La Donna Serpente

di Giuseppe Masala

lucifero

 

Ma ora celebro la tregua, ultima cerimonia

in onore dell’assenza,

prima che inizi il nuovo interminabile itinerario

delle infinite cerimonie dell’assenza.

Giacché, naturalmente,

tutto può mimare la tregua della fine,

ma non già l’assenza.

Giorgio Manganelli – Dall’inferno

Una volta, tanto tanto tempo fa’, un giovane allegro e curioso, tale Ludovico Vernagallo andò in una città antichissima con una università altrettanto antica. Tanta era la sua curiosità che decise di stabilirvisi e di studiare in quel luogo che ai suoi occhi, forse ingenui, appariva meraviglioso.

Fece subito amicizia con un altro giovane arrivato dalle montagne appenniniche: Juan Carù del Castello. Erano così diversi i due, quanto il primo era sognatore il secondo era freddo e calcolatore. Ma i due andavano davvero d’accordo anzi, non pare azzardato dire, che le differenze di carattere quasi completassero entrambi.

La sfortuna ci mise lo zampino sotto forma di donna in carne e ossa. Oh lettori cari, non vi sembri banale questa storia, io Teofilo di Lione eminentissimo XXXVII° Abate di Monte Cassino nell’era del Cristianesimo Unificato posso garantirvi che trattasi di una delle più tremende storie che abbia mai sentito e che per trovare qualcosa di altrettanto mirabile occorra rifarsi agli antichi romanzi dell’epoca in cui il popolo di Dio era diviso tra Cattolici e Ortodossi.

All’inizio di quella che il nostro ingenuo Vernagallo chiamava la sua “avventura intellettuale” (Oh che ingenuità amabili lettori!) gli si presentò la donna di cui sopra mentre percorreva la strada per recarsi nell’Antica Università. La dama – invero brutta e soprattutto emanante un’enorme forza malvagia –  gli si butto tra le braccia urlando:<<Ludovico! Come stai?>>. Il nostro non capiva parendogli di non riconoscerla e anzi, possiamo dire era certissimo di non averla mai vista. Fatto sta che con il suo brigare essa riusci a ritagliarsi uno spazio tra gli amici del nostro sciagurato protagonista.

E qui eccolo lo zampino della sfortuna: il suo amico Juan si innamorò della strana ma intraprendentissima damigella e ci si mise assieme! Inutile provare a spiegare lo sgomento e la preoccupazione di Ludovico così sensibile – Oh questo difetto lo ha accompagnato per tutta la vita forse influenzato dalla lettura di Platone – alla bellezza femminile. Soleva dire per mettere in guardia l’amico carissimo: <<Ciò che è bello è anche buono>>, che prosaicamente andava inteso come:<<Stai attento che la tua bruttissima dama si rivelerà anche un mostro>>.

Ludovico che per queste cose aveva un fiuto infallibile non si sbagliò: la damigella si dimostrò presto di indole malvagia, predisposta al ricatto e alla violenza psicologica. Il povero Juan uscì quasi fuori di senno a causa dei suoi comportamenti sconcertanti. Il nostro Ludovico – senza dubbio sciagurato ma di cuore generoso – lo aiutò in tutti i modi possibili anche se non ebbe mai il coraggio di chiedere all’amico se era sotto ricatto per qualcosa con quella che si era rivelata un’infame damigella. Ne egli rivelò soprattutto la cruciale informazione che ella  si era dichiarata <<Amica di famiglia>> (qualunque cosa potesse significare questa strana locuzione) di una terribile donna conosciuta anche dal nostro Vernagallo e adusa al meretricio a pagamento e ad altre nequizie che il vostro narratore, essendo un uomo di chiesa, non osa nominare. Se dovessimo cercare una pietra di paragone potremmo dire che questa tremenda donna – “amica di famiglia” della malvagia Dama – può essere paragonata a “Peppa la sarda”, l’avvelenatrice del romanzo “I Beati Paoli” di quel Luigi Natoli eminente scrittore siciliano dei tempi antichi.

Alla fine quasi come per miracolo il povero Juan riuscì a liberarsi di quello che pareva un sortilegio amoroso e la vita riprese a scorrere allegra tra risate, beffe, avventure e studio assieme al suo amico il colto, sognatore e romantico Ludovico Vernagallo.

