Le morali dei capitalismi

di Giuseppe Masala

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Chi confonde la morale borghese con il patriarcato è tecnicamente un cretino. Il patriarcato nasce nella notte dei tempi ed è codificato nelle Leggi Sacre che Dio diede a Mosé sul Monte Sinai: <<Non desiderare la donna d’altri>>. “Donna d’altri”; se ragioni sul concetto capisci che Dio ha detto (se l’ha detto, sua moglie non era sicuramente d’accordo) <<Donna di proprietà altrui>>. Questa visione è morta con l’avvento del modello di produzione capitalista e con il conseguente avvento al potere  della Borghesia che ha stravolto la società e i valori dell’ancien regime. La donna si trasformò – lentamente, ovvio – da proprietà del Pater Familias a proprietà della Fabbrica: anzi, per essere precisi doppiamente proprietà della Fabbrica; proprietà della Fabbrica Presente come lavoratrice e dunque come fattore della produzione e proprietà della Fabbrica Futura in quanto madre e dunque incubatrice-allevatrice della prole ovvero della mano d’opera futura per la futura fabbrica.

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Oggi come oggi possono sopravvivere elementi patriarcali come puro orpello decorativo generalmente per fare “bella” la facciata piccolo borghese, così come le gargouilles abbelliscono (e fanno da spauracchio!) sulla facciata della cattedrale di Notre-Dame de Paris! Oggi si sta imponendo una morale post-borghese più adatta ai metodi di produzione del nostro tempo. Il conflitto è dunque tra la morale borghese morente – dell’epoca del capitalismo fordista – e la morale  post-borghese nascente di quest’epoca di robotica e di intelligenza artificiale. Quest’ultima è una morale che ha inglobato, edulcorato e sterilizzato tutti gli elementi di contestazione alla morale borghese-fordista degli anni 70. Parlare oggi di Patriarcato è come agitare uno spaventapasseri. Forse fa paura a mia nipote Ignazia (fa l’ultimo anno della scuola dell’infanzia, <<classe coccinelle>> dice lei orgogliosamente… ).

 

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