zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: febbraio, 2016

L’impossibile keynesismo

keynes

di Joseph Halevi

 

Propongo un pezzo – attualissimo – di Joseph Halevi del 2009 pubblicato su Il Manifesto

 

Su la Repubblica e su la Stampa di ieri sono apparsi articoli molto scettici nei confronti degli attuali annunci di ripresa economica. È pertanto legittimo chiedersi se si profilano soluzioni e scenari di un’uscita dalla crisi e su quale base sociale possa l’eventuale nuova fase poggiare. Guardando alla storia del capitalismo moderno si nota che non fu il New Deal a sollevare gli Usa dalla depressione bensì l’entrata di Washington nel grande solco della spesa pubblica militare apertosi con la Seconda Guerra Mondiale. Ciò costituì la vera uscita capitalistica dalla Grande Depressione su una base sociale allargata.

Allora il keynesismo militare Usa divenne il pilastro economico della rinascita ed espansione dei capitalismi europei e di quello nipponico, nonché del consenso sociale che raccolsero. Mai profitti, accumulazione reale, salari, occupazione e previdenza sociale, ebbero dinamiche così sostenute e mutualmente assai compatibili come nel quarto di secolo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale all’annullamento di Bretton Woods di fatto proclamato dal presidente Richard Nixon il 15 agosto del 1971. Quella data segna l’inizio della fine, assai rapida in verità, delle compatibilità keynesiane (più spesa pubblica, più occupazione, salari più alti, più domanda, più profitti, più investimenti grazie alla maggiore domanda). Non per questo però cessò di esistere il militarismo keynesiano che ricevette infatti una nuovo grande impulso durante la presidenza Reagan. Tuttavia fu proprio negli anni ottanta che le espansioni classicamente militar keynesiane si mostrarono invece ampiamente compatibili con la caduta dei salari dando luogo all’esplosione del fenomeno dei working poor, cioè di lavoratori poveri.

Nel nuovo contesto di deterioramento salariale le spese militari ed affini non potevano più sostenere l’espansione economica Usa, senza la quale né il Giappone avrebbe evitato una grande crisi, né la Cina di Deng Xiaoping sarebbe decollata capitalisticamente.

All’insufficiente keynesismo militare si è quindi abbinato, in maniera crescente dalla seconda metà degli anni ottanta per diventare dominante nel corso di questo decennio fino allo scoppio della crisi nel 2007, un keynesismo finanziario, l’espressione è di Bellofiore, fondato sull’indebitamento delle famiglie stimolato ed agevolato dalla politica di denaro facile da parte della Federal Reserve. Politica necessaria per colmare i vuoti (baratri) di potere d’acquisto che altrimenti sarebbero sfociati in una Grande Crisi di domanda effettiva. Qui sta l’origine della bolla speculativa esplosa due anni fa. Il crollo del keynesismo finanziario non riapre spazi a quello classico basato sulla spesa militare. Questa è a sua volta in crisi per mancanza di obiettivi e per il pantano iracheno prima ed afghano adesso. I margini del keynesismo idealistico, imperniato su contratti di lavoro collettivi ben definiti, su spese pubbliche sociali e produttive, su aliquote fiscali progressive, sono sempre stati molto limitati ma oggi sono del tutto inesistenti. Per rendere credibile il keynesismo idealistico bisognerebbe rivoluzionare almeno lo Stato. Bisognerebbe cioè sradicare gli interessi economici che attualmente lo dominano e lo plasmano.

James Galbraith, che pure ha fiducia nella possibilità di un capitalismo riformato, ha scritto un bel libro ove mostra quanto lo stato americano sia diventato uno strumento in mano a interessi monopolistico finanziari predatori (vale, eccome, anche per l’Italia). L’idea di un contratto sociale, evidente nella valenza istituzionale keynesiana, è assolutamente aliena a queste forze vieppiù dominatrici. Esse ridefiniscono metodicamente in funzione esclusiva dei loro «profitti» le cosiddette compatibilità economiche come appare anche dal nuovo decollo globale della finanza e dei «mercati» che nulla ha a che vedere con una soluzione sistematica della crisi.

