zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: luglio, 2014

Una lettera inaspettata

vela

Dear Mr Giuseppe Masala,
Just be pure accident I came across your elegant translation of the Obituary I wrote, for The Independent, now close to two decades ago, of my teacher, mentor, friend and sometimes colleague, Richard Goodwin.
Thank you very much for this selfless, noble, task you undertook.
I shall, from now on, try to keep myself informed of your entries in this particular website, although I must confess I am not much of an enthusiast of all these modern technological development! In fact I think I would consider myself a convinced follower of the Luddites!!
Just in case you feel like sending me your mailing address, or e-mail coordinates, I’ll send you my more lenghty version of the Obituary, which was published in the EJ (and received the ANBAR award for ‘elegance in writing’!!).
With renewed and grateful thanks – and kindest wishes,

Vela Velupillai

Dear professor Vela Velupillai,
thank you for the kind words that you wanted to spend on my little blog ..
I have great admiration for Richard Goodwin who I believe, to paraphrase Majakovskij (*), is the economist of the economists.
I should be very grateful if you would send me the lenghty version of the Obituary. Will be my care – within the limits of my ability – to translate for my readers.

My e-mail address is giuseppe.masala@email.it

My heartiest greetings and referents,

Giuseppe Masala

(*) Vladimir Majakovskij, when Khlebnikov died, said: “He was the poet of the poets”.

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Conflitti e commercio internazionale

Germania-Usa

 

Già in passato zeroconsensus ha espresso l’opinione che la strategia per uscire dalla crisi che i decisori politici occidentali hanno intrapreso sia una strategia solo nel breve termine legata a politiche monetarie. Vi è infatti, a nostro avviso, un piano di soluzione diverso, di lungo periodo, che è incentrato sulla crescita delle politiche tese a favorire i commerci internazionali e la libera circolazione dei capitali tra diverse aree valutarie. In particolare gli Stati Uniti d’America hanno puntato su due grandi trattati che dovrebbero favorire gli scambi con l’Europa da un lato e con l’estremo oriente (Giappone, Filippine, Indocina ecc.) dall’altro. Questo con la speranza che le teorie sul commercio che vanno da Ricardo (vantaggi comparati) fino a von Haberler (costo-opportunità) si dimostrino veritiere e che dunque nuova spinta, e in definitiva nuova “profittabilità”, venga data agli esangui sistemi economici colpiti dalla devastante crisi che imperversa dal 2007.

E’ evidente come questa strategia sia complessa e irta di difficoltà: a seconda di come i trattati vengono congegnati una delle due parti contraenti rischia non solo di non avere vantaggi ma di veder subire un colpo mortale alla propria economia. In questo contesto è da registrare la notizia diffusa oggi dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung, e ripresa da altri media, secondo la quale la Germania non firmerebbe il trattato di libero commercio con il Canada. Va sottolineato che secondo tutti gli osservatori questo trattato è da considerare come “pilota” del ben più consistente trattato con gli Stati Uniti d’America e che un fallimento di questo provocherebbe un fallimento dell’altro.  Secondo queste indiscrezioni di stampa il diniego tedesco sarebbe da imputare ai poteri troppo alti che il trattato prevede in materia di arbitrato tra stati e investitori privati, questo a danno dell’indipendenza delle magistrature statali.

Secondo zeroconsensus una mancata soluzione della materia del contendere farebbe crollare tutta l’impalcatura progettata dagli americani per la soluzione della crisi. Questo anche in relazione al fatto che la strategia monetaria di breve periodo, tesa a “tamponare” la situazione, ben difficilmente può essere implementata per molto tempo ancora. Infatti basta vedere che gradualmente la FED sta tagliando l’acquisto di titoli di stato USA e di titoli legati al mercato immobiliare americano dalle banche private (tapering). A tale proposito è significativo come prestigiose riviste economiche e importanti economisti prevedano un graduale rialzo dei tassi con le conseguenze facilmente prevedibili sui mercati finanziari.

tassi

E’ evidente che in questo scenario, la firma di trattati di “libero investimento e commercio” consentirebbe ai capitali una maggior facilità di trovare un allocazione profittevole evitando il possibile “giorno del giudizio” della distruzione/svalutazione dei capitali  finanziari non profittevoli e dunque in eccesso.

In questo contesto, c’è da domandarsi quale sia la possibile exit strategy dei tedeschi (e degli europei in generale) che non sarebbero certamente risparmiati dal “giorno del giudizio” della distruzione del capitale. Forse la signora Merkel pensa ad un aggancio dell’area dell’Euro (o di una parte di essa) alla nascente economia Euroasiatica (Cina, Russia e India)? E quale sarebbe la reazione americana?

