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Mese: marzo, 2017

Il razzismo, l’autorazzismo e il transfert dei sardi

 

Davvero raramente mi occupo di Sardegna ma oggi vi voglio raccontare una piccola storia emblematica.

Alcuni comuni del Goceano (regione storica della Sardegna a cavallo tra Logudoro e Barbagia) hanno fatto richiesta di trasferimento alla provincia di Nuoro da quella di Sassari. In apparenza si tratta di  una piccola storia priva di alcuna rilevanza reale dove – al solito – la popolazione si divide in favorevoli e contrari.

Oggi però sfogliando la Nuova Sardegna (pagina 15 dell’edizione del 30 Marzo 2017), mi sono imbattuto in una lettera rivelatrice.

Lo scrivente, fervente sostenitore della tesi secondo la quale il Goceano deve rimanere nella provincia di Sassari, cade in un paio di infortuni dialettici davvero importanti.

  1. Dichiara che le popolazioni del Goceano non sono figlie, come i nuoresi, di quella cultura nata <<dalla frequenza alle “carceri e al tribunale per le cause penali e civili”>>;
  2. Sostiene che <<Non mi pare che […] i romanzi di Grazia Deledda siano alimento culturale delle comunità del Goceano>>

Parto dal secondo punto. Grazia Deledda è un’intellettuale di portata universale e di respiro internazionale. Per quanto mi riguarda (e con buona pace di molta critica letteraria cialtrona che la paragona ai grandi russi) è figlia legittima di quell’Honoré de Balzac autore de La Comédie humaine. Con la sua poetica, per certi versi, ne è l’erede: le sue opere ambientate in Barbagia ci raccontano l’umanità tutta in tutte le sue sfaccettature.  Appare davvero incomprensibile (o anche troppo comprensibile) un’uscita nella quale si rivendica di non “cibarsi” della poetica dell’autrice nuorese. Sardi che si vergognano di Grazia Deledda perché barbaricina?

Per quanto riguarda il primo punto siamo di fronte ad un elemento davvero preoccupante. Il vecchio “folklore nero” (cito Sciascia) autorazzista che vede il barbaricino bandito e delinquente di cui gli altri sardi devono vergognarsi è ancora operante. Credo che non ci sia molto da aggiungere se non esprimere profondo dispiacere per il perdurare di un fenomeno che tanto male ha fatto ai sardi nel corso dei secoli.

Il razzismo e l’autorazzismo sono ancora tra noi.

 

 

 

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Semiotica e Moneta

di Carlo Sini (*)

 

In una celebre pagina della Ricchezza delle nazioni Adam Smith si chiede se la tendenza umana a trafficare, a barattare, a scambiare una cosa con un’altra non sia se non la conseguenza della facoltà della ragione e della parola. Vi sarebbe dunque un nesso profondo tra economia e linguaggio, denaro e parola, e in effetti denaro e linguaggio sono due sistemi di segni che caratterizzano in modo eminente l’umano. Uno scambio semiotico come questo non ha riscontro nel mondo animale, se non per cenni embrionali in ogni senso incomparabili.

Che cosa è segno ricordiamolo qui in forma molto sintetica: segno, diceva Peirce, è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro; quindi è qualcosa che rappresenta qualcos’altro sulla base dell’uso sociale, ovvero delle risposte comuni. Stando «al posto di», il segno favorisce dunque lo scambio, fornisce una cosa per un’altra o che vale come rappresentante di quell’altra, e ciò fondamentalmente in vista dello scambio di beni e di informazioni. Cioè del possesso di qualcosa e dell’acquisto di conoscenze. È interessante osservare che beni e informazioni si possono scambiare le parti; infatti anche il possesso di un bene informa: se vado in giro su una Ferrari, implicitamente informo che non sono un poveraccio. Se invece so come vanno le cose in luoghi difficilmente accessibili ma per me significativi, è evidente che il possesso di queste informazioni riveste per me la natura di un bene.