Fonte: sinistrainrete.info

Umberto Eco spiega il Fascismo Eterno

mussolini

di Umberto Eco

1) La prima caratteristica di un Ur-Fascismo e’ il culto della tradizione.

Il tradizionalismo e’ piu’ vecchio del fascismo. Non fu solo tipico del pensiero controrivoluzionario cattolico dopo la Rivoluzione Francese, ma nacque nella tarda eta’ ellenistica come una reazione al razionalismo greco classico.

Nel bacino del Mediterraneo, i popoli di religioni diverse (tutte accettate con indulgenza dal Pantheon romano) cominciarono a sognare una rivelazione ricevuta all’alba della storia umana. Questa rivelazione era rimasta a lungo nascosta sotto il velo di lingue ormai dimenticate. Era affidata ai geroglifici egiziani, alle rune dei celti, ai testi sacri, ancora sconosciuti, delle religioni asiatiche. Questa nuova cultura doveva essere sincretistica. “Sincretismo” non e’ solo, come indicano i dizionari, la combinazione di forme diverse di credenze o pratiche. Una simile combinazione deve tollerare le contraddizioni. Tutti i messaggi originali contengono un germe di saggezza e quando sembrano dire cose diverse o incompatibili e’ solo perche’ tutti alludono, allegoricamente, a qualche verita’ primitiva. Come conseguenza, non ci puo’ essere avanzamento del sapere. La verita’ e’ stata gia’ annunciata una volta per tutte, e noi possiamo solo continuare a interpretare il suo oscuro messaggio. E sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti. La gnosi nazista si nutriva di elementi tradizionalisti, sincretistici, occulti.

La piu’ importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l’alchimia con il Sacro Romano Impero. Il fatto stesso che per mostrare la sua apertura mentale una parte della destra italiana abbia recentemente ampliato il suo sillabo mettendo insieme De Maistre, Guenon e Gramsci e’ una prova lampante di sincretismo. Se curiosate tra gli scaffali che nelle librerie americane portano l’indicazione “New Age”, troverete persino Sant’Agostino, il quale, per quanto ne sappia, non era fascista. Ma il fatto stesso di mettere insieme Sant’Agostino e Stonehenge, questo e’ un sintomo di Ur-Fascismo.

2) Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.

Sia i fascisti che i nazisti adoravano la tecnologia, mentre i pensatori tradizionalisti di solito rifiutano la tecnologia come negazione dei valori spirituali tradizionali. Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernita’ era solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul “sangue” e la “terra” (Blut und Boden). Il rifiuto del mondo moderno era camuffato come condanna del modo di vita capitalistico, ma riguardava principalmente il rigetto dello spirito del 1789 (o del 1776, ovviamente). L’illuminismo, l’eta’ della Ragione vengono visti come l’inizio della depravazione moderna. In questo senso, l’Ur-Fascismo puo’ venire definito come “irrazionalismo”.

3) L’irrazionalismo dipende anche dal culto dell azione per l’azione.

L’azione e’ bella di per se’, e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare e’ una forma di evirazione. Percio’ la cultura e’ sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici. Dalla dichiarazione attribuita a Goebbels (“Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola”) all’uso frequente di espressioni quali “Porci intellettuali”, “Teste d’uovo”, “Snob radicali”, “Le universita’ sono un covo di comunisti”, il sospetto verso il mondo intellettuale e’ sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell’accusare la cultura moderna e l’intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.

4) Nessuna forma di sincretismo puo’ accettare la critica.

Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere e’ un segno di modernita’. Nella cultura moderna, la comunita’ scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo e’ tradimento.

5) Il disaccordo e’ inoltre un segno di diversita’.

L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista e’ contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo e’ dunque razzista per definizione.

6) L’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale.

Il che spiega perche’ una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici e’ stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo, in cui i vecchi “proletari” stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il fascismo trovera’ in questa nuova maggioranza il suo uditorio.

