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Gli ultimi giorni dell’ideologia Liberal

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In un articolo documentato quanto aspramente ironico, l’antropologo Maximilan Forte annuncia sul suo blog Zeroanthropology il crollo imminente dell’ideologia liberal progressista. E dei Democratici, che all’ideologia progressista hanno legato le loro fortune. Una minuziosa disamina degli errori commessi durante la campagna elettorale della Clinton, delle scomposte reazioni dei Democratici alla sconfitta, della complicità della grande stampa – che crea fake news sostenendo di lottare contro le fake news – e di una classe accademica elitista che si è trasformata in una sorta di nuova aristocrazia. Forte mostra i sedicenti campioni del pensiero progressista come una nuove élite devota alla meritocrazia – e di conseguenza indifferente alla solidarietà – che ha preteso di insegnare al popolo che cosa era buono e giusto, a dispetto di quello che il popolo stesso sperimenta nella propria vita: ed è quindi stata abbandonata dal popolo, che ha votato altrove. 

 

di Maximilian Forte, 18 gennaio 2017

traduzione di @gr_grim

Come l’ortodossia, il professionalismo e politiche indifferenti hanno definitivamente condannato un progetto del diciannovesimo secolo

Che spettacolo eccezionale. Questi sono gli ultimi giorni, presto inizierà il conto alla rovescia delle ultime ore per lo sconfitto progetto politico liberal, ereditato dal XIX secolo. Il centro – se ce n’è mai stato uno – alla fine non ha potuto reggere (citazione del “Secondo Avvento” di W.B.Yeats – NdT). Che meraviglia vedere una delle ideologie dominanti, colonna portante del sistema internazionale, portata in trionfo sin dalla fine della Guerra Fredda con una boria e una certezza sconfinate, precipitare a faccia in giù nella pattumiera della storia. È caduta di schianto, come se una folla inferocita l’avesse spinta da dietro, anche se i suoi difensori sosterranno che sono stati semplicemente commessi degli “errori”, come se fossero scivolati sulla più grande buccia di banana della storia. E che spettacolo: chi si sarebbe mai aspettato una simile mancanza di dignità, una così patetica isteria, insulti così infondati, minacce così vuote provenire da coloro che si auto-incensavano come valorosi statisti, che parlavano come se avessero il monopolio della “ragione”. E anche se questa rovinosa caduta avrebbe potuto essere ben peggiore, non sono mancate violenza, minacce, boicottaggi, e persino denunce di tradimento, fatte apposta per delegittimare la scelta degli elettori.

La democrazia liberal è stata ridotta a un guscio vuoto, più un mero nome che una realtà meritevole di questo nome. Per molti anni l’ideologia liberal si è identificata con l’autoritarismo liberale, o post-liberalismo, o neo-liberalismo, con un disprezzo elitista della democrazia e una diffusa paura delle masse, ovunque. Le promesse di inclusione, giustizia sociale e welfare sono state sostituite da trucchi retorici solo in apparenza sensibili e da concessioni puramente formali. Narcisismo morale, ostentazione di pubbliche virtù, politiche identitarie e costruzione di patchwork rattoppati di inclusività sono stati all’ordine del giorno. Le proteste venivano incoraggiate all’estero, contro nazioni-bersaglio, al fine di “promuovere la democrazia” – mentre in patria venivano represse da una polizia sempre più militarizzata. Si davano lezioni sulla trasparenza e sulla responsabilità in giro per il mondo, mentre in patria c’era solo sorveglianza di massa, spionaggio interno, e una stretta su chi denuncia da dentro quello che non va nelle istituzioni. I leader progressisti si dipingevano come difensori della pace e dell’ordine, mentre moltiplicavano le guerre. Lo stesso Obama è personalmente responsabile per l’omicidio di migliaia di persone, molte delle quali civili – nel solo 2016, gli Stati Uniti hanno sganciato una media di 72 bombe al giorno, ogni giorno, in guerre combattute in sette Paesi. Obama ha supervisionato la rapida accelerazione del trasferimento della ricchezza (dai poveri agli ultra-ricchi, ovviamente – NdT) e dell’aumento della povertà nazionale, mentre veniva lodato da accademici e scrittori di pseudosinistra per aver “governato bene”, e averlo fatto con professionalità ed eleganza. La sinistra nordamericana ed europea, che ha fatto pace e si è accordata con l’imperialismo liberale, affonda assieme a quelli che, alla fine, l’hanno ricompensata così poco. Ancora una volta, l’imperialismo sociale sinistrorso si rivela un fallimento, mentre getta le fondamenta per chi lo rimpiazzerà.

E non è una cosa da poco quella che si è schiantata al suolo, non è stata la semplice sconfitta di Hillary Clinton e il rifiuto dell’“eredità” di Obama da parte degli americani. No, stiamo assistendo all’irreparabile sgretolamento di una serie di istituzioni, di una classe di “esperti” e di una rete di alleanze politiche e corporative. Ci troviamo nei primissimi giorni di una transizione di carattere storico, quindi non è ben chiaro che cosa ci aspetta dopo, e le etichette che stanno proliferando dimostrano solo confusione ed incertezza – populismo, nativismo, nazionalismo ecc. Avvicinandoci al mio campo professionale, stiamo iniziando a essere testimoni del fatto che, in coerenza con l’ignominiosa sconfitta della classe degli “esperti”, l’antropologia statunitense – esercitando la propria egemonia su scala internazionale – non verrà risparmiata dalla mattanza. Nel giro di pochi anni, l’antropologia professionista e istituzionale raggiungerà quella “linea zero” di cui questo sito (https://zeroanthropology.net/ – NdT) parla da molti anni ormai,  linea oltre la quale il potere e l’influenza scompaiono, mentre il supporto imperiale all’antropologia statunitense si indebolisce o crolla.

Di sicuro, il liberalismo progressista non scomparirà completamente, e nemmeno istantaneamente. Le idee non muoiono mai davvero, vengono solo archiviate. Il liberalismo progressista  rimarrà nei libri di testo sugli scaffali delle biblioteche, sarà ricordato e difeso dai suoi sostenitori viventi, ed elementi specifici del suo vocabolario potranno continuare a vivere. Alcuni cercheranno di resuscitare il progetto politico liberal, e in alcuni ambienti sembrerà persino ritornare in auge, ma questi sforzi saranno isolati e relativamente di breve durata.

Quella che Francis Fukuyama definiva “fine della Storia” si è rivelata essere più simile a un canto del cigno per il liberalismo progressista, anche se nemmeno lontanamente così splendido. Se, come la storiografia dominante ha sentenziato, “il comunismo ha fallito”, allora il liberalismo sarà il prossimo. Nonostante tutti gli sforzi affannosi per appropriarsi indebitamente del significato di “fascismo” per assegnarlo a Trump, nemmeno il fascismo rappresenta un movimento praticabile. Piuttosto che la fine dell’ideologia, sembra più l’aprirsi di qualcosa di nuovo – non c’è da stupirsi che molti di noi abbiano notato che il dibattito attuale trascende le dinamiche “destra contro sinistra”, e che la questione cruciale è ormai “globalismo contro nazionalismo”. Per ora, voglio semplicemente osservare il momento in cui ci troviamo, e provare a organizzare e analizzare le principali caratteristiche di questo collasso.

Un colossale fallimento nel convincere

I Democratici, un partito che ha legato le sue “fortune” a quelle dell’ideologia liberal, sembrano persi in una spirale di negazione di responsabilità per la loro sconfitta elettorale, accoppiata alla negazione della realtà. I leader del partito hanno accuratamente evitato le riflessioni su come sia stato possibile proporre e sostenere un candidato gravemente carente come Hillary Clinton – come se quest’ultima fosse una sorta di “scelta naturale”, in quanto apice di un processo evolutivo il cui punto terminale era stato predetto – e candidarla a prescindere dal fatto che l’elettorato la volesse o meno, come se non ci potessero essere obiezioni o alternative. Osservando come i Democratici hanno perso si capisce anche perché dovevano perdere. Improvvisamente, hanno fatto finta di ignorare che qualsiasi campagna presidenziale seria negli Stati Uniti, oltretutto orchestrata da consulenti ed “esperti” pagati profumatamente, è una campagna progettata per vincere il collegio elettorale, non il voto popolare. E infatti, durante i giorni dorati in cui i media parlavano soltanto dei sondaggi, ogni volta che Trump sembrava guadagnare terreno la replica immediata era “ma tanto non riuscirà mai a superare lo scoglio del collegio elettorale”, e la discussione finiva lì. Alcune delle previsioni più sconclusionate che assegnavano la vittoria alla Clinton, pronosticavano che avrebbe vinto il doppio dei voti del collegio elettorale di quelli che alla fine si è realmente aggiudicata nelle elezioni – ma il collegio elettorale in sé non è mai stato messo in discussione. Trump era considerato come destinato alla sconfitta proprio per via del collegio elettorale; ma quando ha vinto le doglianze erano tutte perché aveva vinto per via del collegio elettorale. La logica dei perdenti è una logica perdente.

