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Cuore, batti la battaglia!

Mese: maggio, 2014

Russia

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Di Hosea Jaffe

“La caratteristica fondamentale e più costante della storia della Russia è il ritmo lento del suo sviluppo, con l’arretratezza economica, la primitività delle forme sociali ed il basso livello culturale da ciò risultante. La popolazione di questa gigantesca ed austera pianura, aperta ai venti dell’est ed alle migrazioni asiatiche, fu condannata dalla stessa natura ad una lunga arretratezza. La lotta con i nomadi durò quasi fino al termine del XVIII secolo… Mentre i barbari occidentali si stabilivano sulle rovine della cultura romana, dove molte e vecchie pietre erano pronte come materiale da costruzione, gli Slavi non trovarono nell’est nessuna eredità nella loro desolata pianura; i loro predecessori si erano trovati ad un livello culturale perfino inferiore al loro. I popoli dell’Europa occidentale, avendo presto trovato le loro frontiere naturali, crearono quei raggruppamenti economici e culturali che furono le città commerciali. La popolazione della pianura dell’est, al primo segno di affollamento usava penetrare sempre più profondamente nella foresta o disperdersi nella steppa… Il processo di differenziazione sociale, intensivo ad ovest, ad est fu ritardato e diluito dal processo di espansione.” (10)

Nell’anno 800, mercanti bizantini, iraniani ed arabi dal sud est, e tribù tedesche, scandinave e baltiche dal nord ovest prendevano, con baratti, tributi e saccheggi, legname, pellicce, miele, ambra ed altri prodotti dalle tribù russe nella pianura del Volga e dei bacini del Don e del Dniepr. La federazione Khazar a comunismo primitivo nomade del Caucaso del nord ed il Kaganato tribale Rud del Volga si spostarono lungo le vie fluviali fino a Costantinopoli e lungo vie di terra che collegavano il Mar Nero ed il Baltico. I governanti Rurik dello Jutland fondarono una “dinastia” Varega a Novgorod che durò fino al 1598 e, nel X secolo, dominò la Russia occidentale. I Khazar furono sconfitti dagli Arabi nel 737 e trasferirono la loro capitale verso nord, ad Itil, sul Volga. La figlia del Kagan sposò un figlio dell’imperatore bizantino Leone III nel 731 ed il sistema religioso e legale bizantino si diffuse tra i commercianti ebrei, turchi ed iraniani in un regno Khazar in cui cavalieri nomadi armati turchi ed iraniani proteggevano le mandrie e le terre comunitarie. Questo regno si intersecava con il regno di Kiev (980-1203) fondato dal capo “Varego” Vladimiro (980-1015) che controllava, per mezzo dei dodici figli dello stesso Vladimiro che erano capi locali, il Don, il Dniepr, il Dniestr e l’Alto Volga. Il Patriarca di Bisanzio aprì una sede episcopale a Kiev nel 988, e Vladimiro emanò il primo codice di leggi di Rus. Divisioni tra clan, tribù e tra cristiani e pagani indebolirono il regno di Kiev prima che la Crociata (1096-1099) tagliasse la sua via commerciale nord-sud, per esso vitale, del Dniepr e spostasse invece il commercio lungo un asse est-ovest. Novgorod era ora trascinata dai porti proto-anseatici del Baltico che commerciavano con le città Rus di Smolensk e Polotsk Pskov. La spinta occidentale fu rinforzata dal commercio con la Polonia e l’Ungheria. Kiev fu saccheggiata nel 1169 e nel 1203, mentre il suo regno subiva la pressione centrifuga delle forze tribali, religiose e commerciali.

