zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: dicembre, 2015

Come nasce una copertina

Ecco come è nata la copertina del #Romanzello di Zeroconsensus

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Il pivot to Asia della Russia

pivot

Appare sempre più chiaro che la risposta della Russia alle sanzioni occidentali si sta rivelando non come una strategia di contenimento del danno ma come un`occasione di sviluppo delle regioni del profondo est della Russia e del partenariato con le nazioni asiatiche.

Questa politica può essere definita come una strategia multilivello che coinvolge vari settori:

1)      Politica energetica con la costruzione di gasdotti e oleodotti che orienteranno il flusso delle materie prime energetiche dai paesi europei ai paesi asiatici. L’ultimo step di questa politica è stata la firma — avvenuta a Pechino il 17 dicembre durante la visita di stato del primo ministro Dmitrij Medvedev —  per la costruzione dell’anello di congiunzione tra il tratto in territorio russo e quello in territorio cinese del gasdotto “Power of Siberia”;

2)      Politica monetaria tendente a favorire l’abbandono del dollaro come mezzo di pagamento degli scambi commerciali tra Russia e paesi asiatici;

3)      Adesione in qualità di fondatore alla Asian Infrastructure Investment Bank, istituzione finanziaria nata per sostituire il FMI come finanziatore di progetti di sviluppo nell’aerea asiatica;

4)      Politica economica tesa a favorire lo sviluppo economico delle regioni orientali.

progetti russia

Il quarto punto di questa strategia è quasi del tutto sconosciuto in occidente sebbene sia di assoluta importanza. Uno dei passi più importanti del governo russo per favorire lo sviluppo delle regioni dell’estremo oriente è stato quello della creazione dell’Eastern Economic Forum al quale hanno partecipato circa 800 imprese straniere e oltre 20 governi asiatici al fine di studiare progetti di sviluppo. Nella prima edizione del Forum — avvenuta a maggio di quest’anno — sono stati chiusi accordi per 1,3 miliardi di rubli di investimenti esteri nella regione.

 Notevole anche la strategia di infrastrutturizzazione dell’area che parte dalla riqualificazione a livello “mondiale” dell’aeroporto di Khabarovsk, passa per l’ammodernamento della ferrovia Transiberiana e di quella Baikal-Amur e finisce con la creazione di una rete di “free port” (porto franco) tra Vladivostok, Nakhodka e Zarubino per attrarre le grandi navi portacontainer. Molto importante è anche la costruzione del colossale cosmodromo di Vostochny nella zona meridionale dell’Amur, ai confini con la Cina che sarà terminato entro il 2016. Non si contano infine i progetti legati al turismo e all’industria che hanno l’obbiettivo di riportare in questa regione almeno una parte della popolazione emigrata.

 Dal punto di vista occidentale l’implementazione di questa politica, che abbiamo definito “Pivot to Asia”, è dannosa strategicamente perchè rende sempre di più marginale l’area europea attanagliata da una grave crisi economica a vantaggio del più dinamico estremo oriente. Non solo: può essere considerato come danno diretto il fatto che nell’imponente opera di infrastrutturizzazione dell’estremo oriente russo le imprese europee siano state — ovviamente — escluse, così come allo stesso modo sono state escluse le istituzioni finanziarie occidentali come finanziatrici dell’iniziativa.

 Da qualunque punto di vista si voglia guardare la miope politica delle sanzioni occidentali contro la Russia si sta dimostrando un vero e proprio vicolo cieco.

Originariamente pubblicato su Sputinik italia

Il 18 Brumaio di Anakin Skywalker

Darth

di Csepel1956

Quest’anno (l’articolo originale è del 2007) ricorre il trentennale di Guerre stellari, la saga più famosa e più vista della storia del cinema di fantascienza, che ha profondamente trasformato. Cercheremo di scoprire perché.

Se a una lettura immediata, Guerre Stellari descrive la classica lotta tra il bene e il male trasportata nello spazio, la trama del film è talmente intessuta di riferimenti morali e ideologici da far apparire i duelli e le battaglie solo lo sfondo per far passare messaggi molto più profondi. La pluralità dei piani narrativi non è nuova per i film di “avventura” (siano essi western, cappa e spada o sci-fi), ma Guerre Stellari va oltre, fornendo una rilettura moderna dell’epica classica, operazione già sviluppata nel Signore degli Anelli (che richiama anche narrativamente) e descritta nelle opere di Joseph Campbell, noto studioso e interprete moderno del mito che ha collaborato con Lucas. Il regista, come Tolkien, si pone il compito di presentare una visione religiosa medievale da contrapporre alla distruzione dei valori della civiltà occidentale, nel suo caso i miti del sogno americano nel periodo susseguente alla guerra del Vietnam e al Watergate. Tuttavia, a differenza del Signore degli Anelli, che si rivolge a un pubblico adulto e possibilmente colto come il suo autore, Guerre Stellari strizza l’occhio ad adolescenti e bambini. Ciò spiega personaggi quali gli ewoks e i gungan, le scenette slapstick dei due droidi, anche se nella seconda trilogia gli elementi farseschi sono notevolmente ridotti.