Invece di affrontare i fatti che li avevano condotti alla sconfitta – e io avevo previsto che sarebbe andata così sin dal 9 novembre (il giorno dopo le presidenziali USA – NdT) – nel giro di pochi giorni i Democratici hanno iniziato a inventarsi la narrazione degli “hacker russi” e delle “notizie false” (“fake news”) orchestrate dai russi: loro non avevano perso contro Donald Trump, no, avevano perso contro Vladimir Putin! Ancora una volta: osservare come i Democratici hanno perso le elezioni rende evidente perché dovevano perderle. Una vera e propria escalation melodrammatica delle pericolose minacce contro la Russia già presenti nella campagna della Clinton, che ha comportato tra le altre cose la messa in moto di una nuova Guerra Fredda e la riproposizione della prospettiva di un olocausto nucleare (una cosa che i sostenitori della Clinton o hanno affrontato con leggerezza o magari consideravano un’alternativa più appetibile della sconfitta). I Democratici, nella loro caccia alle streghe per scovare “traditori”, creando una teoria del complotto dopo l’altra, si comportano come dei nuovi McCarthy, mentre i loro lacchè nei media si inventano un diluvio di menzogne e notizie false proprio mentre affermano di combattere le “fake news”.
Nel frattempo, Obama ci ha chiesto contemporaneamente di essere preso sul serio e di non essere preso sul serio: da un lato era furioso per l’“hacking dei russi”, mentre dall’altro lato faceva l’innocente, come se non si fosse accorto che questo evento certo (“lo fanno tutti”, diceva Obama riferendosi all’hacking) si stava per verificare, e in questo modo non ha dato alcuna spiegazione del perché il suo governo aveva fatto così poco per impedirlo, fermarlo o contrastarlo. Prima del giorno delle elezioni, Obama ha respinto le voci preoccupate di una votazione truccata, definendole “piagnistei” di quelli che riteneva sarebbero stati i perdenti – mentre dopo le elezioni, era lui il perdente che ha cominciato con i piagnistei. Da una parte, Obama afferma di avere informazioni sull’hacking russo; dall’altra, offre al pubblico solo asserzioni senza prove e pretese di credibilità che richiedono la fede degli astanti, invocando credito e fiducia,  senza offrire alcuna prova. E questi sarebbero i migliori rappresentanti della classe degli “esperti”, che fanno asserzioni scollegate dai fatti e ricorrono al “se non mi credete siete stupidi”?

Obama dichiarava orgogliosamente che la sua amministrazione era stata del tutto esente da scandali, eppure eccolo lì, a sostenere che un potere estero aveva interferito con un’elezione chiave e, che ci crediate o meno, per lui era stato impossibile impedirlo: abbastanza scandaloso. In una conferenza stampa cui ho assistito ai primi di dicembre, Obama faceva il suo predicozzo ai soliti “giornalisti” leccapiedi: una delle sue facce diceva agli astanti che le e-mail di John Podesta (Responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton – NdT) pubblicate da Wikileaks erano semplice gossip; poco dopo, l’altra faccia si lamentava che Wikileaks aveva alterato il corso delle elezioni.

Ma stiamo comunque parlando di Obama, con la sua coerente incoerenza, la sua comunicazione biforcuta, le sue due facce che si davano il cambio in quasi ogni discorso pubblico. Non è uno statista “sfaccettato”, la sua non è “complessità”, è semplicemente disonesto e falso. Fossi stato il solo ad accorgermene avrebbe avuto ben poca importanza, ma a quanto pare se ne sono accorti anche decine di milioni di elettori americani.

Hollywood e i PR

Questo colossale fallimento nel convincere gli elettori si è manifestato anche in altre aree critiche. I VIP di Hollywood sono stati coinvolti in almeno tre round di sfilze di video di personaggi celebri nelle quali gli elettori venivano esortati, con i toni più pressanti che degli impostori professionisti e pagati riuscissero a produrre, a fare l’unica scelta morale corretta: votare per la persona che aveva demonizzato milioni di elettori definendoli deplorevoli, bamboccioni e superpredatori sessuali, la stessa persona responsabile di aver favorito la distruzione dello stato libico e di tutte le conseguenze che ciò ha comportato – l’esplosione del terrorismo in tutto il Nord Africa, rifugiati in fuga, una guerra civile durata anni. Una persona dotata di un curriculum comprovato nella creazione di pericoli. L’intimidazione degli elettori da parte degli attori di Hollywood e, ancora peggio, delle loro controparti più giovani su MTV, ha fallito miseramente.

E non è stata solo Hollywood a fallire, ma anche la maggior parte dei media mainstream, che a loro volta si trovano di fronte a livelli di fiducia da parte del pubblico in crollo verticale. Hanno fallito in modo eclatante, tanto quanto i media, anche tutta una serie di istituti di sondaggi, agenzie per le relazioni pubbliche, pubblicitari professionisti e consulenti di comunicazione strategica, e questo nella medesima società che ha inventato i PR e le Relazioni Pubbliche. Hillary Clinton si è autodefinita una leader del “soft power”, della capacità di convincere: ed ecco qui l’intera architettura del “soft power” che va a picco, non (solo) all’estero ma, incredibilmente, in patria.

Il New York Times ha recentemente riportato che una conferenza dell’Associazione Internazionale dei Consulenti Politici “sembrava una sessione di terapia per un settore professionale psicologicamente in caduta libera”. Una delle conclusioni dell’articolo del NYT è che “l’esercito di consulenti della Clinton è stato sconfitto da un candidato scatenato, in apparenza privo di qualsivoglia coreografia che, secondo i dati più recenti, ha speso più soldi in magliette, cappelli, cartelloni e altri oggetti simili di quanti ne abbia spesi in consulenza sul campo, liste di elettori, e analisi di dati”.

E per quanto riguarda l’asserto “il sesso vende”, quest’elezione ha sconfitto anche questa ovvietà. Ogni giorno, settimana dopo settimana, ed eclissando quasi completamente qualsiasi altra notizia (incluse le pubblicazioni delle mail di John Podesta da parte di Wikileaks), la maggior parte dei media mainstream hanno martellato incessantemente Trump con storie sempre più scabrose di palpeggiamenti sessuali e commenti sessisti. Quando si sono scontrati in un dibattito faccia a faccia per la prima volta, la Clinton ha tentato immediatamente di screditare Trump riportando il racconto esagerato, unilaterale e farsesco di una ex Miss Venezuela. E i social media sono stati anche più gretti, diffondendo voci di incesto troppo disgustose per riportarle qui, anche in parafrasi. Tutto ciò, con che effetto?

Per coloro che si dedicano allo studio di media, pubbliche relazioni, propaganda ed imperialismo culturale, il risultato di queste elezioni avrà un significato duraturo, soprattutto perché hanno messo in discussione parecchie cose che venivano date per scontate.