7) A coloro che sono privi di una qualunque identita’ sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio e’ il piu’ comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese.

E questa l’origine del nazionalismo: Inoltre, gli unici che possono fornire una identita’ alla nazione sono i nemici. Cosi’, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi e’ l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo piu’ facile per far emergere un complotto e’ quello di fare appello alla xenofobia. Ma il complotto deve venire anche dall’interno: gli ebrei sono di solito l’obiettivo migliore, in quanto presentano il vantaggio di essere al tempo stesso dentro e fuori. In America, ultimo esempio dell’ossessione del complotto e’ rappresentato dal libro The New World Order di Pat Robertson.

8) I seguaci debbono sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici.

Quando ero bambino mi insegnavano che gli inglesi erano il “popolo dei cinque pasti”: mangiavano piu’ spesso degli italiani, poveri ma sobri. Gli ebrei sono ricchi e si aiutano l’un l’altro grazie a una rete segreta di mutua assistenza. I seguaci debbono tuttavia essere convinti di poter sconfiggere i nemici. Cosi’, grazie a un continuo spostamento di registro retorico, i nemici sono al tempo stesso troppo forti e troppo deboli. I fascismi sono condannati a perdere le loro guerre, perche’ sono costituzionalmente incapaci di valutare con obiettivita’ la forza del nemico.

9) Per l’Ur-Fascismo non c’e’ lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.

Il pacifismo e’ allora collusione col nemico; il pacifismo e’ cattivo perche’ la vita e’ una guerra permanente. Questo tuttavia porta con se’ un complesso di Armageddon: dal momento che i nemici debbono e possono essere sconfitti, ci dovra’ essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avra’ il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un’eta’ dell’Oro che contraddice il principio della guerra permanente. Nessun leader fascista e’ mai riuscito a risolvere questa contraddizione.

10) L’elitismo e’ un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico.

Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli. L’Ur-Fascismo non puo’ fare a meno di predicare un “elitismo popolare”. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino puo’ (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, cosi’ deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”. Dal momento che il gruppo e’ organizzato gerarchicamente (secondo un modello militare), ogni leader subordinato disprezza i suoi subalterni, e ognuno di loro disprezza i suoi sottoposti. Tutto cio’ rinforza il senso di un elitismo di massa.

11) In questa prospettiva, ciascuno e’ educato per diventare un eroe.

In ogni mitologia l'”eroe” e’ un essere eccezionale, ma nell’ideologia Ur-Fascista l’eroismo e’ la norma. Questo culto dell’eroismo e’ strettamente legato al culto della morte: non a caso il motto dei falangisti era: “Viva la muerte”. Alla gente normale si dice che la morte e’ spiacevole ma bisogna affrontarla con dignita’; ai credenti si dice che e’ un modo doloroso per raggiungere una felicita’ soprannaturale. L’eroe Ur-Fascista, invece, aspira alla morte, annunciata come la migliore ricompensa per una vita eroica. L’eroe Ur-Fascista e’ impaziente di morire. Nella sua impazienza, va detto in nota, gli riesce piu’ di frequente far morire gli altri.

12) Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volonta’ di potenza su questioni sessuali.

È questa l’origine delmachismo (che implica disdegno per le donne e una condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste, dalla castita’ all’omosessualita’). Dal momento che anche il sesso e’ un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.

13) L’Ur-Fascismo si basa su un “populismo qualitativo” : In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l’insieme dei cittadini e’ dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza).

Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “popolo” e’ concepito come una qualita’, un’entita’ monolitica che esprime la “volonta’ comune”. Dal momento che nessuna quantita’ di esseri umani puo’ possedere una volonta’ comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo e’ cosi’ solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo piu’ bisogno di Piazza Venezia o dello stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini puo’ venire presentata e accettata come la “voce del popolo”. A ragione del suo populismo qualitativo, l’Ur-Fascismo deve opporsi ai “putridi” governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli.” Di fatto, trovo’ immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquido’ il parlamento. Ogni qual volta un politico getta dubbi sulla legittimita’ del parlamento perche’ non rappresenta piu’ la “voce del popolo”, possiamo sentire l’odore di Ur-Fascismo.

