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Cuore, batti la battaglia!

Mese: gennaio, 2015

USA – Russia: partita a scacchi sul Dnepr

 

scacchi

La crisi Ucraina sotto molti punti di vista può rivelarsi un tornante della storia che potrà decidere i futuri assetti dell’Europa. Per quanto possa sembrare paradossale Stati Uniti d’America e Federazione Russa sembrano avere strategie chiare su quale debba essere il destino di questa nazione a cavallo tra Unione Europea e Federazione Russa, invece proprio l’Europa pare giocare una partita senza una visione chiara  stretta tra la strategia statunitense e la volontà di non perdere il mercato della Federazione Russa.

Andando ad analizzare le strategie dei due contendenti principali possiamo dire che la strategia americana può essere definita come una strategia con un “obbiettivo rigido” da ottenere con “strumenti rigidi” mentre la strategia della Federazione Russa può essere definita come strategia con un “obbiettivo flessibile” da ottenere con “strumenti flessibili”.

USA: Obbiettivi e mezzi

L’obbiettivo americano è riassumibile nella visione di Zbigniew Bzerzinski: <<L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere eurasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli stati islamici loro amici nel sud […] Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa.>> (1)

Gli strumenti utilizzati dagli USA per conseguire questo obbiettivo rigido sono stati variegati nel tempo:

  1. Sostegno diplomatico alla rivoluzione arancione di Viktor Juščenko avvenuta nel 2004;
  2. Sostegno diplomatico, finanziario e militare alla rivoluzione di Piazza Majdan del Febbraio 2014;
  3. Implementazione di sanzioni (e minaccia di ulteriori sanzioni ancora più forti) contro la Russia per evitare ingerenze tese a sterilizzare la presa del potere delle forze politiche ucraine fortemente influenzate dal Dipartimento di Stato americano.

Federazione Russa: obbiettivi e mezzi

Gli obbiettivi della Federazione Russa, valutando le dichiarazioni di Putin e del Ministro degli Esteri Lavrov,  possono essere definite flessibili per il fatto che abbiamo un obbiettivo principale ma anche alcuni obbiettivi subordinati che dal punto di vista russo possono essere delle soluzioni di compromesso accettabili. L’obbiettivo principale è il mantenimento dell’Ucraina nella sfera di influenza di Mosca e la sua progressiva inclusione all’interno dell’Unione Euroasiatica.  Obbiettivi subordinati accettabili possono essere sia un Ucraina integra dal punto di vista territoriale e federalizzata legata all’UE dal punto di vista economico ma fuori dalla NATO e dunque neutrale, sia l’ipotesi della disintegrazione dello stato unitario che veda la nascita di due stati, uno dei quali legato all’UE e alla Nato (la parte nord occidentale dell’Ucraina) e uno stato legato economicamente e militarmente alla Russia (la cosiddetta Novorossija ovvero la parte sud-est dell’Ucraina).

Gli strumenti utilizzati dalla Russia sono flessibili e variano a seconda di come si evolve la situazione. L’obbiettivo principale, ovvero quello di riportare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Mosca può essere raggiunto solo in caso di collasso degli attuali assetti istituzionali e politici di Kiev. Una simile situazione si può verificare solo grazie all’acuirsi della crisi economica e finanziaria e la Russia ha senza dubbio agito per raggiungere questo obiettivo per esempio aumentando i dazi sulle merci ucraine ed in certi casi arrivando a vere e proprie sanzioni. Naturalmente può essere letto in questa chiave anche l’accordo tra Gazprom e governo ucraino che non prevede alcun credito ma la consegna del gas solo dopo il pagamento in dollari. Non solo, anche la guerra nel Donbass può essere funzionale a questo obbiettivo. La guerra civile è un costo economico difficilmente sostenibile, nel lungo periodo, dall’Ucraina e dunque l’appoggio dato alle milizie separatiste tende ad allungare i tempi del conflitto e di conseguenza a dissanguare le casse statali di Kiev. E’ evidente che gioca a vantaggio della Russia anche la perdurante crisi economica europea che rende difficilmente sostenibili – sia economicamente che politicamente – l’elargizione di ulteriori aiuti europei all’Ucraina.

