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Cuore, batti la battaglia!

Mese: maggio, 2015

Ma Putin non è la Russia

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La tesi secondo la quale “Putin è la Russia”, appalesatasi al convegno – a porte chiuse – tenutosi alla Farnesina e vertente sui rapporti tra Occidente e Russia è, a mio umile avviso, totalmente errata e fuorviante. Essendo la questione di estrema e drammatica importanza ritengo importante esprimere succintamente una tesi diversa.
Se è sicuramente vero che durante l’esperienza sovietica il livello di democrazia (o se preferite di “divisione del potere”) era più elevata è senza dubbio un errore considerare l’epoca Putin come un’autocrazia se non addirittura una dittatura.
Putin è arrivato al potere – con l’appoggio dei cosiddetti siloviki ovvero dell’apparato del KGB – nel momento più nero dell’epoca post sovietica, quando Mosca era in balia di bande di oligarchi senza scrupoli che – ad occidente – si schermavano dietro un paravento di “liberalismo” per celare il modo gangsteristico con il quale intendevano il capitalismo.
Putin ha riportato all’interno la stabilità e lo stato di diritto ed inoltre si è contraddistinto per aver impostato la propria politica estera sul principio di prevedibilità, ovvero una politica razionale e di moderata apertura verso l’Occidente. Questo modus operandi aveva il pregio di tranquillizzare quell’Occidente da sempre inquieto verso il colosso euroasiatico: a Washington, a Londra e a Berlino tutti sapevano che l’Orso era nella sua tana.
I deprecabili fatti di Kiev del 2014 che – inutile negarlo – hanno abbattuto illegittimamente il governo democraticamente eletto di Yanukovic hanno cambiato le cose. I rapporti tra Russia e Occidente si sono raffreddati a tal punto da portare molti commentatori a parlare di nuova “guerra fredda”.
A tale proposito è da notare che è proprio ieri il governo russo ha vietato il transito del materiale necessario alle truppe Nato di stanza in Afganistan. La notizia è di rilevante importanza non tanto dal punto di vista militare (probabilmente gli strateghi della Nato hanno già pronte rotte alternative di approvvigionamento) ma dal punto di vista diplomatico: per la prima volta la Russia non si limita a rispondere alle mosse degli Occidentali ma passa all’attacco lasciando all’avversario l’onere dell’eventuale risposta. In altri termini per la prima volta Putin deroga al principio di prevedibilità, che da sempre ha contraddistinto la sua politica estera, implementando una mossa inattesa.
Ritornando al tema principale: Putin è la Russia? Io ritengo di no: Putin è stato per anni il primus inter pares tra le due principali anime della dirigenza Russia: quella filo occidentale e quella autarchica ed indipendentista. I fatti di Kiev hanno dato a Putin un enorme consenso di popolo perché dopo il “decennio delle umiliazioni” i russi hanno visto un capo che ha saputo dire basta alle mosse dell’Occidente (viste come dei soprusi). Questo non vuol dire però che Putin sia la Russia e che eliminando lui sia risolto il “problema” Russia. Vladimir Vladimirovic ha – da un lato – dalla sua parte tutto il partito degli “indipendentisti” (in buona parte coincidente con quello dei “siloviki”) e dall’altro lato la stragrande maggioranza del Popolo russo che non intende tornare all’incubo “liberale” degli anni novanta. A tale proposito è proprio di questi giorni una notizia che chiarisce il livello di mobilitazione dei russi. La Alfa Bank ha fatto causa alla Uralvagonzavod (l’azienda produttrice del nuovo tank T-14 Armata) per il recupero di un credito di 523,5 milioni di rubli, questo semplice fatto, del tutto normale in un economia di mercato, è stato visto come un vero e proprio sabotaggio della produzione del T-14 e dunque come un tradimento. Addirittura sono stati innumerevoli i casi di persone che si sono precipitate a chiudere il conto presso la Alfa Bank come forma di protesta. In un simile contesto è difficile credere alla tesi che Putin sia la Russia, semmai rappresenta lo spirito della Russia e i sentimenti profondi del suo popolo. Analizzando il contesto sociale è dunque evidente come una qualsiasi mossa tesa a disarcionare l’attuale presidente sia non solo velleitaria ma anche controproducente. Probabilmente un simile tentativo porterebbe ad una vera e propria rivolta del Popolo russo con la possibile ascesa di uomini ancora più intransigenti (a tale proposito sottolineo l’ascesa di Sergeij Borisovic Ivanov, ormai ombra di Vladimir Putin).

Articolo pubblicato originariamente su GeopoliticaCenter.com

Le “Leggi di movimento” secondo Sylos Labini

 

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di Paolo Sylos Labini (*)

Tanto Ricardo quanto Marx ritengono che nel lungo periodo i profitti tendono a flettere e che l’economia capitalistica tende a generare disoccupazione; ma interpretano queste tendenze in modo molto diverso. Cominciamo con la tendenza dei profitti a flettere. Ricardo attribuisce quella tendenza ai rendimenti decrescenti della terra; per Marx, come ricorderò fra breve, essa dipende dall’aumento nella composizione organica del capitale. L’affinità fra Ricardo e Marx, dunque, non riguarda le cause, ma le conseguenze della tendenza dei profitti a flettere: freno – addirittura arresto – nel processo di accumulazione. (La posizione di Smith, che considera quella tendenza in termini molto generali, è profondamente diversa sia nell’individuazione delle cause che nella valutazione delle conseguenze.)