14) L’Ur-Fascismo parla la “neolingua”.

La “neolingua” venne inventata da Orwell in 1984, come la lingua ufficiale dell’Ingsoc, il Socialismo Inglese, ma elementi di Ur-Fascismo sono comuni a forme diverse di dittatura. Tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico. Ma dobbiamo essere pronti a identificare altre forme di neolingua, anche quando prendono la forma innocente di un popolare talkshow.

Fonte: Umberto Eco, Cinque Scritti Morali, 1997 Bompiani

 

L’interessata canea antirussa dei corifei della Nato.

corifei

Avantieri è partita una canea antirussa in mondovisione per il bombardamento di un ospedale a nord di Aleppo. Ovviamente si sono sprecati gli alti lai di quelli che s’indignano a giorni alterni, a seconda di chi sono le vittime.

Non appena i russi – a stretto giro di posta – hanno dimostrato con tracciati radar alla mano che – putacaso – proprio nei minuti in cui l’ospedale veniva bombardato giravano da quelle parti due A-10 americani, è calato il silenzio più totale sulla vicenda. Almeno sui grandi organi di informazione del mondo NATO.

Oggi stiamo assistendo alla stessa canea: tutti contro la Russia per i bombardamenti di due ospedali e due scuole nel nord della Siria che hanno ucciso almeno cinquanta persone.

Ovviamente gli indignati si stracciano le vesti e puntano il dito contro Mosca, senza uno straccio di nulla se non il pregiudizio (ribadito a dispetto dei macabri record occidentali), in base al quale se sono morti civili i colpevoli devono essere per forza i nipoti di Gengis Khan e dei cavalieri dell’Orda d’Oro, oggi agli ordini di Putin-dagli-occhi-di-ghiaccio. I nipoti di Buffalo Bill e i loro alleati, al contrario, sono per forza i buoni, puri come gigli.

Prudenza invece vuole: aspettiamo i tracciati radar.

Può aiutarci anche il vecchio adagio del “cui prodest”: chi ha interesse a imporre una tregua, proprio ora, mentre avrebbe bisogno di rifiatare, visto che in questo momento sta rischiando una Caporetto? Di certo uno stop non serve ai lealisti siriani, né ai curdi né tantomeno ai russi.

Questa non è una risposta, ma un’indicazione.

Per avere certezze attendiamo magari i tracciati radar, lo ripetiamo. Senza dimenticare che in una guerra esistono le menzogne, le imposture, le vittime civili (da ambo le parti) e gli errori non voluti da parte di tutti.

Pubblicato su megachip il 15 Febbraio 2016

La battaglia contro l’Europa

jodice

Zeroconsensus è abbastanza lieto di informare i suoi lettori della prossima uscita nelle librerie di un saggio degli amici Guido Iodice e Thomas Fazi. Naturalmente mi riservo di esprimere un giudizio di merito non avendo ancora letto il testo ma posso assicurare che gli autori proporranno tesi non usuali nel mainstream italiano e daranno importanti spunti di riflessione.

LA BATTAGLIA CONTRO L’EUROPA
Come un’élite ha preso in ostaggio un continente. E come possiamo riprendercelo