L’opzione subordinata di un Ucraina integra territorialmente ma neutrale dal punto di vista economico può essere raggiunta solo con un abile lavoro diplomatico. Azione diplomatica che non è certamente mancata da parte della Russia: basti pensare alla promozione degli accordi cosiddetti “di Minsk” ma anche ai vari incontri nella versione “Gruppo di Normandia”.

Anche l’ipotesi di una disgregazione ucraina e dell’istituzione di uno stato filorusso (c.d. Novorossija) a sud-est può essere accettabile da parte della Russia. Va detto però che questa potrebbe essere la soluzione a più alto rischio per la Russia stessa. Infatti potrebbero esserci conseguenze indirette molto pesanti: un aumento delle sanzioni occidentali fino alla disconnessione del sistema finanziario russo dal sistema internazionale che regola le transazioni finanziarie (SWIFT) e anche un ulteriore raffreddamento dei rapporti diplomatici con l’Occidente. Ciò nonostante la Russia è probabilmente disposta a prendersi il rischio di questa evoluzione (nel caso le precedenti due opzioni siano irraggiungibili) , ciò è deducibile dal sostegno militare alle Milizie che vista l’evoluzione del conflitto non può essere considerato teso alla mera difesa degli attuali confini delle repubbliche del Donbass. Evidentemente secondo i russi il rischio di un Ucraina sotto l’orbita della Nato è considerata una vera sciagura e foriera, entro qualche anno, di ulteriori rischi quali la perdita della stessa Crimea e dunque la sostanziale perdita dello sbocco nel Mar Nero.

In definitiva gli USA giocano una partita con una sola opzione vincente mentre i russi giocano una partita con una opzione vincente e due comunque accettabili. In questa rischiosa partita appare sempre più evidente l’assoluta assenza della nana politico-militare chiamata Unione Europea: nessuna strategia chiara e di conseguenza la vera e sicura perdente.

  1. Zbigniew Brzezinski, “La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana”, 1997

 

Pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter

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Draghi, il Quantitative Easing e Godot

elicotteri

di Sergio Cesaratto

 

Una volta Pie­ran­gelo Gare­gnani mi disse: «Key­nes è stato un disa­stro per la teo­ria eco­no­mica per­ché ha intro­dotto il ter­mine aspet­ta­tiva», vale a dire l’idea che lo stu­dio delle attese dete­nute dai sog­getti circa il futuro sia un ele­mento por­tante dell’economia poli­tica. Com­pito della poli­tica eco­no­mica diven­te­rebbe, dun­que, quello di orien­tare le aspet­ta­tive nella dire­zione desiderata.

Molti eco­no­mi­sti ete­ro­dossi vedono addi­rit­tura nell’incertezza in cui si for­mano le attese il vul­nus del capi­ta­li­smo. Sia nella ver­sione orto­dossa che ete­ro­dossa, quella di basare l’analisi eco­no­mica sulle aspet­ta­tive è una teo­ria assai debole che tra­scura i fatti reali, che sono invece quelli che dob­biamo stu­diare anche per spie­gare la for­ma­zione delle aspet­ta­tive. La dise­gua­glianza e la con­se­guente debo­lezza della domanda aggre­gata sono dal punto di vista ete­ro­dosso, per esem­pio, il vul­nus reale del capi­ta­li­smo e fonte di incer­tezza nelle deci­sioni di investimento.

Da que­sto punto di vista il varo del Qe da parte della Bce ci è apparso come un grande eser­ci­zio media­tico, in cui la cen­tra­lità asse­gnata alle aspet­ta­tive ben si adatta al grande pro­sce­nio della comu­ni­ca­zione in cui non c’è solu­zione di con­ti­nuità fra fin­zione e realtà. Al riguardo, se la pro­fes­sio­na­lità di molti com­men­ta­tori eco­no­mici fai da te è assai dub­bia, non è però que­sto il caso di Carlo Basta­sin de Il Sole 24 Ore, il quale pur­tut­ta­via com­menta che, seb­bene il Qe non possa da solo «rilan­ciare con­sumi e inve­sti­menti la cui man­canza affligge l’economia euro­pea», esso «può atte­nuare la sfi­du­cia ormai radi­cata che è la prima causa del vuoto di domanda».

