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Mese: giugno, 2015

La Grecia è fuori dall’Euro. Rientrerà?

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La crisi greca, dopo il fallimento delle trattative per la firma di un nuovo piano d’aiuti delle istituzioni creditrici, ha subito un’accelerazione drammatica che ha portato il paese ellenico al limite della paralisi e tiene le istituzioni europee con il fiato sospeso.

Nel fine settimana il governo Tsipras ha chiamato il popolo greco ad esprimere, con un referendum, la propria volontà sulla firma di un nuovo memorandum d’intesa che prevede ulteriori sacrifici in cambio di un ulteriore prestito. Anche la BCE da Francoforte ha fatto sentire la sua voce, che non è stata quella di chi vuole stemperare la tensione. Draghi ha deciso infatti di non alzare il tetto della liquidità d’emergenza verso le banche greche, lasciandolo a 89 miliardi di euro. E’ evidente che in una situazione dove l’emorragia di liquidità a causa dei prelevamenti della clientela è molto forte, il mancato innalzamento del tetto della liquidità d’emergenza dato dalla BCE equivale alla certezza che ben presto il sistema bancario rimarrà privo di moneta contante.

Proprio questa situazione — a mio umile avviso — ha fatto precipitare la situazione probabilmente ben oltre le intenzioni dei protagonisti. Infatti, il governo greco si è visto costretto, in una riunione d’emergenza, a chiudere le borse e le banche per una settimana e a decidere la limitazione dei prelevamenti via bancomat a soli 60 euro al giorno. Questi sviluppi devono essere considerati assolutamente drammatici, perché introducono una limitazione nella circolazione del capitale in uno stato che fa parte di un’area valutaria comune. Tale limitazione, ad avviso di chi scrive, corrisponde a una vera e propria rottura dell’area monetaria e, di fatto, all’uscita del paese dall’area medesima e dunque dalla moneta unica. Come altrimenti potrebbe essere considerata l’introduzione di misure di controllo e limitazioni alla circolazione del capitale in una (ex) area valutaria comune?

In altri termini, possiamo dire che la Grecia (in virtù dell’introduzione di queste limitazioni) è già fuori dall’area valutaria e dunque dall’Euro. Dunque, la domanda che è importante porsi è se, semmai, questa situazione sia reversibile e a quale costo. Introdurre misure che limitano la fiducia nella circolazione del capitale, e, addirittura imporre la chiusura delle banche e della borsa, mina alla base il patrimonio più grande delle banche e dei mercati finanziari: la fiducia dei risparmiatori e degli investitori di poter riavere i propri danari. Non basterà dunque eventualmente un nuovo accordo tra governo greco e istituzioni creditrici (UE, FMI, BCE), sarà necessario rassicurare i risparmiatori e gli investitori che una simile situazione mai più si verificherà e questo può essere fatto con misure altamente costose. In assenza di queste rassicurazioni, non può essere escluso che la clientela delle banche continui a non fidarsi delle banche lasciandole nella situazione di collasso nella quale si trovano ora. E’ ovvio che la firma di un nuovo memorandum d’intesa sarebbe comunque inutile in un paese con il sistema bancario ridotto di fatto in bancarotta.

Insomma, non basterà un voto favorevole all’austerità nel referendum (voto favorevole, tra l’altro, assolutamente non scontato) e la firma di un nuovo, più o meno efficace, memorandum d’intesa tra creditori e stato greco. Saranno necessarie ulteriori e costosissime misure economiche in favore delle banche per ripristinare la fiducia e dunque per evitare un ulteriore crollo dell’economia greca causato dal mal funzionamento del sistema bancario (basti pensare a cosa accadde a Cipro solo un paio di anni fa). L’Europa sarà disposta a finanziare tutto questo e la Grecia sarà disposta a dare ulteriori contropartite? Difficile dirlo a questo punto.

Pubblicato originariamente per Sputnik Italia

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Tragedia greca

draghi

Ό, τι χρειάζεται

Una Nemesi greca per la Trojka

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Lascia veramente sconcertati la proposta fatta dalla ex Trojka alla Grecia per ottenere l’ultima rata da 7,2 miliardi di finanziamento. Da un lato il bastone dell’aumento dell’IVA sui beni primari e del taglio delle pensioni (ormai spesso ridotte ad un minimo di 200 euro e unica fonte di reddito familiare) e dall’altro lato mette sotto il naso la carota di un possibile taglio del debito pregresso, peraltro senza fare alcuna quantificazione.
Chiunque (a parte chi è in assoluta malafede) comprende che un aumento ulteriore dell’Iva e un ulteriore taglio delle pensioni precipiterà la Grecia in un’altra forte recessione con il risultato di rendere l’ipotetico e non quantificato  taglio del debito perfettamente inutile: la contrazione del Pil lascerebbe insostenibile il debito anche se tagliato.