di Thomas Fazi e Guido Iodice
prossimamente in libreria

A otto anni dallo scoppio della crisi finanziaria, l’Europa è stremata dall’austerità, dalla stagnazione economica, da disuguaglianze sempre più gravi e dal crescente divario tra paesi del centro e della periferia. La stessa parola “crisi”, che rimanda a un fenomeno di rottura e di breve periodo, è ormai inadeguata a descrivere quello che appare come un cambiamento strutturale – ma forse sarebbe meglio dire una ristrutturazione deliberata – dell’economia e della società.
La democrazia viene esautorata a livello nazionale e non viene sviluppata a livello europeo. Il potere è sempre più concentrato nelle mani di istituzioni tecnocratiche che non rispondono delle loro decisioni e in quelle dei paesi più forti dell’Unione. Allo stesso tempo, cresce in tutto il continente un’ondata di populismo, con l’affermarsi in alcuni paesi di pericolosi movimenti nazionalisti. Eppure non vi è ancora un consenso sulle ragioni che ci hanno condotto fino a questo punto, e su come uscirne. Il perdurare della crisi economica e la vergognosa gestione della vicenda greca hanno sì trasformato la crisi in un argomento di dibattito diffuso, ma hanno anche determinato un progressivo imbarbarimento del dibattito pubblico, sempre più dominato da logiche nazionalistiche («prima gli italiani») e semplificazioni illusorie e solo apparentemente radicali («fuori dall’euro»).
Nel frattempo molti dei miti fondativi alla base del “regime di austerità” – dobbiamo stringere la cinghia perché stiamo finendo i soldi; abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità; il problema è l’eccessivo debito pubblico ecc. – si sono persino rafforzati.
La battaglia contro l’Europa mostra come le élite europee abbiano sfruttato la crisi per imporre scellerate politiche neoliberali e smantellare lo stato sociale – e come questo processo può essere invertito. Secondo gli autori, la via d’uscita dalla crisi non passa né per una maggiore integrazione («più Europa»), né per l’uscita dall’euro, quanto piuttosto per l’apertura di un conflitto tra periferia e centro che parta dalla disubbidienza ai memorandum della troika e arrivi a delineare un’esplicita alternativa (o almeno un significativo emendamento) all’attuale assetto istituzionale dell’unione monetaria.

Renzi e il debito della furbizia

treno

di Mario Seminerio

In queste settimane Matteo Renzi è impegnato in braccio di ferro, a tratti tra il surreale ed il grottesco, per ottenere dalla Commissione europea i decimali di cosiddetta flessibilità che il governo si è speso nella legge di Stabilità 2016. Sono stati mesi trascorsi a cercare ogni appiglio contabile per giustificare l’ulteriore 0,2% di deficit-Pil: prima la clausola migranti, poi il terrorismo, ora ancora una bizzarra richiesta di par condicio con gli aiuti dati dalla Ue alla Turchia per “trattenere” i profughi siriani in fuga verso l’Europa.

Renzi strepita contro un’improbabile “austerità” europea ma nulla conferma che in questo momento la posizione fiscale dell’Eurozona è restrittiva o neutrale: anzi, semmai è palesemente il contrario, numeri alla mano. Come ormai noto a tutti o quasi, Renzi in due anni ha fatto crescere il deficit mediante continuo “riporto a nuovo” delle clausole di salvaguardia, ed ora vede avvicinarsi il momento della resa dei conti, o più propriamente il muro della realtà. Per comprendere ciò, basta osservare che lo scorso settembre, mentre la ripresa europea sembrava in accelerazione, Renzi presentava un aggiornamento al DEF che prevedeva più deficit. Oggi, con evidenze di rallentamento e forse qualcosa di peggio, Renzi invoca più deficit. Questo la dice lunga sulla presunta “astuzia” del premier italiano, forse davvero convinto che con più deficit, di qualità peraltro scadente, fosse possibile togliere il paese dalle secche della stagnazione.

Dietro a proclami di grande afflato federalista europeo e spin simbolici come la gita a Ventotene, resta da capire cosa Renzi voglia e dove intenda fermarsi. Una lettura minimale lo vuole impegnato a strappare quel maledetto 0,2% di deficit aggiuntivo per poi rimettersi tranquillo, almeno per qualche tempo. Di certo, il premier italiano è sprovvisto di leve negoziali: per avere la garanzia europea sui depositi bancari deve accettare quello che i tedeschi chiedono, cioè che i titoli di stato posseduti dalle banche siano ponderati per il rischio, come si fa per i normali prestiti, e che in caso di dissesto un paese possa sospendere il pagamento di interessi e rimborsi sul proprio debito sovrano. Al contempo, detto brutalmente e semplicemente, Renzi non ha i soldi pubblici per fare quello che potrebbe consentire all’Italia di rendersi parzialmente autonoma dai “vincoli” comunitari.

