Caduta del saggio di profitto e composizione organica del capitale

di Giuseppe Masala

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di Riccardo Bellofiore (*)

La caduta tendenziale del saggio di profitto è stata interpretata da alcuni autori non soltanto come ragione della crisi ciclica del capitale, ma anche come causa di una caduta ‘secolare della profittabilità, magari all’interno di una visione del capitalismo come caratterizzato da ‘onde lunghe’. Una tesi del genere è controversa dal punto di vista testuale: ma difficilmente argomentazioni di tipo testuale son dirimenti nel discorso marxiano sulla crisi, che è rimasto sempre ad uno stadio incompiuto, soggetto a tensioni anche contraddittorie, nel tempo ma persino all’interno dello stesso manoscritto Conta di più il fatto che una lettura di lungo periodo della caduta tendenziale del saggio di profitto non pare essere del tutto priva di fondamento.

Il perché è presto detto. L’applicazione di dosi maggiori di capitale costante, ancor più quando quest’ultimo sia costituito da capitale fisso, è per Marx un mezzo particolarmente efficace per accelerare l’estrazione di pluslavoro e plusvalore nell’unità di tempo. D’altra parte è vero che in alcune parti dell’opera di Marx il conseguente incremento del saggio di plusvalore non è in grado di compensare, ne lungo periodo l’effetto depressivo della composizione del capitale sul saggio del profitto, e viene dunque degradato a mera ‘controtendenza’. A questo proposito, l’argomento più forte a favore di una conclusione del genere è la tesi che vi sarebbe un limite assoluto al pluslavoro che può essere attivato dauna popolazione lavorativa data. Per comprendere di cosa si tratta, è bene guardare alla composizione del capitale come un indice del rapporto tra, da un lato, il lavoro morto contenuto nei mezzi di produzione e, dall’altro lato, il lavoro vivo speso nel periodo. Questo rapporto viene approssimato dal rapporto tra capitale costante al numeratore e la somma di capitale variabile e plusvalore al denominatore. Se si fa l’assunzione eroica che il capitale variabile tenda ad annullarsi, e che dunque l’intera giornata lavorativa si traduca in pluslavoro che si oggettiva in plusvalore, la composizione ‘in valore’ del capitale può essere vista come il reciproco del saggio massimo di profitto. Marx potrebbe essere letto come colui che suggerisce in sostanza che il numeratore del saggio massimo di profitto avrebbe una sorta di limite insuperabile e naturale, una sorta di tetto dei movimenti del saggio effettivo del profitto. Il denominatore, al contrario, può espandersi illimitatamente. Marx propone un fondamento microeconomico (nel comportamento individuale) a questo risultato macroeconomico (di sistema), che altrimenti parrebbe contraddittorio. Vi abbiamo già alluso. I capitalisti individuali introducono, o sono comunque costretti ad introdurre, metodi a più elevata ‘intensità di capitale’, al fine di abbassare i costi per unità di prodotto: guadagnano così grazie a queste innovazioni un sovra-plusvalore (e un sovra-profitto), ed evitano a loro volta di essere espulsi dal mercato dai competitori. Si tratta di una concezione ‘dinamica’ della concorrenza, che tende differenziare il saggio del profitto all’interno de l settore, e che verrà ripresa da Joseph Schumpeter: una visione della concorrenza, si può aggiungere, che rompe alla radice con la visione della concorrenza classico-ricardiana e neoclassica-walrasiana.

E’ una impostazione che, oltre ad un riferimento forte alle classi sociali, mette moneta e squilibrio nelle fondamenta su cui si costruisce il discorso economico. Si deve però osservare che non è possibile dedurre da tutto ciò una ‘legge’ della caduta del saggio di profitto, secondo la quale le controtendenze verrebbero sistematicamente battute dalla tendenza, come talora pare pensare Marx. Una accelerazione della forza produttiva del lavoro in forza della meccanizzazione spinge infatti alla riduzione dei valori (e dei prezzi) di tutte le merci, e dunque anche degli elementi del capitale costante, dei mezzi di produzione. Non è possibile perciò escludere a priori che la svalorizzazione degli elementi del capitale costante sia così accentuata da aumentare lo stesso saggio massimo del profitto, rimuovendo la presunta barriera posta da Marx. Se invece si guarda al saggio effettivo del profitto, esso dipende positivamente dal saggio di plusvalore e negativamente dalla composizione in valore del capitale. La svalorizzazione degli elementi del capitale variabile contribuisce evidentemente all’aumento del saggio di plusvalore, e la svalorizzazione degli elementi del capitale costante può invertire la tendenza all’aumento della composizione del capitale in valore. La critica alla caduta del saggio di profitto argomentata da Marx può essere in questo caso riformulata sostenendo che non vi è alcuna ragione per negare che l’aumento del saggio di plusvalore può più che controbilanciare il (possibile, non necessario) aumento della composizione in valore del capitale.

Peraltro, va anche considerato che Marx non formula la legge con riferimento alla composizione ‘invalore’ del capitale (la grandezza rilevante per la valorizzazione del capitale), ma con riferimento a quella che definisce la composizione ‘organica’ del capitale. La composizione in valore riflette pienamente la rivoluzione di valore che continuamente sconvolge l’espressione di valore degli elementi del capitale costante e variabile in forza della meccanizzazione. La composizione organica misura invece quegli input ai loro valori (o prezzi) precedenti l’innovazione. Registra dunque in modo pieno l’incremento della composizione ‘tecnica’ del capitale, del rapporto tra mezzi di produzione (e per Marx, in primis, il capitale fisso) e il lavoro, nel mondo del valore, neutralizzando la controtendenza della svalorizzazione tanto del costante costante quanto del capitale variabile. Vista l’importanza sempre più estesa del capitale fisso nell’accumulazione, lo scarto tra le due stime della composizioni del capitale segnala anche un divario crescente tra il saggio del profitto in termini di flusso e il saggio del profitto in termini di fondi, un divario che può accrescersi nel tempo e che impone prima o poi un drammatico e improvviso riaggiustamento attraverso la crisi periodica.

Fonte: Riccardo Bellofiore, “La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx“, Università di Bergamo.

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