Chiediamoci ora quale sia rispettivamente il valore di un’informazione e il valore di uno scambio di beni. Nel primo caso, evidentemente, è che l’informazione sia corretta. Che cosa si debba intendere con il termine ‘correttezza’ non va appiattito, come spesso si fa, sulla base esclusiva delle teorie della informatica novecentesca, teorie che spesso hanno la ridicola pretesa di ridurre alle loro categorie analitiche ogni sorta di messaggio, come chiedersi per esempio quante informazioni contiene la Divina commedia. Le profezie della Sibilla prevedono una loro correttezza di formulazione e d’uso e così i criteri per l’infallibilità del papa o il significato di verità della statistica sociale.

Quanto al valore dello scambio di beni, credo che il criterio sia, in questo caso, che lo scambio sia equo. Ovvero produttivo per entrambi i contraenti, i quali devono altresì essere completamente liberi di addivenire allo scambio oppure no. Il senso di questa «libertà» è peraltro complesso e non facilmente determinabile. Esso non si identifica affatto con l’ottimismo liberistico che lo assegna senz’altro al desiderio soggettivo di aderire allo scambio. Se vi è disparità sul piano del bisogno, nel senso che un contraente può fare a meno senza danno dello scambio in questione e l’altro contraente invece no (è molto spesso il caso del mercato del lavoro), allora lo scambio non è socialmente equo. Così pure, se l’offerta è rivolta a persona ignorante o sprovveduta (per esempio un contraente conosce bene il valore dello scambio in questione e trae profitto dalla totale ignoranza dell’altro contraente circa il valore dei beni comparati), di nuovo lo scambio non è moralmente equo.

Su ciò che abbiamo ricordato sin qui si modellano i due tratti fondamentali del valore economico del denaro, tratti molto noti e in ogni senso preziosi. Il primo tratto è quello del denaro come mezzo di scambio; per esempio in quanto sostitutivo del mero baratto (posto che di reale baratto in economia si possa parlare). Il secondo tratto è quello di incarnare l’unità di misura del valore dei beni scambiati. Si tratta del tradizionale problema di tutta la scienza economica classica: la necessità cioè di stabilire quanto vale il lavoro, quanto valgono i beni prodotti dal lavoro, quanto valgono i beni naturali e così via, stabilendo in proposito un comune denominatore comparativo. Va subito nondimeno osservato un aspetto fondamentale del problema, che per sua natura sfugge al sapere e alla scienza economica. Esso si potrebbe formulare così: se qualcosa è apprezzabile, cioè ridotto a valore economico e dotato, come si dice, di un prezzo, ciò non può accadere se non in relazione a ciò il cui valore è inapprezzabile, senza prezzo, impossibile a risolversi in un pagamento, irriducibile a scambi negoziabili, a essere comprato o venduto: questo è appunto il fondamento dell’economia, la base dell’economico e della scienza economica. Come si debba intendere questo fondamento è problema ineludibile per il senso medesimo dell’economia, anche se sistematicamente eluso dalla scienza economica, ed è nel contempo problema decisivo per chiarire la natura dell’oikos, dell’umano abitare il pianeta.

In base ai due tratti fondamentali del denaro sopra ricordati, il denaro stesso, in quanto segno sociale, acquista a sua volta un valore: ciò che stabilisce il valore di un bene, diventa a sua volta un bene, sicché il mezzo che favorisce e misura lo scambio diventa nel contempo un fine. Nei termini di Marx si potrebbe dire: il mezzo che facilita il mercato delle merci diviene esso stesso una merce. O anche: il mezzo dello scambio si trasforma in finalità dello scambio. In regime capitalistico, il capitale finanziario si trasforma nella merce per antonomasia, quindi nel fine preminente o reale delle transazioni del mercato. Il denaro diventa così il bene più desiderabile e più rappresentativo (per quello scambio con l’informazione che sopra richiamavamo). Di qui si avvia il grande processo di progressiva mercificazione di tutte le relazioni sociali e di tutti i prodotti del lavoro umano. Ogni scambio tra umani si traduce in uno scambio tra cose, a partire dalla cosa modello, il denaro, che misura e riassume in sé tutte le altre: in questa prospettiva, anche la vita umana ha infatti un prezzo.

