attore nella ricostruzione del sistema mondiale.

5. Il potere statale russo che rimane dentro i rigorosi limiti della ricetta neoliberista annienta le possibilità di successo di una politica estera indipendente e le probabilità che la Russia diventi un Paese davvero emergente, agendo come un importante attore internazionale. Il neoliberismo può produrre per la Russia solo una drammatica regressione economica e sociale, un modello di “lumpen sviluppo” e un crescente stato di subordinazione nell’ordine imperialista globale. La Russia fornirebbe alla Triade petrolio, gas e altre risorse naturali; le sue industrie verrebbero ridotte allo stato di sub-appaltatrici a vantaggio dei monopoli finanziari occidentali. In tale posizione, che non è molto lontana da quella della Russia di oggi nel sistema globale, i tentativi di agire indipendentemente nell’area internazionale rimarranno estremamente fragili, minacciati da “sanzioni” che rafforzeranno l’allineamento disastroso dell’oligarchia economica prevalente alle richieste dei monopoli dominanti della Triade. L’attuale deflusso di “capitale russo” associato alla crisi in Ucraina illustra il pericolo. Ristabilire il controllo statale sui movimenti di capitali è l’unica risposta efficace a tale pericolo.

Fonte: sinistrainrete.info

Samir Amin è nato al Cairo nel 1931. Dirige il Forum du Tiers Monde a Dakar ed è presidente del Forum Mondiale delle Alternative. Ha insegnato in varie università ed è stato consigliere economico di alcuni paesi africani.