Le origini agrarie del capitalismo

di Giuseppe Masala

medioevo

di Ellen Meiksins Wood (*)

 

Una delle più consolidate convenzioni della cultura occidentale è l’associazione del capitalismo con la città. É invalsa la supposizione che esso sia nato e cresciuto nelle città. Non solo, tutto ciò implica che qualsiasi città – con le sue caratteristiche attività di traffico e commercio – sia per natura, e sin dagli inizi, potenzialmente capitalista, e come solo ostacoli esterni abbiano impedito a ogni civiltà urbana di dare i natali al capitalismo. Solo la religione sbagliata, la forma di stato sbagliata, o ogni altro genere di catene ideologiche, politiche e culturali che abbiano frenato le classi urbane, hanno impedito al capitalismo di sorgere ovunque e comunque, sin da tempi immemorabili – o perlomeno da quando la tecnologia ha permesso un’adeguata produzione di eccedenze.

Ciò che spiega lo sviluppo del capitalismo in occidente, secondo questo punto di vista, è l’autonomia delle sue città e della loro classe per eccellenza: la borghesia. In altre parole, il capitalismo è emerso in occidente non tanto a causa di ciò che era presente bensì a causa di ciò che era assente: i vincoli alle pratiche economiche urbane. In tali condizioni è stata sufficiente una più o meno naturale espansione del commercio per innescare lo sviluppo del capitalismo sino alla sua piena maturità. Unico fattore assolutamente necessario la crescita quantitativa, la quale si è verificata inevitabilmente col passare del tempo (in alcune versioni, ovviamente, agevolata ma non causata originariamente dall’etica protestante).

Ci sarebbero numerose obbiezioni che si potrebbero rivolgere alle ipotesi di una naturale connessione tra città e capitalismo. Tra le tante, il fatto che esse tendano a naturalizzare il capitalismo, così da occultarne il carattere distintivo come specifica forma sociale storicamente determinata, con un inizio e (senza alcun dubbio) una fine. La propensione a identificare il capitalismo con la città, e il commercio urbano, è stata generalmente accompagnata dall’inclinazione a considerarlo, più o meno automaticamente, come una conseguenza di pratiche antiche come l’umanità; se non, addirittura, un’automatica conseguenza della natura umana, la “naturale” inclinazione, nelle parole di Adam Smith, a “trafficare, barattare e scambiare”.

Probabilmente il più salutare correttivo a simili assunzioni – nonché alle loro implicazioni ideologiche – consiste nel riconoscere che il capitalismo, con le sue particolari forme di accumulazione e massimizzazione dei profitti, è nato non nelle città ma nelle campagne, in un luogo specifico, e molto tardi nella storia umana. Esso non richiede una semplice estensione o espansione dei traffici e degli scambi, ma una completa trasformazione delle più basilari pratiche e relazioni umane, una rottura con secolari modelli d’interazione umana con la natura, finalizzati alla produzione di fondamentali necessità della vita. Se la tendenza a assimilare il capitalismo con la città è associata con quella a oscurare la specificità del capitalismo, allora il modo migliore per mettere in luce quest’ultima e quello di considerare le origini agrarie del capitalismo.

Che cos’è il “capitalismo agrario”

Per millenni l’umanità ha provveduto ai propri bisogni materiali lavorando la terra. E quasi certamente sin da quando è stata impegnata nell’agricoltura essa ha conosciuto la divisione in classi, tra coloro che lavorano la terra e coloro che si appropriano il prodotto del lavoro altrui. Divisione tra appropriatori e produttori che ha assunto molteplici forme in tempi e luoghi diversi, ma con una comune caratteristica, ossia che i produttori sono sempre stati contadini. Produttori contadini che sono rimasti in possesso dei loro mezzi di produzione, in particolare la terra. Come in tutte le società pre-capitaliste tali produttori avevano accesso diretto ai mezzi necessari alla propria riproduzione. Il che significa che nel momento in cui il loro pluslavoro gli è stato sottratto dagli sfruttatori , ciò è stato fatto tramite quelli che Marx chiama mezzi “extra-economici” – vale a dire, con forme di coercizione dirette, esercitate dai proprietari terrieri e/o stati dotati di forza superiore, accesso privilegiato alla potere militare, giudiziario e politico.

Questa è, dunque, la fondamentale differenza tra le società pre-capitaliste e il capitalismo. Essa non ha niente a che vedere col fatto che la produzione sia urbana o rurale, quanto invece  con i particolari rapporti di proprietà tra produttori e appropriatori, che si tratti di industria o agricoltura. Solo nel capitalismo la forma dominante di appropriazione del surplus è basata sulla espropriazione dei produttori diretti, il pluslavoro dei quali viene sottratto con metodi puramente “economici”. Poiché i produttori diretti in un capitalismo pienamente sviluppato sono privi di proprietà, è perché il loro unico accesso ai mezzi di produzione, utili alla loro riproduzione, e perfino ai mezzi del loro lavoro, consiste nella vendita della loro forza-lavoro in cambio di un salario, i capitalisti possono appropriarsi del pluslavoro senza coercizione diretta.

Questa relazione tra produttori e appropriatori è, naturalmente, mediata dal “mercato”. nel corso della storia sono esistite svariate tipologie di mercati, avendo gli uomini scambiato e venduto le loro eccedenze in modi differenti e per i più diversi scopi. Ma nel capitalismo il mercato ricopre una funzione distintiva e senza precedenti. In una società capitalistica praticamente tutto è una merce prodotta per il mercato. Ancora più importante, sia il capitale che il lavoro sono totalmente dipendenti dal mercato per quanto riguarda le più elementari condizioni della loro riproduzione. Esattamente come i lavoratori dipendono dal mercato per vendere la propria forza-lavoro come merce, i capitalisti ne dipendono per l’acquisto della forza-lavoro, così come dei mezzi di produzione, oltreché per realizzare i loro profitti con la vendita dei beni o servizi prodotti dai lavoratori. Una simile dipendenza dal mercato conferisce a quest’ultimo un ruolo inedito nelle società capitaliste, non solo come meccanismo di scambio o distribuzione ma come principale determinante e regolatore della riproduzione sociale. L’assurgere del mercato a un tale ruolo presuppone la sua penetrazione nella produzione del più basilare dei beni, il cibo.