Su questi aspetti dell’economia moderna e contemporanea molto si è scritto e dibattuto. Forse è ora più produttivo, perché meno noto, osservare che un processo analogo a quello accaduto per il capitale finanziario è in azione anche nel linguaggio, l’altro grande sistema semiotico qui in esame. La funzione della informazione diventa infatti, sempre più, un fine in sé. Infatti l’informazione genera potere e diventa, per chi ne possegga gli strumenti, un bene in sé. Tradotta in potere, accade allora che l’informazione non conti più, o più soltanto, in base al suo essere corretta; ciò che davvero conta è di poterne disporre. Infatti l’informazione stabilisce da sé i suoi criteri di attendibilità e di correttezza, identificando il successo della sua diffusione, potentemente sorretta dal capitale finanziario, con l’autorevolezza e la credibilità del messaggio. Attraverso caratteristiche lotte di potere, l’informazione stabilisce, non solo la credibilità della fonte in base alla potenza sociale acquisita, ma stabilisce anche che cosa merita di essere tradotto in informazione e che cosa no. Come è stato detto: se lo ha mostrato la televisione, e soprattutto certi canali televisivi, la cosa è importante ed è davvero accaduta, altrimenti non è accaduta, o è come se non fosse accaduta affatto, sicché resta nel limbo dell’ignorato e dell’incognito. In generale vi resta ciò che non è commerciabile, cioè riducibile a merce e infine a occasione di incremento del capitale finanziario. Se una cosa non ha prezzo, semplicemente non è.

In che senso però il denaro è un bene? Cerchiamo davvero di com- prendere questo tratto, spesso pacificamente accolto come ovvio. Avevamo parlato di un primo tratto caratterizzante il valore del denaro: il denaro agevola lo scambio. Infatti, se lo scambio è equo, si verifica un oggettivo incremento di beni per entrambi i contraenti. Essi ovviamente offrono allo scambio ciò che per loro è superfluo o sovrappiù; il risultato è che entrambi, venendo in possesso di ciò che è rispettivamente abbondante e scarso, diventano automaticamente più ricchi, i loro beni si moltiplicano.

Di qui allora scorgiamo ora un secondo tratto: se il denaro favorisce gli scambi, più denaro posseggo, più scambi sono in grado di avviare, e così divengo progressivamente sempre più ricco di beni. In questo modo potremmo forse riassumere in estrema sintesi il grande segreto della economia moderna, mercantilistica, capitalistica, industriale e postindustriale. Ne discende necessariamente un terzo tratto: se ciò che precede è vero, è naturale che sempre più si orientino, si favoriscano e si scelgano gli scambi di mercato atti a far guadagnare più denaro, cioè a incrementare il capitale finanziario. Più capitale finanziario, più scambi, più ricchezza di beni e di merci: sembra evidente e nondimeno, a ben vedere, c’è qualcosa che non va. Si potrebbe forse esprimerlo così: diventando esso stesso un bene e una merce sovrana, il denaro orienta il mercato in base ai propri interessi squisitamente finanziari e non allo scambio di beni secondo una loro produzione autonoma. La produzione stessa subisce un processo di selezione: sono beni preferibili o esclusivi solo quelli che producono denaro; gli altri, come si dice, sono «fuori mercato». Il rischio finale di una siffatta economia è di incrementare certamente la ricchezza disponibile, però nel senso della ricchezza di Creso, che rischia la morte per inedia, divenendogli via via preclusi i beni sia materiali sia spirituali.