L’obiettivo dichiarato di forgiare un’etica dello status quo produce continui rimandi a tematiche religiose e spirituali incentrati sulla “forza”, ma anche su alcuni riferimenti concreti, come gli aspetti messianici della vita di Anakin. Resta da vedere se il connubio religione-avventura sia riuscito a produrre simboli forti sotto il profilo, se non della morale, almeno dei costumi. In realtà, non pare che la narrazione delle gesta della famiglia Skywalker abbia riavvicinato molti alle religioni tradizionali, al contrario, se sono credibili le statistiche secondo cui in alcuni paesi – tra cui la Gran Bretagna – i seguaci dei Jedi rappresentano percentualmente la quarta religione, ha accentuato la natura light delle convinzioni religiose della nostra epoca.

Sul piano politico, la saga esalta le dittature militari, da preferire alle pastoie della democrazia. Lo stesso Lucas in un’intervista al “New York Times” del marzo 1999 dichiarò: “non c’è probabilmente miglior forma di governo di un buon despota…egli può far realizzare effettivamente le cose. L’idea che il potere corrompe è molto vera e solo un grande uomo può andare oltre tutto questo”. Se poi si considera che il dittatore è anche un “illuminato”, si completa il quadro misticheggiante in cui la salvezza del mondo consiste nel consegnare il potere nelle mani del monarca di stirpe superiore. Forse l’autore avrebbe fatto meglio a ricordarsi, con Lord Acton, che il potere corrompe ma il potere assoluto corrompe assolutamente. Se il senato è inetto e corrotto, l’imperatore è anche un pazzo sanguinario.

La lezione politica che si intende dare alla saga è esplicita dunque, mentre il tessuto sociale che si descrive appare contraddittorio e, in definitiva, sembra avere l’unica funzione di far risaltare le gesta della razza superiore. Fa parte di questa visione cripto-spiritualista la condanna dei tratti più superficiali della produzione mercantile, come la diffusa ostilità etica verso il commercio e il profitto. L’avida federazione dei mercanti è presentata come la struttura dominante dello Stato, controlla l’esercito e la politica. Sono da subito alleati dei Sith, ma, in quanto esseri inferiori, ne sono facilmente manipolati e schiacciati. Il “lato oscuro”, cioè la brama astratta e assoluta di potere, si serve di tutto e tutti per giungere ai suoi scopi, come fanno l’anello e il suo signore nell’omonimo libro.

Oltre all’abnorme peso dei mercanti, la presenza di elementi quali la moneta e lo Stato porterebbe a concludere che si tratta di una società mercantile. Allo stesso tempo, la repubblica ingloba migliaia di sistemi sparsi per tutta la galassia con livelli di sviluppo i più vari. Vediamo così scorci di sistemi economici molto diversi, compresa la schiavitù, anche se ciò risulta del tutto incoerente con la presenza di processi produttivi del tutto automatizzati, di robot. Non a caso Luke pretende di affrancarsi dallo zio adducendo la presenza di un sufficiente numero di droidi. A cosa potrebbe mai servire il lavoro coatto degli uomini in una società così avanzata tecnologicamente?

Non essendo chiaro come possa una società così sviluppata avere problemi di scarsità di risorse, la crisi che la attanaglia non può che avere una ragione mistica. I tumulti nascono, come per la rivoluzione americana, da problemi connessi alla tassazione. Ma che basi ha l’ingordigia dei mercanti? Lucas taglia corto servendosi di mezzi lombrosiani: mercanti e banchieri hanno volti ripugnanti. Scopriremo poi che questi disordini sono creati ad arte dai Sith per giungere al potere. Ma il problema rimane: se ha potuto fomentare disordini separatisti è perché ve n’erano le condizioni, solo che non ci sono descritte. Perché alcuni pianeti vogliono secedere? Non li preoccupano certo i senatori, che come i deputati statunitensi di oggi sono a libro paga di chi ne finanzia la rielezione. Sia come sia, a questa minaccia il senato risponde con la mobilitazione militare; oltre che corrotta, la repubblica non garantisce dunque nemmeno il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Insomma, si tratta di un mondo decadente, così marcio che basterà un soffio per farlo crollare come un castello di carte.

Hitler e Augusto

Al di là delle astronavi e dei mostri coreografici, gli episodi storici tenuti presente per descrivere lo svolgersi degli eventi sono la repubblica di Weimar e la crisi della repubblica romana, come riconobbe lo stesso Lucas.