Un sistema dipendente a tal punto dal mercato comporta alcune particolari “leggi di movimento”, specifici requisiti sistemici e regolarità sconosciute a ogni altro modo di produzione: gli imperativi della competizione, accumulazione e massimizzazione dei profitti. Imperativi, che a loro volta, indicano come il capitalismo possa, e debba, costantemente espandersi in modi e gradi assenti in altre forme sociali – accumulare costantemente, cercare continuamente nuovi mercati, imporre i propri imperativi a nuovi territori e nuovi ambiti della vita, agli esseri umani e all’ambiente naturale.

Una volta che riconosciamo quanto siano caratteristici queste relazioni e processi sociali, quanto siano differenti da altre forme sociali le quali hanno dominato per buona parte della storia dell’umanità, diventa chiara la necessità di uno sforzo maggiore per comprendere questa distintiva forma sociale, uno sforzo che vada al di là del triviale assunto che essa è sempre esistita in embrione, in attesa di essere liberata da innaturali costrizioni. La questione circa le sue origini può, allora, essere così formulata: dato che i produttori sono stati sfruttati dagli espropriatori per millenni, attraverso modalità non capitalistiche, prima dell’avvento del capitalismo, e dato che i mercati sono esistiti “da tempi immemori” e praticamente ovunque, come è potuto accadere che i produttori e gli appropriatori, e i loro rapporti, siano divenuti così dipendenti dal mercato?

Ovviamente, i lunghi e complessi processi storici, che da ultimo hanno condotto a simili condizioni di dipendenza dal mercato, possono essere tracciati indietro nel tempo all’infinito. Il quesito, tuttavia, può essere reso più abbordabile identificando l’epoca e il luogo nei quali, per la prima volta, una nuova dinamica sociale è chiaramente discernibile, una dinamica derivante dalla dipendenza dal mercato dei principali attori economici. In tal modo possiamo esplorare le condizioni specifiche nelle quali è inscritta questa situazione unica.

Nel XVIII secolo, e anche molto più tardi, la maggior parte del mondo, Europa compresa, era libera dagli imperativi del mercato che abbiamo elencati. Esisteva certamente un vasto sistema di commerci, ormai esteso a tutto il globo. Ma in alcun luogo, né nei grandi snodi commerciali dell’Europa, né nelle grandi reti commerciali del mondo islamico o dell’Asia, l’attività economica, e la produzione in particolare, erano guidate dagli imperativi della competizione e dell’accumulazione. I principi dominanti del mercato erano dappertutto “profitto tramite alienazione”, o “comprare al prezzo più basso  e vendere a quello più alto possibile” – in particolare, comprare al prezzo più basso in un mercato e vendere a a quello più alto in un altro.

Il commercio internazionale era essenzialmente un commercio di “trasporto”, fatto da mercanti che acquistavano beni in un luogo vendendoli in un altro così da ottenere un profitto. Ma anche in un singolo, potente, e relativamente unificato regno europeo come la Francia, prevalevano praticamente gli stessi principi di mercato non capitalistici. Non vi era un mercato singolo e unificato, un mercato nel quale fare profitti non comprando a poco e vendendo a tanto, o trasportando merci da un mercato all’altro, bensì producendo a costi più vantaggiosi in diretta competizione con altri operanti nello stesso mercato.

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Il commercio era prevalentemente quello di beni di lusso, tutt’al più meri destinate alle famiglie più ricche o a soddisfare le necessità e i modelli di consumo delle classi dominanti. Non vi era un mercato di massa per prodotti di consumo quotidiano a basso prezzo. I contadini erano soliti produrre non solo il loro stesso cibo ma anche beni di uso quotidiano come i vestiti. Essi potevano portare le loro eccedenze al mercato locale, nel quale il ricavato della loro vendita poteva essere scambiato con altre merci non prodotte in casa. I prodotti agricoli potevano anche essere venduti in mercati più lontani. Ma ancora una volta i principi alla base del commercio erano gli stessi della manifattura dei beni.

Principi del commercio non capitalistici che convivevano fianco a fianco con metodi di sfruttamento anch’essi non capitalistici. In particolare, in Europa occidentale, anche quando la servitù feudale era ormai scomparsa, prevalevano comunque altre forme di sfruttamento “extra-economiche”. In Francia, ad esempio, dove i contadini costituivano ancora la stragrande maggioranza della popolazione e erano in possesso di buona parte della terra, le cariche nello stato centrale costituivano una risorsa economica per molti membri delle classi dominanti, un mezzo di estrazione del pluslavoro attraverso le tasse imposte ai contadini. E anche i proprietari titolari di rendite d’affitti, generalmente, dipendevano da una serie di poteri e privilegi extra-economici per accrescere le loro ricchezze.

 

Dunque i contadini avevano accesso ai mezzi di produzione, in primo luogo la terra, senza dover offrire la propria forza lavoro come merce. Proprietari e detentori di cariche, con l’ausilio di svariati poteri e privilegi “extra-economici”, estraevano il pluslavoro dai contadini in modo diretto, in forma di fitti o tasse. In altre parole, nonostante ogni genere di persone potesse comprare e vendere ogni tipo di cose sul mercato, né i contadini-proprietari, né i padroni e i detentori di cariche, i quali si appropriavano di ciò che altri producevano, dipendevano direttamente dal mercato per le condizione della loro riproduzione, e le relazioni tra di loro non erano mediate dal mercato.