A che gioco giocano dunque le istituzioni creditrici? Semplice, fanno con la Grecia il medesimo, collaudatissimo, gioco fato negli ultimi cinquanta anni in Africa e in Sud America: usano il debito come leva di controllo sociale e politico tarpando le ali a qualunque possibilità di sviluppo dei paesi debitori e in definitiva li si pone nella condizione sostanziale di colonia che non ha alcuna possibilità di porre in essere una politica economica autonoma. Chiaramente un altro obbiettivo di questa strategia è quello di corrodere la popolarità dello sgraditissimo governo Tsipras eretico rispetto ai dogmi dell’ordoliberismo dominante.
Infine, pure accettando le condizioni capestro il governo greco non otterrebbe sostanzialmente nulla: i 7,2 miliardi basterebbero giusto per tre o quattro mesi e poi si riinizierebbe da capo sulla graticola incandescente delle trattative: altre proposte capestro da parte dell’ex Trojka in cambio di vaghe ed inutili promesse.
E’ per questo che il governo greco deve semplicemente far saltare il banco dichiarando default, nazionalizzando il sistema bancario ormai totalmente al collasso e uscendo dall’Euro (mi auguro che abbiano già stampato le Neo Dracme). Il Popolo greco soffrirà sicuramente ma verrà assestato un danno incalcolabile al Reich di Bruxelles che non sta facendo altro che applicare (con mezzi finanziari) i programmi di Hitler che vedevano l’Italia e i paesi mediterranei come riserva di mano d’opera a buon mercato e luogo di villeggiatura per gli “ariani” dell’area core dell’Unione Europea . Il danno incalcolabile è semplice: sarebbe dimostrato che dall’Euro si può uscire. Ergo l’Euro non è una moneta ma è un banale “serpentone monetario” a tassi di cambio fissi: questa consapevolezza nei tanto idolatrati (da parte dei gerarchi del Reich) “speculatori” di borsa equivarrebbe a buttare del sangue in una piscina popolata da squali dove per paradosso proprio i gerarchi idolatri sarebbero il cibo tanto agognato. Come in una Nemesi.

Il Rafale non atterra in India

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Lo scontro in corso tra il blocco occidentale e il nascente blocco Brics/Euroasiatico ha molte diverse sfaccettature. Poco indagate sono le ripercussioni di questo scontro sul mercato dei sistemi d’arma. Emblematica è sotto questo aspetto la vicenda dell’acquisizione da parte dell’aereonautica indiana – bisognosa di sostituire i suoi vecchi Mig 21 – dei caccia multiruolo francesi di IV generazione Dassault Rafale.
I caccia francesi furono scelti dopo una selezione/gara internazionale nel 2012 nella quale furono battuti americani e russi e fu da tutti considerata una vittoria da 15/20 miliardi di dollari della diplomazia francese all’epoca capeggiata dal presidente Nicolas Sarkozy.
Le negoziazioni tra le parti per la firma del contratto definitivo prevedeva l’acquisto di 126 aerei Rafale di cui i primi 18 prodotti direttamente in Francia e i rimanenti dall’indiana Hindustan Aeronautics Limited (HAL). Con il tempo si sono appalesati però degli scogli che hanno impedito la firma definitiva sul contratto soprattutto in merito al diniego francese sul trasferimento alla controparte indiana del know how legato alla costruzione e alla manutenzione delle macchine.
Tale diniego si è rivelato, con il tempo, sempre di più un punto di cruciale importanza soprattutto dopo il rifiuto da parte della Francia di consegnare le navi porta elicotteri Mistral alla Russia. Il “caso Mistral” ha disvelato al mondo che l’industria militare francese non è impermeabile alle influenze politiche e instillato il timore nella controparte indiana che una qualsiasi crisi con il blocco occidentale potrebbe portare alla rottura dei contratti già firmati danneggiando irrimediabilmente l’operatività dell’aereonautica indiana.
In questo contesto si comprendono bene le parole del Ministro della Difesa indiano, Manohar Parrikar, che ha dichiarato l’impossibilità a sostenere finanziariamente l’acquisto dei 126 Rafale confermando solo l’acquisizione di soli 36.
E’ evidente che la mancata firma del contratto definitivo di questo colossale deal comporterebbe enormi conseguenze strategiche per l’industria militare francese, oltre che – naturalmente – sotto l’aspetto economico e occupazionale. Il mancato accordo potrebbe non consentire alla Dassault (nel caso specifico) di avere un adeguato cash flow per sostenere le colossali spese di ricerca e sviluppo che caratterizzano i prodotti dell’industria aereospaziale.
Tale impossibilità a sostenere adeguatamente le spese di ricerca e sviluppo porterebbero nel tempo ad un peggioramento del prodotto finale ed in definitiva ad una scarsa competitività. In un simile scenario – che però ha sempre più probabilità di realizzarsi – è da considerarsi come perfettamente razionale e assolutamente naturale in un economia di mercato, l’ipotesi che buona parte dell’industria della difesa francese sia investita da un ondata di merger con altre aziende occidentali al fine di avere maggiori economie di scala che permettano di sostenere le vitali spese legale alla ricerca e sviluppo.
Anche dal punto di vista politico e strategico va detto che una simile ipotesi sarebbe gravida di conseguenza: l’integrazione dell’industria della difesa francese in quella occidentale comporterebbe una minore indipendenza dello strumento militare e in definitiva una minore autonomia diplomatica di Parigi (lo strumento militare è in definitiva uno strumento della diplomazia).

Pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter