Doomsday, diritti di proprietà e Robber Barons

di Giuseppe Masala

doom

 

E’ ancora vivo, soprattutto negli USA, il trauma conseguente al fallimento di Lehman Brothers. Ciclicamente infatti si ripresentano le polemiche sul suo mancato salvataggio. Secondo gli osservatori rimane un mistero il motivo per il quale questa banca fu lasciata al suo destino e molti, addirittura, si esercitano nella ricostruzione dei fatti accaduti in quei giorni scivolando nel complottismo. Chiaramente non si può escludere l’esistenza di un complotto – magari ordito per fare fuori un concorrente scomodo di altre case d’affari – ma secondo zeroconsens, al di là dei retroscena, la sostanza è un altra.

La domanda, a mio modesto avviso non è se Lehman Brothers poteva essere salvata ma se sia stato giusto salvare le altre case d’affari a rischio crack. E’ chiaro ed evidente che Lehman poteva essere salvata dalla Federal Reserve. Bastava concedere la liquidità sufficiente così come fu concessa alle altre grandi banche di Wall Street. Lapalissiano.

La domanda vera è, come dicevo, un’altra: è stato giusto salvare le altre banche d’affari (e anche la compagnia d’assicurazioni AEG)? A rigore, in un sistema “compiutamente” capitalista, lo Stato non deve in nessun modo intervenire nell’economia e qualunque impresa mal gestita deve essere lasciata al proprio destino. Le motivazioni che sostengono questa visione sono in parte di natura economica e in parte di natura etica. Dal punto di vista economico questo assunto parte dall’idea “proto liberista” secondo la quale l’intervento dello Stato non è solo inutile (“Laissez faire et laissez passer, le monde va de lui même“) ma anche dannoso, perché da un lato favorirebbe l’azzardo morale di imprenditori (e banchieri) troppo spregiudicati e dall’altro perché intralcerebbe quel processo di selezione naturale che dovrebbe portare alla morte delle aziende meno efficienti sul mercato. Dal punto di vista etico invece, l’intervento dello Stato andrebbe a ledere quello che è il principio di responsabilità individuale: i comportamenti sbagliati devono essere puniti dalla longa manus del mercato.

I difensori della strategia posta in essere dallo Stato americano sostengono che sebbene i principi sopra elencati siano corretti, in quella specifica fase storica si aveva una situazione assolutamente straordinaria che giustificava una deroga: il totale meltdown del sistema finanziario americano avrebbe portato ad una enorme distruzione di ricchezza con fallimenti a catena non solo nella finanza ma anche nell’economia reale. Dunque avremmo assistito al fallimento di aziende manifatturiere, alla perdita di milioni e milioni di posti di lavoro e in definitiva alla distruzione di decine se non di centinaia di milioni di vite sia in USA che nel desto del  mondo.

Probabilmente questa visione è corretta. Ma siamo sicuri che il salvataggio di Wall Street ha evitato veramente queste drammatiche conseguenze? Sicuramente decine di milioni di posti di lavoro si sono ugualmente persi (anche se le statistiche sulla disoccupazione non chiariscono bene i termini del dramma, vista la “cosmesi” dovuta al fatto che vengono esclusi dalle statistiche per esempio i cosiddetti lavoratori “scoraggiati”). Sicuramente molte aziende sono fallite. Sicuramente infine, l’enorme immissione di liquidità ha posto le basi per il tentativo di uscita di alcune nazioni in ascesa  (i cosiddetti BRICS per esempio) dal sistema  del dollaro come moneta principale del commercio internazionale, con relativo aumento dell’instabilità politica a livello internazionale (e l’aumento dei conflitti in giro per il mondo ne è una prova evidente, per chi ha occhi per vedere).  Insomma, sembrerebbe quasi che il salvataggio di Wall Street del 2008 è stato solo un rinvio di ciò che anche su altri piani (non più e non solo quello finanziario, ma anche quello valutario, diplomatico e militare) sta comunque accadendo ora.

E’ plausibile che la dirigenza americana non fosse cosciente del rischio a cui andava incontro? No, a mio modo di vedere è assolutamente improbabile che le “teste d’uovo” che hanno elaborato la strategia di salvataggio del 2008 non fossero coscienti del fatto che si rischiava di trasformare la crisi da finanziaria in crisi valutaria, diplomatica e militare.  Sicuramente però contavano (e probabilmente a tutt’oggi contano ancora) di avere una tale superiorità militare, una tale rete di alleanze e degli strumenti di persuasione “culturale” talmente potenti ,  tali da riuscire a dominare qualunque avversario che avesse osato sfidarli.

Anche se – come ho detto –  il salvataggio di Wall Street non ha evitato l’esplosione della disoccupazione reale negli USA né l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze sociali va però sottolineato che l’unica cosa che si è certamente evitato è che la classe sociale che  controlla il sistema economico americano fosse costretti a passare la mano e dunque a perdere le  immense ricchezze e l’immenso potere di cui ancora oggi beneficiano.

Infatti le visioni apocalittiche che ci vengono descritte non sono esattamente corrette.  Un ipotetico (e forse anche esagerato) Doomsday nel quale – a catena – falliscono le banche e anche le aziende manifatturiere non significa la distruzione fisica dei capannoni, dei brevetti, dei centri di ricerca né tantomeno la morte fisica delle maestranze che producono i beni o degli scienziati impegnati nella ricerca. Significa la distruzione dei diritti di proprietà delle classi dirigenti che controllano il tessuto produttivo. Diritti di proprietà che sarebbero passati ad un’altra classe di imprenditori  secondo le leggi che già esistono nell’ordinamento, a partire dal celeberrimo Chapter 11.

Insomma a guardar bene, dietro il salvataggio del 2008 vi è soprattutto il salvataggio degli eredi, sia di sangue che di spirito, dei Robber Barons. Semplicemente in questa faccenda alcuni Robber Barons sono stati più “robber” dei “fratelli Lehman”.

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