Atte­nuare la sfi­du­cia, ecco. Base su cui il mini­stro dell’Economia Padoan può inci­tare le fami­glie a spen­dere e le imprese a inve­stire. Sulla fidu­cia. Come dire: il Qe non ha grandi effetti, ma se voi comin­ciate a cre­dere che ne abbia, allora li avrà. Insomma, se il Qe fal­li­sce è pure un po’ colpa vostra.

La fiera delle aspet­ta­tive su cui si fonda il Qe è che se la gente cre­desse dav­vero che il Qe farà ripar­tire l’inflazione, allora anti­ci­perà gli acqui­sti, per esem­pio di case o di auto, così da far ripren­dere domanda, pro­du­zione, inve­sti­menti e livello dei prezzi. Ma faglielo capire alla fami­glia che ha perso il lavoro e al suo datore di lavoro che ha chiuso bot­tega! E anche i più for­tu­nati vor­ranno vedere il cam­mello della ripresa prima di spen­dere di più, non si accon­ten­te­ranno dell’aspettativa del cammello.

Già nel 2004 un ottimo eco­no­mi­sta della Bce, Ulrich Bind­seil, com­men­tando il primo Qe effet­tuato dalla Banca del Giap­pone nel 2001 affer­mava che al di là dell’infondata asso­cia­zione mone­ta­ri­sta di aumento della liqui­dità a mag­giore infla­zione, non si capi­sce come mag­giore liqui­dità alle ban­che possa tra­dursi in mag­giore spesa e uscita dalla defla­zione, per cui l’unico argo­mento a difesa del Qe è che «tanto male non fa». Un po’ poco per la tra­ge­dia che viviamo.

A soste­gno di effetti reali del Qe resta dun­que solo il deprez­za­mento dell’euro, che accen­tua il ruolo dell’Eurozona come desta­bi­liz­za­tore dell’economia mon­diale e comun­que insuf­fi­ciente a indurre una seria ripresa, e il pun­tello ai debiti sovrani. Quest’ultimo del tutto rela­tivo visto che il rischio rela­tivo all’80% dei titoli pub­blici acqui­stati da cia­scuna banca cen­trale nazio­nale (Bcn) sarà a carico dalla mede­sima banca, ovvero dallo Stato a cui appar­tiene. Il che crea un cir­colo vizioso per cui la Bcn pun­tella lo Stato il quale pun­tella la Bcn.

Natu­ral­mente Dra­ghi fa quel che può, ma ciò non ci esime dal rico­no­scere che senza la fine dell’austerità — che non è nell’orizzonte delle élite euro­pee — si sta curando il can­cro con l’aglio (o forse col Prozac).

In sin­tesi, il Qe avrà effetti mar­gi­nali, ma suf­fi­cienti per giu­sti­fi­care il Padoan di turno nel con­ti­nuare a pro­met­tere la ripresa per l’anno suc­ces­sivo. Per altri com­men­ta­tori il Qe apre spazi per la sini­stra e, lad­dove fal­lisse, dischiu­de­rebbe la strada al «Qe per il popolo», la distri­bu­zione di liqui­dità diret­ta­mente a cia­scun cit­ta­dino. Ma in tempi così grami e di fiera delle aspet­ta­tive come si fa a bia­si­mare chi fa un po’ sognare la gente? Attenti al risve­glio però.

Pubblicato su “il Manifesto” del 24-1-2015

La moneta nel Paese dei Grulli

folli

Il Paese dei Grulli era da anni attanagliato da una tremenda crisi economica: alta disoccupazione, calo della produzione e crisi bancarie ormai erano una piaga inguaribile.

Il grande economista del Paese dei Grulli, Miltone Friedmano quando vide i dati sull’inflazione, che segnalavano ormai l’arrivo del grande spauracchio chiamato deflazione, esclamò: << Dobbiamo evitare a tutti i costi l’arrivo della deflazione, sarebbe una catastrofe! Dobbiamo stampare sacchi di monete e poi buttarle dagli elicotteri sulle nostre città. Solo questa mossa estrema potrà salvarci!>>.

E fu così che dopo appena una settimana, dalla banca centrale, si alzarono gli elicotteri carichi di biglietti di Talleri diretti verso le sette città del Paese dei Grulli.