Finanziatori corporate, supporto internazionale

Si è dibattuto a lungo durante le elezioni sul ruolo dei finanziatori, e del denaro che erogano ai candidati, nella politica elettorale statunitense. Hillary Clinton ha raccolto senza dubbio la maggior parte dei finanziamenti e delle donazioni, spendendo circa il doppio di Trump per la sua campagna elettorale, quasi il triplo in pubblicità televisiva. La “verità” consolidata che il denaro garantisce il raggiungimento dei risultati politici desiderati è stata spazzata via. Ciò non vuol dire che il denaro non conti più niente nel processo elettorale, significa invece che avere un sacco di soldi da spendere non garantisce affatto un risultato certo. La Clinton poteva anche contare sull’appoggio della maggioranza degli Amministratori Delegati delle Aziende nella Fortune 500 (lista delle 500 più grandi aziende americane per fatturato, pubblicata annualmente dalla rivista Fortune – NdT), alcuni dei quali, come l’AD di HP, sono arrivati a indire conferenze stampa nelle quali accusavano Trump di essere un “fascista”, paragonandolo ad Adolf Hitler e a Benito Mussolini. È di pubblico dominio, inoltre, che milioni di dollari sono entrati nelle casse della Clinton Foundation, versati da governi stranieri e corporation transnazionali. Ma anche se la Clinton si è dannata a raccogliere fondi e donazioni persino negli ultimi giorni della campagna elettorale, tutto ciò non è servito a niente. Nemmeno la miriade di endorsement subdoli, indiretti e talvolta espliciti da parte di leader stranieri e capi di istituzioni internazionali, dal Consiglio dell’Unione europea alla Commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite fino alla NATO, ha avuto un impatto sufficiente. Neanche i moniti di “prudenza”, con ovvie implicazioni, da parte dei direttori delle principali istituzioni finanziarie multilaterali sono riusciti a spostare il risultato delle elezioni in favore della Clinton.

Libri venduti

Un’altra prova del fallimento di Hillary Clinton nel vendere il suo messaggio è nel fatto che il suo libro non è stato capace di vendere copie, e questo durante il picco della campagna elettorale, quando l’interesse pubblico avrebbe dovuto essere alle stelle. Il New York Times, una voce non certo ostile alla Clinton, ha riportato che il suo ultimo libro, Stronger Together, “ha venduto solo 2.912 copie nella sua prima settimana nelle librerie”, quando solitamente le vendite nella prima settimana dalla pubblicazione costituiscono un terzo del totale di copie vendute, e concludeva: “I dati di vendita… rendono il libro quello che l’industria editoriale chiamerebbe un flop”. La Clinton si è fermata un istante a riflettere, magari a considerare questo fatto un segno, tenendo conto anche dei suoi rendimenti decrescenti duranti gli anni? Stronger Together (2016) ha venduto meno copie di Hard Choices (2014), che deluse a sua volta le aspettative, e vendette anche esso meno copie del libro precedente, Living History (2003). Ogni libro pubblicato dalla Clinton ha venduto sempre meno copie del precedente. Negli uffici dei Democratici i grafici di vendita li fanno tutti con linee rosso fuoco che vanno solo verso l’alto?

Mondo Accademico, antropologia, e invenzione dell’opinione pubblica “Anti-conoscenza”

Molti accademici hanno scritto saggi via via più aspri e risentiti per lamentarsi dell’opinione pubblica, del popolo – ovvero, di coloro che costituiscono la loro clientela e da cui dipendono i loro finanziamenti. Un cosiddetto “stato d’animo anti-conoscenza” è la comoda invenzione usata per spiegare perché una larga parte della popolazione (una maggioranza, nel caso della Brexit e del referendum italiano) si rifiuta di ascoltare i loro oscuri moniti sull’inevitabile sventura derivante da soluzioni nazionali in un mondo ormai “inevitabilmente”, “irreversibilmente” globalizzato. Questo è il classico caso degli “esperti”, membri della quasi-casta dei professionisti, che rivendicano un monopolio speciale non solo sulla conoscenza, ma sulla verità. È già acclarato che costoro hanno tentato di monopolizzare la conoscenza, disincentivando l’istruzione superiore, con numerose barriere erette lungo tutto il cammino per accedervi. Ma ora sostengono non solo di sapere di più, ma di sapere cosa è meglio. Il sistema attuale, lo status quo che stavano difendendo, secondo loro andava bene per la maggior parte delle persone – anche se la maggior parte delle persone aveva accesso all’informazione, ed esperienze personali, che ridicolizzavano le cheerleader accademiche. E ancor peggio che ridicolizzarli, questa divisione rendeva evidente da che parte stavano gli accademici: “anti-conoscenza” è uno slogan elitista, ovvero anti-popolo.

Gli economisti, come al solito, sanno meglio di tutti cosa è vantaggioso per il popolo e tentano di convincerlo che la realtà che vive non è rilevante. Come una caricatura degli stalinisti, gli economisti neoliberisti partono da una semplice ipotesi: la teoria ha sempre ragione, è il popolo ad avere torto. Come potevano questi Soloni spiegare la bontà del progetto neoliberista di Obama, che ha prodotto i risultati riportati di seguito (come da rilevazioni della stessa Federal Reserve americana)? Questo è un riassunto dell’“eredità” socio-economica di Obama:

Obama:

(1) Calo dei redditi delle famiglie

(2) Calo del tasso di partecipazione della popolazione civile alla forza lavoro

 

(3) Calo del tasso di chi vive in case di proprietà

(4) Aumento del numero di persone che percepiscono aiuti alimentari dal governo (food stamps)

 

(5) Aumento del prezzo delle polizze sanitarie

 

 

(6) Aumento del debito degli studenti universitari

 

(7) Aumento della disuguaglianza di reddito per gli afro-americani

 

 

(8) Aumento della stampa di denaro

(9) Massiccio aumento del debito pubblico

Quindi, mentre i giornalisti si inventavano lo spauracchio delle fake news – e producevano a loro volta notizie false per combattere la pericolosa minaccia che il costante calo della fiducia da parte dell’opinione pubblica comportava per i loro profitti – nel mondo accademico il concetto parallelo era l’“anti-conoscenza”. E il veicolo principale di questi punti di vista negli USA e nel Regno Unito sono stati i periodici scientifici The Times Higher Education, Inside Higher Ed, e The Conversation (l’ultimo dei quali è finanziato da una serie di banche e fondazioni).

L’antropologia statunitense continua a offrire testimonianze del suo fallimento nel convincere. A questo proposito, l’antropologia mainstream negli USA, considerato il suo allineamento al partito Democratico, ha qualcosa di abbastanza significativo in comune con il programma militare Human Terrain System (HTS) dell’esercito degli Stati Uniti (programma di supporto che reclutava esponenti delle scienze sociali per fornire ai comandanti militari una conoscenza delle popolazioni presenti nelle regioni in cui erano distaccati – NdT), criticato dai leader statunitensi della disciplina. Il primo indizio per i leader militari che il programma HTS era inutilizzabile come mezzo di contro-insurrezione e pacificazione avrebbe dovuto essere il fallimento dell’HTS nel convincere persino i suoi stessi componenti – e per “suoi stessi componenti” intendo i colleghi accademici tra i quali veniva effettuato il reclutamento. Se non sei in grado di “pacificare” i colleghi universitari, dei quali conosci bene linguaggio, usi e costumi, come puoi pretendere di sconfiggere i talebani? Allo stesso modo, se gli antropologi statunitensi comprendono così poco la loro stessa società di appartenenza che l’elezione di Trump li ha presi completamente alla sprovvista, come possono pretendere di insegnare a comprendere società diverse dalla loro? Invece, nel totale disprezzo della massa degli elettori della classe operaia, gli antropologi statunitensi si sono ri-dedicati con rinnovato vigore alle politiche di occultamento di classe. E quindi hanno proposto un “incontro di lettura antropologica” focalizzato in parte sui problemi del razzismo, per protestare contro l’insediamento di Trump.

Un altro esempio del fallimento nel convincere i loro stessi membri emerge dal voto tenuto tra i membri della Associazione Antropologica Americana, per approvare boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Dopo un primo ottimismo, il voto non ha raccolto un supporto sufficiente da parte dei membri dell’associazione. Quelli che avevano proposto la mozione e avevano spinto per la sua approvazione allora si sono messi a dare la colpa “a ingerenze esterne” (vi ricorda niente?). Nemmeno una volta si sono fatti la domanda se ci fosse qualcosa che non andava nel loro messaggio, o nel contesto in cui veniva promosso. Invece, dovevamo credere che qualche membro dell’intelligence israeliana dall’altro capo del mondo aveva avuto più successo nel convincere degli antropologi statunitensi, di altri antropologi statunitensi. Per quanto riguarda l’accusa di “ingerenza esterna”: è esilarante che essa provenga proprio dagli antropologi USA, dato che “ingerenza esterna” è esattamente quello che loro stanno facendo nei confronti di Israele.