C’era, tuttavia, un’importante eccezione a questa regola generale. L’Inghilterra, già ne XVI secolo, si stava sviluppando verso direzioni del tutto inedite. Pur essendovi altri stati monarchici relativamente forti, più o meno unificati sotto una corona (come la Spagna e la Francia) nessuno poteva vantare un’unificazione efficace come quella inglese (e qui l’enfasi è proprio sull’Inghilterra e non su altre parti delle “isole britanniche”). Nel XVI secolo l’Inghilterra – già più unita di quanto non fosse nel secolo XI, quando la classe dominante normanna si stabilì nell’isola come una coesa entità politico-militare – aveva intrapreso un lungo percorso verso l’eliminazione della frammentazione dello stato, quella”sovranità parcellizzata” eredità del feudalesimo. I poteri autonomi, detenuti dai signori, dai corpi municipali e da altre entità corporative in altri stati europei erano, in Inghilterra, sempre più concentrati nelle mani dello stato centrale. Tutto ciò era in contrasto con altri stati europei, nei quali anche le monarchie più potenti continuarono a vivere inquietamente a fianco a poteri militari post-feudali, sistemi legali frammentati, privilegi corporativi i cui possessori sulla propria autonomia contro il potere centralizzatore dello stato.

La caratteristica centralizzazione politica dello stato inglese aveva basi e corollari di natura materiale. Innanzitutto, già nel XVI secolo, l’Inghilterra vantava una rete impressionante di strade e trasporti via acqua, i quali unificavano la nazione ad un livello inusuale per il periodo. Londra, divenuta sproporzionatamente grande in relazione a altre città inglesi e rispetto al totale della popolazione (e infine la più grande città d’Europa), si stava anche trasformando nel fulcro di un mercato nazionale in via di sviluppo.

La base materiale sulla quale questa emergente economia nazionale poggiava era l’agricoltura inglese, le cui caratteristiche uniche erano molteplici. La classe dominante inglese si distingueva per due aspetti importanti e correlati: da un lato, come parte di uno stato sempre più accentrato, in alleanza con una monarchia centralizzatrice, essa non disponeva dello stesso grado di poteri  “extra-economici”, più o meno autonomi”, sui quali altre classi dominanti potevano contare per estrarre il pluslavoro dai produttori diretti. Dall’altro, la terra in Inghilterra era stata a lungo concentrata in maniera inusuale, con i grandi proprietari in possesso di proporzioni di terreno insolitamente vaste. Una tale concentrazione della proprietà terriera significava che i signori inglesi erano in grado di sfruttare le loro proprietà in modi nuovi e differenti. Ciò che mancava loro dal lato del potere “extra-economico” di estrazione del surplus era compensato dai loro crescenti poteri “economici”.

Questa particolare combinazione ha avuto conseguenze significative. Da una parte, la concentrazione della proprietà terriera significava che buona parte della terra non era lavorata da contadini proprietari ma da contadini fittavoli. Questo anche prima delle ondate di espropriazioni, specialmente ne XVI e XVIII secolo, convenzionalmente associate alle “enclosures”, in contrasto, per esempio, con la Francia, nella quale ampie proporzioni di terra rimasero a lungo in mano ai contadini.

D’altra parte, i deboli poteri “extra-economici” dei proprietari significavano minore dipendenza dall’abilità di estrarre rendite dai loro fittavoli attraverso mezzi coercitivi, anziché dalla loro produttività. I proprietari avevano dunque un forte incentivo a incoraggiare – e laddove possibile, anche costringere – i loro fittavoli a trovare modalità per accrescere la loro produzione. A questo proposito, essi erano fondamentalmente differenti dagli aristocratici rantier, la cui ricchezza, nel corso della storia, è sempre dipesa dallo spremere le eccedenze dai contadini tramite la coercizione, aumentando la propria facoltà di estrazione del surplus non accrescendo la produttività, bensì incrementando i loro poteri coercitivi – fossero questi di natura militare, giudiziaria o politica.

Per quanto riguarda i fittavoli stessi, erano sempre più soggetti non solo alle pressioni dei proprietari ma anche agli imperativi del mercato che li obbligavano a incrementare la produttività. I contratti di locazione inglesi presero varie forme, con numerose varianti regionali, ma un numero crescente era assoggettato a criteri economici, ossia, i fitti non venivano fissati sulla base di standard legali o consuetudinari ma erano sempre più legati alle condizione di mercato. Già dagli inizi dell’epoca moderna molti contratti di locazione consuetudinari erano diventati, di fatto, contratti economici di questo tipo.

L’effetto di un simile sistema di relazioni di proprietà fu che molti produttori agricoli (compresi i benestanti “yeoman”) dipendevano dal mercato, non solo perché costretti a vendervi i prodotti, quanto nel senso più fondamentale che il loro accesso alla terra stessa, ai mezzi di produzione, era mediato dal mercato. In effetti esisteva un mercato dei contratti nel quale i futuri fittavoli dovevano competere. La sicurezza di questi ultimi dipendeva dalla capacità di pagare il canone di locazione, e una produzione non sufficientemente competitiva poteva significare la perdita definitiva della terra. Per far fronte ai canoni, in una situazione nella quale altri potenziali fittavoli concorrevano per gli stessi contratti, i fittavoli erano costretti a produrre in modi più efficaci, pena l’espropriazione.

Anche i fittavoli che godevano di un qualche contratto consuetudinario che garantisse loro maggior sicurezza, ma comunque obbligati a vendere i propri prodotti negli stessi mercati, potevano trovarsi in difficoltà, laddove gli standard competitivi di produttività venivano fissati da contadini sottoposti più direttamente alle pressioni del mercato. Tutto ciò valeva sempre più anche per i proprietari che lavoravano la loro terra. In un ambiente così competitivo, gli agricoltori più produttivi prosperavano e le loro proprietà crescevano, mentre i produttori meno competitivi affondavano e raggiungevano le classi non possidenti.