Quanto alla disoccupazione, Ricardo è il primo economista a considerare quella che oggi viene chiamata <<disoccupazione tecnologica>> (la considera, anzi, solo in un capitolo aggiunto alla terza edizione dei suoi Principi) Marx accoglie la tesi di Ricardo, con emendamenti non essenziali, e la sviluppa, tanto con riferimento al breve periodo, ossia al ciclo, quanto con riferimento al lungo periodo, ossia al processo di accumulazione, il quale avrebbe portato una ricchezza crescente per i borghesi ed una miseria crescente per i proletari – gli operai salariati. Nell’analisi che segue tratterò questi due problemi – fluttuazioni cicliche e miseria crescente; ma cercherò d’inquadrare questo esame in un contesto più ampio, che riguarda il significato di quelle che Marx chiamava «leggi di movimento» dell’economia capitalistica. La comprensione di tali leggi aveva, per Marx, importanza essenziale, giacché essa avrebbe consentito previsioni, sia pure non rigidamente predeterminate; a loro volta, siffatte previsioni avrebbero consentito alla classe rivoluzionaria per eccellenza, il proletariato, di elaborare una strategia volta a cambiare radicalmente la società. Era appunto questa I’impostazione che avrebbe contrassegnato il «socialismo scientifico», differenziandolo dal «socialismo utopistico»: il primo si fonderebbe su una strategia emergente da una sistematica analisi critica delle tendenze di fondo dell’economia; il secondo, invece, consisterebbe in progetti formulati a tavolino sulla base di una critica astratta, dettata semplicemente dalla coscienza morale. Si trattava invece di elaborare una strategia rivoluzionaria dopo aver individuato il soggetto storico capace, per la stessa logica del processo di trasformazione sociale, di portarla a compimento.

In certi casi, come nella Prefazione al primo libro del Capitale nel passo che cito qui sotto, Marx parla, al singolare, di una «legge di movimento»; ma come risulta chiaramente da tutta la sua analisi successiva, egli allude a un processo generale di trasformazione, che comprende una molteplicità di processi – di «leggi» – particolari:

Anche quando una società è riuscita a intravvedere la legge di natura del proprio movimento e fine ultimo al quale mira quest’opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna – non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento. Ma può abbreviare e attenuare le doglie del parto.

Le previsioni ricavabili dalle leggi di movimento non hanno e non possono avere natura deterministica perché si tratta di «leggi assolute» o tendenziali: la loro azione, avverte Marx, viene modificata da molteplici circostanze (Capitale, libro I, cap. XXIII, 4). Questa avvertenza, tuttavia, non può cancellare o addirittura rovesciare le aspettative ‘implicite in quelle «leggi»: se una data tendenza risulta più che compensata da contro-tendenze, ciò significa che queste sono state più forti di quella e meritano più di altre l’attenzione dello studioso. In altre parole, neppure i discesoli più fedeli di Marx possono presentare le previsioni come interminabili a proprio arbitrio, adattandole ai fatti: il confronto fra teorie e fatti, pur con Be necessarie qualificazioni, è significativo. dunque, è importante, anzi essenziale, valutare le «leggi di movimento» e le relative previsioni alla luce dell’andamento reale delle economie capitalistiche: senza queste «leggi», quello di Marx non è più distinguibile da uno dei tanti progetti dei socialisti utopisti.

Ciò premesso, mi propongo di attirare l’attenzione del lettore su cinque grandi previsioni di Marx: la previsione riguardante la tendenza dei salari, quella riguardante la sistematica espansione del proletariato e la flessione dei ceti intermedi tradizionali, quella relativa alla caduta tendenziale dei profitti e alla crisi generale del capitalismo, la previsione della progressiva concentrazione delle attività produttive e, infine, la tesi che il processo dell’accumulazione  capitalistica avrebbe avuto. anche nel futuro. carattere ciclico. Dico che le prime tre previsioni sono risultate chiaramente erronee (1) mentre le ultime due appaiono sostanzialmente corrette.

Pur tenendo conto che la distinzione tra analisi politica e analisi economica è essenzialmente formale, non sembra fuori luogo affermare che le prime tre previsioni – quelle che considero erronee – sono rilevanti soprattutto per il politico, mentre le ultime due interessano in modo preminente l’economista.

 

(1) La crisi economica deflagrata nel 2008 pone in dubbio, a umile parere di zeroconsensus, l’affermazione di Paolo Sylos Labini.

 

(*) Paolo Sylos Labini, Le forze dello sviluppo e del declino, Bari 1984