zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: marzo, 2016

La Donna Serpente

lucifero

 

Ma ora celebro la tregua, ultima cerimonia

in onore dell’assenza,

prima che inizi il nuovo interminabile itinerario

delle infinite cerimonie dell’assenza.

Giacché, naturalmente,

tutto può mimare la tregua della fine,

ma non già l’assenza.

Giorgio Manganelli – Dall’inferno

Una volta, tanto tanto tempo fa’, un giovane allegro e curioso, tale Ludovico Vernagallo andò in una città antichissima con una università altrettanto antica. Tanta era la sua curiosità che decise di stabilirvisi e di studiare in quel luogo che ai suoi occhi, forse ingenui, appariva meraviglioso.

Fece subito amicizia con un altro giovane arrivato dalle montagne appenniniche: Juan Carù del Castello. Erano così diversi i due, quanto il primo era sognatore il secondo era freddo e calcolatore. Ma i due andavano davvero d’accordo anzi, non pare azzardato dire, che le differenze di carattere quasi completassero entrambi.

La sfortuna ci mise lo zampino sotto forma di donna in carne e ossa. Oh lettori cari, non vi sembri banale questa storia, io Teofilo di Lione eminentissimo XXXVII° Abate di Monte Cassino nell’era del Cristianesimo Unificato posso garantirvi che trattasi di una delle più tremende storie che abbia mai sentito e che per trovare qualcosa di altrettanto mirabile occorra rifarsi agli antichi romanzi dell’epoca in cui il popolo di Dio era diviso tra Cattolici e Ortodossi.

All’inizio di quella che il nostro ingenuo Vernagallo chiamava la sua “avventura intellettuale” (Oh che ingenuità amabili lettori!) gli si presentò la donna di cui sopra mentre percorreva la strada per recarsi nell’Antica Università. La dama – invero brutta e soprattutto emanante un’enorme forza malvagia –  gli si butto tra le braccia urlando:<<Ludovico! Come stai?>>. Il nostro non capiva parendogli di non riconoscerla e anzi, possiamo dire era certissimo di non averla mai vista. Fatto sta che con il suo brigare essa riusci a ritagliarsi uno spazio tra gli amici del nostro sciagurato protagonista.

E qui eccolo lo zampino della sfortuna: il suo amico Juan si innamorò della strana ma intraprendentissima damigella e ci si mise assieme! Inutile provare a spiegare lo sgomento e la preoccupazione di Ludovico così sensibile – Oh questo difetto lo ha accompagnato per tutta la vita forse influenzato dalla lettura di Platone – alla bellezza femminile. Soleva dire per mettere in guardia l’amico carissimo: <<Ciò che è bello è anche buono>>, che prosaicamente andava inteso come:<<Stai attento che la tua bruttissima dama si rivelerà anche un mostro>>.

Ludovico che per queste cose aveva un fiuto infallibile non si sbagliò: la damigella si dimostrò presto di indole malvagia, predisposta al ricatto e alla violenza psicologica. Il povero Juan uscì quasi fuori di senno a causa dei suoi comportamenti sconcertanti. Il nostro Ludovico – senza dubbio sciagurato ma di cuore generoso – lo aiutò in tutti i modi possibili anche se non ebbe mai il coraggio di chiedere all’amico se era sotto ricatto per qualcosa con quella che si era rivelata un’infame damigella. Ne egli rivelò soprattutto la cruciale informazione che ella  si era dichiarata <<Amica di famiglia>> (qualunque cosa potesse significare questa strana locuzione) di una terribile donna conosciuta anche dal nostro Vernagallo e adusa al meretricio a pagamento e ad altre nequizie che il vostro narratore, essendo un uomo di chiesa, non osa nominare. Se dovessimo cercare una pietra di paragone potremmo dire che questa tremenda donna – “amica di famiglia” della malvagia Dama – può essere paragonata a “Peppa la sarda”, l’avvelenatrice del romanzo “I Beati Paoli” di quel Luigi Natoli eminente scrittore siciliano dei tempi antichi.

Alla fine quasi come per miracolo il povero Juan riuscì a liberarsi di quello che pareva un sortilegio amoroso e la vita riprese a scorrere allegra tra risate, beffe, avventure e studio assieme al suo amico il colto, sognatore e romantico Ludovico Vernagallo.