Quando la gente delle città vide che dal cielo piovevano monete da 100 Talleri si lasciò prendere dall’entusiasmo. Tutti abbandonarono le loro attività: i contadini abbandonarono le campagne, i panettieri abbandonarono i forni, gli operai dei cantieri navali e delle acciaierie abbandonarono le fabbriche, le maestre e i professori abbandonarono le scuole e le Università. Anche gli alunni si misero a caccia dei biglietti caduti dal cielo.
Nacquero anche delle baruffe tra i cercatori di moneta…ma erano cose di poco conto: intanto c’erano monete per tutti, perdere tempo non serviva a nulla. Tutti a caccia.

La caccia alla moneta dei cittadini del Paese dei Grulli durò una settimana. Quando tutte le monete furono raccolte i cittadini persero un altro giorno per contare.  Tutti i cittadini urlavano: <<Che gioia, che gioia, finalmente sono ricco>>.

Ormai però, le dispense erano vuote e tutti capirono che era l’ora di andare a fare la spesa. <<Ormai non c’è problema. Tanto sono ricco, posso comprare quello che voglio>> questo pensavano i cittadini del Paese dei Grulli.

E fu così che la gente si riversò – con la baldanza del ricco – nelle strada per andare a fare la spesa. Appena arrivarono al Mercato Generale videro però che questi erano chiusi. <<Porca miseria>> disse la gente all’unisono in un lampo di consapevolezza:<<Anche i negozianti hanno interrotto le attività per mettersi a caccia dei Talleri piovuti dal cielo.>> E così anche i contadini. E così anche i panettieri. E così anche gli operai….

La gente a quel punto corse allora nelle campagne alla ricerca di qualcosa di mettere a tavola, ma ahimé trovò però solo orti rinsecchiti (nessuno li aveva innaffiati per una settimana) e animali morti (nessuno aveva dato loro da mangiare). Corsero allora verso i cantieri navali e verso le acciaierie: anche qui trovarono tutto in stato di abbandono. I macchinari – abbandonati ormai da una settimana – erano fuori uso perché nessuno aveva fatto la manutenzione. Un capannone era addirittura un cumulo di macerie fumanti a causa di un incendio che nessuno si era curato di spegnere (anche i Vigili del Fuoco avevano abbandonato il loro posto di lavoro). Nei cantieri navali le cose non andavano meglio: una mareggiata aveva portato via dal bacino di carenaggio  la nave in via di costruzione. Un vero disastro.

Fu allora che i cittadini del Paese dei Grulli capirono che nessuno mangiava biglietti da cento Talleri e che la ricchezza vera era il lavoro.

 

Piccolo tweet ad un giovane sardo

 

tweet

Sii sardo e dunque figlio del Mediterraneo. Rifuggi come la peste da scrittori salariati interessati solo a mettere le mani nelle casse della Regione Sardegna e che vorrebbero acquistare facile consenso parlandoti di piccole “identità”. Tu non sei un Venerdì a là Robinson Crusoe. Tu sei nuragico, fenicio, cartaginese, romano, vandalo, bizantino, spagnolo, austriaco e piemontese. Tu sei il mondo più grande ed è necessario che te ne occupi.

Leggi Antonio Gramsci.

Ses sardu e duncas fizzu e su mare. Fui comente si ses idende sa peste cando intendes iscrittores pagados e interessados a ponner sas manos in sas cassias de sa Regione e chi ti faeddan de identitade pro leare fazzile cunsensu. Tue no ses s’aborigenu de Robinson Crusoe. Tue ses nuragicu, feniciu, cartaginesu, romanu, vandalu, bizantinu, ispagnolu, austriacu e piemontesu. Tue ses su mundu prus mannu e ti n’de deves interessare.

Lezze a Antoneddu Gramsci de Ghilarza.

Economist: Imprenditori di se stessi 2.0

 

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 E’ veramente sconcertante come la crisi economica in corso non abbia insegnato nulla ai grandi mass media occidentali. Uno degli esempi più sconcertanti lo abbiamo avuto con il numero dell’Economist di questa settimana (3 – 9 gennaio 2015, pag. 15) dove si tessono le lodi del lavoro flessibile.  La tesi ad essere sinceri è la medesima che si ascolta dagli anni 90: <<Everyone a corporation!>> ovvero, “Ognuno è imprenditore di se stesso”.

Secondo l’Economist: <<L‘ idea che avere un buon lavoro consista nell’ essere dipendente di una specifica azienda è un retaggio di un periodo iniziato nel 1880 e concluso nel 1980” e ancora: <<I vantaggi per il sistema sono evidenti: i lavoratori che vogliono avere successo devono provvedere ad aggionarsi, invece di sedersi ad aspettare che provveda a tutto il datore di lavoro>>. Bontà loro.

