zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: novembre, 2016

Le morali dei capitalismi

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Chi confonde la morale borghese con il patriarcato è tecnicamente un cretino. Il patriarcato nasce nella notte dei tempi ed è codificato nelle Leggi Sacre che Dio diede a Mosé sul Monte Sinai: <<Non desiderare la donna d’altri>>. “Donna d’altri”; se ragioni sul concetto capisci che Dio ha detto (se l’ha detto, sua moglie non era sicuramente d’accordo) <<Donna di proprietà altrui>>. Questa visione è morta con l’avvento del modello di produzione capitalista e con il conseguente avvento al potere  della Borghesia che ha stravolto la società e i valori dell’ancien regime. La donna si trasformò – lentamente, ovvio – da proprietà del Pater Familias a proprietà della Fabbrica: anzi, per essere precisi doppiamente proprietà della Fabbrica; proprietà della Fabbrica Presente come lavoratrice e dunque come fattore della produzione e proprietà della Fabbrica Futura in quanto madre e dunque incubatrice-allevatrice della prole ovvero della mano d’opera futura per la futura fabbrica.

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Oggi come oggi possono sopravvivere elementi patriarcali come puro orpello decorativo generalmente per fare “bella” la facciata piccolo borghese, così come le gargouilles abbelliscono (e fanno da spauracchio!) sulla facciata della cattedrale di Notre-Dame de Paris! Oggi si sta imponendo una morale post-borghese più adatta ai metodi di produzione del nostro tempo. Il conflitto è dunque tra la morale borghese morente – dell’epoca del capitalismo fordista – e la morale  post-borghese nascente di quest’epoca di robotica e di intelligenza artificiale. Quest’ultima è una morale che ha inglobato, edulcorato e sterilizzato tutti gli elementi di contestazione alla morale borghese-fordista degli anni 70. Parlare oggi di Patriarcato è come agitare uno spaventapasseri. Forse fa paura a mia nipote Ignazia (fa l’ultimo anno della scuola dell’infanzia, <<classe coccinelle>> dice lei orgogliosamente… ).

 

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La morale di Simone Le Castor

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<<…la verità umana è assai singolare e complessa, e nessun velo può mascherare la solitudine dell’individuo; la domanda sui legami con gli altri e con le cose; l’esigenza di libertà e, di contro, l’essere inevitabilmente schiavo; il bisogno di assolutezza insieme alla consapevolezza della propria finitezza; il suo vivere sapendo di dover morire. Sono queste le situazioni che l’umanità affronta realmente. Collocare questo determinato uomo e questa determinata donna in un sistema che li consideri astrattamente, trasponendoli su un piano universale e infinito, significa gettarli in una realtà che non gli è propria e, in ultima analisi, ostacolare il pensiero nella comprensione autentica dell’esistenza.>>

 

Bastiana Madau, “Simone, le Castor. La costruzione di una morale”, Cuec, Cagliari 2016, p. 31.

Pensieri e Parole

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<<Vorrei distinguere tra ‘storia delle idee’ e ‘storia del pensiero’.
Il più delle volte uno storico delle idee cerca di determinare quando appare un concetto nuovo, e questo momento è spesso identificato con la comparsa di una nuova parola. Quello che io cerco di fare da storico del pensiero è un po’ diverso. Cerco di analizzare il modo con cui le istituzioni, le pratiche, le abitudini e i comportamenti divengono un problema per la gente che si comporta in certi modi, che ha certe abitudini, che è impegnata in certe pratiche, che da vita a certe istituzioni.
La storia delle idee comporta l’analisi di una nozione dal suo nascere, attraverso il suo sviluppo, e nell’ambito delle altre idee che ne costituiscono il contesto. La storia del pensiero è l’analisi del modo in cui un campo non problematico di esperienze, o un insieme di pratiche, che erano accettate senza problema, che erano indiscusse, familiari e ‘tacite’, diventano un problema, sollevano discussione e dibattito, sollecitano nuove reazioni, e mettono in crisi il precedente tacito comportamento, le abitudini, le pratiche e le istituzioni fino a quel punto accettate. La storia del pensiero, intesa in tal senso, è la storia del modo in cui la gente comincia a occuparsi di qualcosa, del modo in cui si comincia a preoccupare di questo o di quello, per esempio della pazzia, del delitto, del sesso, di se stessi o della verità.>>

