Una Trojka culturale per la Grecia

di Giuseppe Masala

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di Marcello Madau (*)

e la sta­tua cri­soe­le­fan­tina dell’Athena Par­the­nos, che stu­piva con il suo favo­loso scudo e i suoi dodici metri chi entrava nella cella del Par­te­none, fosse ancora pre­sente, gli accu­sati di grat­tarne not­te­tempo l’oro e l’avorio non sareb­bero come un tempo Peri­cle e Fidia ma – que­sta volta giu­sta­mente – i tre cor­sari della troika della Comu­nità Europea.

Nella richie­sta greca dei danni di guerra appa­iono ora anche i furti dei beni archeo­lo­gici, ma vor­rei illu­strare come il pro­blema sia deci­sa­mente più ampio, come apra una pro­spet­tiva inte­res­sante nella quale si incro­ciano il valore incal­co­la­bile della sto­ria con quello più misu­ra­bile di incassi e fide­ius­sioni. E una curiosa inter­scam­bia­bi­lità fra i ruoli di cre­di­tore e debitore.

Senza adden­trarci in discorsi com­plessi, impor­tanti ma lon­tani (come il debito di civiltà che avremmo verso la Gre­cia), pos­siamo limi­tarci alla con­tem­po­ra­neità: essa ci fa dono nel 2010 di un momento di grande valore sim­bo­lico: quando la Fin­lan­dia pro­pose di pigno­rare il Par­te­none a garan­zia del debito pub­blico greco. Misura da vera eco­no­mia clas­sica, spie­tata e gla­ciale ma con il pre­gio, direi invo­lon­ta­rio, di rico­no­scere il valore dell’archeologia greca e dei suoi straor­di­nari monu­menti rispetto al debito enorme che la Gre­cia avrebbe verso l’Europa.

In effetti quanti capo­la­vori greci nei grandi musei della terra! In que­gli stati euro­pei che, per mano dei tre cor­sari cer­cano di stran­go­lare l’Ellade antica e con­tem­po­ra­nea: non tutti ven­gono da accordi vir­tuosi, molti epi­sodi asso­mi­gliano a veri e pro­pri furti, di Stato o individuali.

Una parola d’ordine, che in casi ana­lo­ghi spesso risuona, è che le opere d’arte tra­fu­gate più o meno legal­mente dovreb­bero rien­trare nei paesi d’origine. Eppure que­sti musei sono diven­tati luo­ghi uni­ver­sali, luo­ghi anche nostri gra­zie a que­ste opere. E la cir­co­la­zione dei beni arti­stici è un fatto di cul­tura per­sino cal­deg­giato nei dili­genti docu­menti europei.

D’altronde è dif­fi­cile imma­gi­nare un Bri­tish Museum di Lon­dra senza opere gre­che o i bas­so­ri­lievi assiri, ragio­na­mento valido per il Lou­vre e tanti altri cele­bri com­plessi espositivi.

Molti pro­prio della Ger­ma­nia, da Monaco a Ber­lino a Karl­sruhe: pen­sate ai kou­roi dello Staa­tli­che Museum, dello Altes Museum, della Glip­to­teca; della Fran­cia è cele­bre la splen­dida dota­zione del Lou­vre: kou­roi, due scul­ture «acqui­site» dal Par­te­none, l’abbacinante «Cava­liere Ram­pin», solo per ricor­darne alcuni; della Gran Bre­ta­gna, con il suc­ci­tato Bri­tish e i cele­bri ele­menti deco­ra­tivi dal Par­te­none, dall’Eretteo; con le cera­mi­che e nuo­va­mente i kou­roi. Ancora, visto l’interesse dell’America per il debito greco, esempi come il Paul Getty, il MoMA, fino alle col­le­zioni del Museo di Kan­sas City…

E c’è l’Italia, pro­prio nella Firenze di Mat­teo Renzi, se pen­siamo ai due splen­didi kou­roi Milani e Milani-Barberini, espo­sti nel Museo archeo­lo­gico nazionale.

Solo onore per la Gre­cia allora? Per­ché non qual­che diritto in più, anche eco­no­mico? L’economia dei beni cul­tu­rali ci può aiu­tare a tro­vare una pos­si­bi­lità, sia nella sua straor­di­na­ria ten­sione fra valore d’uso e valore di scam­bio in manu­fatti che dovreb­bero essere «fuori mer­cato», beni comuni — e invece non lo sono, fra traf­fico clan­de­stino, anti­qua­ria ed aste — sia nella più cor­retta let­tura dei set­tori col­le­gati alla frui­zione.
Qual­cuno (più vicino alla troika) potrebbe obiet­tare: pub­bli­cità per quei paesi, se ne accre­sce la fama, la gente viene indi­riz­zata verso di loro. Ma è più sem­plice, sicuro e tan­gi­bile, valu­tare i grandi introiti di quelle città e di quei musei: gra­zie alle opere dell’antica Gre­cia. Per­ché non pro­vare a fare due conti?

(In fondo vi è qual­che timida con­sa­pe­vo­lezza degli aspetti finan­ziari delle col­le­zioni museali anche in vari docu­menti della Comu­nità Euro­pea, come il «Len­ding to Europe» del 2005, la «Coun­cil reso­lu­tion» del 25 giu­gno 2002 e natu­ral­mente le pre­messe così sen­si­bili del Trat­tato di Maa­stri­cht 1999, art. 151 e punto 3.2.2).

Si potrebbe allora nomi­nare una «troika» di archeo­logi: uno della Gre­cia, uno della Magna Gre­cia, uno della Libia (Cirene); poi sta­bi­lire il valore di ogni opera, tra quello assi­cu­ra­tivo in caso di spo­sta­mento e le opere di mano d’opera spe­cia­liz­zata e comune per rea­liz­zarlo oggi (ma con gli stru­menti di allora).

Infine cal­co­lare, sulla base dei para­me­tri di rife­ri­mento uffi­ciali, il costo rela­tivo ai pre­stiti di natura one­rosa, lungo i molti decenni (in alcuni casi di secoli, come per i marmi «Elgin» del Par­te­none), basan­dosi su valori desunti dal cal­colo dei flussi dei visi­ta­tori, dagli introiti di bigliet­te­ria e dai red­diti com­ples­sivi dell’unità museale (mer­chan­di­sing, risto­ra­zione, book shop: magari sulle pub­bli­ca­zioni rego­lar­mente ven­dute oltre le due­mila copie, come recita ad esem­pio la legi­sla­zione ita­liana: il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio potrebbe far con­tare un po’ di più l’Italia in que­sto senso).

Infine, ana­liz­zare la valu­ta­zione eco­no­mica dei van­taggi ‘a rete’, la cre­scita dei prezzi fon­diari nelle zone attorno ai grandi musei dopo la loro inau­gu­ra­zione, gli incassi dei tra­sporti e insomma tutti i sistemi eco­no­mici ad essi rela­tivi. Un cal­colo dav­vero inte­res­sante, una somma che potrebbe sorprendere….

Sarà dispo­sta la Gre­cia a con­ce­dere qual­che dila­zione ai paesi euro­pei che hanno con­tratto un debito cul­tu­rale di que­sta dimen­sione? Panta rei.

(*) Marcello Madau è archeologo e professore di “Beni culturali e ambientali” all’Accademia di Belle Arti “Sironi” di Sassari

Fonte: il Manifesto

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