La repubblica di Weimar è richiamata nelle forze sociali che ne decretano il rovesciamento (le gilde commerciali, i banchieri, gli industriali), tutti uniti attorno all’uomo forte, di cui si servono come fece la grande industria tedesca con Hitler, salvo poi finirne subordinata. L’impero ha connotati chiaramente nazisti, dalle divise degli ufficiali alla purezza genetica degli aderenti, alla ferocia del capo assoluto. Come per il nazismo, la forza d’urto con cui la dittatura prende il potere (le SA, qui l’esercito dei droidi), viene distrutta non appena il potere è consolidato per lasciare spazio a elementi più fidati (le SS, qui l’esercito dei cloni). Come per la vittoria dei regimi fascisti in tutto il mondo, lo Stato democratico cova il germe autoritario e gran parte del personale politico-militare che aveva servito la democrazia si schiera velocemente con il nuovo regime.

La fine della repubblica romana è richiamata principalmente nelle forme con cui entra in crisi l’istituzione repubblicana: l’uso dell’esercito per dirimere questioni politiche. Quando la parola passa ai generali, i politici vengono fagocitati. Questo è quanto accadde ai democratici di Roma (da Mario a Cesare) che, per aver usato l’esercito contro Silla, Pompeo e gli altri aristocratici, aiutarono la fine della repubblica. Ne La vendetta dei Sith, il ricorso sempre più aperto all’uso della forza in politica è reso mirabilmente nella scena in cui Yoda e l’imperatore si combattono nella sala del senato. Uccidere il capo della repubblica per salvare la repubblica è una prova schiacciante dell’agonia in cui versa l’istituzione: cosa sarebbe successo se i Jedi fossero riusciti a destituire Palpatine? Yoda sarebbe diventato imperatore? Avrebbero eletto un cancelliere loro ostaggio? Non si possono resuscitare i cadaveri, nemmeno in politica. Morto Cesare venne Ottaviano. Infatti, lasciando perdere l’assenza di spiegazioni sulle ragioni materiali della crisi, il suo dipanarsi viene descritto in stretta analogia con la nascita del principato di Augusto: il capo della repubblica diviene il primo imperatore tra applausi scroscianti degli stessi senatori. Una volta formato, l’impero convive per un certo periodo con le precedenti istituzioni politiche (si parla di un senato imperiale) finché la potenza militare, incarnata dalla Morte Nera, permette all’imperatore di eliminare i residui orpelli repubblicani. Non è chiaro quanto questo cambiamento politico e morale incida sulla vita delle persone e nemmeno sul tessuto produttivo della galassia, se si esclude un maggior controllo statale, come sempre avviene per le economie di guerra, soprattutto fasciste. L’impero è “malvagio” e compie atti odiosi, ma perché la popolazione dovrebbe schierarsi con i ribelli, o terroristi, come verrebbero definiti dopo l’11 settembre, avanzi della vecchia corrotta classe politica? Lucas spinge lo spettatore a stare con i ribelli perché Luke “può ridare la libertà alla galassia”, ma questo implica un giudizio positivo sulla repubblica che ci viene invece rappresentata come un pozzo senza fondo di corruzione e squallore. Forse si parla della libertà dei Jedi di spadroneggiare o dei mercanti di schiacciare chi non si inchina al loro potere? Non a caso la storia finisce quando muore l’imperatore (non già l’impero, che è militarmente molto più forte della resistenza); i ribelli festeggiano felici, ma che succederà dopo? Si eleggerà un nuovo senato corrotto e futile a cui l’unico Jedi rimasto, Luke, farà da padrino? Luke stesso diverrà imperatore? La realtà è che lo stato maggiore dei ribelli non appare pronto a ereditare l’immane compito di amministrare la galassia ricostituendo la repubblica: l’unico esito possibile sembra l’anarchia, una conclusione certo non gradita a Lucas.

I Jedi e la forza

La saga si impernia sulla funzione della “forza” e dunque sui Jedi, che in qualità di suoi guardiani sono l’architrave narrativa della storia. La natura della forza è molteplice e ambigua. Per molti aspetti, soprattutto nella prima trilogia, essa appare come una forma di energia universale (“un campo energetico creato da tutti gli esseri viventi”), che crea la vita, fornisce una serie di poteri, rimandando alle concezioni religiose come l’induismo e il taoismo che assimilano le divinità a princìpi energetici. In quanto energia, questa forza può essere misurata quantitativamente, esiste nel mondo fisico e si lega agli esseri viventi attraverso i midichloriens, che vivono in simbiosi con i corpi in cui sono contenuti. Il legame non è però tanto chimico-fisico quanto psichico e volitivo. Siamo infatti informati nella seconda trilogia che questi midichloriens “comunicano il volere della forza”, che dunque è una vera entità intelligente.

Abbiamo così diversi piani di esistenza di questa entità-sostanza. Essa appare come un principio unificatore del reale, tipico delle filosofie pre-socratiche, ma insieme come una vera divinità, per giunta immanente, dato che risulta misurabile, di cui i Jedi sono i sacerdoti (non a caso la loro sede è definita “il tempio”).

Come succede per molti ordini monastici, i Jedi vengono scelti per le loro qualità innate quando sono giovanissimi, evidentemente per essere più plasmabili, laddove i “cattivi” Sith diventano tali da adulti, quando sono pienamente consapevoli delle proprie azioni.

