Atene e Bruxelles alla resa dei conti

di Giuseppe Masala

merkel

Mentre le televisioni e i giornali di tutto il mondo — in vista del referendum greco — continuano a spargere notizie allarmistiche, se non catastrofiche, come quelle inerenti a un inizio di carestia nelle isole greche dove mancherebbero carne e medicinali, nelle ovattate stanze del potere di Bruxelles e di Atene si decidono le strategie da implementare nel giorni successivi al referendum. A seguire lo scorno flusso di informazioni in materia, e facendo la tara delle dichiarazioni roboanti, possiamo dire che i prossimi giorni, soprattutto in caso di vittoria del “no”, ben difficilmente porteranno alla ricomposizione delle divergenze tra le parti.

La notizia più importante del giorno è infatti la decisione del fondo EFSF di considerare il mancato pagamento della rata al Fondo Monetario Internazionale come un evento che può essere considerato Default Il fondo EFSF, ricordiamo, è il veicolo attraverso il quale gli stati della zona euro hanno finanziato la Grecia, dunque una simile decisione non può che essere figlia di una decisione politica e sta a significare come allo stato ellenico non viene data tregua e non viene concesso un periodo “di grazia” almeno fino ad avvenuto referendum. Certamente tutto questo non è di buon auspicio.

Altro che taglio dei debiti, come auspicato da Tsipras e Varoufakis: i creditori si preparano ad una lunga battaglia legale per riottenere tutto, fino all’ultimo centesimo.

Un’altra decisione della massima importanza avvenuta nelle segrete stanze del potere è stata annunciata ieri dal governatore Mario Draghi: il Quantitative Easing sarà allargato al settore dei corporate bonds. In altri termini la Banca Centrale Europea ha dichiarato che acquisterà anche obbligazioni di società private. Una decisione che non può non essere definita emergenziale e che può essere presa solo per mitigare un grosso evento creditizio che potrebbe verificarsi a breve. L’acquisto di queste obbligazioni serve infatti a tenere bassi i tassi d’interesse e quindi a consentire alle grosse società private di chiedere soldi a prestito a condizioni non impossibili che farebbero crollare gli investimenti e alla lunga, porterebbero ad una sicura flessione del Prodotto Interno Lordo.Valutando bene queste notizie si può dire che dalla parte europea la catastrofe dell’uscita formale (quella sostanziale a parere di chi scrive è già avvenuta con l’introduzione di norme tese a controllare la libera circolazione del capitale) dall’Euro della Grecia sia data quasi per certa e che anzi, le Istituzioni europee si preparino per una vera e propria “guerra” sia sui mercati finanziari che nelle aule dei tribunali.Una simile situazione, sempre a parere di chi scrive, non può essere giustificata con il semplice mancato accordo sul debito pubblico greco. Infatti a guardar bene c’è un altro elefante nella cristalleria e che tutti si ostinano a non voler vedere: il settore bancario greco è sostanzialmente fallito — come ha fatto notare l’agenzia di rating americana Standard&Poor’s che lo ha degradato in blocco a “SD”, Selected Default — e ha bisogno di una urgente ricapitalizzazione oltre che di una pulizia dei conti. Tale operazione non può che essere enormemente costosa basti pensare che alla fine del 2014 le sole prime quattro banche greche avevano assets per un totale di quasi quattrocento miliardi di euro.

Assets delle principali banche greche

Anche volendo ipotizzare (e stiamo facendo veramente un’ipotesi minimale) che bastino, per queste quattro banche, risorse pari a solo il 10% degli assets detenuti,si arriverebbe già a 40 miliardi di euro. Un vero sproposito, se si considera che poi ci sarebbero tutte le altre.  Potrebbe essere questo il vero motivo che spinge la Grecia fuori dall’Euro, anche se nessuno ne parla?

Articolo pubblicato originariamente su Sputnik

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