zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: maggio, 2017

Fraterno cigolio di tank sovietici

 

Alle porte di Kiev
sono arrivati i maledetti.
Abbattono le statue
degli antichi maestri
Elevano ritratti
dei vecchi macellai.
I nuovi gerarchi
la chiamano democrazia
I ventriloqui dei giornali
ci assicurano, è goliardia.
Ma è solo il cigolio dei panzer di Guderian
coperto, questa volta, dalla menzogna di Goebbels

Pubblicata originariamente su ondecortenews.it

Macron, il vero neonazismo è rosé

Da marxista potenziale elettore della “fascista” Le Pen mi sento come un disperato zelota nella fortezza di Masada.

È un discorso davvero difficilissimo, quello che mi appresto a fare, ma ho sempre creduto nella nettezza delle idee e ho sempre detestato l’ambiguità del vigliacco.

Io se fossi francese voterei Marine Le Pen. La voterei da marxista senza se e senza ma. Spero che abbiate la bontà di seguirmi in queste poche righe certamente non esaustive e non esplicative di quel che è davvero un travaglio interiore.

Ieri Papa Francesco ha fatto un’esternazione criptica e allo stesso tempo emblematica sulle elezioni francesi: «So che una candidata è di destra e conservatrice. L’altro non so chi sia né da dove viene». Ora, ovviamente Jorge Bergoglio sa fin troppo bene da quale milieu culturale provenga Macron; probabilmente nella sua logica (è pur sempre il Papa!) ritiene che provenga direttamente dall’Inferno.

Emmanuel Macron è figlio diretto del post modernismo, del quale ha profondamente introiettato i valori che fanno parte pienamente della sua traiettoria di vita, sia quella ufficiale sia quella “segreta”. Nulla da dire – ci mancherebbe – sulle sue scelte personali, ma molto da dire sulle sue scelte valoriali e sull’impostazione culturale di cui è figlio.

L’ho detto in tutte le salse anche su questi schermi, il costruttivismo – o meglio l’impostura costruttivista – è l’avversario più subdolo di Karl Marx, quello che più potentemente ha annullato le categorie di Marx – cioè oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori – per sostituirle, appunto, con un lavoro di decostruzione – con le categorie post moderne maschi/femmine (nell’accezione culturale della dicotomia), etero/gay, bianchi/neri e chi più ne ha ne metta. Il giochino può continuare all’infinito mettendo il velo di Maya alle categorie marxiane che mostrano il volto mostruoso del capitalismo.

Macron ha come padre spirituale l’economista Jaques Attali, ben più di un economista: è un filosofo, un sociologo, un illuminato (o un ottenebrato, a seconda dell’ottica con la quale lo si vuole guardare), un visionario che guarda lontano e che allo stesso tempo disegna il futuro. Ma quale futuro disegna Attali? Lascio a lui la parola così come l’ha pronunciata in un intervista a la Repubblica del 19 Agosto 2014:

«La riproduzione diventerà compito delle macchine, mentre la clonazione e le cellule staminali permetteranno a genitori-clienti di coltivare organi a volontà per sostituire i più difettosi. Un bambino potrà essere portato in grembo da una generazione precedente della stessa famiglia o da un donatore qualsiasi, e i figli di due coppie lesbiche nati da uno stesso donatore potranno sposarsi, dando vita a una famiglia con sole nonne e senza nonni. Molto più in là, i bambini potranno essere concepiti, portati in grembo e fatti nascere da matrici esterne, animali o artificiali, con grande vantaggio per tutti: degli uomini poiché potranno riprodursi senza affidare la nascita dei propri discendenti a rappresentanti dell’altro sesso; delle donne poiché si sbarazzeranno dei gravi del parto».

Un mondo ai miei occhi distopico, il trionfo di Hitler sebbene in divisa da SS color rosa.

Il discorso sarebbe lunghissimo e certamente non adatto a questi schermi. Pongo l’accento solo su quel “genitori-clienti” che sottintende la nascita (già è nato per la verità) di un mercato della vita, ovviamente per ricchi.

Sottolineo anche l’accento sull’eugenetica degli uomini sani che attingono organi (evidentemente espiantati da uomini “inferiori” da usare come miniera). Sospetto anche che le donne che mettono al mondo gli uomini “giacimento di organi” saranno povere e che i beneficiari dei trattamenti saranno i figli di chi se lo può permettere.

Questo è il trionfo del dottor Mengele. Evito di aprire il discorso sugli archetipi psicologici dell’uomo occidentale ricco…sono gli stessi dei nazisti: vogliamo scommettere che i figli “ordinati e fatturati” saranno di pura razza ariana? O c’è qualcuno che vuole credere che molti “ordineranno” un figlio con un genoma africano?