Selezionato geneticamente, il Jedi subisce poi un indottrinamento politico-militare imperniato nel maneggio e poi nella costruzione della spada laser, un feticcio utile solo a evocare il medioevo, considerando che le battaglie vengono decise dalle astronavi. Sotto il piano morale, addestrarsi a “capire la forza” significa dominare le emozioni, con un chiaro riferimento al buddismo Zen, con contorno di concentrazione sul presente spazio-temporale e di superiorità dell’istinto sulla ragione. Questo addestramento morale è letteralmente castrante. Se la mortificazione della carne e delle pulsioni è un tratto comune a molte religioni, qui si raggiungono livelli parossistici. Yoda dice che un Jedi non deve ambire ad avere emozioni; dare sfogo alla rabbia e all’odio significa diventare cattivi. Tale mortificazione della propria parte emotiva è un’indicazione impossibile da seguire da parte di qualunque essere sociale cosciente e conduce fuori strada gli stessi Jedi: lungi dall’aiutarli, li rende fragili e inefficaci. Il succo della seconda trilogia, che narra della trasformazione di Anakin da bambino prodigio a feroce dittatore, sta appunto nella contraddizione tra i sentimenti positivi che sperimenta (l’amore per Patme, l’affetto per i suoi maestri) e il fatto che ai Jedi tutto ciò è vietato. Lo svolgimento della storia dimostra che uccidere i sentimenti non rende i Jedi migliori ma solo ciechi e la rinuncia agli affetti ha una parte decisiva nel passaggio di Anakin al lato oscuro. L’amore concreto per una piccola parte della vita stessa non contrasta affatto con l’amore astratto per ogni forma di vita, lo completa semmai.

Questa etica assoluta stona poi decisamente con la lezione di relativismo propinata da Obi Wan a Luke, quando, imbarazzato dalla sua scoperta delle bugie raccontategli sul destino del padre, risponde con una trita formulazione sul fatto che “le verità che affermiamo dipendono dal nostro punto di vista”. Che ne è allora dell’idea chiave che il lato oscuro sia il male? Forse che dal “punto di vista” dell’imperatore il lato oscuro non sia il “bene”?

I principi su cui si basa l’addestramento morale dei Jedi si dimostrano anche politicamente ambigui. Yoda dice che un Jedi usa la forza “per saggezza e difesa”, ma la storia evidenzia atteggiamenti estremamente aggressivi da parte dell’ordine. Tale ambiguità ideologica nasconde l’ipocrisia politica di individui personalmente pacifici e pacifisti, ma che formano una casta obiettivamente aggressiva, in quanto baluardo anche militare della repubblica. A che serve professarsi passivi e pacifisti quando si fa parte di un ordine guerriero? Yoda dice a Luke che “la guerra non fa nessuno grande”, lodevole massima, che però cozza con l’essenza stessa dei Jedi che sono, per l’appunto, un ordine militare.

In quanto guardiani dello status quo, i Jedi godono di un’influenza enorme, che va ben al di là del loro numero esiguo. Partecipano alle sedute del senato, hanno colloqui costanti con i massimi organi dello Stato, vengono inviati in giro per la galassia come diplomatici, influenzando le decisioni dei governi. Al contrario, il senato non ha alcun potere di interferenza nell’ordine, tanto che desta scandalo la richiesta del cancelliere Palpatine di far accedere Anakin nel consiglio supremo dei Jedi. Colpisce però che questa sorta di pretoriani della repubblica abbia in totale spregio lo stesso senato, che considera affollato di marionette delle corporazioni. Non a caso il più forte e dotato Jedi della storia, insofferente verso il teatrino della politica, diventerà il capo militare dell’impero, con ciò portando a compimento un ruolo di potere ombra che è un tratto implicitamente bonapartista nella struttura costituzionale della repubblica. I Jedi non rispondono a nessuno delle loro azioni, che intraprendono in base alle indicazioni della forza o più prosaicamente in base agli interessi dei loro alleati nel senato. Ci vengono presentati come esseri massimamente saggi, ma la loro natura militare e l’essere privi di ogni controllo faranno sì che basterà uno di loro per porre fine a mille generazioni di sapiente tutela della repubblica. Alla fine, i Jedi non si dimostreranno migliori dei mercanti o dei senatori. A che è servito allora “imparare la forza” se si può essere raggirati da un senatore corrotto e finire massacrati dai cloni di un bandito? Futili cavalieri senza nulla da cavalcare, non riusciranno a salvare il loro mondo e finiranno sterminati, proprio come i templari e i samurai.