Il medesimo che qui è, molto succintamente, descritto accade anche per l’informazione e la cosa non è di scarso interesse sociale. L’incremento straordinario delle informazioni, il loro potere sempre più diffuso, fa sì che la loro produzione divenga a sua volta una merce, qualcosa di vendibile e di spendibile. Le fonti dell’informazione selezionano quelle informazioni che producono certi esiti, secondo gli interessi del committente. E poi la fonte, perseguendo il proprio successo economico e d’impresa, diffonde preferibilmente le informazioni più gradite e più spendibili, cioè quei contenuti che più sollecitano i gusti, diciamo così, popolari ecc.; diffondere informazioni corrette diventa invece l’ultima delle preoccupazioni. Poiché l’informazione è certamente una componente indispensabile della vita democratica, essendo il principale strumento che consente ai cittadini e agli elettori di formarsi opinioni politiche autonome e di farle valere nei canali delle istituzioni democratiche, la degenerazione e la corruzione del mondo dell’informazione è l’evidente tallone d’Achille delle odierne democrazie.

Resta il fatto che moneta e informazione sono segni che abbisognano, per funzionare, di un riconoscimento sociale. Nel caso dell’informazione questo riconoscimento è da sempre identificabile con l’autorità della fonte. Un tempo il dio, quindi il suo sacerdote e interprete, il re, il sapiente, il signore, la legge, lo Stato, la scienza e così via, sino alle moderne fonti socialmente autorevoli come la radio, la televisione e la rete. Ma nel caso della moneta che cosa dobbiamo dire quanto al suo riconoscimento?

Dapprima la moneta, il denaro, si garantivano socialmente sulla base della loro materialità. Per esempio il sale o il riso utilizzati come denaro, in quanto beni indispensabili e diffusi, beni comunque utilizzabili in ogni momento da tutti, beni che potevano quindi diventare punto di riferimento e unità di misura per molti tipi di scambi. Poi oro e argento, beni caratterizzati sia dalla loro rarità, sia dalla loro desiderabilità, in quanto segni di prestigio e oggetti esteticamente apprezzabili per loro stessi. Infine il valore sociale attribuito alla autorità coniatrice, garante del valore della moneta coniata.

Qui si apre una storia lunga, complessa e affascinante, per esempio a partire dai banchi di Genova e di Firenze, dalle fiere medievali e della prima modernità, con le loro monete immaginarie; poi, a partire dalla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694), con la creazione delle note di banco o banconote, cioè con l’invenzione del fiat money, della pura produzione di denaro dal nulla, per arrivare ai famosi accordi di Bretton Woods che assumevano il dollaro e il tesoro aureo degli Stati Uniti come punto di riferimento universale, quindi alla sospensione della convertibilità del dollaro (1971), sino al sistema attuale della borsa finanziaria e delle agenzie di rating, con l’affermarsi inquietante di una speculazione mondiale senza confini, senza freni e senza controlli.

Proprio così, però, viene allo scoperto il problema dei problemi, ovvero, se si vuole, quel fondamento non-economico dell’economia cui all’inizio accennavamo. Questo fondamento si può dire con una sola, semplice parola: fiducia (pistis, fides). Un fondamento che è radicato nel principio semiotico stesso dell’umano. Detto nel modo più diretto e più semplice: la natura segnica della società umana esige come suo fondamento la credenza nella efficacia del segno, cioè la fiducia nella sua capacità di «rappresentare in absentia». C’è infatti una promessa e un patto (da serbare) che sono alla base di tutti gli scambi sociali. Promessa e patto si potrebbero riassumere così: essere fiduciosi quanto al detto, sia esso linguistico in senso stretto, sia esso rappresentativo del potere di acquisto asserito, cioè in relazione al valore dichiarato della moneta. Il detto la fa infatti da padrone, perché la natura materiale della moneta, per esempio come bene rifugio, è sempre qualcosa di relativo e di transeunte. L’oro non fa piovere e le banconote non producono alimenti, che è poi la già accennata verità di Creso.

