Il funerale del Guardiaboschi o sul terzo movimento della Prima Sinfonia di Mahler

di Giuseppe Masala

 

Siegfried, come ogni mattina uscì dalla sua baracca di legno ai margini del bosco di Sorengard. L’odore pungente del fumo che si propagava dal comignolo della casa si alternava alla brezza ghiacciata di quella mattina invernale. Più si allontanava inoltrandosi nel bosco, più l’odore del fumo diventava tenue e il suo olfatto era vinto dall’odore delicato dell’erba ricoperta da una patina di rugiada. Anche il suo udito era ormai preso da quella che chiamava “musica del bosco”; rami che sbattevano delicatamente su altri rami a causa della brezza e soprattutto lepri e scoiattoli che correvano – schiacciando l’erba e i rami secchi – verso la tana appena si accorgevano della sua presenza. In lontananza l’ululato di un lupo si alternava al richiamo del falco che – in alto – sorvolava descrivendo un cerchio nel cielo terso e appena illuminato dal sole nascente.

Siegfried camminò per molti minuti, fino a quando il sole non fu totalmente sbocciato nel cielo. Mentre era immerso nella natura – nel suo bosco – nessun pensiero, né positivo né negativo, distraeva la sua mente: c’erano solo i suoni degli animali e delle piante che componevano una struggente sinfonia d’amore e di speranza.

Quando arrivò alla Fonte di Gustav, si sedette su una roccia e il suo orecchio – come sempre – fu attratto dall’acqua che sgorgava gorgogliando dalla roccia e che si incanalava dolcemente verso il fosso di Gallegard, dove il piccolo filo d’acqua si sarebbe congiunto con il ruscello che a sua volta con forza di neonato si apriva la strada verso il burrone di Holterborg formando una piccola e bellissima cascata in cui, quando i raggi del sole – con la giusta angolatura – attraversavano le piccole goccioline d’acqua che fluttuavano nell’aria,  nasceva  un piccolo arcobaleno colorato.

Ad un tratto l’incanto nel quale l’uomo era immerso fu rotto da dei lenti passi leggeri provenienti da dietro l’alto cespuglio di eucalipto selvatico che precludeva la visuale alla sua sinistra.

Poggiò la mano sul suo bel tascapane in pelle che lo accompagnava da anni nel suo giro; fece leva con il palmo e prese così la spinta per alzarsi. Si diresse verso il grande cespuglio che amava tanto perché non comprendeva come fosse arrivato lì il seme dal quale era germogliato.

Vi si appostò silenziosamente dietro, facendo attenzione a non fare il minimo rumore, in attesa che colui che si muoveva con passi lenti ma leggeri si mostrasse. Siegfried respirava dolcemente e lentamente, in attesa. Non durò però molto: a lenti passi l’ospite si rivelò.

Era il grande cervo, quello che lui da sempre considerava il re del suo bosco. Il suo manto rossastro era lucidissimo a causa dell’umidità della notte e a tratti pareva anche brillante, le corna – grandissime e meravigliose – gli davano un’aurea di nobiltà e ne facevano un vero principe. Il cervo osservava la radura della fonte dove di solito si abbeverava nella speranza di capire se l’uomo si fosse allontanato.

Siegfried, con dei lentissimi passi all’indietro, con la massima cura per non farsi sentire, si allontanò dal cespuglio: voleva che il Re del Bosco potesse andare ad abbeverarsi senza essere disturbato dalla sua presenza.

Quando fu lontano quattro passi dalla pianta si voltò – sempre con la massima attenzione – e si diresse al confine della radura per poi immergersi nella boscaglia, così da poter osservare la meraviglia di quel bellissimo essere, quasi magico, che si abbevera.

Mentre si dirigeva verso il punto che aveva scelto, sentì una forte fitta al petto e vi portò, istintivamente, la mano destra, quasi a sostenerlo con il palmo. Aprì la bocca, non per urlare, ma per portare ai suoi polmoni più aria possibile. Mentre faceva questo – purtroppo – le gambe gli vennero a mancare:  cadde a terra, senza riuscire neanche a compiere il gesto istintivo di proteggersi mettendo le mani avanti. La sua guancia sentiva il fresco dell’erba e la sua mente fu attratta da questa bellissima sensazione. Allungò il braccio in avanti quasi a cercare qualcosa che potesse sostenerlo: non trovò nulla e allora strinse con la mano dei fili d’erba freschissimi. Il bellissimo odore dell’erba della mattina sul suo viso a terra e sul palmo della mano fu l’ultima sensazione che Siegfried riuscì a comprendere: in un attimo perse la coscienza e morì.

Il cervo, non vedendo più l’uomo e non sentendone neanche l’odore, sbucò dagli alberi e si diresse, con il suo portamento regale, verso la fonte per abbeverarsi. Stette lì per un po’ di tempo bevendo prima avidamente e poi sempre più placidamente. Ad un certo punto, diresse lo sguardo fiero verso il bosco e vi si diresse.

Dopo pochi passi – all’improvviso – si ritrovò tra le zampe il corpo di Siegfried. Si fermò ed in tutta la sua imponenza iniziò ad osservare l’uomo con il suo occhio, nero, profondissimo ed acquoso.

Anche due scoiattoli guardavano da un albero il grande cervo e l’umano riverso a terra. Così, nel cielo – allo stesso modo – il falco planava disegnando i suoi cerchi attorno alla radura come se fosse una danza d’addio. Sembrava quasi che gli animali del bosco vegliassero Siegfried il guardiaboschi che per tanti anni aveva protetto loro e il bosco. Una veglia che era come un saluto. Come un ringraziamento.

malher

Gustav Mahler prese ispirazione per il Terzo Movimento della Prima Sinfonia da questa incisione di Moritz von Schwind intitolata “Il funerale del cacciatore” ma a me piace pensare che Malher in realtà abbia voluto celebrare il funerale di chi protegge gli animali: il guardiaboschi.

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