In ogni caso, l’effetto degli imperativi di mercato fu quello di intensificare lo sfruttamento al fine di incrementare la produttività – sia che si trattasse dello sfruttamento del lavoro altrui o di auto-sfruttamento dal parte del contadino e della sua famiglia. Un modello riprodotto nelle colonie e nell’America post-indipendenza, dove i piccoli agricoltori indipendenti, i quali si supponeva dovessero costituire la spina dorsale di una repubblica libera, dovettero, sin dall’inizio, affrontare la difficile scelta imposta dal capitalismo agrario: nel migliore dei casi, un intenso auto-sfruttamento, nel peggiore l’espropriazione da parte di aziende più grandi e produttive.

L’ascesa della proprietà capitalistica

Così dal XVI secolo l’agricoltura inglese è stata caratterizzata da una combinazione unica di condizioni, perlomeno in alcune regioni, la quale ha gradualmente fissato la direzione dell’intera economia. Il risultato è stato un settore agrario produttivo come mai nessun’altro nella storia. Proprietari e fittavoli iniziavano a preoccuparsi di ciò che chiamavano “miglioramento”, l’incremento della produttività della terra ai fini del profitto.

Vale la pena soffermarsi sul concetto di “miglioramento”, poiché ci dice molto sull’agricoltura inglese e sullo sviluppo del capitalismo. Il vocabolo inglese “improve” stesso, nel suo senso originario, non significa solo “fare meglio” in generale, ma letteralmente (sulla base dell’antico francese per “into”,  en, e “profit”, pros, o il suo caso obliquo, preu) fare qualcosa per un profitto monetario e specificamente coltivare la terra per profitto. A partire dal XVII secolo la parola “improver” si fissa chiaramente nel linguaggio in riferimento a qualcuno che rende la terra produttiva e redditizia, in particolare recintandola e bonificandola. Il “miglioramento” agricolo diventa da allora una prassi consolidata, e nel XVIII secolo, l’età d’oro del capitalismo agricolo, da il meglio di sé.

Il termine stava, contemporaneamente, acquisendo un significato più generale, nel senso che gli attribuiamo oggi (si pensi alle implicazioni di una cultura nella quale il vocabolo per “fare meglio” e radicato nella parola per “profitto monetario”). Anche se nel suo essere associato all’agricoltura , eventualmente, ha perso un po’ della sua specificità – per esempio, alcuni pensatori radicali nel Novecento usano “miglioramento” nel senso di agricoltura scientifica, slegato dalla connotazione di profitto commerciale. Tuttavia agli albori dell’epoca moderna, produttività e profitto erano connessi inestricabilmente nel concetto di “miglioramento”,  il quale ben riassume l’ideologia del nascente capitalismo agrario.

Nel XVII secolo, dunque, emerge un intero nuovo corpus letterario, il quale illustra con una precisione senza precedenti le tecniche e i benefici del miglioramento. Che è poi anche una delle principali preoccupazioni della Royal Society, che riunisce alcuni dei più eminenti scienziati inglesi (Isaac Newton e Robert Boyle ne sono entrambi membri) con alcuni dei più lungimiranti esponenti della classe dirigente inglese – come il filosofo John Locke e il suo mentore, il primo conte di Shaftesbury, ambedue vivamente interessati  al miglioramento dell’agricoltura.

Miglioramento che, in primo luogo, non dipendeva da significative innovazioni tecnologiche – sebbene si ricorresse a nuove attrezzature. In generale, era più una questione di sviluppo delle tecniche agronomiche: l’alternanza tra coltivazione e periodi di riposo, la rotazione delle colture, il drenaggio delle paludi e così via.

Ma miglioramento significava qualcosa di più che nuovi metodi o tecniche di coltivazione. Significava, infatti, nuove forme e concezioni di proprietà. Il “miglioramento” agrario, per il proprietario imprenditore e per il suo prospero fittavolo capitalista, richiedeva un proprietà terriera più vasta e concentrata. Nonché – e forse ancor più – l’eliminazione di vecchi costumi e pratiche i quali interferivano con un uso più produttivo della terra.

Le comunità contadine avevano, da tempo immemorabile, impiegato diversi metodi di regolazione dell’uso della terra nell’interesse della comunità di villaggio. Avevano ristretto determinate pratiche e garantiti alcuni diritti, non allo scopo di incrementare la ricchezza del proprietario o dello stato, bensì in modo da preservare l’esistenza della comunità stessa, magari conservare la terra o distribuirne i frutti in modo più equo, e anche provvedere ai membri meno fortunati della comunità. Perfino il diritto di proprietà “privata” era tipicamente condizionato da simili pratiche consuetudinarie, concedendo ai non-proprietari una serie di diritti d’uso sule proprietà “possedute” da altri. In Inghilterra questo genere di pratiche e costumi erano molto diffusi. Esistevano terre comuni, nelle quali i membri della comunità potevano avere diritti di pascolo o di raccogliere la legna da ardere, oltre a una serie di diritti d’uso sulle terre private – come quello di cogliere i resti di un raccolto in determinate stagioni.

