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Cuore, batti la battaglia!

Tag: Arabia Saudita

Colpo di Stato a Ryad

di Alberto Negri

Un interessante articolo di Alberto Negri che spiega chiaramente come dietro la designazione del nuovo Principe Ereditario saudita vi è lo scontro tra Arabia Saudita e Iran per l’egemonia nel Golfo Persico ed in generale nel mondo arabo.

 

Descritto come dinamico ma impulsivo, il nuovo erede al trono saudita punta a ribaltare i rapporti di forza con l’Iran. Gli iraniani, che hanno accusato Riad per gli attentati rivendicati dall’Isis, hanno affermato che la successione è una sorta di «golpe mascherato». Il giovane principe ritiene, come ha dichiarato in un’intervista a Al Arabiya, che «la guerra debba essere portata in Iran prima che arrivi in Arabia Saudita». Non ci sono dubbi sull’ostilità tra i duellanti del Golfo.
In questo conflitto gli Stati Uniti non sono certo arbitri imparziali ma attori principali, che si devono confrontare con gli sproporzionati obiettivi di un alleato americano dal 1945 ma anche con la Russia di Putin. Hanno in pugno pace e guerra.
L’incontro di Mohammed bin Salman il 14 marzo a Washington con Donald Trump è stato fondamentale per definire i nuovi bersagli dopo la cocente delusione subita da Riad durante il mandato di Obama che aveva voluto l’accordo sul nucleare con l’Iran: isolamento del Qatar, amico di Teheran e dei Fratelli Musulmani, e apertura del fronte siriano contro la repubblica islamica, definita dai sauditi un pericolo «uguale» a quello dell’Isis.
Una tesi scellerata e contro ogni evidenza abbracciata da Trump e favorita da Israele, che vede nel regime sciita degli ayatollah un nemico «esistenziale». Se prevalesse la linea saudita ci sarebbe un salto di qualità rispetto al passato. Gli Stati Uniti, da quando nel 1979 ci fu la rottura con Teheran, non hanno mai rinunciato a destabilizzare l’Iran ma nel quadro di una politica del «doppio contenimento» sia del fronte sciita che di quello sunnita, con l’obiettivo che nessuna delle due parti dovesse prevalere sull’altra. Il dibattito su cosa fare con l’Iran adesso si è aperto all’interno della stessa amministrazione americana perché non può sfuggire che la presenza della Russia in Siria ha mutato la situazione a favore di Assad e dell’Iran, alleati cui Mosca per ora non intende rinunciare senza contropartite strategiche.
Il capo del Pentagono James Mattis, pure noto per le sue posizioni ostili a Teheran, frena su un conflitto con l’Iran, pericoloso proprio per la presenza militare americana in Siria e Iraq, che invece è visto con favore da altri esponenti del consiglio di Sicurezza Nazionale: il piano minimo è bloccare il corridoio iraniano di rifornimento che passa dall’Iraq al Sud della Siria e finisce ai terminali Hezbollah in Libano.
Il conflitto con l’Iran è un capitolo esplosivo di una sorta di guerra mondiale a pezzi cominciata nel momento in cui si pensò che nel 2011 Assad potesse essere abbattuto usando i jihadisti da parte di un fronte sunnita formato da Turchia e monarchie del Golfo con il via libera degli Usa. I sauditi con il Qatar hanno appoggiato in Siria le milizie affiliate ad Al Qaida ma gli stessi turchi oggi non vogliono un’altra guerra con l’Iran alle porte di casa.
Con la sua ideologia religiosa retrograda e l’oscurantismo wahabita, Riad ha alimentato l’estremismo sunnita: una politica avventurista che in Occidente e negli Usa viene tollerata perché i sauditi pagano tutti. Non è un caso che i servizi tedeschi del Bnd abbiamo definito la nuova leadership saudita «un vero pericolo».
In questo contesto ci sono precedenti storici e dati attuali, come le basi Usa nel Golfo e la coalizione curdo-araba a Raqqa appoggiata dagli americani, che Mohammed bin Salman vorrebbe sfruttare a suo favore con una scommessa ad alto rischio: battere Teheran e vincere la guerra in Siria e in Yemen in cui lui stesso, con rara imperizia, si è impantanato, con l’intervento decisivo degli Stati Uniti: in un mese gli americani hanno bombardato quattro volte i soldati siriani e abbattuto un caccia di Damasco, azioni precedute dal lancio spettacolare ma senza conseguenze di 59 Cruise su una base aerea siriana.
Arabia Saudita e Iran si contendono la supremazia nella regione da decenni in uno scontro indiretto ma esploso in guerre per procura da parte saudita, a partire dal 1980 quando Saddam attaccò la repubblica islamica sfruttando finanziamenti per 50-60 miliardi di dollari delle monarchie del Golfo. E oggi in Iraq e in Siria la guerra continua, così come in Yemen, dove Teheran sostiene i ribelli sciiti Houthi.
La realtà è che i sauditi sono alle corde e il conflitto con gli sciiti si è trasferito dentro lo stesso fronte sunnita. L’autorità di questa monarchia assoluta deriva dal Corano e dalla custodia della Mecca ma appare sempre meno solida: un’eventuale guerra all’Iran non la salverà più di quanto non possano fare delle vere riforme, posto che questo sia un regime riformabile.

Articolo pubblicato sul Sole24Ore

 

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La Maskirovka dello Zar (parte II)

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Zeroconsensus sta seguendo con la massima cura l’evolversi della crisi tra l’Occidente e la Russia (anche se forse sarebbe più corretto parlare di “blocco asiatico” comprendente oltre alla Russia almeno la Cina). Questo perchè a mio umile parere siamo di fronte ad un passaggio storico, una di quei tornanti della storia che – chiunque prevarrà – trasformerà gli assetti e gli equilibri tra potenze sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto economico.