Il lato oscuro e Anakin

La doppia natura della forza, di cui ci viene subito presentato un “lato oscuro”, rimanda al tipico dualismo filosofico-religioso (dal mazdaismo al manicheismo, dal taoismo allo Zen), ripreso nella concezione tardo-freudiana di Eros e Thanatos e nell’archetipo junghiano dell’ombra. In questa concezione totalizzante, il lato oscuro compendia ciò che di negativo può pensare la mente: rabbia, dolore, vendetta, aggressività, odio, sentimenti che conducono inesorabilmente alla perdizione. Tuttavia, la natura delle emozioni è assai più complessa di simili stereotipi infantili così come il legame tra ragione ed emozioni. I sentimenti positivi e negativi sono legati tra loro e alla ragione in forme complicate e spesso celate alla coscienza. Che dire poi dell’odio verso il lato oscuro, conduce anch’esso al lato oscuro? Solo l’indifferenza conduce alla salvezza? L’odio e il risentimento non sono emozioni necessariamente negative. Davvero era meglio essere indifferenti al nazismo piuttosto che odiarlo? Chi odiava i nazisti e li ha combattuti è poi diventato nazista? O piuttosto non era l’indifferente che se li è fatti piacere?

Guerre Stellari stessa dimostra che l’atarassia emotiva non aiuta i Jedi a comprendere meglio il mondo in cui vivono né a combattere il lato oscuro. Anziché evolvere, i Jedi sono rimasti gli stessi per secoli, supponendo di poter mantenere l’ordine con la spada e i loro patetici trucchi mentali, cosicché l’intero ordine si dimostra del tutto inadeguato a comprendere e sconfiggere due soli Sith.

Sotto il profilo politico e morale non si comprende quale differenza ci sia nel comportamento di queste due facce della forza. I Sith non appaiono più irascibili o aggressivi dei Jedi. In più circostanze si dimostrano decisamente più “umani”, anche se sono raffigurati in modo esteticamente ripugnante per convincerci che sono davvero il male. Se il lato oscuro è odio, aggressività e ira, perché Darth Vader o il conte Dooku, o l’imperatore stesso appaiono calmi e rilassati mentre i Jedi si agitano? I Sith sono dediti a sotterfugi ma questo vale anche per i Jedi, che chiedono ad Anakin di fare il doppio gioco e che cercano di influenzare di nascosto le menti deboli. Anche sotto il profilo politico, dato il livello di degenerazione della repubblica, non si giustifica la definizione dei Sith quali “agenti del male”.

All’interno dell’ordine dei Jedi, ha un ruolo speciale e unico Anakin Skywalker. Si è già accennato al connotato messianico ed escatologico della sua storia, con tanto di nascita virginale e di profezia. In quanto messia, Anakin crea sia l’impero che la ribellione. Lascia ad esempio C1-P8 al figlio e costruisce D3-BO, i due droidi che giocano un ruolo decisivo nella vittoria della resistenza. Rappresentato come il male stesso, Darth Vader si dimostra un padre amorevole, risparmiando Luke con la scusa che “può essere portato al lato oscuro”, un esito che, essendo i Sith solo due, avrebbe significato la propria condanna a morte, mentre a Luke propone di distruggere l’imperatore e governare la galassia come padre e figlio, il suo piano originale, quando passò al lato oscuro. Anakin-Vader è il personaggio più interessante della saga perché subisce un’evoluzione. In un universo statico di caratteri in bianco e nero, Anakin è complesso, profondo, è vero. Dotato di immense capacità, ma risentendo delle sue origini umili, freme per veder riconosciuta la sua importanza. Non impara a rinunciare all’amore e dunque a disinteressarsi della sorte delle persone amate. Questo sembra perderlo per sempre, ma alla fine lo salva. Di fronte al dilemma se salvare la repubblica dai Jedi o dall’imperatore, prende la strada del lato oscuro per ragioni personali (il riconoscimento, la possibilità di salvare la moglie) e politiche (non crede che la repubblica sia recuperabile, nemmeno dai Jedi). Inizia la sua carriera di Sith con un’azione spregevole (la strage degli innocenti), perde la battaglia contro il suo maestro Obi Wan e finisce a pezzi e sfigurato, tanto da dover riparare in un cupo corpo meccanico, con un processo che attinge alla leggenda del mostro di Frankenstein che, come Anakin, si ribellerà al suo creatore.

Il rapporto tra Anakin e il figlio Luke appare il legame più complesso della saga. Ha chiaramente alcuni connotati edipici, alimentati dallo stesso Yoda che spinge più volte l’allievo a uccidere il padre. Nonostante i suoi maestri cerchino di mostrargli Darth Vader come il male, irrecuperabile, non appena Luke sa che si tratta di suo padre, riesce a stabilire un contatto empatico con lui e ne percepisce un lato positivo. Da allora si pone il compito di redimerlo contro la loro opinione. Sulla strada della redenzione si pone lo stesso Darth Vader, che difende il figlio dalle mire dell’imperatore. La storia del rapporto tra i due Skywalker è la prova dell’irrilevanza dei principi etici dei Jedi. Non è vero che il passaggio al lato oscuro sia irreversibile, non è vero che la rinuncia al distacco emotivo conduce al lato oscuro. Al contrario, di fronte all’amore degli Skywalker il lato oscuro non può nulla.