Dal punto di vista dei proprietari terrieri e degli agricoltori capitalisti, la terra doveva essere liberata da tutti questi ostacoli all’uso produttivo e redditizio della proprietà. Tra il XVI secolo e il XVIII secolo, si verificò una crescente pressione per abolire i diritti consuetudinari che interferivano con l’accumulazione capitalista. Ciò poteva significare varie cose: contestazione della proprietà comune delle terre e rivendicazione della proprietà privata; eliminazione di numerosi diritti d’uso sulle terre private; o ancora, sfidare le consuetudini che fornivano ai piccoli proprietari diritti di possesso senza un titolo giuridico inequivocabile. In tutti questi casi, le tradizionali concezioni della proprietà dovevano essere rimpiazzate dalle nuove concezioni capitaliste della proprietà – la proprietà intesa non solo come “privata” ma anche come esclusiva, ossia che letteralmente escludeva gli altri individui della comunità, eliminando i regolamenti di villaggio e le restrizioni sull’uso del suolo, estinguendo diritti d’uso consuetudinari, e via dicendo.

Tali pressioni per trasformare la natura della proprietà si sono manifestate in molti modi, sia nella teoria che nella pratica. Sono emerse nelle cause legali, nei conflitti su specifici diritti di proprietà, su porzioni di terra comune o privata sulle quali diverse persone reclamavano diritti d’uso sovrapponentisi. In questi casi, le pratiche e le rivendicazioni consuetudinarie si trovavano direttamente poste a confronto con i principi del “miglioramento” – e  i giudici non di rado riconoscevano le ragioni di quest’ultimo come legittime pretese contro i diritti consuetudinari, pur essendo questi in vigore da tempo immemorabile.

Nuove concezioni della proprietà venivano teorizzate in maniera sistematica, tra le più note quella contenuta nel Secondo trattato sul governo di John Locke. Il capitolo quinto di quest’opera è la classica affermazione di una teoria della proprietà basata sui principi del miglioramento. In questo contesto, la proprietà come diritto “naturale” è fondata su quella che Locke considera l’ingiunzione divina a rendere la terra produttiva e redditizia, appunto migliorarla. L’interpretazione convenzionale della teoria Lockiana della proprietà suggerisce che sia il lavoro a stabilire il diritto di proprietà, ma un’accurata lettura del capitolo di Locke sull’argomento chiarisce come ciò che è veramente in questione non è il lavoro, ma l’utilizzo produttivo e redditizio della proprietà, il suo miglioramento. Un proprietario intraprendente, dedito alle migliorie stabilisce il proprio diritto alla proprietà non grazie al suo lavoro diretto, bensì allo sfruttamento produttivo della sua terra e del lavoro di altri su di essa. La terra non sottoposta a migliorie, non resa produttiva e redditizia (come le terre degli indigeni delle Americhe), è considerata uno “spreco”, da cui il diritto, e anzi il dovere, di migliorarla e di appropriarsene.

La stessa etica del miglioramento potrebbe essere utilizzata per giustificare  certi tipi di spossessamento non solo nelle colonie ma anche in Inghilterra. Questo ci porta alla più nota ridefinizione dei diritti di proprietà: le enclosures. Spesso considerate una semplice privatizzazione e recinzione di terre prima comuni o dei “campi aperti” caratteristici di alcune zone della campagna inglese; enclosure significa, più precisamente, l’estinzione (con o senza la recinzione fisica dei terreni) dei diritti d’uso, comuni e consuetudinari, dai quali numerose persone dipendevano per la loro sopravvivenza.

La prima ondata di enclosures avvenne nel XVI secolo, quando i grandi proprietari terrieri cercarono di espellere i popolani da quelle terre che potevano essere proficuamente adibite al sempre più redditizio pascolo ovino. I commentatori contemporanei ritenevano le enclosures, più di ogni altro fattore, responsabili per la crescente piaga dei vagabondi, uomini dispossessati e “senza padrone”, i quali vagavano per la campagna e minacciavano l’ordine sociale. Il più noto di questi commentatori, Tommaso Moro, sebbene coinvolto egli stesso nelle enclosures, descrisse la pratica come “le pecore che mangiano gli uomini”. Questi critici sociali, come molti storici in seguito, potrebbero aver sovrastimato gli effetti delle enclosures a scapito di altri fattori determinanti per la trasformazione delle relazioni di proprietà inglesi. Tuttavia rimangono l’espressione più vivida dell’inesorabile processo che stava cambiando non solo l’Inghilterra ma il mondo intero: la nascita del capitalismo.

Le enclosures hanno continuato a lungo a rappresentare una delle principali fonti di conflitto della nascente Inghilterra moderna, sia che avessero come scopo l’allevamento degli ovini o la sempre più redditizia coltura dei campi. Le rivolte contro le enclosures hanno punteggiate i secoli XVI e XVII, oltre a costituire uno dei principali motivi di risentimento nel corso della Guerra civile inglese. Nelle sue prime fasi la pratica trovo una qualche resistenza da parte dello stato monarchico, se non altro in quanto minaccia per l’ordine pubblico. Ma nel momento in cui le classi fondiarie riuscirino a plasmare lo stato secondo le loro esigenze – un successo consolidatosi grosso modo nel 1688, con la cosiddetta “Glorious revolution” – ogni interferenza statale cessò, e un nuovo tipo di Enclosures stava emergendo nel XVIII secolo, le cosiddette enclosures parlamentari. In quest’ultime l’estinzione di quei fastidiosi diritti di proprietà, che interferivano col potere di accumulazione dei proprietari, avvenne con un atto del parlamento. Niente può testimoniare altrettanto nettamente il trionfo del capitalismo agrario.

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Per tanto, in Inghilterra, una società nella quale la ricchezza ancora derivava in larga parte dalla produzione agricola, la riproduzione dei due principali attori economici del settore agricolo – i produttori diretti e coloro che si appropriavano del loro surplus – erano, almeno da XVI secolo, sempre più dipendenti da pratiche capitalistiche: la massimizzazione del valore di scambio tramite riduzione dei costi e l’incremento della produttività, la specializzazione, l’accumulazione e l’innovazione.

