Trump e l’insostenibilità della politica americana

di Giuseppe Masala

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Alcune considerazioni sull’intervista che Donald Trump ha concesso al Sunday Times.

L’intervista dell’uomo che a giorni diventerà il 45° presidente degli Stati Uniti è davvero emblematica e per capirla nella sua essenza bisogna partire da una regola sacrosanta in economia – e penso nella vita in generale – : tutto ciò che non è sostenibile presto o tardi non sarà sostenuto.

Trump parla di una “NATO obsoleta” e in effetti gli USA si sobbarcano la difesa dell’Europa (bisognerebbe inoltre domandarsi cos’è l’Europa che viene difesa e da chi eventualmente viene difesa) pagandone le spese in buona parte. Oggi gli USA hanno un rapporto Debito/PIL superiore al 100%, una situazione sociale dove 42,6 milioni di statunitensi sopravvivono con i food stamp  (i buoni pasto statali per gli indigenti; da notare che alla fine dell’era Bush Jr. erano 32 milioni) e il tasso di partecipazione al lavoro è sceso dal 65% al 62%, il che significa che l’esercito degli invisibili è aumentato di milioni di persone.

Bastano questi dati per capire che quella di Trump non è una sparata ma un dato di fatto: gli USA non possono pagare la difesa di paesi ricchissimi quali l’Olanda, la Danimarca, la Norvegia, la Germania e l’Austria, giusto per fare qualche nome.

Per quanto riguarda l’Euro ha detto una verità di fatto, autoevidente. Come quella che disse il bambino della favola: “Il Re è nudo!”. L’Euro per come è strutturato è una manna per la Germania (e i paesi dell’ex area Marco), ma uno strumento di tortura per gli altri. Probabilmente il limite è stato superato e quindi bisogna attenderne l’implosione.

Altro discorso è ovviamente avversare chi ritiene – temo molto irresponsabilmente – che ciò che nascerà dopo l’Euro in Europa sarà meglio. Probabilmente non sarà così, ma a Trump questo aspetto non interessa. Sono fatti interni europei.

Per quanto riguarda la necessità di introdurre dei dazi doganali Trump dice l’ovvio. Aree un tempo ricchissime degli USA sono ridotte in ginocchio (basti pensare a Detroit, ridotta a una sterminata baraccopoli) a causa della concorrenza dei paesi emergenti. Una concorrenza che favorisce solo le grandi multinazionali che producono sfruttando la manodopera – altrettanto alla fame e senza diritti di quei paesi – per vendere a prezzi maggiorati nei paesi occidentali.

Anche questa è una situazione non più sostenibile e Trump lo sa bene (tanto che il voto in USA lo ha dimostrato): milioni di persone impoverite pur di difendere le ultime briciole di benessere sono ormai disposte a tutto. Chi – come la sinistra benpensante ormai allineata sui desiderata dei vecchi avversari di classe: multinazionali e miliardari – difende questo andazzo spacciandolo per internazionalismo è solo un ipocrita che sostiene il cosmopolitismo dei miliardari.

Appare paradossale che a dire queste cose sia quello che è senza dubbio un miliardario. Ma se si scava un po’ mica tanto paradossale: Trump è legato alla Old Economy. Poiché è sostanzialmente un immobiliarista, il suo business è legato al luogo e non dematerializzato e finanziarizzato e ha bisogno che il luogo dei suoi affari prosperi. Questo a differenza della Wall Street ha appoggiato sfacciatamente Hillary Clinton.

Bisogna nutrire molte speranze? No, non tantissime, la situazione è davvero delicatissima. Ma un briciolo di speranza c’è, a differenza di quello che sarebbe accaduto con la vittoria della Clinton: guerra alla Russia. Certamente la parola sarebbe stata scritta con una bella vernice rosa, umanitaria, post moderna, gender friendly, femminista… ma sempre di guerra si sarebbe trattato. E una guerra davvero brutta.

Non ci rimane che sperare che lo “Stato profondo” americano ormai colonizzato dai neocons (equamente suddivisi tra democratici e repubblicani) non riesca a legargli le mani.

Pezzo originariamente pubblicato su Megachip

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