Uomini e macchine

Buona parte del nucleo narrativo della fantascienza è incentrata sul rapporto uomo-macchina, in ciò cogliendo il tratto fondamentale dell’epoca moderna: la subordinazione produttiva dell’uomo al capitale, del lavoro vivo a quello morto. Questo rapporto può essere raccontato sotto molteplici aspetti ma il principale è proprio la rappresentazione di questo dominio incarnato nella possibilità di acquisire coscienza ed emozioni, eguagliando l’uomo in ciò che appare l’unica cosa al di fuori dalla portata delle macchine. Infatti se sotto il profilo del lavoro meccanico, della potenza di calcolo o dell’efficacia distruttiva, già da tempo le macchine hanno grandemente sopravanzato l’essere umano, possiamo consolarci osservando che, con buona pace dei teorici dell’intelligenza artificiale, alle macchine manca finora la coscienza, l’interazione di ragione ed emozione, di calcolo e sentimento da cui nasce il comportamento umano e la sua capacità di comprendere ed evolvere.

Poiché Anakin-Vader è l’asse di tutta l’epopea, è anche il perno del rapporto uomo-macchina. Alla fine della sua parabola è “più una macchina che un uomo”, dice Obi Wan, ovvero il suo lato buono (umano) è ormai sopraffatto da quello oscuro (la macchina). Non a caso lo scivolamento del giovane Anakin verso il lato oscuro è plasticamente rappresentato dalle amputazioni subite nei duelli, dove l’umanità di Anakin viene letteralmente fatta a fette, sostituita poco a poco dalla fredda logica delle macchine che, se ne deve desumere, è anche quella dei malvagi Sith. Lo stesso Luke rischia di passare al lato oscuro perdendo una mano nel duello contro suo padre.

Incongruenze e genialità

Resta qualcosa da dire sulla creatività disordinata dell’opera. Occorre riconoscere che il lavoro di Lucas e dei suoi collaboratori è magistrale, innovativo, certosino. Ogni cosa, o quasi, è al suo posto, i film sono curati nei dettagli più minimi. Specialisti di ogni ramo hanno ricreato costumi, lingue, suoni. La creatività nel rendere ogni particolare, dai pianeti alle astronavi, è sorprendente. Il mondo musicale “chaikovskiano” creato da John Williams è eccezionalmente brillante ed efficace. Gli autori sono stati anche attenti nel saldare la prima e la seconda trilogia, a nostro giudizio per nascondere la profonda differenza del loro tessuto narrativo. Nella prima, infatti, accanto alla solennità dei Jedi, ha un ruolo centrale lo scanzonato anarchismo di Han Solo, che pur essendo agli antipodi etici dei cavalieri, si riscatta permettendo ai ribelli di sconfiggere l’impero, a dimostrazione che non serve essere un Jedi per essere buono o importante. Inoltre Han incarna una tecnologia un po’ stracciona: con un pugno riavvia l’astronave. Nella seconda trilogia, tutto è perfetto e ferale. La simpatia fuori dalle righe del comandante del Millennium Falcon avrebbe stonato, gli autori avevano deciso di prendersi molto più sul serio.

Siccome a volte dormicchia anche il sommo Omero, lo sforzo meticoloso di ricongiungimento narrativo non è stato comunque completo e ci sono delle sbavature: Obi Wan dice di non aver mai avuto dei droidi, mentre ne aveva avuti, Luke chiede a Leila di parlargli di loro madre ma Leila non l’ha mai conosciuta e così via. Nessuno è perfetto.

Dove gli sforzi della produzione lucasiana producono risultati mediocri è invece nella rappresentazione della tecnologia militare. Le tattiche rappresentate nei film sono suicide rispetto alle armi che si usano. Per esempio, ne La battaglia dei cloni vediamo un urto frontale di fanti, senza protezione di veicoli corazzati o di artiglieria, pur in presenza di aviazione e artiglieria a lunghissimo raggio. Ne L’impero colpisce ancora le armate imperiali avanzano lentissimamente contro una risibile linea Maginot formata essenzialmente di soldati armati di fucili. Le battaglie nei cieli sono simili ai duelli dei caccia della seconda guerra mondiale, solo che in Guerre Stellari ci aspetteremmo di vedere sistemi contraerei ben più efficaci, evidentemente tralasciati per non ridurre la spettacolarità di talune situazioni.

In questo quadro di confusione, spicca la penosa tecnica militare dei Jedi che maneggiano un arma leggerissima come se si trattasse di un’enorme spada medievale. Possibile che in millenni di approfondimento della forza i Jedi non abbiano trovato nulla di più efficace? E non va meglio quando gli illuminati dalla forza si servono dei loro poteri per muovere oggetti, facendoli piombare sull’avversario che può così evitarli o respingerli. Basterebbe alterare il flusso sanguigno del duellante per fargli esplodere la testa o i polmoni, con meno fatica e più efficacia. Solo Darth Vader lo utilizza con i suoi generali, a dimostrazione che è davvero il più acuto di tutti.