Questo modo di provvedere ai bisogni materiali di base della società inglese portava con sé una nuova dinamica di crescita autosufficiente, un processo di accumulazione e espansione del tutto differenti dai secolari modelli ciclici che hanno dominato la vita materiale di altre società. E si è anche accompagnato ai tipici processi capitalistici di espropriazione e creazione di una massa di spossessati. In questo possiamo parlare di “capitalismo agrario” riguardo agli inizi della modernità in Inghilterra.

Il capitalismo agrario era realmente capitalista?

Ora è necessario fermarsi per sottolineare due punti di grande importanza. In primo luogo, a guidare il processo di cui abbiamo parlato non sono stati ne dei mercanti nei dei produttori manifatturieri. La trasformazione delle relazioni sociali di proprietà è stata saldamente radicata nella campagna inglese, e la trasformazione del commercio e dell’industria inglesi sono stati più una conseguenza che una causa della transizione al capitalismo. Essi, per esempio, prosperarono nel contesto del feudalesimo europeo, dove approfittarono non solo dell’autonomia delle città ma anche della frammentazione dei mercati, nonché dell’opportunità di effettuare transazioni tra un mercato e l’altro.

In secondo luogo, fatto ancora più rilevante, i lettori avranno notato che la locuzione “capitalismo agrario” è stata finora utilizzata senza riferimento al lavoro salariato, che tutti abbiamo imparato a considerare come l’essenza del capitalismo. Tutto ciò richiede una spiegazione.

Per prima cosa va detto che molti fittavoli ricorrevano al lavoro salariato, tanto è vero che la “triade” identificata da Marx e altri  – la triade di proprietari terrieri che vivono della rendita fondiaria capitalista, fittavoli capitalisti che vivono del profitto, e lavoratori che vivono del salario – è stata considerata da molti la più prominente caratteristica delle relazioni agrarie in Inghilterra. E cosi, effettivamente, è stato – almeno in quelle aree del paese, in particolare quelle dell’est e del sudest, note per la loro produttività agricola. Di fatto, le inedite pressioni economiche, le pressioni competitive che lasciarono fuori gli agricoltori improduttivi, furono un fattore determinante di polarizzazione della popolazione agraria fra grandi proprietari e lavoratori salariati privi di proprietà. E ovviamente, le pressioni all’incremento della produttività si fecero sentire nell’intensificato sfruttamento del lavoro salariato.

Non sarebbe irragionevole definire il capitalismo agrario inglese nei termini di una sorta di triade. Ma bisogna tenere a mente che le pressioni competitive, e le nuove “leggi di movimento” che vi si accompagnavano, non dipendevano in prima istanza dall’esistenza di un proletariato di massa bensì dall’esistenza di produttori fittavoli dipendenti dal mercato. I lavoratori salariati, e specialmente quelli che vivevano solamente del loro salario, dipendendo da esso per la loro sopravvivenza e non solo stagionalmente (il tipo di lavoro salariato stagionale e supplementare presente nelle società contadine sin dai tempi più antichi) erano una minoranza nell’Inghilterra del XVII secolo.

Inoltre, questo genere di pressioni funzionavano non solo sui fittavoli che impiegavano lavoratori salariati ma anche su contadini, i quali – insieme con le loro famiglie – erano produttori diretti che lavoravano senza l’apporto di salariati. Si può essere dipendenti dal mercato – per le condizioni basilare della propria riproduzione – senza necessariamente essere del tutto spossessati. L’essere dipendenti dal mercato richiede soltanto la perdita dell’accesso diretto, e appunto non mediato dal mercato, ai mezzi di produzione. Una volta ben stabilitisi gli imperativi del mercato, persino la proprietà assoluta non pone al riparo da essi. E tale dipendenza, tra l’altro, è una causa, non una conseguenza, della proletarizzazione di massa.

Ciò è rilevante per diverse ragioni – e diremo di più  in seguito delle implicazioni più ampie. Al momento, il punto importante è che le specifiche dinamiche del capitalismo erano già in atto, nell’agricoltura inglese, prima della proletarizzazione della forza lavoro. In realtà, tali dinamiche sono state un fattore fondamentale nel determinare la proletarizzazione del lavoro in Inghilterra. Il fattore cruciale è stata la dipendenza dal mercato dei produttori, così come degli espropriatori, e i nuovi imperativi sociali da essa creati.

Certo si potrebbe essere riluttanti a descrivere questa formazione sociale come “capitalista”, proprio sulla base del fatto che il capitalismo è, per definizione, fondato sullo sfruttamento del lavoro salariato. Riluttanza corretta – finché ci si rende conto che, comunque la si chiami, l’economia inglese della prima modernità, guidata dalla logica del suo settore produttivo base, l’agricoltura, stava già operando secondo principi e “leggi di movimento” diverse da quelle prevalenti in ogni altra società sin dagli albori della storia. Leggi di movimento che costituivano la precondizione  – inesistente in qualsiasi altro luogo – per lo sviluppo di un capitalismo maturo il quale, in seguito, si sarebbe basato sullo sfruttamento di massa del lavoro salariato.

Quale è stato, dunque, il risultato di tutto ciò? In primo luogo, l’agricoltura inglese vantava una produttività unica. Dalla fine del XVII secolo, per esempio, la produzione di grano e cereali era aumentata così drasticamente da fare dell’Inghilterra uno dei principali esportatori di tali merci. Questi progressi nella produzione vennero raggiunti grazie a una forza lavoro agricola relativamente esigua. Questo per dare un’idea di casa significa parlare della singolare produttività dell’agricoltura inglese.