 Il regno essenzialmente tribale-dispotico di Kiev subì due cambiamenti significativi: in primo luogo, la “monarchia” fu cristianizzata quando Vladimiro, nel 988, si convertì; in secondo luogo, i capi locali nominarono dei Boiardi che riscuotevano i tributi dalle tribù soggette. I boiardi, che controllavano ma non possedevano terre tributarie, furono più tardi feudalizzati (la teoria stalinista considerava i boiardi di Kiev dei “feudatari”). Perfino Vladimiro non era altro che quello che il suo nome significava: “capo della comunità”. Durante le invasioni mongole, i boiardi di Novgorod divennero commercianti che eleggevano un consiglio cittadino ed un sindaco, obbedivano ad un arcivescovo ed aiutavano la Chiesa “ortodossa” ad espropriare le terre tribali. Nel 1478, Novgorod fu presa dal “principato” Muscovy, già di Kiev, dopo che le città nord-occidentali di Smolensk, Pinsk e Polotsk erano state annesse, con la Bielorussia e l’Ucraina, dal regno baltico Lituano nel 1385. Il principato di Mosca sorse nel 1248 e sotto il suo capo-re Ivan (1328-1341) si estese grazie ad un’alleanza con Oz Beg, khan dell’”orda d’oro” mongola che conquistò la ricca area agricola e commerciale della Galizia nel 1240. Nel 1260, Jochi, figlio di Gengis Khan, e la sua famiglia, gli Jucidi, estesero l’impero mongolo occidentale, la cui capitale era Util, verso Novgorod. Tale impero includeva la Crimea, le steppe tra il Danubio e gli Urali, parte della Bulgaria e la Siberia occidentale. Questa formazione sociale nomade, comunistica tardo-primitiva, dispotico-tribale elevò il livello commerciale ed urbano della Russia. Lo stesso Oz Beg dirigeva il commercio con Genova e Venezia. Ma il capo turcomanno Timur (Tamerlano) distrusse negli anni 1395 e 1396 molte città commerciali recalcitranti. La stessa Kiev, che nel XII secolo aveva 400 chiese, industrie dell’argento e delle costruzioni ed aveva missioni commerciali a Londra, in Francia, a Constantinopoli ed in Svezia, si ridusse ad una cittadina di poche centinaia di case e dopo il XIV secolo non era ormai più che un mercato locale ed un forte tra i Lituani ed i Mongoli. Mosca assunse molte delle usanze yuan-mongole e divenne la città guida della Russia di Ivan III (1462-1505). In un certo modo, Mosca fu la “novità” che uscì dal conflitto di 150 anni tra Kiev e la Crimea ed il dispotismo tribale mongolo, sulla scia del danno provocato dalle Crociate.

Così come il feudalesimo nell’Europa occidentale non scaturì direttamente dallo schiavismo, ma fu la risultante del “barbarismo” tedesco, dello schiavismo romano ed anche del dispotismo arabo (il cui commercio più tardi aiutò a por fine al feudalesimo), anche il cosiddetto “feudalesimo” russo non fu uno sviluppo lineare del Mir pre-Kiev o della Obshchina del comunismo primitivo russo, ma il risultato dell’intersezione delle Crociate e delle città feudali-commerciali europee, del tribalismo russo e del dispotismo tribale mongolo. Ivan III prese Novgorod nelle guerre degli anni 1471-1478, esiliò i boiardi di Novgorod su nuove proprietà terriere in cambio di un servizio militare, si annette Tver nel 1485, dal 1500 al 1503 fece in Lituania un matrimonio, un trattato e delle conquiste militari e, alleatosi con il Khan di Crimea, scacciò i Mongoli nel 1481. Si sposò secondo il rito bizantino ed inviò sue delegazioni a Vienna ed a Roma. Infranse la legge consuetudinaria strappando le proprietà della Chiesa nelle terre appartenenti ai mir. Più tardi, Vassili III (1505-1533) infeudò una classe boiarda detribalizzata su delle terre già comunitarie. Al termine della reggenza di Ivan IV (1535-1549), boiardi, clero e funzionari presenziavano all’incoronazione del primo Zar, Ivan “il Terribile” (1549-1584), il cui possedimento reale, la Oprichnina, legalizzato nel 1564, includeva delle città ed aveva propri funzionari delle imposte ed un proprio esercito, Fyodor (1584-98), Boris Godunov (1598-1602), il monaco spretato e pretendente, Dimitri (1602-1606) e Vassili Shuysky, sostenuto dai boiardi (1606-1610), gradualmente si allontanarono dal modo asiatico avvicinandosi a quello europeo. I Romanov, dal 1613 alla Rivoluzione russa del 1917, completarono il movimento dal dispotismo al capitalismo.