L’attaccamento degli antropologi USA a Obama e Clinton, del tutto scollegato dal loro effettivo operato, caratterizzato dall’incremento della diseguaglianza e dall’aumento delle guerre, ha seguito la stessa politica di occultamento di classe. Uno di loro si è sperticato in lodi romantiche alla “coalizione dei diversi”, attribuendo al “meticciato” bellezza e valore sociale a scapito dei vituperati lavoratori bianchi (e prevedendo la vittoria della Clinton). Un altro antropologo statunitense dell’Università di Chicago ha pubblicato un lungo, verboso mattone esoticista che esaltava le virtù della “marronificazione” della società, esaltava le popolazioni importate rispetto agli autoctoni, e di fatto dichiarava che la maggioranza della classe lavoratrice è irrilevante, spregevole e sostituibile. Che questo articolo sia apparso in una pubblicazione finanziata in larga parte dall’Open Society Institute di George Soros non dovrebbe sorprendere nessuno.

Gli accademici che avevano avuto ben poco, o niente, da dire sul neoliberalismo adesso escono dalle loro tane – e scrivono saggi di critica concentrati esclusivamente su Trump. Hanno scoperto adesso lo “stato corporativizzato”. Quelli che si oppongono all’insediamento di Trump non si sono mai opposti all’insediamento di Obama, nonostante tutta la loro presunta consapevolezza teorica critica. Bruno Latour, il guru degli antropologi americani (dopo essere stato ridicolizzato in Europa), ha rimediato all’assenza della sua opinione nelle discussioni riguardanti le elezioni americane: ha aspettato che fossero finite in modo da tentare di sembrare saggio con uno sforzo minimo, mantenere felice la sua clientela americana, tenere alte le vendite dei suoi libri, e assicurarsi una continua presenza alle conferenze che contano. La Los Angeles Review of Books ha prontamente pubblicato il suo minuscolo “contributo”.

Diana Johnstone ha fatto ottime osservazioni riguardo il fallimento dell’establishment accademico, che vale la pena citare per intero.

“La triste immagine degli americani come cattivi perdenti, incapaci di affrontare la realtà, deve essere attribuita in parte al fallimento etico della cosiddetta generazione di intellettuali del 1968. In una società democratica il primo dovere di uomini e donne dotati di tempo, inclinazione e capacità di studiare la realtà in maniera seria, è condividere la loro conoscenza con chi non ha i loro stessi privilegi. La generazione di accademici la cui coscienza politica fu temporaneamente incrementata dalla tragedia della guerra del Vietnam avrebbe dovuto rendersi conto che era suo dovere utilizzare la sua posizione per educare il popolo americano, soprattutto sul mondo che Washington voleva ridisegnare e la sua storia. Invece, la nuova fase del capitalismo edonista ha offerto agli intellettuali le migliori opportunità per manipolare le masse, invece di educarle. Il marketing della società del consumo ha persino inventato una nuova fase delle politiche identitarie, creando il mercato dei giovani, il mercato dei gay, e così via. Nelle università, una massa critica di accademici ‘progressisti’ si è ritirata nel mondo astratto del postmodernismo, finendo per canalizzare l’attenzione della gioventù sul come reagire alla vita sessuale delle altre persone, o sulla ‘identità di genere’. Questa roba esoterica alimenta la sindrome ‘pubblica o muori’ ed evita agli accademici delle scienze sociali di dover insegnare qualsiasi cosa che possa essere considerata una critica alla spesa militare americana o agli sforzi falliti degli Stati Uniti per affermare il loro eterno dominio sul mondo globalizzato. L’argomento più controverso uscito dalle università americane è una discussione su chi dovrebbe usare quale toilette.

“Se gli snob intellettuali sulle fasce costiere degli USA possono deridere con così tanto autocompiacimento i poveri ‘deplorevoli’ dell’entroterra americano, è perché loro stessi hanno abdicato al loro principale dovere sociale: la ricerca e la condivisione della verità. Rimproverare il popolo per i suoi atteggiamenti ‘sbagliati’ mentre si dà un esempio sociale di sfrenata promozione personale produrrà solamente la reazione anti-élite chiamata ‘populismo’. Trump rappresenta la vendetta del popolo che si sente manipolato, dimenticato, e disprezzato”.

E questo ci porta alla sconfitta dei professionisti

La caduta della classe dei professionisti

Abi Wilkinson ha scritto su Jacobin: “Che nessuno sia fisicamente in grado di portare a termine un lavoro meglio dei professionisti è uno dei dettami cardine dell’élite liberal”, aggiungendo:

“Sospettosa sulla democrazia di massa e ringalluzzita dalla caduta dell’Unione Sovietica, l’élite liberal arrivò alla conclusione che eravamo giunti alla fine della Storia: ogni altro ordine sociale era stato tentato e si era rivelato inferiore. Si presumeva che la democrazia capitalista, supportata da esperti preparati, acuti e benintenzionati, fosse emersa dalla mischia come vincitrice incontestata. Queste persone non potevano spiegarsi il crescente rifiuto dello status quo politico ed economico   se non come un’improvvisa epidemia di irrazionalità e di autolesionismo. Certo, c’è sempre spazio per migliorare, dicevano, ma a chi mai verrebbe in mente di abbattere o alterare in maniera significativa un sistema eccellente come quello che già abbiamo?

“Se la politica altro non è che l’efficace amministrazione del sistema vigente – se non richiede altro che affidarsi all’abilità di un buon pilota – allora sono l’esperienza e la capacità tecnica i requisiti principali. Le differenze ideologiche sono immateriali, gli interessi contrapposti sono obsoleti”.

Wilkinson ha scritto queste parole per mettere in luce l’elitismo racchiuso in una recente, famosa vignetta del New Yorker, che (di nuovo) rappresenta l’elettore medio pro-Trump o pro-Brexit come “anti-conoscenza”, come non qualificato per governare.

(“Questi tronfi piloti hanno perso completamente il contatto con la realtà dei passeggeri come noi. Chi pensa che debba guidare io l’aereo?”)

Wilkinson quindi procede a smontare completamente la metafora dell’aeroplano:

“(nella vignetta) si dà per scontato che gli attuali piloti abbiano sempre fatto un buon lavoro. E se invece avessero fatto schiantare l’aereo a intervalli regolari, rifiutandosi di riparare i danni prima di decollare di nuovo? E se, per la negligenza degli addetti alla manutenzione, le persone in classe economica fossero costrette a reggersi ai sedili con tutta la loro forza per non essere spazzati via, dato che alcuni dei loro finestrini sono sfondati? E se, in altre parole, ai piloti non sembra importare granché del benessere e della sicurezza dei passeggeri in classe economica perché sono troppo occupati ad accontentare i passeggeri di prima classe? Questa descrizione è molto più vicina alla realtà dei fatti”.

Vale la pena leggere Listen Liberal (“Ascolta, Liberal”) di Thomas Frank, che ha attirato l’attenzione durante le elezioni USA, soprattutto per il capitolo dedicato alla “Teoria della Classe Liberal”, dove vengono riportati numerosi scritti di sociologi e scienziati politici. Il libro si apre con una citazione del libro di David Halberstam’s del 1972 “The Best and the Brightest” che parla di “un’élite speciale, una certa razza di uomini che si autoperpetua. Uomini legati l’uno all’altro piuttosto che legati allo Stato; nella loro testa costoro diventano responsabili dello Stato, ma non rispondono ad esso”.