Già in uno dei pezzi precedenti avevo provato a spiegare che tutta la narrazione proposta dai maggiori media occidentali e dai suoi cosiddetti “analisti” tendente a dimostrare che era in atto una manovra di geometrica potenza dell’Occidente al fine di mettere il ginocchio la Russia tramite l’abbattimento dei prezzi del petrolio e la disintegrazione del valore del Rublo è una narrazione che oggettivamente non sta in piedi.

In questo inizio di anno ne abbiamo avuto l’ennesima prova, sebbene i cosiddetti “analisti” non tengono in considerazione (probabilmente manco conoscono) i dati reali. Infatti l’agenzia di stampa americana Bloomberg (di certo non sospettabile di mancanza di fedeltà all’Impero americano) ci informa che nel mese scorso la produzione di petrolio russo è aumentata al record di 10,61 milioni di barili al giorno. Ben strano che una nazione che dovrebbe avere il massimo interesse – secondo gli analisti occidentali – a tenere i prezzi alti per evitare il collasso del bilancio dello Stato e della sua economia spinga la produzione a nuovi massimi deprimendo ulteriormente il prezzo. Insomma, la narrazione proposta sembra una visione onirica di cantori del trionfo imperiale anche di fronte ad una evidente sconfitta. Infatti sempre consultando Bloomberg si scopre che con prezzi del petrolio che si attestano sui 50 dollari al barile a rischiare lo schianto sono le società che producono petrolio di scisto negli USA e in Canada (oltre che le società che estraggono a caro prezzo petrolio sul Mare del Nord).

Guardando dunque ai dati della produzione appare sempre più evidente che anche la manovra per abbattere il prezzo del petrolio è più una Maskirovka dello Zar per distruggere la produzione americana con il sistema del fraking che una manovra americana con il contributo dei sauditi per distruggere la Russia.

Gli USA e il whabbismo islamico.

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di Joseph Halevi

 Spesso certe scelte creano della concatenazioni impreviste, ciò che in inglese si chiama unintended consequences. Un buon esempio è Hamas a Gaza. Israele appoggiò fortemente il radicamento di Hamas a Gaza perchè la politica israeliana era tutta diretta a combattere i terroristi, così li chiamavano, dell’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina, diretta da Arafat. Senza assolutamente pretendere di dare una risposta esaustiva, credo che, nel caso degli USA, si possano elencare una serie di scelte politiche che hanno portato Washington a coltivare volente o nolente forze islamiste anti laiche. A mio avviso il fatto più importante – e forse anche il primo sul piano cronologico è – è l’incontro tra il Presidente Roosevelt ed il Re Saudita Ibn Saud a Port Said mentre Roosevelt rientrava negli USA dopo la conferenza di Yalta (con Stalin e Churchill) nel 1945, poco prima che Il Presidente morisse. L’incontro con Saud non comportò alcun documento scritto, alcun trattato, esistono solo delle note a mo’ di verbali, Tuttavia l’incontro Roosevelt Ibn Saud viene considerato tanto importante quanto un trattato di alleanza. Nell’incontro venne stipulato che gli USA avrebbero appoggiato la monarchia saudita senza condizioni, a oltranza, in cambio delllo sfruttamento dei giacimenti di petrolio esclusivamente da parte di società petrolifere USA. Questo patto implicò (a) l’espulsione della Gran Bretagna dall’Arabia Saudita (notare che la monarchia saudita era una creazione inglese in quanto il regno fu formato da Londra nel 1932), (b) la concessione dello sfruttamento dei giacimenti solo e soltanto a società USA – a tal proposito fu formata la società petrolifera ARAMCO (Arab American Company) che fino alle naziionalizzazioni del 1974-5 possedeva l’economia del Regno Saudita – comportò il passaggio delle finanze saudite dalla sterlina al dollaro via i petrodollari appunto. Il patto Roosevelt-Ibn Saud implicò immediatemente che (c) il governo USA si incaricava di proteggere al massimo il patto interno su cui si reggeva e si regge la monarchia saudita e della famiglia di Ibn Saud in particolare. Il patto interno che ha permesso il varo nel 1932 da parte degli inglesi dell’ Arabia Saudita è la promozione del wahabbismo come regime politico religiso e culturale del paese. Le basi ideologiche e religiose di Al Qaeda (che significa non a caso elenco/banca dati, perché?) e del “califfato” sono di matrice wahabbita. Così anche le procedure punitive. Infatti amputazioni di mani, lapidazioni e decapitazioni avvengono in Arabia Saudita regolarmente, per via “giudiziaria” . Nessun governo euro-occidentale e tanto meno quello USA ne parla a meno che non siano coinvolte persone occidentali (donne occidentali e/domestiche di diplomatici occidentali). La monarchia saudita si è anche incaricata di sostenere l’espansione del whabbismo e suoi derivati sia nella penisola arabica che contro gli sciiti iracheni e dell’Iran per non parlare dei curdi. L’Arabia Saudita fu dietro Il FIS (Front Islamique du Salut) in Algeria ed anche dietro i movimenti islamisti nel Daghestan nel Caucaso russo, sempre appoggiati, anche, inizialmente, nel caso del FIS, da Washington. Uniformemente agli interessi di Washington Israele si è fatto protettore del regime saudita, in realtà anche prima di entrare in una relazione strategica con gli USA ma attraverso la collisione tra Ben Gurion ed il monarca hasheminta della Giordania Abdullah.

Il pezzo è tratto dalla pagina Facebook del Professor Halevi