Questo movimento era tuttavia già cominciato quando si svilupparono i mir e le obshchine “germaniche”, con un forte possesso privato di “forma 3” di terre a proprietà comunitaria (11). Questo dualismo caratterizzò anche il Rod ceco (12), e la Mark germanica (13). Kovalevsky, scrivendo nel 1891, riteneva che la stessa vecchia Mosca fosse stata un villaggio mir, simile ad una Dorf-Gemeinde germanica (14), quel villaggio mir che, fino al tardo XVIII secolo, offrì ai boiardi (15) servizi e prodotti in un rapporto di produzione “C—P”. Le leggi del tipo bakufu giapponese del 1460 e del 1497 registravano i capi famiglia e proibivano ai contadini di lasciare la terra prima del termine dell’anno agricolo, il 26 Novembre, il giorno del santo Juri. La Chiesa, dalla sua enorme cattedrale di San Basilio nel Cremlino, gli zar nel Cremlino ed i boiardi privatizzarono parte delle terre delle obshchine, che sopravvissero, tuttavia, fino al XX secolo. Nel 1893 Engels scriveva a Danielson: “In Russia c’è una base di comunismo primitivo” (16), e Marx commentava l’abolizione della legge sulla servitù di Alessandro affermando che essa tendeva a porre una fine al “principio comunistico”, ed a “sopprimere il potere dell’auto-regolamentazione democratica della comunità del villaggio” (17). La legge del 1861 aboliva “gli ostacoli frapposti dai grandi aristocratici della nobiltà russa, che si manteneva sulla servitù e sulle comunità contadine autogovernate fondate materialmente sulla proprietà comunitaria, che essa sarebbe stata distrutta da questa supposta emancipazione” (18). (La sottolineatura è mia per evidenziare la doppia natura del polo produttivo dell’asse del plusvalore che era ora della forma C/P—P (19).

Lenin scrisse della “distruzione della comunità di villaggio e dell’introduzione della proprietà privata della terra” (20) in quella che egli chiamava “la Russia borghese-feudale moderna” (21) e Marx affermò: “Per salvare la comune russa è necessaria una rivoluzione russa”.

Non solo il mir, ma anche il dispotismo tribale della città di Kiev ed il dispotismo semicoloniale zarista della Moscovia erano degli ibridi asiatico-europei. Di questo aspetto del mir, Marx scrisse nel 1870:

“La forma specifica slava (non mongola)… in Russia (e che si ripete anche nella forma slava meridionale non russa) rassomiglia grandemente, mutatis mutandis, alla vecchia forma germanica di proprietà collettiva indiana.” (22)

e dell’aspetto “asiatico-europeo” delle città medievali, Trotzky scriveva:

“L’artigianato non riuscì in Russia a separarsi dall’agricoltura ma conservò il suo carattere di industria casalinga. Le vecchie città russe erano dei centri di consumo commerciali, amministrativi, militari e feudali, conseguentemente, non centri produttivi. Anche Novgorod, come l’Hansa, non soggiogata dai Tartari, era solo una città commerciale, non industriale… Per di più le strade più importanti del commercio russo portavano attraverso le frontiere, dando così la leadership al capitale commerciale straniero… L’irrilevanza delle città russe… promosse lo sviluppo di uno stato asiatico. Lo stato russo si avvicinava così ancora di più al dispotismo asiatico (23).

Trotzky criticò Struve e Bucher per aver fatto del commercio e non della produzione il criterio del progresso economico. Nel XVI secolo, il commercio russo era “vasto”, ma questo

 “si spiega esattamente con la straordinaria primitività dell’economia russa… eravamo più vicini all’India che all’Europa, proprio come le nostre città medievali erano più vicine al tipo asiatico che al tipo europeo e come la nostra autocrazia, trovandosi tra l’assolutismo europeo ed il dispotismo asiatico, si avvicinava sotto molti aspetti a quest’ultimo (24). La Russia era non soltanto geograficamente, ma anche socialmente e storicamente tra l’Europa e l’Asia… L’est le aveva imposto il giogo tartaro che entrò come un elemento importante nella struttura dello stato russo… La Russia era incapace di sistemarsi nelle forme dell’est perché doveva continuamente adattarsi alle pressioni militari ed economiche dell’Occidente (25).”

La dinastia Romanov (1613-1917) vide l’inizio della servitù, che “prese forma nel XVII secolo, fiorì nel XVIII e fu giuridicamente annullata nel 1861” (26). Dal punto di vista della capitalizzazione, “L’assenza di vere città medievali come centri commerciali e produttivi” (27) fu aggravata dalle periodiche distruzioni di Mosca che fu distrutta tante volte che la città attuale giace su 15 metri di pietrisco. Alla fondazione dei Romanov, essa non aveva che 250.000 abitanti. La tarda e debole borghesizzazione che ne derivò rese abortive in seguito la rivolta contadina di massa guidata da Pugachev nel 1774 e la ribellione dei Decembristi guidata dai nobili del 1825. Il lato “dispotico asiatico” dei Romanov era così forte che perfino la Chiesa non era che un Secondo Stato e la borghesia non poteva neppure costituire un Terzo Stato. Quando, sotto Alessio, Stenka Razin capeggiò una rivolta contadino-cosacca nella regione del Volga, i mercanti erano troppo deboli per approfittare di questa lotta di classe dispotico-comunitaria. Questa debolezza era inguaribile: la borghesia non divenne mai la classe dominante (salvo, nominalmente, dal febbraio all’ottobre 1917) mentre invece

“Nell’ultimo periodo della sua esistenza l’autocrazia non era soltanto un organo della classe possidente della Russia, ma anche dell’organizzazione dei mercati finanziari europei per lo sfruttamento della Russia. Questo doppio ruolo le dava un’indipendenza assai considerevole” (28).

