Il Rafale non atterra in India

di Giuseppe Masala

rafale

Lo scontro in corso tra il blocco occidentale e il nascente blocco Brics/Euroasiatico ha molte diverse sfaccettature. Poco indagate sono le ripercussioni di questo scontro sul mercato dei sistemi d’arma. Emblematica è sotto questo aspetto la vicenda dell’acquisizione da parte dell’aereonautica indiana – bisognosa di sostituire i suoi vecchi Mig 21 – dei caccia multiruolo francesi di IV generazione Dassault Rafale.
I caccia francesi furono scelti dopo una selezione/gara internazionale nel 2012 nella quale furono battuti americani e russi e fu da tutti considerata una vittoria da 15/20 miliardi di dollari della diplomazia francese all’epoca capeggiata dal presidente Nicolas Sarkozy.
Le negoziazioni tra le parti per la firma del contratto definitivo prevedeva l’acquisto di 126 aerei Rafale di cui i primi 18 prodotti direttamente in Francia e i rimanenti dall’indiana Hindustan Aeronautics Limited (HAL). Con il tempo si sono appalesati però degli scogli che hanno impedito la firma definitiva sul contratto soprattutto in merito al diniego francese sul trasferimento alla controparte indiana del know how legato alla costruzione e alla manutenzione delle macchine.
Tale diniego si è rivelato, con il tempo, sempre di più un punto di cruciale importanza soprattutto dopo il rifiuto da parte della Francia di consegnare le navi porta elicotteri Mistral alla Russia. Il “caso Mistral” ha disvelato al mondo che l’industria militare francese non è impermeabile alle influenze politiche e instillato il timore nella controparte indiana che una qualsiasi crisi con il blocco occidentale potrebbe portare alla rottura dei contratti già firmati danneggiando irrimediabilmente l’operatività dell’aereonautica indiana.
In questo contesto si comprendono bene le parole del Ministro della Difesa indiano, Manohar Parrikar, che ha dichiarato l’impossibilità a sostenere finanziariamente l’acquisto dei 126 Rafale confermando solo l’acquisizione di soli 36.
E’ evidente che la mancata firma del contratto definitivo di questo colossale deal comporterebbe enormi conseguenze strategiche per l’industria militare francese, oltre che – naturalmente – sotto l’aspetto economico e occupazionale. Il mancato accordo potrebbe non consentire alla Dassault (nel caso specifico) di avere un adeguato cash flow per sostenere le colossali spese di ricerca e sviluppo che caratterizzano i prodotti dell’industria aereospaziale.
Tale impossibilità a sostenere adeguatamente le spese di ricerca e sviluppo porterebbero nel tempo ad un peggioramento del prodotto finale ed in definitiva ad una scarsa competitività. In un simile scenario – che però ha sempre più probabilità di realizzarsi – è da considerarsi come perfettamente razionale e assolutamente naturale in un economia di mercato, l’ipotesi che buona parte dell’industria della difesa francese sia investita da un ondata di merger con altre aziende occidentali al fine di avere maggiori economie di scala che permettano di sostenere le vitali spese legale alla ricerca e sviluppo.
Anche dal punto di vista politico e strategico va detto che una simile ipotesi sarebbe gravida di conseguenza: l’integrazione dell’industria della difesa francese in quella occidentale comporterebbe una minore indipendenza dello strumento militare e in definitiva una minore autonomia diplomatica di Parigi (lo strumento militare è in definitiva uno strumento della diplomazia).

Pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter

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