Ad un certo punto ci fu però un grosso cambiamento, Vernagallo fu spedito nella sua isola presso una guarnigione militare di Lanzichenecchi, al suo ritorno Juan era cambiato, ma il nostro sciagurato non riuscì a percepirlo immediatamente. Fatto sta che il destino aveva tratto i suoi dadi e Vernagallo andò a vivere in una bella casa con pianoforte dove dimoravano due Dame: Palushka Pegaso dell’Arca ed Ermenegilda dell’Arco.

Juan si innamorò di Palushka e il nostro Ludovico ne fu sinceramente compiaciuto almeno – pensava – il fantasma della malvagia e orrida dama si sarebbe definitivamente dissolto.

Le cose procedettero tranquillamente, pur con qualche dissapore tra Ludovico e Juan, a causa delle differenze di carattere che venivano amplificate dalla convivenza. Ma niente di insuperabile.

Un giorno accadde però l’irreparabile. Il nostro Cavalier Vernagallo andò ad ascoltare l’audizione del Dottissimo e Chiarissimo Giureconsulto Angelus Barbutus discepolo del Grande Rescignius Partenepeus. All’audizione si presentò anche la malvagia Dama, che come al solito metteva le mani addosso al nostro prode Cavaliere. Chissà cosa accadde in quell’attimo nella testa del Nostro, questo è tutt’ora un mistero. Fatto sta che Vernagallo con un urlo da belva inferocita disse:<<Basta! Levami quelle maledette mani di dosso!>> umiliando così la dama malvagia di fronte a centinaia di persone. La Malvagissima se la legò al dito e decise di fargliela pagare, utilizzando un brutto apprezzamento che Vernagallo fece – tempo prima davanti a lei – su Dama Palushka di cui l’amico carissimo e amatissimo era innamoratissimo. Vernagallo, spesso soleva dire:<<Maledetta la mia lingua che non ho tenuto a freno>>, ma così evidentemente il destino aveva stabilito. I progetti di Dio Santissimo – ve lo dice il vostro narratore che è uomo di fede – sono davvero imperscrutabili: giudicare è dunque inutile.

E così la tremenda Dama riuscì a far litigare i due baldi Cavalieri e le due dame con cui vivevamo insieme; Palushka ed Ermenegilda. Con quest’ultima, nel frattempo, il nostro Vernagallo intratteneva una relazione segreta che sarebbe stata resa pubblica di fronte al Santo Tribunale Inquisitorio dei Sardi solo dopo la litigata con i due vecchi amici. Su questo Santo Tribunale ci sarebbe molto da dire ma in questa sede ci limitiamo a sottolineare che nell’antica città ve n’era una sede staccata detta “d’oltremare”, ben fornita di forche, ghigliottine, garrote e plotoni d’esecuzione per i sardi atipici perché troppo “continentalizzati”.

Ma può essere così malvagia una Dama come ha dimostrato di essere la Nostra? Per capire il suo grado di malvagità non possiamo – sperando di non spaventare troppo il lettore – non parlare della sua terribile vita.

La donna provava un odio infinito per l’Umanità, odiava chiunque fosse felice o avesse anche solo la possibilità di esserlo. Non siamo in grado di sapere il perché di questo, la mente umana è un abisso oscurissimo e insondabile. Sappiamo solo che essa fu iniziata ai piaceri di Saffo, ma anche le donne raccolsero i frutti della sua immensa malvagità. Memorabili sono le angherie subite dalla povera Giulietta da Legnago e da Daniela da Alghero. E chissà quante altre hanno subito la sua malvagità, il vostro narratore questo non è in grado di ricostruirlo. Possiamo solo aggiungere che la Dama Nera ad un certo punto fu anche iniziata all’Arte Sublime del Divin Marchese De Sade e dunque amava percuotere con strani attrezzi infernali – prima di farci safficamente l’amore – le dame che con essa avevano la ventura di accompagnarsi. Di questo siamo certissimi, perché nelle sue memorie il Cavalier Vernagallo ha lasciato anche alcune foto eloquenti della Dama Nera. Chissà come Vernagallo ne venne in possesso. Noi sappiamo solo che nella sua vita avventurosa era in contatto con persone Potentissime e Reverendissime sia della Capitale Massonica del Male sulle rive del Potomac, sia della Capitale Comunista del Bene sulle rive della Moskova.