Contemporanei del daimyo-shogunato Togukawa, i Romanov, a questo simili, si spostarono sempre più verso l’Europa. Militarmente essi erano espansionisti, conclusero trattati di pace con la Svezia nel 1617 e con la Polonia nel 1618, tentando di riprendersi Smolensk dalla Polonia nel 1632 ed il porto di Azov dagli Ottomani nel 1637. Alexis Michailovich, dopo aver mandato in esilio il capo boiardo di una rivolta cittadina, Morozov, provocò una rivolta contadina cosacca in Ucraina contro la Polonia, annettendosi l’Ucraina nel 1667, ma non poté strappare il Baltico alla Svezia. Dopo le lotte tra i boiardi e lo zar (cfr. simili lotte durante il Regno dei Tudor in Inghilterra ed il regno di Luigi XI e di Luigi XIV in Francia e tra i daimyo e gli shogun pre-Tokugawa) divenne zar Pietro il Grande (1689-1725).

Pietro I impersonificò e guidò la “rivoluzione borghese” russa. Gran parte del commercio con l’estero era controllato dallo stato. Arcangelo esportava legname in Olanda ed in Inghilterra. Mercanti e fabbricanti di ghisa, potassa ed altri beni di produzione si unirono alla burocrazia statale. La nuova industria siderurgica consentì alla marina di Pietro di prendere Azov nel 1696 e di sconfiggere la Svezia nel 1709. Contemporaneamente alla firma del trattato di Nystad con la Svezia nel 1721, egli ricevette il titolo di imperatore. Ma l’espansionismo fu accompagnato dalla dipendenza: Pietro vedeva l’Europa attraverso la sua finestra di Pietroburgo, ma l’Europa entrò a Pietroburgo attraverso la stessa finestra. L’occidentalizzazione, tuttavia, aveva due facce ed era contraddittoria:

“L’introduzione di alcuni elementi di tecnica e di istruzione europee, soprattutto di carattere militare ed industriale, portò, sotto Pietro I, ad un rafforzamento della servitù come forma fondamentale di organizzazione del lavoro… Dalla legge universale dell’ineguaglianza deriva così un’altra legge… la legge dello sviluppo combinato… un amalgama di forme arcaiche e di forme più contemporanee.” (29)

Il grande codice delle leggi del 1649 aveva già legalizzato la servitù e l’assolutismo. La resistenza dei contadini dei mir costrinse alla revoca nel 1731 della legge emanata da Pietro nel 1714 sulla primogenitura, la quale avrebbe privatizzato le terre dei villaggi. Sette di antichi Credenti sorgevano e scomparivano e vedevano Pietro come l’Anticristo. La polizia segreta dell’ispettorato delle tasse, Fiskaly, le guardie Preobrashensky formate nel 1689 e le guardie del corpo reali terrorizzavano tutti i dissidenti. Servi lavoravano nelle tenute private, nelle miniere, nei cantieri navali, nelle acciaierie, nelle fabbriche tessili e nelle vetrerie ed in 40.000 morirono edificando Pietroburgo. Lavoro simile al lavoro servile agricolo ed industriale arricchì i capitalisti europei, per lo più stranieri, che concentrarono rapidamente i loro capitali: nel 1914 “le imprese giganti, al di sopra dei 1000 addetti ciascuna, impiegavano negli Stati Uniti il 17,8% dei lavoratori ed in Russia (30) il 41,4%… Uguali risultati li otteniamo confrontando l’industria russa con quella inglese e tedesca” (31). Inoltre gli “stranieri” (europei occidentali) “possedevano in totale circa il 40% del capitale azionario di tutta la Russia” (32). Sotto Piero I, il 25% del capitale industriale veniva dall’Inghilterra, dalla Francia e dal Belgio ed altro 25% dalla Germania (33). La maggior parte del lavoro veniva dai villaggi mir. Questa combinazione di capitale europeo e di lavoro contadino mir a buon mercato diede al capitalismo russo un carattere semi-coloniale.