Che accadrebbe se Renzi decidesse di “ribellarsi” definitivamente ai vincoli europei (che a volte sono solo vincoli di realtà), e la Bce sospendesse gli acquisti di titoli di stato italiani? Domanda ovviamente retorica: accadrebbe che l’Italia sarebbe terremotata ed andrebbe verso il default. Ecco perché i margini di manovra di Renzi (e di qualunque altro premier italiano) sono assai limitati. Unica alternativa “coerente”, anche se di pura fiction: uscire dalla moneta unica ed attendere fiduciosi che vada un po’ meglio non prima che vada assai peggio, al limite dell’evento bellico. O forse oltre.

Fonte: Phastidio.net

Le responsabilità della catastrofe bancaria

catastrofe

Deve essere chiaro che il collasso del sistema bancario italiano sotto il peso dei crediti inesigibili è da imputare alla scellerata politica economica posta in essere dal più discutibile degli economisti (Sapelli correttamente ma con una certa perfidia lo chiama “commentatore economico” del Corriere della Sera). Mi riferisco a quel Mario Monti attualmente appollaiato sul trespolo di senatore a vita contro la norma costituzionale (quali sarebbero gli alti meriti di questo signore?) e già sottosegretario di Cirino Pomicino e poi – alla caduta della DC – riposizionatosi come liberale tutto d’un pezzo e cerbero del rigore dei conti.
Ecco, questo signore assiso nel 2011 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha devastato la domanda interna – in ossequio ai dictat interessati del IV Reich di Bruxelles – senza calcolare che questa politica avrebbe caricato di crediti inesigibili le banche fino alla loro completa distruzione. Non basta, per ovviare a questo problema che avrebbe individuato (quasi) chiunque dotato di buonsenso non ha manco previsto un embrione di bad bank che andava fatta allora!

Ecco, tutto questo caos e figlio e frutto di quel governo di scellerati mascherati da dotti, sapienti ed accademici. A Renzi, e la cosa va detta, tutto la situazione gli è scoppiato tra i piedi come una mina; certo anche lui le sue colpe le ha visto che ha implementato ottuse politiche economiche vetero-keynesiane (<<80 euro!!!>>), ma sono nulla rispetto a quelle del governo degli Ottimati del Priore dei Bocconiani Scalzi.

Un ultima cosa: fossi al posto di Berlusconi, un gigante rispetto a questa gente (il che è tutto dire!) organizzerei una mega festa di Bunga Bunga alla faccia dei decerebrati dei vari popoli viola che quando avvenne quel colpo di stato (nell’accezione di quel capolavoro della scienza politica scritto da Curzio Malaparte) uscirono per strada a starnazzare non rendendosi conto che stava arrivando un governo peggiore del già miserrimo governo Berlusconi. Ora toccherà a tutti mangiare i frutti avvelenati del governo degli Ottimati. Spero almeno che quando tutto sarà finito si capisca che la Bocconi va ridimensionata o quantomeno che ci si renda conto che la più interessante personalità prodotta da quell’ambiente culturale è Sara Tommasi.

Il ritorno del Dio Spread

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Dopo tanto tempo riappare lo spettro del Dio Spread nonostante la criptonite del Quantitative Easing che dovrebbe tenerlo a bada; siamo oggi a 147 punti base di differenziale tra i decennali tedeschi e quelli italiani per un tasso, di quelli italiani, pari a 1,7% di interesse circa. Un tasso enorme considerato il fatto che la BCE sta spendendo 60 miliardi di euro al mese per acquistare titoli di stato degli stati europei.
Tutto questo rappresenta una evidente crisi di sfiducia dei mercati finanziari nei confronti della stabilità finanziaria di alcuni stati in particolare difficoltà e – lasciatemelo dire – simili tassi sotto quantitative easing della banca centrale rappresentano anche una sfiducia nei confronti di quest’ultima: i mercati ci dicono che secondo loro la BCE ha perso il controllo della politica monetaria. Non è più in grado di garantire la stabilità del sistema – secondo i mercati – e non è in grado di influenzare le variabili macro fondamentali con la sua offerta di moneta. Una valutazione enorme.