L’individuo innanzi tutto. Una Grande Allusione

simpson

 

di Lelio Demichelis

L’individuo, la sua idealizzazione quale soggetto sovrano titolare di diritti è il sogno e il segno della modernità, dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese. Individuo; ma capace anche, perché individuo e cittadino, di essere in-comune con gli altri.

Ma se l’Illuminismo sognava la liberazione dell’uomo dalle oppressioni del passato in nome del kantiano sapere aude!, il capitalismo moderno e industriale – pure basato sugli interessi individuali e sulla loro libera o magica composizione – ne è la drammatica negazione e il laissez-faire e le retoriche individualiste nascondono un dover fare e una pesantissima mano, cioè produrre, consumare e soprattutto integrarsi nell’organizzazione di mercato, diventando tutti capitalisti (il sogno, oggi realizzato del neoliberismo; l’incubo, per gli altri).

Il «soggetto di diritti» dell’Illuminismo è morto soffocato nella culla perché sopraffatto dal «soggetto economico», a sua volta presto declassato a «oggetto economico» (lavoratore, merce, imprenditore, nodo della rete). Sempre negando a ciascuno di poter essere soggetto in sé e per sé, ma imponendogli di essere oggetto utile e funzionale al sistema.

Mentre il sovrano assoluto abbattuto dalla Rivoluzione rinasceva sotto forma di mercato, ridefinendosi però abilmente come «legge naturale» e quindi immodificabile, cioè come verità da non contraddire. E dalla fabbrica di spilli di Adam Smith alla rete di oggi sempre si replica, nella modernità un doppio movimento: individualizzazione da un lato; e poi (come scriveva Foucault) totalizzazione, cioè ricomposizione delle parti, prima separate, nel tutto dell’apparato.

Un sistema tecnico ed economico insieme che per il proprio migliore funzionamento individualizza, isola, separa, rinchiude; de-struttura la società (e la democrazia); liquefa le vecchie classi antagoniste e ora pure il «suo» ceto medio; porta a niente valori e socialità esaltando un individuo e una individualità che sono pure finzioni, utili però a far agire al meglio la totalizzazione del mercato.

Tutto si de-struttura, ma non il sistema, che anzi (proprio perché sistema artificiale, quindi non naturale) struttura, integra, lega insieme, concatena e oggi mette in rete tutti e ciascuno. Grazie a una infinità di poteri e saperi di integrazione e di connessione. Nessun: conosci te stesso. Ma sii imprenditore di te stesso. E allora: questo individuo, questo mito della modernità è in realtà una grande illusione o meglio una Grande Allusione: un’allusione retorica (ideologica) alla libertà individuale, alla soggettività, all’autonomia di ciascuno, prodotta dal capitalismo per mascherare la sua negazione di fatto.

Fino alla rete, al dover essere singolarmente connessi, e alla stessa retorica della rete, che in sé sarebbe non solo democratica ma soprattutto libera. E la pubblicità e il marketing: forme di propaganda del mercato (come diceva Anders) ma che agiscono singolarmente su ciascun individuo, tanto che ormai mettiamo in vetrina anche noi stessi come oggetti economici in competizione con altri individui-merce, perché il nostro capitale umano aumenta se sappiamo esporci per venderci (individualmente) nel modo migliore.

E mentre consumiamo individualmente prodotti tutti uguali credendo che siano fatti solo per noi, in realtà entriamo sempre più (ancora il doppio movimento) in una brand-community, e il marketing si fa sempre più emozionale e relazionale per far crescere la nostra identificazione con il sistema e divenire meglio funzionali alla sua riproducibilità. Con il sistema che offre pure una compensazione emotiva (la community, il social) all’isolamento che esso stesso produce. E i mass-media. Di massa, ma sempre più individualizzati. Una vecchia storia, perché dalla radio alla tv lo spettatore è sempre isolato e chiuso in casa – e il mondo vi entra solo riprodotto e rappresentato – invece di essere lui il soggetto che esce a conoscere il mondo (e se stesso). Meccanismo che oggi si replica appunto in rete, dove la casa è il personal computer o lo smartphone individuale. Mentre anche i blog sono solo la somma di molte individualità ma isolate.

Se l’Illuminismo sognava un individuo capace di uscire dal girello per bambini in cui il potere lo teneva stretto impedendogli di camminare sulle proprie gambe, oggi in realtà c’è qualcosa (la rete, un social network, i mercati, la pubblicità personalizzata) che pensa per noi e si erge a nostro nuovo tutore. Ma individualmente, per noi. La Grande Allusione continua.