Invece di concentrarsi sull’“un percento” degli ultra-ricchi, Frank ci chiede di osservare in maniera critica il “dieci percento”, che include “le persone al vertice della gerarchia nazionale dello status professionale”, dai cui ranghi proviene il laureato dell’Ivy League Obama (L’Ivy League è un gruppo di otto università del Nord-est degli USA considerate le migliori del Paese – NdT), nonché  la maggior parte dei laureati Ivy League che componevano il suo gabinetto, e che spiega la pletora di commenti autoassolutori e autoadulatori di Obama su coloro che hanno le “qualifiche”, che sono “qualificati” per  governare, quelli che “sanno di cosa parlano”. I professionisti apprezzano le competenze e i curriculum, e tendono ad ascoltarsi solo l’uno con l’altro. Esercitano un monopolio sul potere di diagnosticare e su quello di prescrivere, consultandosi a vicenda: “I professionisti sono autonomi; a loro non è richiesto di prestare attenzioni alle voci che provengono dall’esterno del loro raggio di esperienza” (Frank, 2016, pag.23). I professionisti enfatizzano la “cortesia” nei rapporti reciproci (da qui l’incessante richiamo a “moderare i toni”), e dimostrano un sommo disprezzo per le persone di rango inferiore, inclusi i professionisti precari. I tecnocrati post-industriali, quelli che osannano “l’economia della conoscenza” e “l’istruzionecome soluzione di tutti i problemi sociali, hanno generato la loro ideologia personale: il professionalismo. Frank nota che, come ideologia politica, il professionalismo è “intrinsecamente a-democratico, dato che assegna la priorità all’opinione degli esperti rispetto a quelle del pubblico” (pag. 24). Anche se di solito affermano di agire in nome dell’interesse pubblico, Frank osserva che i professionisti hanno abusato sempre più di frequente del loro potere monopolistico per tutelare i loro interessi, agendo sempre di più come una classe sociale (pag.25), una “classe di manager illuminati”, quasi un’aristocrazia (pag. 26). La critica di Frank delinea come i Democratici siano diventati il partito della classe dei professionisti, sbarazzandosi dei lavoratori lungo la strada (pag.28). E come conseguenza di ciò non si interessano minimamente della disuguaglianza, dato che è su di essa che si fonda il loro benessere. La disuguaglianza è essenziale per il professionalismo (pag.31). La meritocrazia si oppone alla solidarietà (pag.32).

Il Collasso dell’Ideologia Liberal

Tutto quanto fin qui detto si aggiunge alle ragioni in base alle quali sto sostenendo che non è stata solo Hillary Clinton, né solo i Democratici ad essere sconfitti, ma qualcosa di molto più vasto. Troppe “grandi” istituzioni hanno fallito i loro compiti fondamentali, troppo è caduto, con così tanto in palio, ad esempio: la globalizzazione, le basi militari USA, il commercio, le classi sociali, il sistema giudiziario, l’istruzione, la sanità ecc. Sì, i Democratici sono stati ridotti a un partito di sindaci, la cui “sopravvivenza” si registra solamente a livello comunale, dopo che hanno perso la Presidenza, il Senato, la Camera dei Rappresentanti, la maggior parte dei Governatori e la maggior parte dei Parlamenti statali. L’ampiezza e la profondità della sconfitta, e l’intera architettura utilizzata per diffondere e difendere la loro ideologia hanno fallito così miseramente, che non possiamo far altro che concludere che è stata la loro stessa ideologia a essere respinta, assieme al progetto sociale ed economico che essa sosteneva. Con questo rifiuto così assoluto, avvenuto contro tutte le aspettative, si deve supporre che il danno apportato sia irreparabile. I prodi difensori dell’attuale ordine globale che si esprimono sempre in termini di “irreversibilità” e “inevitabilità”, applicheranno questi medesimi concetti alla loro sconfitta? Un collasso di questa portata spalanca troppe porte che prima erano invisibili per essere liquidato come semplice singhiozzo momentaneo del sistema.

Qui in Canada, dove l’evoluzione politica va generalmente al traino degli Stati Uniti, assistiamo a un replay del collasso del progetto liberal che tenta di nascondere le differenze di classe e lo sfruttamento di classe sotto l’egida della “diversità” e delle politiche identitarie. Dal Gay Pride al Forum Economico Mondiale a Davos, l’itinerario del Primo Ministro Justin Trudeau rispecchia spesso quello che ormai è diventato lo standard dell’élite liberal. Questa non è una coincidenza: come abbiamo appreso dalle e-mail di Podesta, Trudeau è un surrogato della Clinton. Egli veniva identificato in questo modo: “Il Primo Ministro Trudeau è un alleato di vecchia data del CAP [Center for American Progress, alleato del Partito Democratico]…un partner attivo ed impegnato del nostro programma per il progresso globale”. Ad un’altra email era allegata una foto in cui John Podesta sussurrava nell’orecchio di Trudeau. Nell’oggetto della mail, Trudeau viene definito “Mr.Canada”. Mentre “Mr.Canada” dichiara di sostenere il “femminismo,” non ha avuto niente da offrire ad una madre lavoratrice in difficoltà che viene ridotta alla povertà e buttata in mezzo alla strada dalle tasse sulle emissioni, in un Paese ricco di materie prime che potrebbe essere energicamente indipendente per i prossimi due secoli, se la sua energia non fosse drenata per essere venduta sul mercato mondiale. Mr.Canada dichiara fiero di sostenere la “diversità,” eppure aderisce al monolinguismo in Quebec, con un arrogante disprezzo per una anglofona quebeckiana preoccupata per la sua tutela sanitaria. Si spertica in lodi per il suo nuovo Ministro per gli affari esteri, elogiandone la padronanza della lingua russa, mentre minimizza il fatto che a quello stesso ministro è vietato l’ingresso in Russia, grazie alle controsanzioni russe contro il Canada, che abbiamo inutilmente causato. Adesso, il Canada pretende di diventare il portabandiera del progetto imperialista liberal di Obama e Clinton, mettendosi sulla buona strada per diventare l’ultimo perdente a difendere la globalizzazione, nell’apparente convinzione di poter perseguire una globalizzazione composta da un unico Paese.

Oggi la classe dei professionisti, sostenitori del liberalismo morente, la trovate sui media a denunciare un’immaginaria ingerenza russa. Non che si siano improvvisamente uniti ai ranghi degli anti-imperialisti: non hanno detto una parola sulle più di 80 elezioni estere nelle quali gli Stati Uniti  hanno interferito, per non parlare delle dozzine di colpi di stato sostenuti e sponsorizzati dagli USA, e per non parlare del fatto che gli Stati Uniti hanno un’infrastruttura istituzionale (il National Endowment for Democracy, il National Democratic Institute, l’International Republican Institute, la  CIA, L’Ufficio per le Iniziative di Transizione) dedicata all’interferenza negli affari esteri, armata di decenni di politiche, leggi, e documenti strategici che guidano il corso e la profondità dell’intervento politico all’estero. È particolarmente ironico che un “hacker” (nel senso di apportatore di una tale ingerenza negli affari esteri-NdT) si lamenti così rumorosamente di essere stato, una volta tanto, hackerato a sua volta. In realtà, sono stati colpiti proprio nei campi che si rifiutano di riconoscere: che Putin è dieci volte più statista di un Obama; che i russi eccellono nella diplomazia; e che la Russia ha importanti lezioni antropologiche da insegnarci sulle relazioni internazionali…cose che ovviamente i nostri professionisti liberal hanno ignorato – e quindi hanno perso, punto e basta.

Il pezzo è stato pubblicato su vocidallestero.it

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Syriana: la cecità dell’Occidente e dell’Italia

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Zeroconsensus vi propone un interessante articolo di Alberto Negri pubblicato oggi su il Sole24Ore che fa il punto sulla crisi mediorientale e sulla disastrosa assenza di strategia sia della Nato, dell’UE, degli USA e anche dell’Italia.