Un discorso raggelante quello di Attali. Basta dire che tratteggia un nuovo capitalismo dove i ricchi saranno non solo ricchi ma anche quella razza superiore teorizzata da Hitler e Mengele.

Voi direte che questa è solo la visione di un pazzo? No mi spiace, Attali non è un pazzo ed è inserito in una corrente culturale fondamentale: il post moderno.

Post modernismo dal quale traggono origine tante visioni; dal Manifesto Cyborg di Donna J. Haraway (peraltro fatto studiare in quell’ignobile postribolo capitalista noto come Università di Harvard), le ideologie sul gender, il suprematismo femminista (quello che io non troppo amichevolmente chiamo nazi-femminismo) e tante altre cose, diverse ma tutte unite dal filo conduttore d voleri usare il corpo umano, la Vita come occasione di business – ultima frontiera – per il capitalismo in crisi e  forse morente.

Per tutto questo io non voterei mai, mai, mai e poi mai Macron che è figlio diretto (consapevole o inconsapevole non mi frega nulla) di questa visione distopica nella quale si sta trascinando il mondo.

Il voto alla Le Pen può essere utile? Temo di no. Forse lei è cosciente dell’importanza della partita che si sta giocando in Francia (sicuramente ne è cosciente Jorge Mario Bergoglio).  Una partita dove le questioni legate all’Euro, ai parametri di Maastricht e alla regolamentazione dell’immigrazioni sono cose minimali.

Sicuramente l’importanza della partita non è compresa dagli elettori della Le Pen che sono all’oscuro anche perché perfino i candidati non parlano di determinati temi per non spaventare.

Poco importa, i nuovi nazisti, i discepoli di Hitler e Mengele, mascherati da “buoni” vanno fermati a tutti i costi.

Quale sarebbe in tutto questo il compito dei marxisti veri? Quello di aprire il dibattito sugli sviluppi del nuovo capitalismo nascente contrapponendo le vecchie (ma attualissime) categorie marxiane all’impostura post-moderna e costruttivista.

Ovviamente nessuno lo farà né sotto l’aspetto economico né tantomeno su quello filosofico. Per questo mi sento come uno zelota nella fortezza di Masada sotto assedio romano.

Ora fucilatemi pure. Comunque delle vostre accuse di “rossobrunismo” je me’n fous. E vi contrappongo l’accusa di nazismo in divisa rosa. Nazisti siete e nazisti rimarrete.

 

Pezzo pubblicato originariamente su Megachip

Le tre sorelle di Wall Street

 

Tempi duri per i corifei cantori del libero mercato e della libera concorrenza: uno studio pubblicato dall’Università di Cambridge e finanziato dal Consiglio Europeo Ricerche, dimostra che la retorica del libero mercato, della mano invisibile smithiana e della concorrenza a vantaggio del consumatore è solo una narrazione priva di riscontri reali e dunque totalmente ideologica.

Secondo questo studio – firmato da Jan Fichtner e Eelke Heemskerk e da Javier Garcia-Bernardo – il 40% delle società americane quotate in borsa sono controllate da tre soli soggetti, i fondi Blackrock, Vanguard e State Street.

Questi fondi, che potremmo definire “le Tre Sorelle di Wall Street“, hanno asset per un valore complessivo di 11 mila miliardi dollari (11 milioni di milioni), più di tutti i fondi sovrani del mondo e tre volte tanto rispetto a tutti gli hedge found.

Secondo lo studio, questa enorme concentrazione di risorse economiche può esercitare un potere nascosto in grado di influenzare potentemente tutta l’economia americana piegandola ai propri interessi con buona pace del Libero Mercato.

In definitiva la crisi scoppiata nel 2008 ci sta portando una nuova forma di capitalismo assimilabile nelle pratiche a quello dei robber baron dell’Ottocento ma con un potere infinitamente più pervasivo nella vita delle persone a causa dell’innovazione tecnologica nei settori della robotica, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie.

 

Pezzo pubblicato originariamente su Megachip

Il nuovo capitalismo del biopotere

di Andrea Fumagalli (*)

Traggo questo passo sullo sviluppo ed evoluzione del capitalismo da un’intervista concessa da Andrea Fumagalli ad IHU on-line. Alla fine del post troverete il link sul quale troverete tutta l’intervista.

Uno degli effetti della crisi che è nata dai subprime è stata evidenziare l’instabilità strutturale del nuovo capitalismo, tra finanziarizzazione e globalizzazione. Non che tale instabilità non fosse nota ad alcuni studiosi, soprattutto estranei all’ambito del mainstream economico e borghese, ma almeno quello spartiacque ha reso evidente e diffusa tale consapevolezza. Ciò che invece doveva essere ancora indagato era verso quale direzione o direzioni tale instabilità avrebbe portato negli anni a venire. Al riguardo possiamo individuare tre linee di tendenza.