 A questa natura semi-coloniale fece da complemento un’espansione colonialistica contro l’Iran, la Polonia, la Lituania ed il Mar Nero (nel 1774, quando Caterina la Grande reprimeva la rivolta guidata dal cosacco Jemeljan Pugachev ed ornava la propria corte degli enciclopedisti francesi), la Crimea (1783) e le steppe degli Urali. Caterina (1762-1796) era la figlia di un principe tedesco, e la sua commissione legislativa del 1767 seguì la teoria politica tedesca. I porti di Odessa, Kherson e Taganrog esportavano prodotti agricoli ucraini ed importavano manufatti occidentali. Così il colonialismo russo aveva un risultato semi-coloniale. Le guerre di Caterina inclusero delle campagne contro i nomadi islamici ed “animisti” dell’Asia Centrale. Il colonialismo contraddittorio borghese rivoluzionario della Russia creò così la “questione delle nazionalità” nell’impero zarista. Gli zar imponevano la russificazione e le nazioni oppresse chiedevano l’autodetermionazione (cfr. la lotta opposta per l’uguaglianza e la cittadinanza di un solo stato, come nelle rivoluzioni borghesi francese, italiana, tedesca, giapponese ecc. o negli USA e nel Sud Africa in tempi moderni). La “lotta nazionale” per l’autonomia implicava l’autogoverno su terre ancora prevalentemente comunitarie; essa era perciò organicamente collegata con la “rivoluzione agraria” che, in questo caso, significava principalmente la reintegrazione delle terre e delle forme di proprietà comunitarie. Ma dopo la guerra contadina del 1773-74, i nomadi e gli abitanti dei villaggi vennero sempre più asserviti od assoggettati a tributi in lavoro. Così la rivoluzione borghese russa rafforzò il feudalesimo. Infatti la servitù “fiorì” nel XVIII secolo di Pietro e Caterina.

Lenin paragonò la servitù russa con lo schiavismo USA (34), e dimostrò che una “depressione capitalistica conduce, per esempio ad una riesumazione del feudalesimo, al tentativo di legare i lavoratori alla terra ed imporre loro certi servizi” (35). Forme di servitù furono estese alla linea ferroviaria Pietroburgo-Mosca aperta nel 1851 ed al lavoro urbano e minerario. La letteratura russa del XIX secolo, da Pushkin a Tolstoi, la critica letteraria e la filosofia (Dobrolyubov, Herzen, Chernyzhevsky), la musica ed il balletto, ed i populisti, i nichilisti, gli anarchici (Bakunin, Kropotkin) e, più tardi, il marxismo di Plekhanov riflettevano il feudalesimo od il cambio modale verso il capitalismo, ma solo raramente notavano l’aspetto colonialistico. Lo “spazio” russo veniva visto  piuttosto in termini di classe che in termini nazionali. Pure questo spazio era una prigione non soltanto per i “Russi”, ma, ed ancor più, per gli “Asiatici”. Nello stesso tempo, questo spazio, pur esponendo la Russia alle invasioni (Napoleone, Hitler), la rese inconquistabile (Napoleone, Hitler).

Lo spazio romanticizzato della Russia non era il suo spazio naturale bensì il prodotto di un’espansione in sei fasi, da Ivan il Terribile a Pietro il Grande (1533-1689) dall’Ucraina all’Oceano Pacifico; le conquiste est-europee da Pietro I a Caterina (1689-1801); parti dell’Iran (1826), Turchia (1828), la Polonia (1830), seguita dal Caucaso, e l’Ungheria sconfitta (1849), durante i regni di Alessandro I e di Nicola I (1801-1855). In questo periodo la Russia divenne la maggior forza di terra d’Europa e d’Asia, e, dopo Austerlitz e la rivincita del 1812, prese parte, con la Germania e l’Inghilterra, al Congresso di Vienna del 1815 contro la Francia. Le sconfitte inflittele da Francia ed Inghilterra nella guerra di Crimea del 1853-56 e due volte dal Giappone intorno al 1900 si ebbero dopo che l’espansione era già stata massimizzata. La Russia si unì al Giappone, all’Europa ed agli USA contro la ribellione anti-imperialista dei Boxer nel 1900, in cui il popolo cinese, con la sua azione, definì il modo russo di produzione.