Michel Foucault,  Discorso e verità

Manipolare l’uomo a una dimensione

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Sono rimasto particolarmente colpito dall’iniziativa  referendaria del comitato per il SI e del Partito Democratico che coinvolge la comunità gay. La prima domanda che ci si dovrebbe porre è se la riforma costituzionale, per la quale voteremo a Dicembre, tocca in qualche modo i diritti delle persone LGBT in quanto tali. L’abolizione del CNEL riguarda i diritti degli omosessuali? Sembrerebbe di no. La riforma delle norme inerenti i rapporti Stato-Regioni riguarda i gay in quanto tali? Non sembrerebbe. L’abolizione del bicameralismo perfetto forse riguarda i diritti delle lesbiche? Sembrerebbe di no.

Allora come mai si fanno iniziative politiche coinvolgendo le persone in relazione alle loro preferenze sessuali?  Ahimè l’unica risposta che viene in mente a zeroconsensus è che anche in Italia sta arrivando una particolare forma di marketing politico: il marketing delle tribù. Per la verità questo particolare tipo di marketing già è stato ben sperimentato nel marketing commerciale classico: conosciamo per esempio la tribù degli “Iphonisti” oppure quello degli “alfisti” e quello delle persone che vestono “Chanel”.

Tale questione in apparenza secondaria – quasi una nota di colore – è invece della massima importanza. Negli USA già da almeno venti anni l’azione politica è intimamente legata a gruppi di pressione su temi particolari: i gay, i neri, le femministe, i fedeli evangelici, il KKK e via discorrendo. Ognuno di questi gruppi svolge un attività di lobbying e di pressione sullo specifico tema di interesse e successivamente viene dato l’endorsement sulla base dell’aderenza del programma del candidato sul tema che il gruppo difende.

Tutto normale? Mica tanto. La persona è portatrice di mille caratteristiche specifiche. Un gay al di là della sua identità sentimentale e  sessuale è anche operaio o avvocato, rurale o motropolitano, ateo, agnostico o credente, amante della poesia o analfabeta e via discorrendo. Imporre una tecnica politica dove il consenso è gestito sulla base degli interessi (o anche non-interessi) di specifici gruppi di pressione – non importa se si tratta di un gruppo pro-gay, o del comitato per la difesa della foca monaca o del KKK – significa lavorare per destrutturare la personalità dell’essere umano e formare un uomo ad un unica dimensione dove l’unica cosa che conta è quella specifica caratteristica della sua personalità nella quale (anche attraverso manipolazioni massmediatiche) si identifica più o meno artificiosamente, e più o meno consapevolmente.

Perché tutto questo? Semplice, l’uomo ridotto ad una dimensione è facilmente manipolabile perché sostanzialmente fanatizzato (zeroconsensus direbbe “empowermantizzato”). Ne volete una riprova? Ce la offre proprio l’iniziativa di cui ho postato la locandina e dalla quale ho preso spunto: se c’è una “categoria” a rischio da questa sciagurata riforma costituzionale è proprio quella LGBT. Cosa accadrebbe se un giorno prendesse il potere un partito di estrema destra e dunque omofobo? A causa di questa riforma non ci sarebbero contrappesi né nel Parlamento, né nella Corte Costituzionale (di fatto nominata dalla maggioranza parlamentare) e dunque proprio i diritti fondamentali delle persone sarebbero in grave pericolo.

Trump il Grande Restauratore

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Al di là delle considerazioni contingenti, vorrei far notare che le analisi sulla vittoria di Donald J. Trump sono di una povertà disarmante, legate agli stessi schemi che hanno impedito di prevedere almeno in parte questo risultato.

La disamina dovrebbe riguardare almeno questi punti:

1) Trump è l’imprenditore che si fa politico e non demanda più ai politici di professione la tutela degli interessi suoi (e del gruppo che rappresenta) come accade alla borghesia in genere. Sotto questo aspetto la parabola italiana di Silvio Berlusconi non è più un’anomalia mondiale ma un nuovo modo di fare capitalismo.

