La condizione dell’uomo postdemocratico

di Giuseppe Masala

Metropolis

Zeroconsensus riceve e pubblica con molto piacere questo pezzo dell’amico Fabrizio Mastio.

La crisi greca, esplosa in tutta la sua virulenza negli ultimi giorni, oltre a sconvolgere vite umane, solleva questioni di natura politica e sul futuro dell’Euro, il totem occidentale di fronte al quale in certe stanze ovattate è d’obbligo l’inchino e doverosa la venerazione ma che, a ben vedere, dovrebbe far riflettere l’uomo postdemocratico sulla propria condizione.

Tralasciando gli aspetti tecnici della vicenda ellenica, alla quale economisti ed esperti di politica internazionale stanno dedicando interviste e conferenze, in attesa di saggi che ne ripercorrano le vicissitudini con articolate narrazioni, pare a chi scrive che i fatti di questi giorni costituiscano una ulteriore conferma del trapasso, dal punto di vista politologico, verso la postdemocrazia teorizzata da Colin Crouch e verso il consolidamento della società liquida.

Il primo aspetto vede realizzarsi la fine del sogno democratico e l’affermazione di un nuovo totalitarismo, caratterizzato dallo svuotamento della “capacità democratica”, ossia della titolarità dell’esercizio del diritto effettivo di partecipazione alla vita civile e politica.

Si potrebbe obiettare a ciò sostenendo che nel contesto odierno tutti hanno diritto a manifestare con il voto la propria posizione o con un blog il proprio pensiero.

Ciò è senz’altro vero, ma lo è altrettanto il fatto che tali diritti stiano divenendo “trasparenti”, ossia privi di “capacità” e l’Europa attuale esprime in modo lapalissiano il concetto. Si può votare in un determinato modo o manifestare dissenso verso una politica specifica o, ancora, verso una visione, senza che ciò influisca sul volere di forze superiori rappresentate dalla grande finanza e da oligarchie tecnocratiche, pronte

a reprimere qualsiasi posizione ritenuta a loro ostile.

Ciò che Orwell ha romanzato in “1984” è il presente che stiamo vivendo. Il pensiero unico costituisce il simbolo della postdemocrazia, nuova forma di governo pronta ad eliminare qualsiasi dissenso, in nome di una democrazia trasparente nella quale i popoli vivono una libertà solo apparente, una realtà artificiale come nel mito della caverna di Platone.

Il nuovo totalitarismo che domina la società occidentale è meno coreografico dei regimi novecenteschi ma non meno pervasivo. Una crisi finanziaria può alterare qualsiasi risultato elettorale o condizionare le decisioni di un governo sotto la minaccia della catastrofe economica e del conseguente annichilimento di un popolo.

Appare chiaro, dunque, che chi detiene il controllo dell’arma finanziaria e di un potente apparato mediatico possiede uno strumento bellico devastante. Dal punto di vista sociale si assiste all’avvento di un nuovo individuo: l’uomo postdemocratico. Bauman colloca l’uomo contemporaneo in una dimensione liquida. La società e l’esistenza si manifestano in tutta la loro precarietà e soprattutto sembra venir meno il concetto di direzionalità della storia e la dimensione teleologica dell’esistenza.

La trasparenza di cui tanto si sente parlare come di un valore, diventa, nella sua forma esacerbata, una nuova forma di controllo sociale, modello evoluto del Panopticon benthamiano che porta alla distruzione di qualsiasi spirito critico e genera la fine dell’intimità. In quella che Hartmut Rosa definisce la società dell’accelerazione confluiscono i caratteri di un mondo disumanizzato e alienato, nel quale occorre svolgere il maggior numero possibile di attività nel minor tempo possibile.

Viene meno il senso storico del passato e si vive un presente dilatato nel quale tutto dura poco ed è contrassegnato dalla precarietà: le relazioni umane, il lavoro, i beni di consumo, il luogo in cui viviamo.

La rarefazione del lavoro e l’erosione dei diritti contribuiscono alla progressiva alienazione e a una metamorfosi sociale dai contorni distopici. L’uomo postdemocratico abita dei non luoghi e vive nella paura dell’esclusione sociale, terrorizzato dallo spettro della povertà e consumato dalla tensione causata dalla consapevolezza di dover sempre rispondere alle aspettative del moto perpetuo (e rapido) della società, pena il fallimento della propria esistenza.

Fukuyama aveva teorizzato la fine della storia con il consolidamento delle democrazie liberali e il predominio del capitalismo quale miglior sistema economico possibile.

Quel modello pare essersi evoluto nel totalitarismo del nuovo millennio, dove all’uomo non resta che lottare per non perdere la poca umanità rimasta

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