di Alberto Negri

La Sigonella di Erdogan si chiama Incirlik, la base aerea concessa agli Usa per i raid anti-Isis. I turchi minacciano di chiuderla se gli americani non daranno loro soddisfazione, ovvero abbandonare i curdi siriani ritenuti da Ankara come il Pkk un gruppo terroristico e consegnare l’imam Gulen in auto-esilio dal ’99 in America.
Si può definire un ricatto oppure un modo di sventolare la bandiera del nazionalismo dopo aver rinunciato ad abbattere Assad, come è stato proclamato da Ankara per cinque anni. «Stiamo combattendo una nuova guerra di indipendenza», ha dichiarato Erdogan. Il fondatore della patria Ataturk, astuto stratega, si rivolterà nella tomba ma ognuno si salva alla sua maniera.
Come ha condotto Erdogan, fino a qualche tempo fa, la lotta al terrorismo? Ha aperto “l’autostrada dei jihadisti”, poi ha rilanciato la guerra ai curdi, buttando all’aria l’accordo con il Pkk raggiunto dal capo dei servizi Hakan Fidan, e quando ha perso la partita siriana con la caduta di Aleppo si è messo d’accordo con Putin e l’Iran.
Mosca e Teheran, due Stati sotto sanzioni occidentali, hanno imposto a un membro della Nato di mettere sotto controllo l’opposizione a Damasco in cambio della mano libera sui curdi siriani, una volta appoggiati anche dai russi.
Erdogan ha piegato la testa e ora fa pressione sugli alleati storici, americani ed europei: anche loro hanno perso la battaglia contro Assad ma fanno finta di niente perché si trincerano in una coalizione, di cui fa parte anche la Turchia, che assedia l’Isis a Mosul da cinque mesi.
La Turchia, dove gli attentati si susseguono, come si è visto ieri a Smirne, è un Paese in bilico: deve seguire la road map della Russia ma anche degli Usa e teme di restare stritolata un giorno da un possibile accordo tra Putin e Trump.
Il confronto strategico con la vicina repubblica islamica dell’Iran, pur sanzionata da tutti per decenni, è impietoso. Gli Usa hanno eliminato tutti i nemici dell’Iran: i talebani in Afghanistan nel 2001, Saddam in Iraq nel 2003, poi gli iraniani hanno visto gli ostili sauditi, i maggiori clienti di armi americane, impantanarsi in Yemen contro gli Houthi sciiti e dopo avere firmato il 14 luglio 2015 l’accordo sul nucleare, hanno trovato la Russia, una superpotenza atomica, pronta a schierarsi in Siria salvando l’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
La Turchia oggi è il grande malato d’Oriente e Occidente insieme. I jihadisti si vendicano di Erdogan, i curdi colpiscono, gli apparati di sicurezza sono diventati più vulnerabili per le epurazioni seguite al golpe fallito di luglio.
La crisi della Turchia ci interessa direttamente. Gli europei chiederanno a Erdogan non solo di fare il custode di due milioni di profughi siriani ma di diventare l’argine al ritorno dei foreign fighters che combattevano per l’Isis e altri gruppi radicali.
Certo non si comincia bene quando il “poliziotto” ricatta il suo maggiore alleato, gli Stati Uniti. Ma siccome è tornato amico di Putin, Erdogan pensa di usare Nato e Usa per negoziare con Mosca svincolandosi da una fedeltà vista ormai come fumo negli occhi: l’America ospita Fethullah Gulen ed è ritenuta l’ispiratrice del golpe d’estate.
La lotta al terrorismo coincide quindi con un altro problema, quello della Turchia, che americani ed europei hanno lasciato incancrenire. Che cosa hanno fatto per frenare la deriva di Erdogan? Quasi niente. Anzi gli Usa dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton lo hanno incoraggiato nell’avventura siriana insieme alla Francia e alle monarchie del Golfo. Se Erdogan ha aperto l’autostrada della Jihad, americani ed europei hanno poi spalancato in Medio Oriente un’autostrada a Putin.
Il punto è che la corsa di Erdogan contro Assad è finita e quella successiva, contro il Califfato, è densa di incognite.
Abbattere l’Isis è fondamentale per privare i jihadisti dell’arma di propaganda delle conquiste territoriali: su questo si basa il mito sanguinoso del Califfato che ispira i terroristi. Ma non basta.
Chi farà l’offensiva a Raqqa, capitale dell’Isis? Secondo gli americani doveva essere una coalizione di arabi e curdi siriani ma questa opzione sembra naufragata. Ci sono alternative occidentali? No, a quanto pare. E questo avviene in un momento chiave: se il Califfato dovesse crollare, cosa accadrà alle legioni di Al Baghadi e ai foreign fighters, forse ventimila secondo i dati di Europol?
Ci dovremo affidare alla Russia, all’Iran, a Erdogan e anche ad Assad. Bisognerà meditare se non sia il caso di riaprire le ambasciate a Damasco, almeno a livello inferiore, perché è da lì che arrivano informazioni sui jihadisti. La Tunisia, pur ostile al regime siriano, lo ha già fatto perché ha 6mila foreign fighters tra Siria, Iraq e Libia. Ha riaperto anche l’Egitto di Al Sisi: fatto salvo il caso Regeni, forse serve rivedere la presenza diplomatica al Cairo in funzione della Libia dove l’Italia è stata spiazzata dall’ascesa del generale Khalifa Haftar sostenuto da egiziani, francesi e russi. Per l’Italia il fronte libico (immigrazione e sicurezza) è fondamentale è non può limitarsi a Tripoli e Misurata.
La lotta al terrorismo richiede, come ha sottolineato Gentiloni, la massima attenzione al contrasto della propaganda sul web e nelle carceri. Ma ci vuole una strategia nostra e occidentale per Siria e Libia. Tutti aspettano Trump ma intanto gli eventi in Medio Oriente vanno avanti. La guerra non dorme, il terrorismo non bussa alla porta, non prende appuntamenti. E l’Occidente, dimentico del passato, rischia di farsi sorprendere dal presente.

Fonte: il Sole24Ore (6-1-2017).

 

La nuova guerra fredda tra Russia e USA è finita

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Con l’annuncio, da parte di Trump, della nomina a Segretario di Stato di Rex Tillerson, Ceo di Exxon Mobil dovrebbe essere chiaro che un epoca si è davvero conclusa. Mi riferisco all’epoca delle guerre presunte umanitarie scatenate dall’iperpotenza americana dopo i fatti dell 11 Settembre 2011. Infatti Tillerson è noto per essere un ottimo amico della Russia con la quale ha stipulato in passato lucrosissimi affari. Questo dovrebbe riportare i rapporti tra i due stati su un sentiero di fiducia reciproca che potrebbe garantire un grande accordo sia in Medio Oriente che in Ucraina.  Molto probabilmente questo accordo sarà ricordato dagli storici – qualora vedrà la luce – come la Pax Petrolifera. Altri avvenimenti della massima importanza spingono verso la possibilità che la Pax Petrolifera si materializzi:

  • L’Opec ha finalmente trovato un accordo per il taglio di oltre un milione di barili al giorno a partire da Gennaio. Ciò è stato possibile grazie al fatto che i due grandi nemici – Arabia Saudita e Iran – hanno trovato l’intesa peraltro favorita e benedetta dalla Russia che si è impegnata a tagliare quasi un altro mezzo milione di barili al giorno;
  • La Russia ha ceduto il 19,5% del colosso petrolifero statale Rosneft ad un consorzio composto dalla svizzera Glencore e dal Fondo Sovrano del Qatar. Si, proprio quel Qatar che arma i guerriglieri in Siria e che la Russia bombarda.

E’ troppo evidente, per chi ha occhi per vedere, che stia maturando, sotto traccia, un grande accordo del quale ancora non conosciamo tutti i risvolti anche perché Trump ancora non è insediato. Possiamo però individuare quelli che potrebbero essere i grandi sconfitti.

Sicuramente tra gli sconfitti c’è l’Amministrazione Obama che aveva fatto la scelta di muovere guerra (forse fredda) alla Russia. Questa strategia impostata dai dottor Stranamore neoconservatives che circondavano Obama sembra completamente ribaltata grazie alla scelta di Trump di nominare il Ceo di Exxon Mobil. Il secondo grande sconfitto sarà l’asse UE-Nato (due facce della stella medaglia, la UE è la faccia economica mentre la Nato è la faccia militare) che vede il suo grande protettore d’oltreatlantico stringere un grande accordo con la Russia di Putin ovvero quello che da sempre è considerato il nemico assoluto. Una situazione questa che sarà foriera di enormi sviluppi economici e politici. Se gli USA si alleano con la Russia può la Nato (e di rimando la UE e l’Euro) sopravvivere? In altri termini gli europei saranno disposti a caricarsi sulle spalle la sopravvivenza della Nato visto che Trump tra le altre cose, ha dichiarato in campagna elettorale di non essere disposto a pagare a pie’ di lista la difesa dell’Europa? Altro sconfitta è l’Ucraina post golpe: la nuova amministrazione USA sarà disposta a mettere a rischio la Pax Petrolifera che sta maturando per una nazione sostanzialmente irrilevante (nella nuova situazione geopolitica) e in bancarotta finanziaria? Zeroconsensus dubita fortemente. Discorso più complesso quello relativo alla Cina: senza dubbio l’amministrazione Trump non ha minimamente dato l’impressione di voler smontare il pivot to Asia (l’accerchiamento militare della Cina da parte americana) organizzato da Obama e dall’altro lato i nuovi buoni rapporti USA-Russia potrebbero rendere meno granitico quel blocco che ha unito Cina e Russia negli anni bui in cui a Washington spadroneggiavano i neoconservatives. Ma la grande diplomazia russa potrebbe lavorare per ricucire i rapporti.