Alcuni storici hanno tentato di sfidare l’idea stessa di capitalismo agrario suggerendo che la “produttività” dell’agricoltura francese nel XVIII secolo era più o meno uguale a quella inglese. Ciò che essi intendono realmente, però, è che la produzione agricola totale nei due paesi era più o meno la stessa. Quello che non riescono a cogliere è che in un paese tale livello di produzione venne raggiunto da una popolazione costituita , ancora in larga parte, di produttori contadini, mentre nell’altro paese, la stessa produzione totale venne ottenuta da una forza lavoro molto più contenuta, con una popolazione rurale in declino. In altre parole, il problema non è il totale della produzione bensì la produttività nel senso del prodotto per singola unità di lavoro.

Le evidenze demografiche da sole sono eloquenti. Tra il 1500 e il 1700, l’Inghilterra ha sperimentato una sostanziale crescita della popolazione – così come altre regioni europee. Ma la crescita della popolazione inglese si distingue per un significativo aspetto: la percentuale della popolazione urbana è più che raddoppiata nel periodo in esame (alcuni storici fissano la cifra a poco meno di un quarto della popolazione già nel tardo XVII secolo). Il contrasto con la Francia è evidente: qui la popolazione rurale è rimasta piuttosto stabile, ancora tra 85 e 90 per cento al momento della Rivoluzione francese nel 1789 e anche oltre. Nel 1850, quando la popolazione urbana dell’Inghilterra e del Galles era circa il 40,8 per cento, in Francia era ancora solo il 14,4 per cento (in Germania il 10,8 per cento).

L’agricoltura in Inghilterra, già nella prima età moderna, era sufficientemente produttiva da sostenere un numero insolitamente elevato di persone non impegnate in essa. Un fatto che, ovviamente, testimonia circa qualcosa di più di semplici tecniche agricole, per quanto particolarmente efficienti. Esso è anche rivelatore di nuovi rapporti sociali di proprietà. Mentre la Francia rimaneva un paese di contadini proprietari, la terra in Inghilterra era concentrata in poche mani, e la massa dei non possidenti cresceva rapidamente. Laddove la produzione agricola in Francia seguiva pratiche contadine tradizionali (non esisteva niente di paragonabile alla letteratura inglese sulle migliorie, e la comunità di villaggio imponeva ancora i propri regolamenti e restrizioni alla produzione, colpendo anche i grandi proprietari terrieri) quella inglese rispondeva agli imperativi della competizione e del miglioramento.

Vale la pena aggiungere un altro punto a proposito del caratteristico quadro demografico dell’Inghilterra. l’inconsueta crescita della popolazione non era distribuita uniformemente tra le città inglesi. Altrove in Europa il modello tipico era quello di una popolazione urbana sparsa per un certo numero di città importanti – di modo che, per esempio, Lione non era sminuita da Parigi. In Inghilterra Londra divenne sproporzionatamente grande, passando d circa 60.000 abitanti nel 1520 a 575.000 nel 1700, divenendo la più grande città d’Europa mentre altre città inglesi rimanevano moto più piccole.

Questo modello significa più di quanto non sembri a prima vista. Attesta, tra le altre cose, della trasformazione delle relazioni sociali di proprietà nel cuore del capitalismo agrario, il sud e il sudest, dell’espropriazione dei piccoli produttori, dello sradicamento e della migrazione di una parte della popolazione la cui destinazione sarebbe stata tipicamente Londra. La crescita di quest’ultima rappresentava la crescente unificazione non solo dello stato inglese ma anche di un mercato nazionale. Una enorme città che era lo snodo del commercio inglese – non solo come principale punto di transito per i traffici nazionali e internazionali m anche in quanto enorme centro di consumo dei prodotti inglesi, non d ultimi i prodotti agricoli. La crescita di Londra, in altre parole, sotto tutti i punti di vista simboleggia l’emergente capitalismo inglese, il suo mercato integrato – sempre più un unico, unificato e competitivo mercato; la sua agricoltura produttiva; e la sua popolazione priva di proprietà.

Le conseguenze di lungo termine di tutto ciò dovrebbero essere abbastanza ovvie. Pur non essendo questo il contesto per approfondire le connessioni tra il capitalismo agrario e il successivo sviluppo dell’Inghilterra nella prima economia “industrializzata”, alcuni punti sono evidenti. Senza un settore agricolo produttivo in grado di sostenere una vasta forza lavoro non agricola, il primo capitalismo industriale al mondo non sarebbe emerso. Senza il capitalismo agrario inglese non ci sarebbe stata una massa di spossessati costretti a vendere la propria forza lavoro per un salario. In assenza di questa forza lavoro non agraria e priva di proprietà non ci sarebbe stato un mercato di massa per beni d’uso quotidiano a basso costo – come cibo e prodotti tessili – i quali hanno spinto il processo di industrializzazione in Inghilterra. E senza la sua crescente ricchezza, insieme a nuove motivazioni per l’espansione coloniale – motivazioni diverse dalle vecchie forme di acquisizione territoriale – l’imperialismo britannico sarebbe stato una cosa del tutto differente dal motore del capitalismo industriale che è effettivamente stato. Inoltre (questione certamente più controversa) senza il capitalismo inglese non ci sarebbe stato nessun tipo di sistema capitalistico: è stata la pressione competitiva proveniente dall’Inghilterra, specialmente un’Inghilterra industrializzata, che ha obbligato gli altri paesi a promuovere il loro sviluppo economica in direzione del capitalismo.

La lezione del capitalismo agrario

Cosa ci dice tutto questo circa la natura del capitalismo? In primo luogo, ci ricorda che il capitalismo non è una conseguenza “naturale” e inevitabile della natura umana, o di antiche pratiche come “trafficare, barattare e scambiare”. Viceversa, si tratta di un prodotto, tardo e localizzato, di condizioni storiche molto specifiche. L’espansione del capitalismo, giunta oggi praticamente all’universalità, non è la conseguenza della sua conformità alla natura umana o ad alcune leggi naturali transtoriche ma il prodotto delle proprie storicamente specifiche leggi di movimento. Leggi che richiedono vaste trasformazioni e sconvolgimenti sociali per essere messe in moto. Richiedono una trasformazione del metabolismo umano con la natura, nel soddisfacimento delle necessità di base della vita umana.

