Leggete Jack London

di Giuseppe Masala

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di Andrea Coccia

Matteo Nucci, in un articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica nel 2014, ha messo insieme un bell’elenco di tutto ciò che Jack London fece per sopravvivere prima di trovare il suo Klondike nella letteratura: «Inscatolatore di lattine, rivenditore di giornali, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari contro i razziatori di ostriche, mendicante, marinaio e cacciatore di foche, addetto all’avvolgimento di fili di iuta, vagabondo, spalatore di carbone, giardiniere, facchino, scaricatore di porto, addetto alla pulizia di tappeti e di aule scolastiche, lavandaio, cercatore d’oro, retore arrembante, attivista socialista, progettista di barche, case e fattorie all’avanguardia».

Gli elenchi sono utili fino a in certo punto per descrivere gli uomini, quasi sempre li semplificano troppo. Ma nel caso di London, malgrado il dettaglio, l’elenco è ancor più vano perché solo un metaromanzo fantastico che unisse la biografia alla bibliografia potrebbe rendere la varietà rocambolesca di tutto ciò che Jack London ha fatto, visto, sognato e immaginato nei 40 anni della sua vita. Anche in quel metaromanzo, probabilmente, ne uscirebbe un ritratto in difetto.

Nacque povero, abbandonò da ragazzino la scuola dei libri per frequentare quella della vita avventurosa del vagabondo. Ma lo sapeva che doveva scrivere. E scrisse, meticolosamente, duramente, fino a duemila parole al giorno per anni, si dice.

Se ci riuscì è proprio perché fu capace di applicare a se stesso, quella stessa tenacia e volontà di autodeterminazione che applicò a quasi tutti i suoi personaggi. Un titanismo, questo di Sailor Jack — da ragazzo si taggava così sui treni su cui saliva clandestino per attraversare l’America da vagabondo — che emerge da ogni cosa quell’uomo, nato a San Francisco il 12 gennaio del 1876 e morto non molto lontano il 22 novembre del 1916, abbia fatto, abbia scritto o abbia pensato.

La fiammella dell’idealismo, che lo ha portato ad aderire al socialismo, a marciare su Washington con un esercito di disoccupati negli ultimi anni dell’800, a scrivere libri come Il tallone di ferro. Quella dell’alcolismo, che era l’arma della sua inquietudine, una fiammella che lo inseguì sempre e a cui dedicò un libro e un personaggio diventato celebre, John Barleycorn. Ma anche la volontà titanica di affermazione come scrittore, raccontata nel più autobiografico e struggente dei suoi romanzi, Martin Eden. E ancora, il colpo di tirare fuori uno strano mix di scienza, misticismo, delirio e capacità profetica in opere come La peste scarlatta o Il vagabondo delle stelle, ultimo libro pubblicato da London in vita, il più visionario.

Al mondo ci sono quelli che raccontano più di quel fanno e quelli che fanno più di quel che raccontano. Malgrado solitamente gli scrittori, i giornalisti e gli intellettuali siano del primo gruppo, Jack London, scrittore, giornalista e intellettuale, riesce a stare comodamente nel secondo. Jack London ha amato la vita. L’ha amata visceralmente, non temendola mai, al contrario, sfidandola ripetutamente e traendone l’ispirazione per scrivere alcuni dei più grandi libri della storia della letteratura.

Il richiamo della foresta e Zanna Bianca sono due dei più grandi romanzi del Novecento. E sono solo due dei centinaia di motivi per cui non dobbiamo dimenticarci di Jack London. Gli altri sono semplicemente tutto il resto della sua produzione, con poche eccezioni: dal già citato Il vagabondo delle stelle a Martin Eden; dalla Peste scarlatta al Tallone di ferro; dagli incontabili racconti seminati su riviste nel corso di due decenni fino alle corrispondenze di guerra dalla Corea e dal Giappone e a Il popolo dell’abisso, impressionante reportage dalle perifierie di Londra di inizio secolo. Qualcosa di molto simile a un viaggio all’inferno.

«All’origine di ogni creazione artistica è l’ossessione-angoscia della morte», scrive Michele Mari nell’introduzione a I demoni e la pasta sfoglia, e continua «su questa passione dominante (che l’artista condivide con il collezionista, il cleptomane, il libertino, il fondatore di imperi, il mistico) s’innestano più speciali affezioni come l’insoddisfazione della vita o all’opposto il senso di un traboccante excessus vitae. In entrambi i casi si dà virulenza, morbosità, necessità fisiologica, perché non c’è operazione più violenta e arbitraria di quella che imprime una forma alla propria vita».

Poche frasi nella storia della critica sono più calzanti di questa per Jack London, che, tra le due strade di cui parla Mari, ha sempre scelto entrambe, correndo continuamente spinto da un’ansia vitale irrefrenabile, ma sempre tallonato da una delle inquietudini più spietate, che gli ha tenuto il fiato sul collo, lo ha fatto diventare grande e poi lo ha logorato, fino ad ucciderlo.

In una lettera scritta il 16 giugno del 1900 e spedita all’amico Cloudesley Johns dalla sua casa al 1130 di East 15th street a Oakland, in California, Jack london scrive una frase che riassume vene la sua vita e la sua carriera. La scrive in risposta all’invio di un manoscritto dell’amico, una sorta di Enciclopedia della strada, per dirgli cosa c’è che non va in quel suo scritto: c’è troppo Ego, e London, che era un tipo che le cose le diceva in faccia, glielo scrisse.

“Forget you! And then the world will remebember you”, scrive London. Che in italiano suona come: dimentica te stesso, e il mondo ti ricorderà.

La frase è di quelle da farci delle magliette; la lezione, invece, è da tenere a mente tra quelle preziose, e da girare a tutti coloro che si affannano a mettersi al centro dei propri racconti. Il messaggio che London spara in faccia all’amico e indirettamente a noi che leggiamo quella lettera, in realtà lo sta sparando in faccia anche a se stesso. Sparisci, levati davanti, metti davanti tutto ciò che non sei tu, ma filtrato da te stesso. Non scrivere per l’ego, di quello, mettiti il cuore in pace, non interessa nulla a nessuno, tantomeno ai tuoi lettori. Mettici dentro te stesso senza metterti in primo piano e avrai trovato l’alchimia perfetta. Quella è la cosa che cercano tutti.

“Forget you! And then the world will remebember you“. Nove parole. Non serve molto altro a Jack, che all’epoca aveva 24 anni e non aveva ancora pubblicato nulla tranne la raccolta di racconti The son of the wolf, per darci una lezione sulla vita e sulla scrittura.

Fonte: Linkiesta.it

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