Ad un certo punto ci fu però un grosso cambiamento, Vernagallo fu spedito nella sua isola presso una guarnigione militare di Lanzichenecchi, al suo ritorno Juan era cambiato, ma il nostro sciagurato non riuscì a percepirlo immediatamente. Fatto sta che il destino aveva tratto i suoi dadi e Vernagallo andò a vivere in una bella casa con pianoforte dove dimoravano due Dame: Palushka Pegaso dell’Arca ed Ermenegilda dell’Arco.

Juan si innamorò di Palushka e il nostro Ludovico ne fu sinceramente compiaciuto almeno – pensava – il fantasma della malvagia e orrida dama si sarebbe definitivamente dissolto.

Le cose procedettero tranquillamente, pur con qualche dissapore tra Ludovico e Juan, a causa delle differenze di carattere che venivano amplificate dalla convivenza. Ma niente di insuperabile.

Un giorno accadde però l’irreparabile. Il nostro Cavalier Vernagallo andò ad ascoltare l’audizione del Dottissimo e Chiarissimo Giureconsulto Angelus Barbutus discepolo del Grande Rescignius Partenepeus. All’audizione si presentò anche la malvagia Dama, che come al solito metteva le mani addosso al nostro prode Cavaliere. Chissà cosa accadde in quell’attimo nella testa del Nostro, questo è tutt’ora un mistero. Fatto sta che Vernagallo con un urlo da belva inferocita disse:<<Basta! Levami quelle maledette mani di dosso!>> umiliando così la dama malvagia di fronte a centinaia di persone. La Malvagissima se la legò al dito e decise di fargliela pagare, utilizzando un brutto apprezzamento che Vernagallo fece – tempo prima davanti a lei – su Dama Palushka di cui l’amico carissimo e amatissimo era innamoratissimo. Vernagallo, spesso soleva dire:<<Maledetta la mia lingua che non ho tenuto a freno>>, ma così evidentemente il destino aveva stabilito. I progetti di Dio Santissimo – ve lo dice il vostro narratore che è uomo di fede – sono davvero imperscrutabili: giudicare è dunque inutile.

E così la tremenda Dama riuscì a far litigare i due baldi Cavalieri e le due dame con cui vivevamo insieme; Palushka ed Ermenegilda. Con quest’ultima, nel frattempo, il nostro Vernagallo intratteneva una relazione segreta che sarebbe stata resa pubblica di fronte al Santo Tribunale Inquisitorio dei Sardi solo dopo la litigata con i due vecchi amici. Su questo Santo Tribunale ci sarebbe molto da dire ma in questa sede ci limitiamo a sottolineare che nell’antica città ve n’era una sede staccata detta “d’oltremare”, ben fornita di forche, ghigliottine, garrote e plotoni d’esecuzione per i sardi atipici perché troppo “continentalizzati”.

Ma può essere così malvagia una Dama come ha dimostrato di essere la Nostra? Per capire il suo grado di malvagità non possiamo – sperando di non spaventare troppo il lettore – non parlare della sua terribile vita.

La donna provava un odio infinito per l’Umanità, odiava chiunque fosse felice o avesse anche solo la possibilità di esserlo. Non siamo in grado di sapere il perché di questo, la mente umana è un abisso oscurissimo e insondabile. Sappiamo solo che essa fu iniziata ai piaceri di Saffo, ma anche le donne raccolsero i frutti della sua immensa malvagità. Memorabili sono le angherie subite dalla povera Giulietta da Legnago e da Daniela da Alghero. E chissà quante altre hanno subito la sua malvagità, il vostro narratore questo non è in grado di ricostruirlo. Possiamo solo aggiungere che la Dama Nera ad un certo punto fu anche iniziata all’Arte Sublime del Divin Marchese De Sade e dunque amava percuotere con strani attrezzi infernali – prima di farci safficamente l’amore – le dame che con essa avevano la ventura di accompagnarsi. Di questo siamo certissimi, perché nelle sue memorie il Cavalier Vernagallo ha lasciato anche alcune foto eloquenti della Dama Nera. Chissà come Vernagallo ne venne in possesso. Noi sappiamo solo che nella sua vita avventurosa era in contatto con persone Potentissime e Reverendissime sia della Capitale Massonica del Male sulle rive del Potomac, sia della Capitale Comunista del Bene sulle rive della Moskova.