Questo modo era stato un modo capitalistico a cominciare da Pietro il Grande, nonostante le sue componenti comunitarie e feudali:

“Il capitalismo in agricoltura non dipende dalla forma della proprietà della terra o dal suo possesso. Il capitale trova possedimenti terrieri medievali e patriarcali dei tipi più vari: feudale, «concessione contadina» (cioè a contadino dipendente), di clan, comunitari ecc. Il capitale subordina a se stesso tutte queste forme di possesso della terra, ma questa subordinazione assume forme diverse”. (36)

Né il mir semi-comunitario fu un ostacolo al capitale. In un censimento sotto Alessandro II (1855-1881), fatto prima della sua legge per l’Abolizione della Servitù del 1861, si mostrava che nel 1858 19 milioni di contadini si trovavano su terre di proprietà dello stato (comunità, villaggi) e 22 milioni erano “servi” privati. Ma la servitù era una forma di lavoro salariato perché il prodotto, come il  grano ucraino, era una merce venduta per un profitto e non prodotto per uso (di lusso). Nel 1898 soltanto il 20% delle terre era posseduto privatamente. L’80% era ancora posseduto comunitariamente. Il capitale si era appropriato del polo diviso della produzione dell’asse del plusvalore Ivan-moscovita mir-boiardo misto semi-feudale: C/P—P. Questo asse mostra che il modo non era uguale né a quello del Giappone tra il 1192 ed il 1603 (asse: C—C/P, cioè una divisione del polo non alla produzione bensì alla distribuzione, dove il plusvalore era suddiviso tra i Bakufu “comunitari” ed i Daimyo privati), né a quello del feudalesimo europeo (asse: P—P) dove, sebbene “Teoricamente sia possibile per la produzione capitalistica esistere senza proprietà privata della terra, cioè con la nazionalizzazione della terra, quindi con l’inesistenza totale della rendita assoluta e la rendita differenziale appropriata dallo stato”, in pratica “l’agricoltura commerciale richiede necessariamente la proprietà privata della terra… perché l’agricoltura abbia una base competitiva”. (Lenin, 1899) (37). Il “feudalesimo” della Russia era un modo misto in cui i servi (“P”) ed i villaggi comunitari (“C”) producevano plusvalore per i boiardi privati e per gli zar. Nella misura in cui gli zar erano dei despoti asiatici che distribuivano parte del plusvalore, l’asse aveva la forma simmetrica C/P—C/P, cioè una completa mescolanza del modo di produzione “asiatico” e del modo di produzione “europeo”.

 Non soltanto le forme di possesso della terra, ma anche le forme del lavoro erano “neutrali” per il capitalismo russo nell’ingerire i rapporti dei modi misti terra-lavoro “C/P—C/P”.

 “In tutti i paesi capitalisti, anche nei più avanzati, sopravvive ancora qualcosa dello sfruttamento medievale, semi-feudale da parte dei grandi proprietari terrieri nei confronti dei piccoli contadini attorno ad essi.” (38)

L’evoluzione modale russa ha dimostrato che il modo capitalistico, almeno, non può essere definito attraverso le sue forme di possesso della terra e di lavoro. Né la proprietà privata della terra, né il “libero lavoro salariato” definiscono il modo di produzione capitalistico.

 10   L. Trotzky, History of the Russian Revolution (1930), Londra 1967, pp. 21-22.

11 P.P. Poggio, l’Obshchina, Milano 1978; F. Demelic, Le droit contumier des Slaves méridionaux d’après les recherches de M. V. Bogišić, Parigi 1876. A. von Haxthausen, Die ländliche Gemeinde Verfassung, Königsberg 1839 ; K. Marx a Kugelmann, 17 febbraio 1870.

12  J. L. Pic (traduzione italiana in “Il sangue e la Terra”, M. Guidetti, P. H. Stahl), La Costituzione del Rod in Cecoslovacchia (1878), Milano 1977.

13   Ludwig von Maurer, Mark-, Hof-, Dorfverfassung; A. Meitzen, Siedelung und Agrarwesen der West-Germanen und Ost-Germanen, Berlino 1895; F. Engels, The Mark; K. Marx e F. Engels, Communist Manifesto, 1848 (in von Maurer, von Haxthausen).

14   Maxim Kovalevsky, Modern Customs and Ancient Laws of Russia, Londra 1891.

15   Ibid., pp. 197, 220.

16   F. Engels a Danielson, 17 ottobre 1893.

17   Karl Marx a F. Engels, Letters on Russia, 1859/61.

18   K. Marx, Herr Vogt, in Werke, vol. 14, p. 497.

19  Trotzsky scriveva nel 1905 che mir e tenute feudali contadine erano state ridotte nelle dimensioni, le prime da 4,83 a 3,1 desjatin per famiglia. Nel 1912 Lenin scriveva: “Circa 70 milioni di desjatine di terra possedute da 30.000 dei maggiori proprietari terrieri, e circa altrettante possedute da 10 milioni” (su un totale di 30 milioni) di famiglie contadine, questo è lo sfondo generale”: V. I. Lenin, articolo del 22 maggio 1912 in “Collected Works”, vol. 18; V. I. Lenin, Theory of the Agrarian Question (1901-1917), in “Selected Works”, vol. 12, Londra 1943, p. 65.