Fonte: Sbilanciamoci.it

Dall’LTRO al TLTRO: una vittoria della Germania?

ansa - restelli - SPREAD, MERKEL E DRAGHI

 

Estremamente interessante l’assemblea odierna dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) di oggi. Lascando perdere i momenti di ilarità che ha voluto regalare il Presidente della medesima quando ha dichiarato che le banche “sono la parte sana del paese”. Una battuta da teatro dell’assurdo.

Comunque a leggere i rendiconti della stampa questa assemblea ha offerto almeno due notizie di primaria importanza. Una di facile comprensione e una che apre scenari (da verificare) di assoluta importanza.

Partiamo dalla prima: secondo il presidente Patuelli i crediti deteriorati (da intendersi immagino come la somma tra sofferenze e incagli)  detenuti nel portafoglio delle aziende bancarie ammonterebbero a ben  290 miliardi di euro. Una cifra esorbitante che testimonia la gravità della crisi che non è solo bancaria ma anche del tessuto produttivo  nazionale.  Credo che questa cifra da sola esprima in maniera eloquente la gravità e profondità del cataclisma che sta interessando il sistema paese senza necessità di ulteriori spiegazioni.

La seconda notizia è più che altro una deduzione ma della massima importanza qualora venisse confermata, nei prossimi mesi, dai fatti.  L’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, Viola ha dichiarato che in merito alla misura TLTRO che verrà implementata nei prossimi mesi dalla BCE la sua banca potrà “chiedere fino a 6 miliardi di euro”. Per comprendere l’importanza di questa notizia bisogna fare un passo indietro.

Come sappiamo la BCE nel 2011, quando la crisi del sistema bancario europeo era al suo apogeo, varò due programmi di prestiti alle banche commerciali per l’ammontare complessivo di 1000 miliardi di euro al tasso dell’1% e con scadenza a tre anni. Dunque questi prestiti LTRO andranno a scadenza ormai entro pochi mesi. Per la precisione entro il Febbraio del 2015.

Circa una decina di giorni fa, il Presidente Draghi ha dichiarato che verrà implementato un programma denominato TLTRO per la cifra sempre di 1000 miliardi di euro. Contemporaneamente non si ha notizia, neanche come indiscrezione della stampa, neanche come ipotesi del tutto teorica, di “novazione” del vecchio programma LTRO.  E’ dunque abbastanza plausibile che questo programma TLTRO sia un programma che in qualche modo vada a sostituire il precedente LTRO. La differenza dovrebbe stare che il secondo sarà vincolato alla concessione di prestiti all’economia reale, mentre ricordiamo come quello precedente è servito alle banche per fare incetta di titoli di stato (almeno in Italia le cose così sono andate).

Un altro aspetto fondamentale in questa sostituzione del vecchio programma LTRO con il nuovo TLTRO è se le risorse avranno la medesima ripartizione – tra sistemi bancari dei singoli stati dell’area euro – che hanno avuto con il vecchio programma. Ed è qui che quanto dichiarato dall’amministratore di MPS fa presagire che la ripartizione sarà ben diversa. Infatti se, secondo Viola, MPS avrà con TLTRO al massimo 6 miliardi di euro non possiamo fare a meno di notare che ancora a maggio di quest’anno la sua banca aveva prestiti verso il programma LTRO per ben 22 miliardi di euro. Nella sostituzione tra i due programmi di pari ammontare dunque questa banca avrebbe un ammontare di risorse enormemente inferiore. Se così fossero le proporzioni per tutto il sistema bancario italiano ci sarebbe una riduzione delle risorse messe a disposizione della Banca Centrale Europee veramente colossale, a vantaggio evidentemente di qualche altro sistema bancario. Anche la logica e la teoria economica lascerebbero pensare che questa sia l’ipotesi corretta. Infatti è evidente che i sistemi produttivi che hanno maggior bisogno di prestiti (il TLTRO sarà vincolato proprio a questo) sono quelli forti, quelli dei paesi dove la domanda aggregata è robusta. Questo non è esattamente l’identikit del sistema economico italiano. Al contrario sembrerebbe l’identikit dei sistemi economici dell’area “core” dell’Unione Monetaria.

Se così stessero le cose, facile comprendere che se al nuovo programma non verrà affiancato anche un ulteriore sostegno per i paesi in maggior difficoltà molto probabilmente altre tempeste si profileranno all’orizzonte soprattutto a livello di finanza pubblica.