2) Trump rappresenta un vecchio capitalismo contrario al liberoscambismo e legato a produzioni classiche (dall’edilizia, alle armi leggere fino alle produzioni manifatturiere) ed è in contrapposizione al capitalismo post-moderno (rappresentato in senso classico da una politica di professione come Hillary) finanziario e tendente a comprimere i salari tramite le delocalizzazioni. Inevitabilmente anche una parte della biografia imprenditoriale di Trump è legata all’ubriacatura trentennale dell’Economia della truffa, ma la sua proposta politica attuale ha come nota dominante la critica a questa deriva del sistema.

3) Dal punto di vista della dottrina economica come definire la #trumpenomics? Forse è presto per parlare di questo ma la sua consigliera economica in campagna elettorale è per il Gold Standard (anche qui riemerge un capitalismo del passato che andava a braccetto con il manifatturiero, i dazi e il controllo di capitale. Un caso? Io non credo….). #Trumpenomics secondo altri sarà anche un Volker shock monetario 2.0. Gold Standard e Volker Shock possono andare a braccetto tra loro? Possibile, sì. Corollario: una politica monetaria di questo genere – qualora fosse veramente messa in pratica – sarà sì uno shock, non so per gli USA, di sicuro per l’UE. In tal caso l’Euro non avrebbe alcuna speranza di sopravvivenza.

 

4) Come si dispiegherà un’eventuale politica economica come quella di cui al punto 3 in un’epoca in cui conteranno sempre di più le criptovalute?

 

5) Ri-localizzazione delle attività manifatturiere in USA significherà più lavoro per la classe media e proletaria, oppure a causa dell’innovazione robotica continuerà l’inverno dello scontento? Cioè: le aziende possono pure riallocare fattori produttivi sul suolo statunitense, ma con i robot è difficile (anzi, è impossibile) che ci sia una ripresa dell’occupazione e dei salari come negli anni ’50 del secolo scorso.

 

6) Questo strano presidente-capitalista che parla di protezionismo vuole abbandonare la Nato e dunque sarebbe isolazionista anche in politica estera, e dunque non imperialista. Vero? Possibile? Non sappiamo ancora. Il partito repubblicano ha ancora moltissime connessioni con la galassia neocon, in grado di pesare. Vedremo i rapporti di forza reali.

7) Quali e quante altre nazioni avranno il loro #BerlusTrump imprenditore taumaturgo?

8) Varie ed eventuali.

Ecco, di queste cose bisognerebbe parlare. Comunque siamo di fronte ad un movimento epocale del capitalismo, sia dal punto di vista economico, che sociale che ideologico. E se non era Trump era un altro.

Originariamente pubblicato per MegaChip

Il Grande Fratello dei sondaggi

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di Pino Cabras

Se ci si abitua alle sciocchezze ripetute come un mantra si diventa strutturalmente stupidi. Prendete la discussione sui “sondaggi sbagliati”, ossia sui risultati “che hanno smentito mesi di sondaggi univoci”. Il problema, posto così, è fuorviante, e se si accetta questa impostazione, ecco davvero che si vibra al suono della stupidità.
La domanda vera è invece: “a cosa servono davvero questi sondaggi?” Semplice. Servono alla stessa élite che possiede i candidati e i grandi media. Candidati, media e sondaggisti agiscono talmente di concerto che costituiscono uno sterminato ministero orwelliano mascherato da pluralismo. I sondaggi oggi sono una sorta di profezia artificiale che aspira ad autoadempiersi in base a strategie manipolatorie di massa. Vorrei ricordare che Wikileaks ha scoperto i media con il sorcio in bocca: decine di giornalisti delle più “prestigiose” testate adeguavano ogni loro mossa ai voleri della candidata Hillary Clinton. L’intera galassia dei grandi media ha sbagliato previsioni perché non raccontava la realtà, nascondeva gli scandali di una candidata immersa in un oceano di corruzione, malaffare, tangenti milionarie e legami con despoti sanguinari. Il sistema voleva influenzare quella realtà e intossicarla con sondaggi totalmente falsificati che sperava di trasformare in fatti. Non ha funzionato abbastanza, evidentemente.
La bolla mediatica occidentale è passata dal terreno della semplice inattendibilità in malafede al terreno della follia, dove l’inganno confina insanamente con l’autoinganno.

La Seconda Rivoluzione Americana

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La due prime rivoluzioni borghesi – quella americana e quella francese – sono state fatte da rozzi lavoratori chiamati sans-culottes e da altrettanto rozzi coltivatori di cotone e tè diretti da borghesi populisti come Robespierre e Washington.