20   V. I. Lenin, articolo sulla “Pravda”, 2 marzo 1913.

21   V. I. Lenin, October 1912, in Collected Works, vol. 18; V. I. Lenin, June 1920, in Collected Works, vol. 31.

22   K. Marx a Kugelmann, 17 febbraio 1870.

23   L. Trotzsky, op. cit., pp. 24-25 e Appendice I, Peculiarities of Russia’s Development, p. 433.

24   Ibid. (Appendice I), pp. 427-433.

25   Ibid.

26   Ibid., p. 24.

27   Ibid.

28   Ibid. (Appendice I).

29   Ibid., p. 23.

30   Nel 1900, 25 milioni dei 120 milioni di abitanti della Russia erano lavoratori salariati con le loro famiglie. La Rivoluzione del 1917 fu quindi fortemente proletaria anche in senso stretto. Poiché “gli stranieri possedevano il 40 per cento di tutto il capitale finanziario”, fu anche una rivoluzione fortemente anti-imperialista.

31   L. Trotzky, op. cit., pp. 27-28.

32   Ibid.

33   Sotto la nipote di Pietro, Anna (1730/40), un tedesco, Ernst Johan Biron, guadagnò potere sulla regina contro i boiardi della corte di Golitsan. Biron fu soppiantato dal tedesco conte von Munich che, tuttavia, cadde quando un colpo di stato appoggiato dai francesi mise sul trono la figlia di Pietro, Elisabetta (1741-/62).

34   V. I. Lenin, (1914/15), in Collected Works, vol. 12, pp. 198-99, 203.

35   V. I. Lenin, aprile-maggio 1899, Collected Works, Londra 1939, vol. 12.

36   V. I. Lenin, Development of Capitalism in Agriculture, parte I, Capitalism and Agriculture in the USA (1914/15), Selected Works, Londra 1939, 1943, vol. 12, p. 195.

37   (Difesa di Kautsky contro Bulgakov, Aprile 1899), vol. 12, p. 39.

38   V. I. Lenin, giugno 1920, Collected Works, vol. 10; The Essence of the Agrarian Problem in Russia (22 maggio 1912), Collected Works, vol. 18.

Fonte: Hosea Jaffe – “Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazioni, classi”, Jaca Book, 1985

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Per una lettura non banale di Michal Kalecki