Tuttavia il moderno capitale finanziario fa emergere, come mai o come mai altrettanto prima, un quarto importantissimo tratto del denaro: la sua indispensabilità ed efficacia economica e sociale nello svolgere la funzione della anticipazione del capitale. Solo la massiccia e sistematica anticipazione del capitale, infatti, produce davvero e infine la auspicata ricchezza delle nazioni: lo stesso Marx a suo modo lo riconosceva. Qui ritroviamo in azione quel fondamento extra o pre-economico che indicavamo col termine ‘fiducia’: l’anticipazione del capitale ha fede nelle capacità creative e produttive umane. Senza questa grande rivoluzione economico-finanziaria nulla della straordinaria evoluzione della vita moderna sarebbe comprensibile o realizzabile. Vi è però un problema, oggi ampiamente dibattuto: il credito instaura quel tasso di interesse che si traduce in un debito praticamente infinito. La produzione resa possibile dall’anticipazione del capitale deve ogni volta superare se stessa (fenomeno che spesso si descrive come necessità di un incremento senza fine del Prodotto Interno Lordo): bisogna sempre produrre di più e ancora di più, mentre i conti non si chiudono mai. C’è un debito sociale strutturalmente inestinguibile, che può essere letto sia ottimisticamente come progresso economico e civile, sia come catastrofe sociale e ambientale planetaria.

Non possiamo rinunciare ai benefici della anticipazione resa possibile dal capitale finanziario, volano indispensabile del lavoro e del benessere nel pianeta; ma dobbiamo nel contempo tenere fermo e ribadire che il mercato è in funzione, in ogni senso, della vita, non il contrario. Proprio il lavoro infatti, inteso nel senso più ampio, è l’unico reale fondamento del valore; perciò il suo valore è incalcolabile e inapprezzabile: non ha propriamente un prezzo. Dal lavoro ha origine il mercato e nel lavoro il mercato trova il suo autentico fine; quindi il lavoro non può essere, in ultima istanza, oggetto di mercato, ma è fine sociale in sé. La relazione moderna del lavoro con il capitale finanziario non può quindi essere in ostaggio dei meri interessi privati, come alcuni economisti (per esempio Stiglitz) non si stancano oggi di ripetere. Il denaro è uno strumento e un bene sociale, molto prima di diventare un possesso individuale, e se è vero che non si può pretendere che l’azione dell’individuo si modelli interamente sull’interesse collettivo (pretesa poco saggia e irrealistica), resta nondimeno valido il famoso invito di Keynes: «Ciò che il privato cittadino non ha interesse a fare, lo faccia lo Stato». Vero è che la portata odierna degli interventi dell’autorità statale è notoriamente problematica, sicché, da questa prospettiva, si aprirebbero ulteriori elementi di riflessione e di analisi.

Venendo all’informazione, anche qui bisogna ribadire che suo unico fondamento e suo fine legittimo è la produzione e la diffusione di conoscenza, non l’imposizione di messaggi superstiziosi, conformisti, governati da finalità private e da meri conflitti di interessi. In questo senso le forze sociali preoccupate degli interessi collettivi, cioè dei beni fondamentali che rendono possibile e che dovrebbero governare la coesistenza pacifica, dovranno decidersi a operare, per dire in fretta, sia contro il capitale, sia contro l’informazione. Per esempio nella direzione della creazione di una moneta a progetto (esperimenti in tal senso sono già allo studio): denaro non cumulabile, non tesaurizzabile in forme private, perché esso esaurisce il suo compito con la realizzazione per la quale è stato creato. Per quanto invece si riferisce al sistema mondiale dell’informazione non si può che pensare a una difesa pubblica della cultura, in opposizione frontale con le degenerazioni che caratterizzano la produzione e la diffusione dei messaggi, oggi inflessibilmente modellati sulla logica dello spot pubblicitario: una logica che ha invaso anche i territori del lavoro scientifico, letterario, filosofico, artistico ecc. Difesa o ripristino quindi di una cultura che non viva di occasionali elemosine elargite da banche e da Stati per altro verso totalmente asserviti alla logica del capitale, ma che sia interesse collettivo salvaguardare nella sua capacità di generare reale conoscenza, accessibile a tutti o ai più, e continuamente in via di verificazione e di validazione intersoggettiva.