L’unica situazione di forte preoccupazione è questo periodo di interregno precedente all’insediamento di Trump. Un colpo di coda dei neoconservatives in questa fase è sempre possibile (sebbene improbabile) al fine di rinfocolare la tensione con la Russia e porre Trump di fronte al fatto compiuto.

Il 2017 si annuncia comunque come un anno di grandi cambiamenti. A partire da questa Europa davvero ingessata come la sua Mister Pesc Mogherini che ancora oggi – con un riflesso degno del cane di Pavlov – parlava di nuove sanzioni alla Russia e alla Siria per la riconquista di Aleppo. La signora non è stata avvisata che il mondo che l’ha elevata a quel rango non esiste più.

Trump il Grande Restauratore

trump

Al di là delle considerazioni contingenti, vorrei far notare che le analisi sulla vittoria di Donald J. Trump sono di una povertà disarmante, legate agli stessi schemi che hanno impedito di prevedere almeno in parte questo risultato.

La disamina dovrebbe riguardare almeno questi punti:

1) Trump è l’imprenditore che si fa politico e non demanda più ai politici di professione la tutela degli interessi suoi (e del gruppo che rappresenta) come accade alla borghesia in genere. Sotto questo aspetto la parabola italiana di Silvio Berlusconi non è più un’anomalia mondiale ma un nuovo modo di fare capitalismo.

2) Trump rappresenta un vecchio capitalismo contrario al liberoscambismo e legato a produzioni classiche (dall’edilizia, alle armi leggere fino alle produzioni manifatturiere) ed è in contrapposizione al capitalismo post-moderno (rappresentato in senso classico da una politica di professione come Hillary) finanziario e tendente a comprimere i salari tramite le delocalizzazioni. Inevitabilmente anche una parte della biografia imprenditoriale di Trump è legata all’ubriacatura trentennale dell’Economia della truffa, ma la sua proposta politica attuale ha come nota dominante la critica a questa deriva del sistema.

3) Dal punto di vista della dottrina economica come definire la #trumpenomics? Forse è presto per parlare di questo ma la sua consigliera economica in campagna elettorale è per il Gold Standard (anche qui riemerge un capitalismo del passato che andava a braccetto con il manifatturiero, i dazi e il controllo di capitale. Un caso? Io non credo….). #Trumpenomics secondo altri sarà anche un Volker shock monetario 2.0. Gold Standard e Volker Shock possono andare a braccetto tra loro? Possibile, sì. Corollario: una politica monetaria di questo genere – qualora fosse veramente messa in pratica – sarà sì uno shock, non so per gli USA, di sicuro per l’UE. In tal caso l’Euro non avrebbe alcuna speranza di sopravvivenza.

 

4) Come si dispiegherà un’eventuale politica economica come quella di cui al punto 3 in un’epoca in cui conteranno sempre di più le criptovalute?

 

5) Ri-localizzazione delle attività manifatturiere in USA significherà più lavoro per la classe media e proletaria, oppure a causa dell’innovazione robotica continuerà l’inverno dello scontento? Cioè: le aziende possono pure riallocare fattori produttivi sul suolo statunitense, ma con i robot è difficile (anzi, è impossibile) che ci sia una ripresa dell’occupazione e dei salari come negli anni ’50 del secolo scorso.

 

6) Questo strano presidente-capitalista che parla di protezionismo vuole abbandonare la Nato e dunque sarebbe isolazionista anche in politica estera, e dunque non imperialista. Vero? Possibile? Non sappiamo ancora. Il partito repubblicano ha ancora moltissime connessioni con la galassia neocon, in grado di pesare. Vedremo i rapporti di forza reali.

7) Quali e quante altre nazioni avranno il loro #BerlusTrump imprenditore taumaturgo?

8) Varie ed eventuali.

Ecco, di queste cose bisognerebbe parlare. Comunque siamo di fronte ad un movimento epocale del capitalismo, sia dal punto di vista economico, che sociale che ideologico. E se non era Trump era un altro.

Originariamente pubblicato per MegaChip

Il Grande Fratello dei sondaggi

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di Pino Cabras

Se ci si abitua alle sciocchezze ripetute come un mantra si diventa strutturalmente stupidi. Prendete la discussione sui “sondaggi sbagliati”, ossia sui risultati “che hanno smentito mesi di sondaggi univoci”. Il problema, posto così, è fuorviante, e se si accetta questa impostazione, ecco davvero che si vibra al suono della stupidità.
La domanda vera è invece: “a cosa servono davvero questi sondaggi?” Semplice. Servono alla stessa élite che possiede i candidati e i grandi media. Candidati, media e sondaggisti agiscono talmente di concerto che costituiscono uno sterminato ministero orwelliano mascherato da pluralismo. I sondaggi oggi sono una sorta di profezia artificiale che aspira ad autoadempiersi in base a strategie manipolatorie di massa. Vorrei ricordare che Wikileaks ha scoperto i media con il sorcio in bocca: decine di giornalisti delle più “prestigiose” testate adeguavano ogni loro mossa ai voleri della candidata Hillary Clinton. L’intera galassia dei grandi media ha sbagliato previsioni perché non raccontava la realtà, nascondeva gli scandali di una candidata immersa in un oceano di corruzione, malaffare, tangenti milionarie e legami con despoti sanguinari. Il sistema voleva influenzare quella realtà e intossicarla con sondaggi totalmente falsificati che sperava di trasformare in fatti. Non ha funzionato abbastanza, evidentemente.
La bolla mediatica occidentale è passata dal terreno della semplice inattendibilità in malafede al terreno della follia, dove l’inganno confina insanamente con l’autoinganno.

La Seconda Rivoluzione Americana

rivoluzione

 

La due prime rivoluzioni borghesi – quella americana e quella francese – sono state fatte da rozzi lavoratori chiamati sans-culottes e da altrettanto rozzi coltivatori di cotone e tè diretti da borghesi populisti come Robespierre e Washington.

Le élites sconfitte oggi – banchieri, finanzieri, manager di multinazionali – non sono borghesi sono piuttosto dei nobili legibus soluti al pari dei nobili francesi e dei colonialisti inglesi. Questi signori nel 2008 erano falliti e sono stati dispensati dall’applicazione della terribile legge del mercato con i soldi della FED e dello Stato Federale. Nonostante questa grazia ricevuta fino a ieri si sono comportati con l’arroganza dei padroni scaricando la crisi sulle classi lavoratrici e sui popoli schiacciati dalle loro guerre umanitarie.

Quello che è successo, se non verrà tradito da Trump, è una nuova rivoluzione borghese. Poche chiacchiere.

Avvertimento russo dal Mar Caspio /2

russia

Il bombardamento russo – contro ISIS & Co. – con missili da crociera partiti dal Caspio deve essere stato uno shock di proporzioni enormi per gli occidentali. Lo si nota dalla reazione dei principali mass media alla notizia: all’inizio hanno provato a negare i fatti insinuando che il filmato del lancio dalle corvette russe sul mar Caspio fosse un filmato falso. Poi sono passati all’accusa che i missili russi avessero colpito tre ospedali di una fantomatica ONG con sede legale a New York. Infine la CNN ha strillato che alcuni missili non hanno raggiunto il bersaglio e sono caduti in Iran. E tutti a riprendere questa notizia senza riscontri, sebbene in linea di principio sia possibile che un lancio così devastante come quello russo – se non altro per il gioco delle probabilità – abbia qualche percentuale di insuccessi.

Fatto sta che risulta palese la volontà prima di negare e poi di sminuire questa azione militare. Ma per quale motivo?

Innanzitutto perché l’attacco russo va in contrasto con la narrazione occidentale dominante, la quale vuole che solo la NATO e gli Stati Uniti abbiano armi tecnologicamente avanzate, mentre tutti gli altri – quando va bene – sono rimasti al tempo della seconda guerra mondiale.