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di Joseph Halevi

Una parte consistente dei lavori di Michal Kalecki verte sul tentativo di formulare una teoria del ciclo economico basata sull’interazione tra la domanda derivante dalle decisioni di spesa dei capitalisti in investimenti e consumi (consumi dei capitalisti) ed il grado di monopolio dell’economia. Tutti questi tentativi fallirono, la teoria non vide mai la luce in maniera compiuta. Lo ammise Kalecki stesso osservando però che la parte più assodata dei suoi lavori riguarda la domanda effettiva che, in modo molto più esplicito rispetto a Keynes , procede dalla spesa dei capitalisti stessi. In tale contesto le cose da leggere di Kalecki si incentrano sul problema della domanda effettiva. Io comincerei con 2 saggi apparsi in Polonia nel 1932 sul La Rivista Socialista (in polacco ma ora disponibile tramite le opere complete della Oxford UP).. Nel primo Kalecki nega che ci possa essere un’uscita endogena dalla crisi, questo in polemica con le posizioni del Comintern (Varga) che vedeva nella caduta dei salari e dei prezzi dei beni capitale le condzioni della ripresa dell’accumulazione. Nel secondo saggio Kalecki polemizzò con Hilferding circa l’idea che il capitalismo trustificato fosse più stabile di quello concorrenziale. Dopo questi due saggi passerei subito alla lettura del saggio sulla Germania nazista. E’ fondamentale. Si può trovare nella raccolta Michal Kalecki SUL CAPITALISMO CONTEMPORANEO, Editori Riuniti, Roma 1975. E’ il primo capitolo. Dopo di che si può tranquillamente continuare perchè tratta dell’esperimento Blum del fronte popolare in Francia (fu Keynes a chiedergli di studiarselo). Indi si passa al periodo post bellico con due eccezionali articoli sull’economia americana. Per capire perchè Kalecki non credeva che il keynesismo fosse applicabile eccetto che in condizioni particolari si dovrebbero legge in sequenza tre saggi: Aspetti politici del pieno impiego del 1943 e tradotto nella summenzionata raccolta nonchè un saggio scomparso dalla circolazione – ma disponibile in inglese nelle opere complete della Oxoford UP – perchè pubblicato prima in italiano nella rivista economica dell’autoaffondatosi PCI, Politica ed Economia del 1971 Osservazioni sulla riforma cruciale, scritto assieme a Kowalik recentemente scomparso. Contrariamente a Keynes, Kalecki non credette mai nella possibilità di mantenere la piena occupazione attrverso l’incentivazione degli investmenti privati. Partecipò ad un importante dibattito di politica economica sul tema, in Gran Bretagna, proprio sul finire della guerra. Il suo Full employment by stimulating private investment? venne pubblicato nell’annata del 1944 dell’Oxford Economic Papers. Rintracciabile o via JSTOR e/o nelle opere complete della Oxford UP.
Una delle posizioni più originali di Kalecki consiste nel negare che (a) la flessibilità verso il basso dei salari permetta di aumentare l’occupazione, (b) che gli aumenti salariali comprimino i profitti. Per Kalecki su un arco assai ampio dell’attività economica, determinato dai margini di capacità produttiva NON UTILIZZATA, non c’è conflitto macroeconomico tra salari e profitti. Il trattamento del punto (a) lo si trova nel saggio del 1939 Salari monetari e reali, soprattutto la prima parte teorica. Il saggio è rintracciabile in Michal Kalecki STUDI SULLA TEORIA DEI CICLI ECONOMICI, Milano: Il Saggiatore 1972. Il punto (b) invece, quello afferente alla tesi che, su un certo arco di attività, gli incrementi salariali NON comprimono i profitti ed anzi aumentano l’occupazione, è discusso nel saggio Class struggle and distribution of national income, pubblicato sia sulla rivista svizzera Kyklos nel 1970 che nei Selected Essays on the Dynamics of the Capitalist Economy, Cambridge: Cambridge University Press, 1971, la traduzione italiana del volume è apparsa presso Einaudi 1975. Kalecki ha anche scritto 2 libri di saggi sulla pianificazione socialista pubblicati dalla Cambridge University Press e in Italia, uno soltanto, da Editori Riuniti, nonchè dei saggi sullo sviluppo economico del terzo mondo raccolti nel volume Essays on Developing Economies, Harvester Press, Hassocks , UK. 1976.
Come osservato all’inizio, Kaleccki non riuscì a formulare compiutamente una teoria del ciclo economico collegata al sistema oligopolistico del capitalismo. A mio avviso la connessione tra i due aspetti è trattata molto meglio nel classico lavoro di Paolo Sylos Labini Oligopolio e progresso tecnico, Einaudi 1969, pirma edizione 1962: Inoltre Sylos Labini articola in maniera più approfondita le fasi storiche del capitalismo. Tra i suoi vari saggi sul tema ne estraggo tre che considero fondamentali (1) Alcuni aspetti dello sviluppo economico in un paese oggi progredito (Inghilterra), in Paolo Sylos Labini, Problemi dello sviluppo economico, Bari: Laterza 1970; (2) Long run changes in the wage and price mechanism and the process of growth, in Baranzini, M. and Harcourt, G. (eds), The dynamics of the wealth of nations. Essays in Honour of Luigi Pasinetti, London: Macmillan, 1993; (3) On the concept of the optimum rate of profit, in Paolo Sylos Labini, The forces of economic growth and decline, Cambridge, MA: MIT Press, 1984. Il primo saggio mostra nitidamente la cesura tra la grande crisi del 1875 e quella del 1930 sia negli USA che nel Regno Unito. Nella prima crisi sono i prezzi a calare di più, nella seconda è la produzione a calare di più. Nel secondo saggio si evidenza la dinamica che ha portato alla fine dell’Ottocento ad una formazione dualistica dei prezzi: quelli industriali sono determinati,anche nel breve periodo, dai costi di produzione mentre quelli agricoli no. Il terzo saggio si occupa del salario come costo ma anche come domanda e viene fatto notare come, con la trasformazione del capitalismo da concorrenziale a oligopolistico, la preoccupazione classica concernente la caduta del saggio di profitto come causa di crisi, venga tendenzialmente rimpiazzata da un eccessivo saggio di profito come fonte di crisi della domanda effettiva. Ipoeesi che viene considerata valida soprattutto per il processo che sfociò nella Grande Depressione degli anni 30.

Questo brano è stato tratto dalla pagina Facebook del Professor Halevi