Il primo punto riguarda la natura del processo di accumulazione e la conseguente valorizzazione che ne è seguita, dopo il crollo finanziario e dei Pil nel biennio 2008-09. La crisi dei subprime può essere letta come l’esito di uno scostamento tra un processo di sfruttamento di un’attività lavorativa comunque interna ad una governance del mercato del lavoro (che prevedeva l’esistenza di una remunerazione sempre più precaria e compressa), e un processo di valorizzazione finanziaria di una struttura proprietaria privata che si voleva sempre più diffusa anche se sempre più impoverita.

I profitti delle grandi imprese multinazionali solo in parte derivavano direttamente dallo sfruttamento diretto del lavoro e se ciò avveniva si trattava dello sfruttamento di alcune parti dell’intero ciclo di subfornitura e di produzione, in particolare i nodi non direttamente interessati al core produttivo e tecnologico. Nonostante l’aumento dell’intensità di tale sfruttamento (precarizzazione elevata, riduzione dei diritti precedentemente acquisiti all’apogeo delle lotte nella fase alta del fordismo, scomposizione del lavoro, incapacità e spesso connivenza dei sindacati), tale base di estrazione di plusvalore non era più sufficiente di fronte all’estendersi della concorrenza globale e alla ridefinizione degli assetto geo-economici su scala mondiale con l’emergere di nuove potenze economiche capitalistiche. La valorizzazione capitalistica necessitava così di nuove fonti. La finanziarizzazione da un lato e l’accelerazione della mercificazione del territorio e della natura e la privatizzazione dei suoi beni dall’altro, potevano fornire una risposta adeguata, che si è rilevata, però insufficiente.

Da qui l’esigenza di inserire nel processo di finanziarizzazione in modo sempre più pervasivo la vita degli individui tramite il divenire rendita di porzioni crescenti del salario (soprattutto quello differito, grazie allo smantellamento dei sistema di welfare in Europa o la loro estensione in termini finanziari come è avvenuto con la riforma sanitaria di Obama negli Stati Uniti e come sta avvenendo oggi in America Latina).

La cartolarizzazione finanziaria delle condizioni di vita tramite lo sviluppo dei derivati (dalle case, ai diritti di proprietà intellettuali, alle assicurazioni sulla salute, sulla previdenza, sull’istruzione, ecc.) doveva in qualche modo compensare la possibile crisi di realizzazione dovuta all’incremento della concentrazione dei redditi a seguito di un processo di sfruttamento del lavoro che aveva raggiunto limiti non più superabili.

La crisi finanziaria del capitalismo cognitivo apre la strada al capitalismo bio-cognitivo . Il prefisso bio è, in questo caso, dirimente. Indica che l’accumulazione capitalista attuale si identifica sempre con lo sfruttamento della vita nella sua essenza, andando oltre allo sfruttamento del lavoro produttivo certificato come tale e quindi remunerato. Il valore-lavoro lascia sempre più spazio al valore-vita . Si tratta di un processo allo stesso tempo estensivo ed intensivo.

Estensivo perché l’intera vita nelle sue singolarità diventa oggetto di sfruttamento, anche nella sua semplice quotidianità. Nuove produzioni prendono piede. La ri/produzione sociale , da sempre operante nella storia dell’umanità, diventa direttamene produttiva ma solo parzialmente salarizzata; la genesi della vita (la procreazione) si trasforma in business; il tempo libero viene inscatolato, al pari delle relazioni amicali e sentimentali, all’interno di binari e di dispositivi che, grazie alle tecnologie algoritmiche, consentono estrazione di plusvalore (valore di rete); i processi di apprendimento e di formazione vengono inseriti nelle strategie di marketing e di valorizzazione del capitale; il corpo umano nelle sue componenti fisiche come cerebrali diventa la materia prima per la produzione e la programmazione della salute e del prolungamento della vita, grazie alle nuove tecniche bio-medicali.

Intensivo perche tali processi si accompagnano a nuove modalità tecniche e organizzative. La vita messa in produzione e quindi a valore si manifesta in primo luogo come intrapresa di relazioni umane e sociali. La cooperazione sociale, intesa come insieme di relazione umane più o meno gerarchiche, diventa la base dell’accumulazione capitalistica.