Questo aumento dei tassi sono devastanti per l’Italia sia per il servizio del debito pubblico ovviamente, ma sopratutto potrebbero rappresentare il colpo di grazia per un sistema bancario al collasso a causa delle sofferenze sui prestiti. Mi riferisco al fatto che il sistema bancario italiano ha complessivamente in portafoglio circa 400 miliardi di titoli di stato: ovviamente ogni aumento dei tassi rappresenta una perdita (potenziale) in conto capitale. Non esattamente il massimo per banche devastate da crediti in sofferenza e probabilmente in disperata ricerca di liquidità (anche per far fronte al sussurrato bank run dei correntisti delle banche in difficoltà) e che quindi potrebbero avere la necessità di liquidare titoli di stato sul mercato secondario. Non parliamo poi della proposta del consiglio dei saggi del ministero delle Finanze tedesco capeggiato da Herr Schauble che vorrebbe una vendita forzata dei titoli di stato delle banche dei paesi deboli che dovrebbero pesare il loro portfoglio in base al rischio. Una proposta ferale per le finanze dello stato italiano e per le sue banche che dovrebbero vendere a tassi crescenti (e le loro vendite aumenterebbero ancora di più i tassi nel gioco della domanda e dell’offerta) e dunque con perdite in conto capitale.
Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti. Con buona pace di Draghi che appare sempre più come un Enrico Toti che – disarmato – combatte in trincea a colpi di stampella.

E per Draghi una medaglia d’oro sembra davvero il minimo per quello che sta facendo per salvare l’Italia (l’ultima proposta davvero emblematica è quella di un Fondo di Garanzia Europeo sui depositi). Avrà sbagliato tanto in passato ma come presidente della BCE più di così non si sa cosa possa fare.

Caduta del saggio di profitto e composizione organica del capitale

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di Riccardo Bellofiore (*)

La caduta tendenziale del saggio di profitto è stata interpretata da alcuni autori non soltanto come ragione della crisi ciclica del capitale, ma anche come causa di una caduta ‘secolare della profittabilità, magari all’interno di una visione del capitalismo come caratterizzato da ‘onde lunghe’. Una tesi del genere è controversa dal punto di vista testuale: ma difficilmente argomentazioni di tipo testuale son dirimenti nel discorso marxiano sulla crisi, che è rimasto sempre ad uno stadio incompiuto, soggetto a tensioni anche contraddittorie, nel tempo ma persino all’interno dello stesso manoscritto Conta di più il fatto che una lettura di lungo periodo della caduta tendenziale del saggio di profitto non pare essere del tutto priva di fondamento.

Il perché è presto detto. L’applicazione di dosi maggiori di capitale costante, ancor più quando quest’ultimo sia costituito da capitale fisso, è per Marx un mezzo particolarmente efficace per accelerare l’estrazione di pluslavoro e plusvalore nell’unità di tempo. D’altra parte è vero che in alcune parti dell’opera di Marx il conseguente incremento del saggio di plusvalore non è in grado di compensare, ne lungo periodo l’effetto depressivo della composizione del capitale sul saggio del profitto, e viene dunque degradato a mera ‘controtendenza’. A questo proposito, l’argomento più forte a favore di una conclusione del genere è la tesi che vi sarebbe un limite assoluto al pluslavoro che può essere attivato dauna popolazione lavorativa data. Per comprendere di cosa si tratta, è bene guardare alla composizione del capitale come un indice del rapporto tra, da un lato, il lavoro morto contenuto nei mezzi di produzione e, dall’altro lato, il lavoro vivo speso nel periodo. Questo rapporto viene approssimato dal rapporto tra capitale costante al numeratore e la somma di capitale variabile e plusvalore al denominatore. Se si fa l’assunzione eroica che il capitale variabile tenda ad annullarsi, e che dunque l’intera giornata lavorativa si traduca in pluslavoro che si oggettiva in plusvalore, la composizione ‘in valore’ del capitale può essere vista come il reciproco del saggio massimo di profitto. Marx potrebbe essere letto come colui che suggerisce in sostanza che il numeratore del saggio massimo di profitto avrebbe una sorta di limite insuperabile e naturale, una sorta di tetto dei movimenti del saggio effettivo del profitto. Il denominatore, al contrario, può espandersi illimitatamente. Marx propone un fondamento microeconomico (nel comportamento individuale) a questo risultato macroeconomico (di sistema), che altrimenti parrebbe contraddittorio. Vi abbiamo già alluso. I capitalisti individuali introducono, o sono comunque costretti ad introdurre, metodi a più elevata ‘intensità di capitale’, al fine di abbassare i costi per unità di prodotto: guadagnano così grazie a queste innovazioni un sovra-plusvalore (e un sovra-profitto), ed evitano a loro volta di essere espulsi dal mercato dai competitori. Si tratta di una concezione ‘dinamica’ della concorrenza, che tende differenziare il saggio del profitto all’interno de l settore, e che verrà ripresa da Joseph Schumpeter: una visione della concorrenza, si può aggiungere, che rompe alla radice con la visione della concorrenza classico-ricardiana e neoclassica-walrasiana.