Solo per queste vie mi sembra possibile ripristinare quella fiducia che è alla base dell’intero processo produttivo. Tutta la nostra vita ne è segnata sin dalla nascita. Anzitutto nella forma che, con un’espressione mutuata da George Santayana, si potrebbe riassumere con le parole «fede animale». Questa fede è al servizio della catena dei viventi di questo pianeta, nella duplice forma che li caratterizza. Da un lato la loro intera esistenza sembra destinata e segnata dalla preoccupazione rivolta alle generazioni future, in una reciproca fiducia che lega i generati e i generanti; da un altro lato questa destinazione deve nondimeno passare attraverso l’incarnazione individuale e quindi ispirare la fiducia di essere investiti da una sorta di possibile preferenza del destino nella lotta per riprodursi e per sopravvivere.

In secondo luogo la fiducia concerne noi umani, in quanto esseri dotati di ragione e di linguaggio, come diceva Smith, e perciò capaci di quel patrimonio di conoscenze universali che caratterizzano la natura culturale del nostro lavoro, materiale e intellettuale. Qui la fiducia si esprime, per esempio, in termini kantiani. Cioè come legittima speranza di poter conoscere sempre meglio la casa che il destino ci ha assegnato nel mondo, sebbene mai in una forma definitiva che pretenda di esaurire la vita cosmica nelle forme contingenti e storiche delle nostre mappe sapienti; e poi come speranza di renderci infinitamente sempre più capaci di abitarla saggiamente, ponendo a suo fondamento non la violenza e la guerra, ma la pace e il diritto universale delle genti.


Bibliografia
AA.VV., L’economia palaziale e la nascita della moneta: dalla Mesopotamia all’Egeo, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2005.
Amato, Massimo, Le radici di una fede. Per una storia del rapporto tra moneta e credito in Occidente, Bruno Mondadori, Milano 2008.
Marx, Karl, Il Capitale, Libro terzo, a cura di B. Maffi, Utet, Torino 2013. Natoli, Salvatore, Il rischio di fidarsi, il Mulino, Bologna 2016.
Papi, Fulvio, Dalla parte di Marx. Per una genealogia dell’epoca contemporanea, Mime- sis, Milano-Udine 2014.
Redaelli, Enrico, Far lavorare gli Dei. Dal debito primordiale al debito pubblico, in C. Sini (a cura di), Prospettive della differenza, Lubrina, Bergamo 2014.
Sini, Carlo, Del viver bene, Jaca Book, Milano 2015.
Smith, Adam, La ricchezza delle nazioni, trad. it., Utet, Torino 1950.
Zhok, Andrea, Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo, Jaca Book, Milano 2006.

(*) Carlo Sini (Bologna, 1933) è un filosofo italiano. Laureatosi con Enzo Paci, è attualmente titolare della cattedra di filosofia teoretica dell’Università Statale di Milano. È membro dell’Accademia dei Lincei e dell’Institut International de Philosophie di Parigi. Sini è stato tra i primi ad introdurre all’attenzione del pubblico italiano l’importanza dell’opera di Charles Sanders Peirce, e ha inoltre proposto un filone di ricerca sulla convergenza teoretica dei percorsi filosofici di Peirce e Heidegger sul filo dell’ermeneutica benché la sua formazione didattica fosse di orientamento prevalentemente fenomenologico.

Fonte: Nòema