Apparentemente la vita del nostro Vernagallo scorreva tranquilla, nell’antica città continuò la sua storia d’amore travolgente con la sua Ermenegilda. Sfortunatamente Juan, l’amico accecato dall’odio, brigò (assieme alla Dama Nera Malvagissima) per fargli del male e ci riuscì abbastanza bene. Anzi, possiamo dire che il numero di squallide bassezze che dovette subire Vernagallo furono veramente oltre ogni umano limite accettabile.

Il nostro Vernagallo scoprì tutto questo – dopo moltissimi anni – quando i suoi avversari politici utilizzarono le uova velenose deposte dal cavalier Juan Carù del Castello e dalla Dama Nera Malvagissima per fargli del male. Immediatamente il Nostro mosse mari e monti per capire se Ermenegilda stesse bene (nel frattempo l’amore tra i due era finito e Vernagallo non se ne era più preoccupato) perché sapeva sin troppo bene che coloro che odiavano lui odiavano anche lei. Oh, cari lettori, voi non potete immaginare il suo sgomento e la sua cupa disperazione quando scoprì che la sua antica Dama era rinchiusa in un Monastero Appenninico tanto era enorme il male che le fu fatto dai suoi nemici.

E fu così che al Nostro prode Cavalier Ludovico Vernagallo si pietrificò il cuore a causa dell’odio enorme ed inestinguibile che lo aveva intossicato. Possiamo dire, senza tema di essere smentiti, che il cuore del Nostro Cavaliere era diventato uguale al cuore di Lucifero caduto dal Paradiso per essersi ribellato all’Onnipotente. Nel suo eremo sui Monti Vandalici il Nostro meditava tremenda vendetta ed era disposto a tutto per ottenerla. Avrebbe mosso i suoi Reverendissimi e Potentissimi amici della Capitale del Male sulle rive del Potomac e quelli della Capitale del Bene sulla Moskova se necessario, ma avrebbe dissetato la sua gola riarsa bevendo dal calice della Vendetta. Nulla lo avrebbe potuto fermare.

Alla fine però – e questa è la tremenda morale della storia – i due vecchi amici ormai con il cuore malvagio e pietrificato da quell’odio senza fine sarebbero stati precipitati tra le fiamme dell’Inferno dove ad accoglierli ci sarebbe stata la Dama Nera Malvagissima che così raggiunse il suo vero scopo: avere i due cavalieri per l’eternità al suo fianco. Lei sapeva bene che la vita è nulla più che un soffio nell’infinito e che attendere una vita per averli per l’eternità era un gioco che valeva la candela. I due all’Inferno sarebbero stati insigniti del titolo di “Duca Infernale” (1) e sarebbero ritornati giovani ventenni. Juan avrebbe ritrovato i suoi ricci biondi persi a causa delle calvizie e Ludovico avrebbe ritrovato i boccoli corvini che con gli anni si erano tinti di grigio. I due, per l’eternità, sarebbero stati condannati a fecondare la tremenda Dama Nera Malvagissima che in realtà era la Principessa Infernale Donna-Serpente. I frutti del concepimento – così risulta dagli studi – sarebbero stati dei velenosissimi cobra del Gange che la Dama avrebbe espulso direttamente dalla vagina e che, strisciando, sarebbero usciti dall’Inferno infettando con il loro malvagio veleno l’intera Umanità fino al ritorno di Nostro Signore Santissimo nel giorno dell’Apocallisse.

Oh giovani che avete letto questa storia tremenda, fatene tesoro, resistete alle lusinghe del Male e al piacere della carne e della vendetta. Siate vigili! Oh giovani, portate sempre con voi il ricordo dei due prodi cavalieri Juan Carù del Castello e Ludovico Vernagallo e ricordate le parole del Sommo Poeta Majakovskij:<<In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile>>.