E’ una impostazione che, oltre ad un riferimento forte alle classi sociali, mette moneta e squilibrio nelle fondamenta su cui si costruisce il discorso economico. Si deve però osservare che non è possibile dedurre da tutto ciò una ‘legge’ della caduta del saggio di profitto, secondo la quale le controtendenze verrebbero sistematicamente battute dalla tendenza, come talora pare pensare Marx. Una accelerazione della forza produttiva del lavoro in forza della meccanizzazione spinge infatti alla riduzione dei valori (e dei prezzi) di tutte le merci, e dunque anche degli elementi del capitale costante, dei mezzi di produzione. Non è possibile perciò escludere a priori che la svalorizzazione degli elementi del capitale costante sia così accentuata da aumentare lo stesso saggio massimo del profitto, rimuovendo la presunta barriera posta da Marx. Se invece si guarda al saggio effettivo del profitto, esso dipende positivamente dal saggio di plusvalore e negativamente dalla composizione in valore del capitale. La svalorizzazione degli elementi del capitale variabile contribuisce evidentemente all’aumento del saggio di plusvalore, e la svalorizzazione degli elementi del capitale costante può invertire la tendenza all’aumento della composizione del capitale in valore. La critica alla caduta del saggio di profitto argomentata da Marx può essere in questo caso riformulata sostenendo che non vi è alcuna ragione per negare che l’aumento del saggio di plusvalore può più che controbilanciare il (possibile, non necessario) aumento della composizione in valore del capitale.

Peraltro, va anche considerato che Marx non formula la legge con riferimento alla composizione ‘invalore’ del capitale (la grandezza rilevante per la valorizzazione del capitale), ma con riferimento a quella che definisce la composizione ‘organica’ del capitale. La composizione in valore riflette pienamente la rivoluzione di valore che continuamente sconvolge l’espressione di valore degli elementi del capitale costante e variabile in forza della meccanizzazione. La composizione organica misura invece quegli input ai loro valori (o prezzi) precedenti l’innovazione. Registra dunque in modo pieno l’incremento della composizione ‘tecnica’ del capitale, del rapporto tra mezzi di produzione (e per Marx, in primis, il capitale fisso) e il lavoro, nel mondo del valore, neutralizzando la controtendenza della svalorizzazione tanto del costante costante quanto del capitale variabile. Vista l’importanza sempre più estesa del capitale fisso nell’accumulazione, lo scarto tra le due stime della composizioni del capitale segnala anche un divario crescente tra il saggio del profitto in termini di flusso e il saggio del profitto in termini di fondi, un divario che può accrescersi nel tempo e che impone prima o poi un drammatico e improvviso riaggiustamento attraverso la crisi periodica.

Fonte: Riccardo Bellofiore, “La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx“, Università di Bergamo.