Ma l’azione russa è stata scioccante anche per un altro motivo: i russi hanno dimostrato di essere riusciti a non farsi imbrigliare dal trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) – siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov – che vieta il posizionamento di missili a raggio intermedio sul suolo dell’URSS e dei paesi aderenti alla NATO.

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A quanto pare il trattato INF ha una falla: non vieta l’installazione di questi sistemi d’arma quando siano imbarcati. Da qui il colpo di genio degli strateghi russi: costruire delle corvette (Bujan M) provviste di missili da crociera a raggio intermedio e posizionarle in quel grande lago che è il Mar Caspio, che si trova al confine dell’Europa ed è contiguo al Medio Oriente. E soprattutto, il Mar Caspio è un bacino in cui non ci sono navi della NATO che possano in qualche modo “disturbare” le imbarcazioni della marina russa. Il risultato finale è che i russi possono colpire con missili da crociera a raggio intermedio (fino a 2500 km) tutte le installazioni della NATO presenti dall’Afganistan fino alla Penisola Arabica per finire con la Turchia e tutta l’Europa dell’Est.

In un certo senso il trattato INF per la Russia non esiste, mentre per la NATO sì.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la totale incapacità dei pianificatori della NATO e dei servizi d’informazione di prevedere tutto questo. Eppure non c’era bisogno di informazioni riservate. Bastava guardare Wikipedia per sapere che le corvette Bujan M della flottiglia russa sul Mar Caspio sono dotate di missili da crociera SS-N-27. O bastava seguire le fonti aperte russe su internet che almeno dal 2014 spiegano che con questa mossa “caspica” lo stato maggiore russo è riuscito ad aggirare il trattato INF.

Questo non significa che i servizi di informazione occidentali non seguano queste fonti. Molto più semplicemente hanno giudicato la notizia come mera propaganda, dimostrando di essere loro i primi a intossicarsi con le polpette propagandistiche che diffondono essi stessi.

Articolo pubblicato originariamente su megachip.globalist.it

Avvertimento russo dal Mar Caspio

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Il ministero della difesa russo ha dichiarato che 26 missili cruise sono stati lanciati contro l’ISIS da navi russe posizionate sul Mar Caspio. Urge guardare la cartina geografica, per capire il notevole significato di questa azione.

Ora, non c’è alcuna motivazione militare, economica, strategica, politica per lanciare dei missili da crociera a media gittata dal Caspio fino alle postazioni di quegli straccioni mangia fegato dell’ISIS: sono più che sufficienti i bombardamenti aerei dei Sukhoi: i Su-24, i Su-25 o al massimo i Su-34.

L’unica spiegazione logica è che si tratti di un avvertimento a chi quei missili se li è visti fischiare sotto il naso. Avvertimento che suona più o meno così: «Possiamo colpire le vostre basi quando e come vogliamo in totale sicurezza. E da un posto, il Caspio, dove a voi è praticamente impossibile arrivare».

Ogni riferimento ad alcuni che si erano dichiarati pronti a invadere la Siria (Sauditi, Qatarioti, Emirato del Bahrein, Kuwait) come pure alle basi statunitensi in loco non è assolutamente casuale.

Chissà come la prenderà quel vecchio dottor Stranamore di Zbignew Brzezinski, che appena pochi giorni fa ha scritto un editoriale sul Financial Times in cui invitava alla rappresaglia contro i russi per farli desistere da azioni militari che «danneggiano gli asset americani», dove gli asset sono i jihadisti e qaedisti presenti in Siria e «sostenuti dalla CIA»: una nuova ammissione clamorosa, dopo quella del senatore John McCain.

Brzezinsky la fa facile: « La presenza navale e aerea russa in Siria è vulnerable, isolata geograficamente dalla madrepatria. Possono essere disarmati se insistono a provocare gli USA».

I missili caspici sembrano ricordare a Brzezinski (e ai disgraziati che volessero ispirarsi a lui), quali sono le vere distanze dalla madrepatria.

Pezzo pubblicato originariamente su Megachip.globalist.it

 

USA-Cina: la guerra valutaria continua

US dollar and Chinese renminbi

Moltissimi sono i commenti che vorrebbero spiegare la decisone di oggi della banca centrale cinese di svalutare lo yuan di circa il 2% rispetto al dollaro. Commenti, permettetemi, male informate. Almeno così la vede zeroconsensus.

La Cina, in un contesto di rallentamento dell’economia mondiale (compresa la propria). ha deciso senza dubbio di dare maggior respiro alle proprie esportazioni. Questa è la spiegazione “strumentale”; certamente vera. Però ve ne è un altra, più profonda e altrettanto vera.
La Cina da anni sta progettando/accompagnando lo yuan verso la piena e libera convertibilità sul mercato della moneta e conseguentemente la sua trasformazione in moneta di riserva mondiale, quantomeno al pari del dollaro.
Questa trasformazione non è facile e consta di vari passaggi:

1) Accumulo di enormi riserve d’oro.
2) Firma di contratti bilaterali (currency swaps) con altre banche centrali per l’utilizzo dello yuan (e della moneta della controparte) negli scambi commerciali bilaterali.
3) Vi è stato il tentativo di accrescere il proprio “peso azionario” all’interno del FMI, tentativo fino ad ora fallito a causa del veto USA.
4) In conseguenza al punto 3 la Cina ha allora costituito la New Developement Bank con i paesi “Brics” e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture. Queste due istituzioni sono un’aperta sfida all’FMI e all’egemonia USA in questa istituzione.

In questo contesto, è proprio di questi giorni la notizia che vi è stato il diniego da parte del FMI ad introdurre lo yuan nel basket dei Diritti Speciali di Prelievo (Special Drawing Rights) del FMI. L’entrata tra le monete che compongono gli SDR sarebbe stata una bella legittimazione per lo yuan nella sua ambizione di diventare moneta globale. Gli USA che vogliono che il Dollaro sia l’unica moneta “indispensabile” hanno bloccato questa richiesta.
Ed ecco a stretto giro di posta è arrivata oggi, da parte cinese, la svalutazione dello yuan sul dollaro.

La guerra valutaria continua. Nel silenzio generale.

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La Maskirovka dello Zar (parte II)

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Zeroconsensus sta seguendo con la massima cura l’evolversi della crisi tra l’Occidente e la Russia (anche se forse sarebbe più corretto parlare di “blocco asiatico” comprendente oltre alla Russia almeno la Cina). Questo perchè a mio umile parere siamo di fronte ad un passaggio storico, una di quei tornanti della storia che – chiunque prevarrà – trasformerà gli assetti e gli equilibri tra potenze sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto economico.

Già in uno dei pezzi precedenti avevo provato a spiegare che tutta la narrazione proposta dai maggiori media occidentali e dai suoi cosiddetti “analisti” tendente a dimostrare che era in atto una manovra di geometrica potenza dell’Occidente al fine di mettere il ginocchio la Russia tramite l’abbattimento dei prezzi del petrolio e la disintegrazione del valore del Rublo è una narrazione che oggettivamente non sta in piedi.

In questo inizio di anno ne abbiamo avuto l’ennesima prova, sebbene i cosiddetti “analisti” non tengono in considerazione (probabilmente manco conoscono) i dati reali. Infatti l’agenzia di stampa americana Bloomberg (di certo non sospettabile di mancanza di fedeltà all’Impero americano) ci informa che nel mese scorso la produzione di petrolio russo è aumentata al record di 10,61 milioni di barili al giorno. Ben strano che una nazione che dovrebbe avere il massimo interesse – secondo gli analisti occidentali – a tenere i prezzi alti per evitare il collasso del bilancio dello Stato e della sua economia spinga la produzione a nuovi massimi deprimendo ulteriormente il prezzo. Insomma, la narrazione proposta sembra una visione onirica di cantori del trionfo imperiale anche di fronte ad una evidente sconfitta. Infatti sempre consultando Bloomberg si scopre che con prezzi del petrolio che si attestano sui 50 dollari al barile a rischiare lo schianto sono le società che producono petrolio di scisto negli USA e in Canada (oltre che le società che estraggono a caro prezzo petrolio sul Mare del Nord).

Guardando dunque ai dati della produzione appare sempre più evidente che anche la manovra per abbattere il prezzo del petrolio è più una Maskirovka dello Zar per distruggere la produzione americana con il sistema del fraking che una manovra americana con il contributo dei sauditi per distruggere la Russia.