(1) “Duca Infernale” è il grado che sarebbe spettato ai due cavalieri una volta giunti all’Inferno secondo gli approfonditi studi fatti dall’Abate Teofilo di Lione, narratore di questa terribile storia. La cosa appare attendibilissima essendo l’Abate il più insigne studioso del “Dizionario Infernale, o, repertorio universale degli esseri, dei personaggi, dei libri, dei fatti e delle cose che riferiscono alle apparizioni, alle divinazioni e alla magia…” di Collin de Plency e di Jacques Albin-Simon.

(Il quadro raffigurato nell’immagine è di Roberto Ferri ed è intitolato “Lucifero”)

Annunci

Il ripudio

tiepolo

L’istituto del Ripudio della donna rinacque, in Sardegna, nell’estate del 2015 grazie – paradossalmente, ma la storia è sempre paradossale – alle conquiste dell’Umanità verso la propria emancipazione.

Con il passare del tempo anche in Sardegna alla barbarica istituzione matrimoniale infatti si è affiancata la più civile istituzione della convivenza informale. Purtroppo però i demoni biblici e medioevali nell’isola non sempre sono sconfitti e allora sottovoce (perché certe cose non si dicono) molti pensano che la donna che convive in realtà sia una concubina di biblica memoria. Sfortunatamente questa situazione presenta il rischio che il Sardus Pater (ma pare svolga un ruolo anche la madre del Sardus Pater: la Sarda Mater Santissima) decida di cacciare di casa la malcapitata, quando è ritenuta inutile. Allora, il popolo – quello sardo spesso davvero di merda – eleva la gogna e tratta la poveretta come una ripudiata. Ma da dove nasce la “gloriosa” istituzione del ripudio? Forse i Sardus Pater hanno appreso i suoi rudimenti grazie alla lettura della bibbia testo sacro per chi non sacralizza l’Umanità (chi adora una statua di legno odia generalmente gli umani in carne ed ossa)? O forse lo hanno studiato in qualche incunabolo medioevale preservato in qualche antico monastero sardo dove ancora non c’è la televisione e i frati non guardano “i pacchi” all’ora di cena? O forse lo hanno appreso in qualche antico papiro egiziano che istituzionalizza la permuta della schiava inefficiente?
Ma i Sardus Pater non sanno leggere e anzi chi legge è <<frosciuuuuu o al minimo maccuuuuuu>>.


E allora per spiegare il mistero non rimane che la vecchia leggenda del Reverendissimo e Santissimo Sardus Pater Magnum di Ispinigoli: un vecchio pastore saggio che vive appunto nella grotta. Egli, almeno così narra la leggenda, vive seduto sull’altare fenicio (o shardana a seconda di chi racconta) e una volta all’anno, il giorno del solstizio d’estate, pare riunisca tutti i Sardus Pater Magnum di ogni singolo paese sardo (c’è un solo Sardus Pater Magnum per paese) e spiega le antiche leggi sarde: nel 2015, si dice abbia spiegato il ripudio. Narrò che l’origine dell’istituto era bizantina, ma non di Bisanzio città tenne a precisare. La cosa nacque – secondo il Saggio – in un paesino della Tracia, di nome Rypudios (da cui il nome dell’istituto) a causa di un litigio furibondo tra Teopompo di Smirne, Giureconsulto dell’imperatore Stanislao il Sublime e sua moglie, la matrona Agrippina di Salonicco.
In Sardegna l’istituzione fu, dopo qualche anno dai fatti, importata dal Centurione Bainzu di Aleppo (successivamente di Porto Torres) ma solo oralmente. I Sardus Pater Magnum riuniti a Ispinigoli di fronte all’altare fenicio (o shardana) decisero così che non essendoci nulla di scritto come fonte originaria niente vietava che l’Istituto del ripudio fosse traslato dal barbarico istituto matrimoniale a quello (apparentemente) civile della convivenza informale.

Queste cose capitano quando l’avanzata dell’umanità verso la liberazione è in realtà una ritirata simile a quella di Caporetto (ma la vera storia di Caporetto ve la racconto un’altra volta).