Le élites sconfitte oggi – banchieri, finanzieri, manager di multinazionali – non sono borghesi sono piuttosto dei nobili legibus soluti al pari dei nobili francesi e dei colonialisti inglesi. Questi signori nel 2008 erano falliti e sono stati dispensati dall’applicazione della terribile legge del mercato con i soldi della FED e dello Stato Federale. Nonostante questa grazia ricevuta fino a ieri si sono comportati con l’arroganza dei padroni scaricando la crisi sulle classi lavoratrici e sui popoli schiacciati dalle loro guerre umanitarie.

Quello che è successo, se non verrà tradito da Trump, è una nuova rivoluzione borghese. Poche chiacchiere.

Elezioni USA: la posta in gioco

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Bisogna capire che lo scontro in atto in USA in questo momento è un vero e proprio tornante della storia al pari dei tragici eventi del Settembre 2001. Questo al di là dell’antipatia personale o la simpatia per uno dei due concorrenti principali ed è ancora più chiaro se non ci si lascia intossicare dalla terrificante campagna elettorale in corso: una enorme macchina del fango tesa a screditare l’avversario con ogni mezzo e con ogni sorta di notizia manipolata.

In realtà stiamo assistendo ad uno scontro tra due fazioni dell’élite americana che hanno trovato nei due contendenti i loro front-man elettorali.

La posta in gioco è cosa deve essere l’Impero americano nei prossimi decenni e come uscire o almeno stabilizzare la sua evidente crisi. Le visioni in lotta sono le seguenti:

1) I neoconservatives che hanno in Hillary la loro bandiera, vogliono continuare nell’esperienza della “guerra al terrorismo” ovvero nella guerra imperialista tendente a far guadagnare agli USA l’uscita dalla crisi allargando a tutto il mondo la loro sfera d’influenza anche con l’utilizzo delle armi oltre che con le rivoluzioni colorate. Dunque il programma è semplice ed è ormai ben oleato sulla falsariga del Project for the New American Century: allargare la sfera d’influenza economica con i due trattati transoceanici di libero commercio; il TTIP con l’UE e il TPP con il Giappone e tutti i paesi bagnati dall’Oceano Pacifico (escluse la Cina e la Russia). Usare lo strumento militare contro tutto il blocco antagonista che si sta creando attorno all’alleanza de facto tra Russia e Cina. Insomma imbastire una nuova guerra fredda nella speranza che i contendenti geopolitici crollino come avvenne con l’URSS. Ovviamente questa strategia di fondo non vede disdegnare l’utilizzo diretto della forza qualora fosse necessario.

2) Alla visione neoconservativa che ha dominato dai tempi di Bush Junior si contrappone un’altra fazione al momento più magmatica e non venuta alla luce in tutti i suoi uomini e strategie. Questa è la visione isolazionista e trattativista con il blocco antagonista nascente (Russia e Cina). Tra i punti finora conosciuti del progetto – di cui Trump è solo il front-man elettorale – vi è la rottura dei trattati TTIP e il TPP e la rinegoziazione in senso isolazionista anche del NATFA e dei trattati WTO. E’ previsto anche un minor interesse militare per l’Europa e per l’Asia qualora gli alleati non accettino di pagare la protezione. Un altro punto fondamentale è la trattativa con la Russia incentrata sul principio delle sfere d’influenza. Per quanto riguarda la Cina non è chiaro se ci saranno aperture per una trattativa sulla falsariga di quelle previste per la Russia ma non è da escludere che la trattativa con la Russia sia in realtà il grimaldello con il quale spezzare l’asse russo-cinese. Tra le teste pensanti che appoggiano questa visione vi è Luttwak (che alcuni anni fa scrisse un testo importantissimo nel quale si teorizzava un impero americano come nuovo Impero Romano d’Oriente, e quindi come Primus Inter Pares anziché come Dominus mondiale), Woolsey ex direttore CIA e Pieczenik, Dottor Stranamore al Ministero dell’Interno ai tempi del caso Moro e braccio destro di Kissinger. Da notare che Kissinger non si è esposto sull’elezione ma più di una volta ha ammonito che è l’ora di trattare con la Russia.

Per sommi capi questa è la vera posta in gioco in queste elezioni presidenziali USA. La fanghiglia schifosa che sta traboccando dai mass-media è solo roba per abbindolare gli allocchi.