Apparentemente la vita del nostro Vernagallo scorreva tranquilla, nell’antica città continuò la sua storia d’amore travolgente con la sua Ermenegilda. Sfortunatamente Juan, l’amico accecato dall’odio, brigò (assieme alla Dama Nera Malvagissima) per fargli del male e ci riuscì abbastanza bene. Anzi, possiamo dire che il numero di squallide bassezze che dovette subire Vernagallo furono veramente oltre ogni umano limite accettabile.

Il nostro Vernagallo scoprì tutto questo – dopo moltissimi anni – quando i suoi avversari politici utilizzarono le uova velenose deposte dal cavalier Juan Carù del Castello e dalla Dama Nera Malvagissima per fargli del male. Immediatamente il Nostro mosse mari e monti per capire se Ermenegilda stesse bene (nel frattempo l’amore tra i due era finito e Vernagallo non se ne era più preoccupato) perché sapeva sin troppo bene che coloro che odiavano lui odiavano anche lei. Oh, cari lettori, voi non potete immaginare il suo sgomento e la sua cupa disperazione quando scoprì che la sua antica Dama era rinchiusa in un Monastero Appenninico tanto era enorme il male che le fu fatto dai suoi nemici.

E fu così che al Nostro prode Cavalier Ludovico Vernagallo si pietrificò il cuore a causa dell’odio enorme ed inestinguibile che lo aveva intossicato. Possiamo dire, senza tema di essere smentiti, che il cuore del Nostro Cavaliere era diventato uguale al cuore di Lucifero caduto dal Paradiso per essersi ribellato all’Onnipotente. Nel suo eremo sui Monti Vandalici il Nostro meditava tremenda vendetta ed era disposto a tutto per ottenerla. Avrebbe mosso i suoi Reverendissimi e Potentissimi amici della Capitale del Male sulle rive del Potomac e quelli della Capitale del Bene sulla Moskova se necessario, ma avrebbe dissetato la sua gola riarsa bevendo dal calice della Vendetta. Nulla lo avrebbe potuto fermare.

Alla fine però – e questa è la tremenda morale della storia – i due vecchi amici ormai con il cuore malvagio e pietrificato da quell’odio senza fine sarebbero stati precipitati tra le fiamme dell’Inferno dove ad accoglierli ci sarebbe stata la Dama Nera Malvagissima che così raggiunse il suo vero scopo: avere i due cavalieri per l’eternità al suo fianco. Lei sapeva bene che la vita è nulla più che un soffio nell’infinito e che attendere una vita per averli per l’eternità era un gioco che valeva la candela. I due all’Inferno sarebbero stati insigniti del titolo di “Duca Infernale” (1) e sarebbero ritornati giovani ventenni. Juan avrebbe ritrovato i suoi ricci biondi persi a causa delle calvizie e Ludovico avrebbe ritrovato i boccoli corvini che con gli anni si erano tinti di grigio. I due, per l’eternità, sarebbero stati condannati a fecondare la tremenda Dama Nera Malvagissima che in realtà era la Principessa Infernale Donna-Serpente. I frutti del concepimento – così risulta dagli studi – sarebbero stati dei velenosissimi cobra del Gange che la Dama avrebbe espulso direttamente dalla vagina e che, strisciando, sarebbero usciti dall’Inferno infettando con il loro malvagio veleno l’intera Umanità fino al ritorno di Nostro Signore Santissimo nel giorno dell’Apocallisse.

Oh giovani che avete letto questa storia tremenda, fatene tesoro, resistete alle lusinghe del Male e al piacere della carne e della vendetta. Siate vigili! Oh giovani, portate sempre con voi il ricordo dei due prodi cavalieri Juan Carù del Castello e Ludovico Vernagallo e ricordate le parole del Sommo Poeta Majakovskij:<<In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile>>.

(1) “Duca Infernale” è il grado che sarebbe spettato ai due cavalieri una volta giunti all’Inferno secondo gli approfonditi studi fatti dall’Abate Teofilo di Lione, narratore di questa terribile storia. La cosa appare attendibilissima essendo l’Abate il più insigne studioso del “Dizionario Infernale, o, repertorio universale degli esseri, dei personaggi, dei libri, dei fatti e delle cose che riferiscono alle apparizioni, alle divinazioni e alla magia…” di Collin de Plency e di Jacques Albin-Simon.

(Il quadro raffigurato nell’immagine è di Roberto Ferri ed è intitolato “Lucifero”)

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