Il dibattito recente, soprattutto nell’ambito del marxismo autonomo, ha individuato nel comune il nuovo metodo di produzione . Si tratta di un aspetto rilevante per capire sia le forme dell’organizzazione della produzione e dell’impresa che del lavoro. Qui ci limitiamo a sottolineare come sia importante a non confondere il concetto di comune con quello dei beni comuni. E come la produzione del comune (espressione di Antonio Negri) rappresenti una nuova modalità del processo di sussunzione, che definiamo vitale e che va al di là della tradizionale dicotomia tra sussunzione formale e reale, di marxiana memoria. Il comune come metodo di produzione, in quanto forma di produzione, non può essere ontologicamente data (come invece sostiene Antonio Negri), in quanto è frutto dell’agire dei processi storici. Certamente è plausibile affermare che gli esseri umani vivono in “branco”, ovvero in comunità, e non individualmente e che quindi lo sviluppo di relazione sociali è intrinseco all’agire umano.

Il secondo punto riguarda la constatazione che il capitalismo bio-cognitivo è accompagnato da un accelerazione del progresso tecnologico. E’ ancora prematuro per affermare se un nuovo paradigma tecnologico è alle porte ma stiamo assistendo ad alcune avvisaglie che possono confermare questa ipotesi. Ciò che emerge è un progredire dell’ibridazione tra macchina e umano verso una direzione che vede allo stesso tempo sperimentazione di forme di automazione completa finalizzata alla sostituzione dell’essere umano in alcune sue funzioni rilevanti, da un lato, e innesti macchinici nel corpo umano, dall’altro. I settori dell’intelligenza artificiale, le biotecnologie, le nano tecnologie, la costruzione di tessuti umani con la sperimentazione genetica, le neuroscienze, l’industria dell’elaborazione di masse di dati sempre più complessi e indiviaualizzati (big data) ci mostrano una via nella quale il divenire umano della macchina si coniuga con il divenire macchinino dell’umano. Al di là della dinamica futura che tali traiettorie prenderanno, comunque verso la costruzione di un post-umano , ciò che ci interessa osservare è come la separazione tra uomo e macchinico venga meno. Non solo il rapporto tra lavoro astratto e lavoro concreto subisce una torsione ma anche il rapporto tra capitale costante e capitale variabile, tra lavoro morto e lavoro vivo, tende a modificarsi sempre più sino a una nuova metamorfosi tra capitale e lavoro.

Tale dinamica pone una serie di nodi teorici ed empirici rilevanti.

Il terzo punto riguarda l’indagine della nuova composizione sociale del lavoro che ne è derivata. Assistiamo al crescere di una soggettività del lavoro plurima e differenziata che rende di fatto impossibile, allo stato attuale dei fatti, l’individuazione di un’omogenea composizione sociale di classe. La coesistenza di forme non salariali, di forme di lavoro non pagato, di forme di semi-schiavismo, di forme di coinvolgimento emotivo-cerebrale, di forme etero dirette, forme di lavoro autonomo di III generazione, di forme di autorealizzazione e auto imprenditorialità (ad esempio, i makers) rendono difficilmente codificabile sia la composizione tecnica che politica del lavoro, ammesso che ancora queste due espressioni abbiano senso.

La crisi del lavoro salariato non apre tuttavia prospettive di superamento della condizione lavorativa, anzi la frammenta e la deprime ulteriormente. Sintomatico al riguardo è l’attuale tendenza all’annullamento della remunerazione monetaria di un numero crescente di prestazioni lavorative direttamente produttive e non assimilabile all’arcipelago del lavoro volontario e “libero” (free). La diffusione del lavoro non pagato (unpaid) non implica che non esista più remunerazione o che ci sia un furto di salario (un salario rubato) bensì una nuova forma di remunerazione che non viene definita dalla forma “salario”. Assistiamo così a nuove modalità di remunerazione del lavoro, caratterizzate da elementi sempre più simbolici, relazionali e immateriali.

Tali dinamiche portano a riconsiderare il concetto di ricomposizione tecnica del lavoro, soprattutto all’interno di un processo che si muove nella direzione del superamento della dicotomia umano-macchina. Tale tendenza significa che viene meno il rapporto capitale-lavoro? Siamo di tutt’altro avviso. Ciò che sta avvenendo, come sempre accade nel corso del cambiamento del paradigma tecnologico dominante, è una nuova configurazione di tale rapporto, dove l’elemento materiale e di conseguenza la sua misura in termini di remunerazione monetaria, perde di efficacia a vantaggio di un novo rapporto capitale-lavoro, ancor più intriso di elementi soggettivi di quanto non lo fosse già in precedenza.

L’attuale valorizzazione capitalistica si fonda sempre più sulla produzione di soggettività. Il capitale fisso si ibrida con il capitale variabile, il lavoro morto con quello vivo e viceversa. La sfida che abbiamo di fronte non è solo la riappropriazione del proprio capitale fisso ma anche, e forse soprattutto, la capacità di autogestione del proprio capitale variabile.

Passo tratto da ihuonline.unisinos.br

 

(*) È professore presso il Dipartimento di Economia Politica e Metodo Quantitativo della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Pavia, Italia.