(Nell’immagine “il ripudio di Agar” del Tiepolo)

 

Piotr e la costante resistenziale

majakovskij

 

Kalaresk, Luglio 2846

Il vecchio Piotr guardava il mare dai quei ruderi archeologici che l’antico popolo sardo, ormai estinto, chiamava Cittadella dei Musei: << Sono ormai quasi cinquecento anni che siamo su questa terra, temo che anche il nostro tempo sia arrivato alla fine>> disse a bassa voce:<<Siamo arrivati qui dalla Karelia nordorientale ormai secoli fa, abbiamo combattuto contro i mediorientali e i qatarioti e ci siamo presi questa terra ormai disabitata. Abbiamo mantenuto le nostre tradizioni, la nostra lingua (un misto finno-russo) e abbiamo mantenuto la Religione dei nostri Padri, il Vahlalla-Sovietivo. Adoriamo ancora oggi le sante Icone di Lenin, Esenin e Majkovskij circondati – in una splendida iconografia – da fiere Valkirie>>. Il vecchio Piotr fece due passi, senza distogliere lo sguardo da quella che l’Antico Popolo chiamava “Sella del Diavolo” dove ancora oggi si possono ammirare i resti di una importante guarnigione militare dell’epoca: il 152 Rgt. Sassari. <<Che strano popolo era quello sardo; tra quelli del Nord, che quelli del Sud chiamavano “gabillos” e quelli del Sud, chiamati non troppo affettuosamente “maurros” da quelli del Nord a sottolinearne le origini mauritane, c’era una fiera rivalità durata centinaia di anni se non migliaia e poi, il loro governo cosa fa? Manda al Sud una guarnigione militare proveniente dal Nord e con il nome della città nemica: una bizzarria che sa di beffa. >>
Piotr, l’Anziano consigliere della Dieta del Santo Vahlalla-Sovietivo che amministra quelle terre sospirò e riprese a parlare sommessamente – sottovoce – quasi come se recitasse una preghiera:<<Ora anche il nostro tempo è giunto, lo sento. Arrivano dal mare uomini provenienti dalla Malaysia che parlano uno strano dialetto anglo-vietnamita e adorano Buddha e la Santissima icona di Mao Tse-tung. Aprono i loro commerci, ma alla fine si prenderanno tutto. Noi siamo vecchi, abbiamo combattuto, ci siamo tenuti per secoli le nostre tradizioni, la nostra musica vichingo-sovietica e soprattutto la nostra religione. Senza contaminazione. In un vecchio frammento si parla di una strana locuzione – la Costante Resistenziale – teorizzata da un alto esponente dell’Antico Popolo, quel Giovanni Lilliu chiamato il Sardus Pater (o Pather, dai frammenti non è chiaro). Si tratta della capacità, del popolo che abita l’isola, di resistere a qualsiasi contaminazione esterna. L’Antico Popolo è morto di costante resistenziale. Noi stiamo morendo dello stesso male. La Sardegna non è dominata da alcun popolo, ma dalla malattia chiamata Costante Resistenziale che colpisce chi vi abita>>.


Il Vecchio Piotr, si accasciò al muretto, provò ad aggrapparvisi per trovare la forza di guardare per l’ultima volta il mare e morì.

(Nella foto la Santissima Icona di Majakovskij con la Santa Valkiria Lilja Brik)

Sul romanzo

romanzo

Come si fa a credere che un romanzo sia fatto dalle parole che sono scritte? E i punti? Le virgole? E non parliamo poi dei punti e virgola! E poi le parole non scritte? E le pagine prima della prima pagina? E le pagine dopo l’ultima pagina?

Questo è il romanzo: un racconto che accende la fantasia e che spinge il lettore in un mondo fatto di storie che iniziano prima del romanzo e che continuano dopo la sua fine. Il romanzo è quel labirinto tridimensionale di significati il cui filo d’Arianna è la sensibilità, la cultura, il vissuto del lettore stesso. In definitiva il romanzo è il ritratto dello scrittore che piano piano si trasforma in specchio che riflette l’immagine del lettore.

Draghi sfida la Bundesbank

draghi

di Carlo Clerichetti

Zeroconsensus ritiene molto convincente l’analisi di Carlo Clericletti sulla nuova tornata di misure monetarie proposta dalla BCE e ve la ripropone.

