Therachia, breve storia di una parola infame

di Giuseppe Masala

fuoco

 

<<Θεραπων, Therapon! Maledetto destino!>> bisbigliava Aristeides il greco mentre, al ritmo scandito dal tamburo del vogatore, spingeva il suo remo. Alì, arciere della flotta dell’Emirato di Creta, catturato dai bizantini durante un insignificante scontro tra la sua nave e un dromone bizantino nelle acque dell’Egeo, ascoltava la lenta nenia del compagno di sventura, anzi, possiamo dire che questa gli dava il giusto ritmo. Alì aveva imparato il significato di quella strana parola che, pressappoco, significava schiavitù o servitù o un qualcosa che si trovava in un punto intermedio tra le due condizioni umane.

Si, aveva ragione Aristeides il greco – pensava tra sé e sé – la loro condizione era di schiavitù senza scampo: fino alla fine dei loro giorni sarebbero rimasti attaccati a quel maledetto remo. Alì sopravviveva ripensando alla sua giovinezza spensierata ad Alessandria d’Egitto e alle mille avventure come arciere imbarcato, ma soprattutto pensava al suo tentativo di fuga fallito durante una sosta nel porto di Trebisonda. Visualizzava ogni istante di quel tentativo per individuare ogni possibile errore e poter ritentare la sorte – presto o tardi – in un qualsiasi altro porto dove la nave fosse attraccata.

Preferiva rischiare di morire piuttosto che passare il resto della sua vita incatenato ad un remo su una nave bizantina. Quello era il suo inferno in terra: odiava il suono funereo di quel tamburo, odiava lo scudiscio dell’aguzzino che sorvegliava gli uomini ai remi e soprattutto odiava l’odore di urina e di sudore che doveva sorbirsi per ore e ore e che lo intossicava nel corpo e nell’anima più di qualunque altra cosa. Ogni tanto ripensava – nelle ore di riposo – a quella parola greca, therapon, che ripeteva Aristeides e che effettivamente spiegava perfettamente la condizione dei due tipi di rematori presenti nella nave: gli schiavi, generalmente progionieri di guerra e i buonavoglia, rematori di mestiere che venivano pagati in denaro.

Fu in una giornata come un’altra – uguale a tutte le altre – mentre il dromone seguiva la sua rotta tra le Baleari e la città di Tharros, in Sardegna, che scoppio una tempesta. Erano vicini alla costa e già l’equipaggio sul ponte vedeva il promontorio che oggi conosciamo con il nome di Capo San Marco. Nonostante la vicinanza alla costa la nave venne sballottata dall’imponenza delle onde come un fuscello da un ruscello in primavera. Il primo a morire fu il boukinator che fu trascinato in mare, mentre tentava di assicurare, con delle cime, dei barili di acqua dolce ed un barile di sardine sotto sale. Poi arrivò il turno del kentarchos: fu trascinato in mare mentre dava ordini quasi incomprensibili ai protokaraboi. Così l’equipaggio, privo del suo comandante, entrò nel più completo panico: tutti impartivano ordini non si sa bene a chi, fino a quando, a causa di una folata di vento fortissima, non cadde l’albero maestro della grande vela quadra. Fu allora che scoppiò un panico irrefrenabile, i protokaraboi abbandonarono il timone e la nave ed il suo equipaggio furono in completa balia delle onde e soprattutto della paura.

Sottocoperta, i rematori iniziarono a comprendere il dramma, e tra urla disperate chiedevano all’aguzzino con la frusta di liberarli dalle catene. I buonavoglia, che invece erano liberi, scapparono travolgendo il vogatore. Ma scappavano dove? Sul ponte regnava il più completo panico e innumerevoli erano ormai gli uomini trascinati in mare. Il dromone fu sballottato dalle onde per oltre un’ora quando – ad appena un miglio dalla costa – sbattè su degli scogli che affioravano appena. La chiglia si ruppe e la nave iniziò ad imbarcare acqua fino a quando non affondò appoggiandosi, quasi soavemente, sul fondale marino con quasi tutto il suo equipaggio.

Uno dei pochi che riuscì a salvarsi fu Alì, che si ritrovò su una spiaggia con la catena al piede. Per un colpo di fortuna l’asse di legno al quale questa era attaccata si spezzò a causa dell’impatto della chiglia con gli scogli.

Alì fu curato da un anziano sardo di nome Barisone che provvide a spezzare la catena. Sapeva bene cosa quella catena significasse: lo straniero era uno schiavo e lui aveva l’obbligo di consegnarlo ai bizantini. Decise di non farlo, l’uomo gli serviva per governare le sue greggi, infatti Barisone era ormai troppo anziano per occuparsene e inoltre non aveva figli che potessero sostituirlo nel lavoro. Quello schiavo era per lui un dono di Dio; lo avrebbe nascosto alle autorità e trattato bene ma  egli avrebbe dovuto lavorare per lui garantendogli una vecchiaia serena, senza problemi economici.

Alì – ancora a distanza di anni dal naufragio – mentre governava le pecore del suo interessato salvatore Barisone, diceva sempre la parola imparata ai remi da Aristeides:<<Therapon, Therapon! Maledetto destino, schiavo ero e servo sono diventato>>.

La parola fu appresa da molti e divenne di uso comune in Sardegna. Con il tempo si modificò fino all’attuale therachia che ancora indica sia la condizione dello schiavo ai remi che vorrebbe essere libero sia quella di chi, come il buonavoglia, era un rematore di mestiere. Ma soprattutto è tutt’oggi rimasto vivo il suo significato simbolico: essa racchiude tutto il dolore e la disperazione di Alì d’Alessandria d’Egitto, arciere della flotta dell’Emirato di Creta prima e schiavo ai remi di un dromone bizantino poi.

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