Si tratta di concessioni alle necessità medievaleggianti del ruolo dei Jedi, che incarnano la volontà di Lucas di esaltare una morale e una filosofia politica profondamente reazionarie e che cozzano con l’immane e geniale sforzo di dipingere mondi e civiltà futuribili, creature aliene, astronavi, città sospese, in modo innovativo e fantasmagorico. Un ingegno che meritava di essere posto al servizio di ideali più nobili e moderni.

Roy Harrod e i Processi Cumulativi di Squilibrio

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Zeroconsensus oggi introduce sommariamente il modello di crescita dell’economista Roy Harrod. Questo modello è della massima importanza per tutta una serie di ragioni: innanzitutto è fondamentale per comprendere il ruolo degli investimenti nel processo di crescita economica e che a loro volta questi sono strettamente correlati al risparmio. Infine la comprensione di questo modello è fondamentale per avere una visione più chiara del modello di Goodwin (che fu, non troppo casualmente allievo di Harrod ad Oxford) del quale abbiamo parlato in più di una circostanza.

Analiticamente:

Se abbiamo una funzione Y= F(K,L) dove Y rappresenta l’output e K ed L rappresentano rispettivamente il Capitale e il Lavoro impiegati nel processo produttivo.

Si supponga:

  1. che non ci sia piena occupazione e che di conseguenza c’è lavoro in abbondanza e per negazione dialettica se c’è disponibilità di lavoro quanto si vuole la quantità di output dipenderà dalla quantità di capitale impiegata;
  2. Nel modello vi è la condizione della non fungibilità tra capitale e lavoro quindi K ed L nel processo produttivo saranno combinati in proporzioni fisse.

Sia poi

  • il saggio di crescita come[Yt+1 – Yt]/Yt = ∆Y/Y  ovvero come variazione nel tempo del reddito;
  • I=∆K ovvero l’investimentoè uguale alla variazione nel tempo;
  • S/V=s ovvero il saggio di risparmio (propensione marginale al risparmio) è supposto costante;
  • K/V=v ovvero il rapporto capitale/prodotto viene presupposto costante;
  • 1/v indica le unità di output ottenute per unità di capitale impiegato;
  • K/Y=v=∆K/∆Y è l’ICOR, Incremental Capital Output Ratio che indica di quanto deve aumentare il capitale per ottenere un aumento di una unità di output

Come è facilmente intuibile la condizione di equilibrio del sistema è data dall’eguaglianza tra Investimenti e Risparmi (I=S), ovvero in altri termini l’aumento di output è data da:

∆Y=∆K/v     (tenendo conto che v=∆K/∆Y)

di conseguenza ∆K=v∆Y ; sY=v∆Y ; I=v∆Y

da cui ∆Y/Y = s/v = gw

dove gw è il “tasso di crescita garantito” ossia quel tasso di crescita che si ottiene se tutti i risparmi sono investiti nel sistema e dunque dove la domanda di output (beni e servizi) è uguale alla capacità produttiva programmata dagli inprenditori. Dunque per Harrod esiste un livello di investimenti gw tale che garantisce l’equilibrio del sistema nel mercato.

Nella visione harrodiana la situazione di disequilibrio si viene a creare solo a causa delle aspettative degli imprenditori. Ovvero a causa delle aspettative gli imprenditori decidono di investire in quantità inferiore a gw a causa del fatto che non conoscono quella che sarà la domanda aggregata nel periodo successivo, dunque:

Y(t+1)*≠Y(t+1)

di conseguenza l’incertezza che caratterizza le decisioni degli imprenditori porterà

S≠I

e di conseguenza ci saranno dei Processi Cumulativi di Squilibrio dove

g≠gw

E’ facile intuire che nell’idea di Harrod il livello di investimento di equilibrio gw non è stabile a causa delle aspettative degli imprenditori e conseguentemente una volta usciti da gw si entra in una situazione di disequilibrio cronica dalla quale si può uscire per pura casualità.

A umile parere di zeroconsensus questo modello è della massima importanza proprio perchè spiega endogenamente i cicli economici e l’instabilità del sistema e ci fa porre uno sguardo di assoluto pessimismo sulla possibilità di ottenere la piena occupazione in un sistema di tipo capitalista.

Inoltre volendo si può ulteriormente complicare il discorso intercalandolo nel nostro reale ovvero quello di un sistema finanziario “aperto” nel quale in una frazione di secondo i risparmi possono uscire dal sistema a caccia di rendimenti più alti e dunque lo squilibrio può essere causato non solo dalle aspettative degli imprenditori (e dunque dal lato della I) ma anche dal lato S a causa dell’avidità dei risparmiatori.

 

 

Syriana: La Geopolitica del petrolio

petrolio

di Alberto Negri

Zeroconsesus propone un pezzo di assoluto interesse di Alberto Negri per il Sole24Ore. L’analista illustra molto bene il groviglio di interessi intercorrenti tra paesi occidentali, petromonarchie del golfo persico e gruppi jihadisti ed i veri interessi in gioco nella crisi siriana: scontro tra sunniti e sciiti, partecipazioni finanziarie, commercio internazionale e sullo sfondo la crisi latente (ma non per questo meno grave) tra Russia e USA. 