Stavolta la Bce ha persino superato le aspettative dei mercati, che ipotizzavano sì alcune delle decisioni prese, ma non tutte insieme e comunque in misura minore. La sorpresa si è subito riflessa sull’andamento delle Borse, che sono partite a razzo. Ma poi, in un tempo brevissimo, i mercati “si sono girati” e quasi tutti sono andati in rosso, alcuni neppure di poco (Francoforte -2,3, Londra -1,78, Parigi -1,7). E’ vero che nel frattempo anche i mercati americani andavano giù, e si sa che questo influenza quelli europei. Ma un cambiamento di rotta così repentino e così consistente non può certo essere attribuito solo a quel fattore.

Le spiegazioni plausibili sono varie, e tra quelle di cui si è parlato la più probabile sembra quella secondo cui i mercati, dopo una fiammata iniziale di entusiasmo, pensandoci bene hanno deciso che se il bazooka era stato caricato al massimo significa che l’andamento dell’economia preoccupa assai più di quando non si fosse dato a vedere.

Le decisioni della Bce, in effetti, appaiono dettate dalla disperazione. Il QE finora ha clamorosamente fallito entrambi i suoi obiettivi principali, riportare l’inflazione verso il 2% e indebolire il cambio dell’euro. I prezzi continuano a rallentare e soprattutto le aspettative dei mercati sul futuro, ricavabili dai tassi forward, li vedono evolversi più lontani di prima dall’obiettivo. Il cambio con il dollaro è inchiodato al livello (1,09-1,12) che era stato raggiunto quando i mercati avevano scontato in anticipo le mosse della banca centrale. Che effetto può avere una dose maggiore della stessa medicina? Poco o niente è la risposta più probabile, e dev’essere quella che si sono data i mercati.

Intendiamoci, il QE almeno un effetto positivo ce l’ha, quello di ridurre il costo di finanziamento dei debiti pubblici grazie ai tassi di mercato ai minimi storici e per buona parte addirittura sotto zero (secondo JP Morgan, sono quasi 2.000 miliardi i titoli pubblici europei di durata superiore a un anno con rendimenti negativi). Ma anche questa medaglia ha il suo rovescio, ed è quello di ridurre gli utili delle banche, dei Fondi pensione e insomma dei grandi investitori istituzionali.

Ed è soprattutto questo rovescio che vedono i tedeschi, oltre ad essere nemici giurati di queste politiche che ritengono inutili, pericolose e quindi dannose, e che avevano alzato un fuoco di sbarramento preventivo sull’eventualità che la Bce prendesse queste decisioni. Che invece non solo sono state prese, ma, come si diceva, in quantità e qualità tali che nessuno aveva previsto.

Come reagiranno i tedeschi? Perché qualche reazione c’è sicuramente da aspettarsela. Ritenteranno il ricorso alla loro Corte costituzionale? E’ possibile, ed è anche possibile che questa volta la Corte non si rivolga a quella europea, come ha fatto in precedenza, ma affermi che queste decisioni sono tali da mettere in pericolo la stabilità della Germania, con conseguenze imprevedibili. Non bisogna dimenticare che già una volta i tedeschi hanno fatto saltare un accordo internazionale con questa motivazione, che, secondo la loro Costituzione, prevale su ogni altra cosa. Ci riferiamo alla crisi dello Sme dell’autunno ’92, quando la Bundesbank si rifiutò di continuare ad intervenire per difendere la parità di quelle monete che avevano raggiunto il limite della banda di oscillazione. Gli accordi dello Sme prevedevano che in questi casi le banche centrali fossero tenute ad “interventi illimitati”. La Germania disse “nein” e lo Sme saltò. Stavolta a saltare sarebbe l’euro, e quella del ’92 sembrerebbe una passeggiata.

Questa è la posta e Draghi, di cui tutto si può dire meno che sia uno sprovveduto, ha probabilmente chiesto e ottenuto un via libera politico preventivo da Angela Merkel. Basterà? Forse. Abbiamo detto più volte che la Bundesbank è anti-euro, e non è isolata in questa sua posizione. La vicenda greca ha mostrato che il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, non è affatto convinto che l’euro sia “irreversibile”, come Draghi ha più volte sostenuto: quantomeno, non per tutti i paesi che l’hanno adottato. Infatti aveva proposto alla Grecia una “uscita temporanea”. Ma se l’euro non fosse irreversibile per tutti, significherebbe che si possono riaprire le scommesse speculative, attaccando i debiti pubblici degli Stati più deboli. Che questo basti a farli uscire dall’euro non è detto, ma che ci sarebbero danni enormi per quei paesi è sicuro.