 

La transmutazione del capitale finanziario in capitale economico e il paradosso dell’inflazione

capitalismo

 

In questa particolare fase economica europea, caratterizzata da una tendenza alla disinflazione se non da una vera fase di deflazione, nei mass media il dibattito è incentrato su come possa essere “rilanciata” una sorta di inflazione “sana” che segnali la ripresa dei consumi e degli investimenti in Europa.

In passato, possiamo dire per decenni, il dibattito invece è stato di segno opposto ovvero su come annientare la “piaga” dell’inflazione che era considerata alla base di tutti i mali. Da questo si potrebbe dedurre  che esista un punto dove – per valori superiori – l’inflazione distrugga il potere d’acquisto delle persone e che le riduca in povertà reale e allo stesso tempo – per valori inferiori a questo punto – si finisca in una situazione reale caratterizzata da stagnazione e alta disoccupazione.  Verrebbe quasi da pensare che esista un fantomatico punto di equilibrio, di tasso d’inflazione ottimale, che le politiche fiscali dei governi e le politiche monetarie delle banche centrali dovrebbero continuamente ricercare. Ovviamente è facile capire che questo livello di inflazione “ottimale” non verrà mai trovato perché è impossibile che esso sia un “punto fisso” ma che esso a sua volta fluttui essendo influenzato/spostato da una miriade di variabili quali, per esempio, il costo delle materie prime, la situazione internazionale, le variazioni degli ordinamenti giuridici in materia di diritto del lavoro e via discorrendo.

Guardando però questa eterna caccia al livello di inflazione ottimale con un’altra lente possiamo vedere altre cose interessanti, forse fino al punto di ipotizzare che l’inflazione ottimale non solo è introvabile (perché in continua fluttuazione) ma che esiste una contraddizione insanabile tra diverse forme di capitale che rendono inesistente il punto stesso.

A seconda dell’utilizzo del capitale (e dunque del suo grado di liquidità/liquidabilità) possiamo classificarlo in:

  1. Capitale finanziario ovvero quel capitale in forma di moneta, titoli di credito o titoli di proprietà facilmente liquidabili in un determinato mercato finanziario:
  2. Capitale economico ovvero quel capitale investito in beni reali (generalmente all’interno di un’azienda) e che dal suo utilizzo si dovrebbe creare “valore” per gli investitori.

Sotto l’aspetto dell’inflazione queste due “forme” di capitale hanno interessi – a mio umile parere – divergenti. Il primo ha interesse ad un livello di inflazione il più basso possibile fondamentalmente per un motivo: più basso è il tasso di inflazione più facile è trovare un’allocazione di questo capitale in grado di dare rendimenti reali (rendimento nominale meno tasso d’inflazione) positivi e dunque convenienti. Indipendentemente dalla scuola monetaria alla quale si aderisce (teoria quantitativa, scuola di Cambridge o scuola endogena) credo che tutti possano accettare che ad un più alto livello di inflazione si abbia un maggior livello di crescita economica. Al contrario una spinta deflattiva comporta un ristagno o una diminuzione dei consumi (anche per il fatto che se le aspettative sono per un ulteriore abbassamento dei prezzi il consumatore tende a posticipare i consumi nella speranza di riuscire ad ottenere un prezzo ancora più conveniente). In una situazione deflattiva è evidente che coloro che hanno investito i propri capitali in capitale economico rischiano di veder vanificato il proprio investimento proprio a causa della diminuzione dei consumi e di conseguenza del sotto utilizzo dei beni nei quali si è investito. Al contrario il capitale economico prospera (produce profitti) in un ambiente economico inflattivo, ovvero in un ambiente economico dove vi è una robusta domanda di beni e servizi.In sostanza si potrebbe dire che non solo il livello di inflazione ottimale tra le esigenze del capitale e le esigenze del lavoro (vedasi la “curva di Phillips” per esempio) sia impossibile da trovare ma che sia inesistente perché esiste anche un conflitto tra le esigenze del capitale finanziario e quelle del capitale economico.

Venendo all’oggi è curioso ma secondo me indicativo un grafico pubblicato dall’Economist di questa settimana.

Economist

Come si può notare il capitale economico è in una evidente fase di contrazione a livello globale. Al contrario – basta guardare gli indici delle borse – il capitale finanziario è ai massimi. Il fatto che viviamo una situazione economica dove l’inflazione è mediamente molto bassa e le aspettative di crescita del Pil sono altrettanto basse (almeno in USA ed Europa) implicano forse una preferenza per il capitale finanziario a dunque a danno del capitale economico ovvero degli investimenti reali.