In secondo luogo, il capitalismo è stato sin dall’inizio una forza profondamente contraddittoria. Basti solo considerare il più ovvio degli effetti dl capitalismo agrario: da un lato, le condizioni per la prosperità materiale erano presenti nell’Inghilterra della prima modernità come mai da nessun’altra parte; ma dall’altro lato, queste condizioni erano state ottenute a costo di vaste espropriazioni e di un intenso sfruttamento. È appena il caso di aggiungere che tali nuove condizioni hanno gettato le basi di nuove, e più efficaci, forme di espansione coloniale e imperialismo, così come la necessità stessa di tale espansione, alla ricerca di nuovi mercati e nuove risorse.

Vi è il corollario del “miglioramento”: da una parte, la produttività e la capacità di nutrire un’ampia popolazione; dall’altra, la subordinazione di ogni altra considerazione agli imperativi del profitto. Ciò significava, tra le altre cose, che persone le quali potevano essere nutrite venivano spesso abbandonate ala fame. Di fatto, c’era una enorme disparità tra le capacità produttive del capitalismo e la qualità della vita che offriva. L’etica del “miglioramento” nel suo significato originale, nel quale la produzione è inseparabile dal profitto, è anche l’etica dello sfruttamento, della povertà e del vagabondaggio.

L’etica del “miglioramento”, della produttività per il profitto, è anche, naturalmente, l’etica di un uso irresponsabile della terra oltreché della devastazione ambientale. Il capitalismo è nato nel nucleo stesso della vita umana, nell’interazione con la natura dalla quale la vita dipende. La trasformazione di questa interazione da parte del capitalismo agrario rivela gli impulsi intrinsecamente distruttivi di un sistema nel quale i fondamenti dell’esistenza sono assoggettati al profitto. Detto altrimenti, rivela l’essenza segreta del capitalismo.

L’espansione mondiale degli imperativi capitalisti ha costantemente riprodotto alcuni degli effetti che avevano già segnato il suo luogo d’origine. Il processo di espropriazione, l’estinzione dei diritti di proprietà consuetudinari, l’imposizione degli imperativi di mercato e la distruzione dell’ambiente sono proseguiti. Un processo che ha esteso l propria portata dalle relazioni tra classe sfruttatrice e sfruttata a quella tra paesi imperialisti e paesi subordinati. Più di recente, l’estendersi degli imperativi di mercato, ha preso la forma, per esempio, dell’imporre (con l’aiuto di agenzie capitaliste internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale) ai contadini del terzo mondo di sostituire le strategie di autosufficienza agricola con la specializzazione in colture per il mercato globale.

Tuttavia, se gli effetti distruttivi del capitalismo si sono continuamente riprodotti, i suoi effetti positivi non sono stati altrettanto coerenti. Una volta stabilitosi in un paese, e una volta iniziato a imporre i suoi imperativi al resto d’Europa e infine al mondo intero, lo sviluppo del capitalismo in altri paesi non segue mai il corso intrapreso nel suo paese d’origine. L’esistenza di una società capitalista ha quindi trasformato tutte le altre,  e la successiva espansione degli imperativi capitalisti ha costantemente modificato le condizioni dello sviluppo economico.

Ormai siamo arrivati al punto in cui gli effetti distruttivi del capitalismo superano i suoi guadagni materiali. Nessun paese del terzo mondo, ad esempio, può oggi sperare di raggiungere anche solo lo sviluppo contraddittorio sperimentato dall’Inghilterra. Con le pressioni della competizione, dell’accumulazione, e dello sfruttamento imposti da altri sistemi capitalistici più avanzati, il tentativo di ottenere la prosperità materiale seguendo i principi capitalisti, rischia sempre più di portare con sé solo il lato negativo della contraddizione capitalista, la spoliazione e la distruzione senza i benefici materiali, quantomeno per una vasta maggioranza.

Vi è anche una lezione più generale che può essere tratta dall’esperienza del capitalismo agrario inglese. Nel momento in cui gli imperativi del mercato iniziano a stabilire i termini della riproduzione sociale, tutti gli agenti economici – sia gli appropriatori che i produttori, anche se mantengono  il possesso, o addirittura la proprietà assoluta, dei mezzi di produzione – sono soggetti alle esigenze della competizione, dell’incremento della produttività, dell’accumulazione del capitale e dello sfruttamento intensivo del lavoro.

Del resto, persino l’assenza della divisione tra appropriatori  e produttori non è una garanzia d’immunità (e questo, tra l’altro, è il motivo per cui il cosiddetto “socialismo di mercato” è una contraddizione in termini). Una volta che il mercato si è affermato come “disciplina” economica o “regolatore”, nel momento in cui gli agenti economici divengono dipendenti dal mercato per la loro stessa riproduzione, anche i lavoratori in possesso dei loro mezzi di produzione, individualmente o collettivamente, saranno obbligati a rispondere agli imperativi del mercato – e dunque a competere e accumulare, a lasciar fallire le aziende “non competitive” e i loro lavoratori, nonché a sfruttare se stessi.

La storia del capitalismo agrario e di tutto ciò che ne è derivato, dovrebbe rendere chiaro che ovunque gli imperativi del mercato regolano l’economia, e governano la riproduzione sociale, non ci sarà via di scampo dallo sfruttamento.

(*) Ellen Meiksins Wood (1942-2016), studiosa del pensiero politico e storica marxista, si è occupata di temi che spaziano dalla democrazia ateniese alle origini del capitalismo, sino all’imperialismo contemporaneo.

Fonte: Monthly Review

Fonte in lingua italiana:  traduzioni marxiste

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