Se il fronte guidato da Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank, e quello che fa capo a Schäuble si saldano, Merkel avrà la forza sufficiente per tenerli a bada? Ancora una volta: forse. E forse no.

Che cosa dobbiamo sperare? Certo, una rottura “disordinata” dell’euro provocherebbe un caos sui mercati, e potremmo vedercela molto brutta. Ma è anche vero che, se per una ipotesi al momento del tutto teorica, decidessimo unilateralmente di uscire dall’euro, saremmo soggetti a ricatti sul modello di quelli subiti dalla Grecia quando ha provato a mettere in discussione la politica imposta dall’Europa. Se invece la rottura fosse provocata dalla Germania non ci troveremmo in quella situazione. Potrebbe essere la strada migliore, per quanto pericolosa e dolorosa, per uscire da quella trappola insensata che è diventata l’Unione. Va a finire che ci conviene fare il tifo per l’odioso Weidmann.

In tutto questo una cosa sola è sicura: se non c’è ancora, conviene preparare di corsa il famoso “Piano B”. La situazione è tutt’altro che stabile.

Fonte: La Repubblica

Libia: il bottino e la spartizione

libia2

di Alberto Negri

Zeroconsensus segnala su il Sole24Ore l’analisi, puntuale, precisa e spietata di Alberto Negri sulla crisi libica. Nient’altro che una guerra figlia del ritorno – a causa della crisi economica – della politica di potenza dei paesi occidentali. Un ritorno all’epoca colonialista e – per quanto riguarda l’Italia – all’epoca fascista.

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?
La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.
La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.
Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.
Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.
La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

libia

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.
Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.
Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.
La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.

Fonte: Il sole 24 Ore

Pasolini: la poesia diventa cinema

Il Pil, Renzi e le statistiche vudù dell’Istat

renzi

 

Il primo Marzo l’Istat ha comunicato la variazione del Pil per l’anno 2015. Il risultato è stato al di sopra delle aspettative (viste anche le stime preliminari), un più 0,8% se non positivo almeno non del tutto negativo e che lascia qualche speranza.

Immediatamente il presidente del consiglio Matteo Renzi e tutti i corifei a seguito hanno fatto squillare le trombe della propaganda vendendo come estremamente positivo questo dato, comunque inferiore rispetto a quanto (+ 0,9%) previsto nei documenti del governo.

A ben guardare nel sito dell’Istat le cose sono un po’ più complesse e possiamo affermare senza paura di smentite che il Governo ha usufruito di un aiutino non di poco conto da parte dell’Istituto Nazionale di Statistica.

Basta andare a vedere la “nota metodologica al calcolo del Pil” diramata contestualmente all’annuncio della crescita dell0 o,8% che tanto ha reso orgoglioso il nostro capo del Governo e scopriamo che vi è stata una revisione al ribasso del Pil per gli anni 2013 e 2014 (pagina 7, 8, 9 e 10 della nota metodologica). Una variazione tra l’altro non trascurabile di circa 2 miliardi di euro in ambo gli anni.

Ricalcolare al ribasso i dati del Pil per gli anni precedenti significa letteralmente “regalare” una maggiore variazione positiva della crescita per il Pil dell’anno successivo: segnatamente, se io diminuisco il pil di 2 miliardi nel 2014, di fatto regalo una ulteriore variazione positiva della crescita (dello stesso ammontare diminuito nell’anno precedente) del pil per l’anno successivo.

Ed ecco li che il pil magicamente crescerà non più di uno striminzito + 0,6% ma di un quantomeno accettabile + 0,8%. Un vero e proprio gioco di prestigio dei nostri statistici nazionali per l’occasione si sono trasformati in sacerdoti della statistica vudù in grado di dare qualche ulteriore mese di respiro ad un governo che – di fatto – ha completamente fallito nelle sue misure di politica economica.