La geopolitica dell’oro nero è paradossale: ora sono in guerra potenze piene di petrolio che si vende in saldo sui mercati. Tutti i protagonisti principali del conflitto del Siraq sono grandi produttori. L’Iran, capofila del fronte sciita, l’Arabia Saudita, guida dei sunniti, gli Stati Uniti e la Russia. Teheran è alleata di Mosca – una repubblica islamica insieme alla superpotenza cristiano-ortodossa – gli Stati Uniti, simbolo delle libertà occidentali, sono da oltre 70 anni i grandi protettori delle monarchie del Golfo, stati ultra-conservatori e nel caso dei sauditi l’emblema di una versione dell’islam ancora più retrograda di quella sciita iraniana.
Di questi Paesi solo gli Stati Uniti sono una democrazia, gli altri sono governati da forme più o meno spinte di autoritarismo. Le petro-monarchie, poi, sono proprietà di una famiglia, dinastie assolutiste dove non si svolgono elezioni e che appaiono persino più anacronistiche del Califfato di Al Baghdadi.
Sono però clienti delle maggiori industrie belliche americane ed europee, azionisti delle nostre imprese e grandi investitori finanziari. Gli introiti del loro petrolio in parte tornano indietro perché sono clienti di primordine. E legati a doppio filo. Alcune di queste pseudo-nazioni sono nate dopo che i loro fondi di investimento furono insediati a Londra negli anni Cinquanta: «prima dateci i soldi e poi avrete anche uno stato», era la regola dei britannici.
Gli Stati Uniti e gli europei hanno accettato per decenni che fossero parte integrante del sistema. Ci guadagnavamo, eccome. Abbiamo persino fomentato le loro guerre per rimpinguare i fatturati. Basti pensare al conflitto del Golfo dell’80 quando Saddam attaccò l’Iran con il sostegno delle monarchie del Golfo: stringevamo le mani a Saddam pur di vendere aerei che neppure decollavano. Alla fine il raìs iracheno, indebitato fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, pensò di saccheggiare il Kuwait degli Al Sabah. Fu una manna: nella guerra che seguì gli americani guidarono una coalizione universale contro il raìs (c’era anche Hafez Assad) e con perdite minime piazzarono armi e Patriot a tutto il Medio Oriente.
Era una joint venture che funzionava. In Afghanistan con i soldi dei sauditi la Cia aveva montato la più grande operazione bellica della storia: sconfiggere l’Armata Rossa con i mujaheddin islamici. Peccato che uno dei soci
dell’impresa, Osama bin Laden, poi si sia risentito di essere messo da parte e abbia organizzato l’attentato delle Due Torri.
È stato così che si è finiti nel 2001 in Afghanistan e poi nel 2003 in Iraq. Dopo 14 anni l’Afghanistan è ancora in preda alla guerriglia dei talebani mentre l’Iraq è un nazione monca, una parte i curdi, un’altra agli sciiti e un pezzo al Califfato. Gli americani non sanno che farsene ed è per questo che la guerra all’Isis non è mai partita seriamente.

Ma il petrolio finanziava tutto, come la cocaina inebriava di dollari i “bravi ragazzi” nei film di Scorsese. Si poteva farne a meno? Nell’ottica dell’Occidente bastava che gli arabi continuassero a spendere da noi e questo già era sufficiente come un indicatore di salutare benessere. In realtà sapevamo perfettamente che era artificiale. L’oro nero può comprare armi, prodotti, servizi, persino degli eserciti mercenari, ma non una ragione di esistere.
Per questo le monarchie petrolifere hanno cominciato a foraggiare i jihadisti, per contrastare movimenti meno feroci ma più popolari come i Fratelli Musulmani che ne contestavano la legittimità. Per altro pronti a usare anche questi come ha fatto il Qatar in funzione anti-saudita. Assad era il nemico perfetto. La Siria il terreno ideale per una guerra
santa. Confina con Paesi ribollenti – Turchia, Libano, Iraq, Israele, Giordania – la popolazione è a maggioranza sunnita ma comandata da una minoranza, gli alauiti, ritenuta eretica, alleata dell’Iran e degli Hezbollah sciiti libanesi. L’insurrezione era una sorta di tempesta perfetta per creare un nuovo Libano o un altro Afghanistan, con padrini esterni di ogni provenienza, arabi, turchi, potenze occidentali e orientali.
Già da tempo il dipartimento di Stato Usa sapeva che milioni di dollari affluivano ai gruppi qaedisti e poi al Califfato da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait (Country report on Terrorism, 2013), ma Washington aspettava che facessero fuori Assad da soli. L’intervento di Putin ha tolto la speranza di una vittoria e l’Iran, che aveva dovuto rinunciare al nucleare, adesso ha un alleato con l’atomica: gli americani devono salvare la faccia dei loro impresentabili alleati, che sono anche nostri clienti. Raschiando il fondo del barile affiora tutta la miseria della geopolitica del petrolio.

 

Fonte: Sole24Ore