Al prestigioso (sic) settimanale, non pare che questo modello abbia svantaggi. I lavoratori che non riusciranno ad imporsi come “lavoratori meritevoli” saranno destinati alla esclusione sociale e alla povertà. Sfortunatamente la povertà e l’esclusione sociale non sono un problema del singolo ma un problema di funzionamento  anche del sistema economico. L’esclusione di vaste sacche di popolazione dal reddito e dal consumo comporta automaticamente l’innesco di una crisi di “sottoconsumo”. Sempre che – secondo i valenti redattori del giornale – non si voglia ovviare al problema con il credito facile all’americana anche a quella popolazione definita “no income, no job, no assets“(tradotto, “nessun reddito, nessun lavoro, nessun patrimonio). Ovviamente in questo caso andrebbe spiegato come si intenderebbe ovviare ai problemi (insolvenza dei debitori e successivo crollo del sistema bancario) venutisi a creare nel 2008 e che inesorabilmente si ripresenterebbero.

Zeroconsensus ritiene che questo articolo dell’Economist è materia per filosofi e psicologi che dovrebbero spiegare quale follia collettiva ha colto la classe dirigente occidentale. Solo dei folli infatti possono sperare che il ripetere politiche che già si sono rivelate catastrofiche possa portare a risultati diversi da quelli visti nel passato.

Certamente vittime ma non libertari

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Senza tentennamenti va condannato l’atto terroristico che ha decimato la redazione del giornale “Charlie Hebdo” ma allo stesso tempo ci lascia perplessi l’etichetta di “libertari” appiccicata ai redattori di questo giornale.

Libertario è colui che si batte affinché non venga oltraggiato, vilipeso e deriso il proprio prossimo e non chi rivendica la libertà di oltraggiare, vilipendere e deridere gli altri.

 

La Maskirovka dello Zar (parte II)

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Zeroconsensus sta seguendo con la massima cura l’evolversi della crisi tra l’Occidente e la Russia (anche se forse sarebbe più corretto parlare di “blocco asiatico” comprendente oltre alla Russia almeno la Cina). Questo perchè a mio umile parere siamo di fronte ad un passaggio storico, una di quei tornanti della storia che – chiunque prevarrà – trasformerà gli assetti e gli equilibri tra potenze sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto economico.

Già in uno dei pezzi precedenti avevo provato a spiegare che tutta la narrazione proposta dai maggiori media occidentali e dai suoi cosiddetti “analisti” tendente a dimostrare che era in atto una manovra di geometrica potenza dell’Occidente al fine di mettere il ginocchio la Russia tramite l’abbattimento dei prezzi del petrolio e la disintegrazione del valore del Rublo è una narrazione che oggettivamente non sta in piedi.

In questo inizio di anno ne abbiamo avuto l’ennesima prova, sebbene i cosiddetti “analisti” non tengono in considerazione (probabilmente manco conoscono) i dati reali. Infatti l’agenzia di stampa americana Bloomberg (di certo non sospettabile di mancanza di fedeltà all’Impero americano) ci informa che nel mese scorso la produzione di petrolio russo è aumentata al record di 10,61 milioni di barili al giorno. Ben strano che una nazione che dovrebbe avere il massimo interesse – secondo gli analisti occidentali – a tenere i prezzi alti per evitare il collasso del bilancio dello Stato e della sua economia spinga la produzione a nuovi massimi deprimendo ulteriormente il prezzo. Insomma, la narrazione proposta sembra una visione onirica di cantori del trionfo imperiale anche di fronte ad una evidente sconfitta. Infatti sempre consultando Bloomberg si scopre che con prezzi del petrolio che si attestano sui 50 dollari al barile a rischiare lo schianto sono le società che producono petrolio di scisto negli USA e in Canada (oltre che le società che estraggono a caro prezzo petrolio sul Mare del Nord).

Guardando dunque ai dati della produzione appare sempre più evidente che anche la manovra per abbattere il prezzo del petrolio è più una Maskirovka dello Zar per distruggere la produzione americana con il sistema del fraking che una manovra americana con il contributo dei sauditi per distruggere la Russia.