zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Tag: USA

La maskirovka dello Zar (Parte I)

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Dopo un lungo periodo di inattività, del quale zeroconsensus si scusa, riprendiamo oggi la compilazione di questo diario.

 

Senza dubbio in questo momento l’argomento cruciale è la tempesta valutaria che ha colpito la Federazione Russa in conseguenza al crollo delle quotazioni del barile di petrolio. Secondo la totalità degli analisti, sia economici che politici, la tempesta perfetta che ha colpito la Russia è una sorta di punizione inflitta dall’Occidente e dal suo paese leader per i comportamenti “non collaborativi” in relazione alla crisi ucraina e all’annessione della Crimea. Tale visione è accettata e avvalorata sia dai commentatori occidentali (e filo occidentali), sia dai pochi commentatori filorussi occidentali, sia dallo stesso Putin che ieri durante la conferenza stampa di fine anno con la stampa internazionale ha detto che il doppio crollo petrolio-rublo è legato al rifiuto della Russia di essere “vassalla” (testuale) dell’Occidente.

Se andiamo a valutare gli effetti reali di questa guerra economica scatenata contro la Russia però ci accorgiamo che non tutto quadra. Andiamo a verificare le conseguenze sulla Russia e sull’Occidente.

Conseguenze sulla Russia:

1) Sul bilancio statale della Federazione Russa il doppio crollo Petrolio-Rublo ha addirittura effetti positivi: l’agenzia Bloomberg ci informa che il crollo delle entrate statali derivanti dalla vendita del petrolio sono ampliamente compensate dal crollo del Rublo, questo grazie al fatto che il cambio è sfavorevole ma il petrolio russo viene pagato in dollari ipervalutati. Infatti vediamo che il saldo fiscale del bilancio statale nel mese di Novembre (dunque con l’attacco speculativo in corso) ha regalato un surplus di 1270 miliardi di rubli contro i 600 miliardi del Novembre del 2013. Dunque allo stato non è ipotizzabile nessun taglio al welfare state russo per sistemare il bilancio che anzi si è rafforzato;

2) Gli aumenti monstre del tasso ufficiale di sconto (ormai al 17%) hanno senza dubbio l’effetto di restringere gli investimenti soprattutto nel tessuto delle piccole imprese ma potrebbe esserci una compensazione dovuta allo sviluppo delle relazioni commerciali con la Cina. Per quanto riguarda l’onere del debito pubblico statale (per la verità abbastanza basso) invece è da notare che la Russia ha cancellato, nel 2014, ben 24 aste di propri titoli pubblici proprio grazie all’andamento dei conti pubblici.

3) Per quanto riguarda il rifinanziamento del debito delle grandi aziende strategiche colpite dalle sanzioni finanziarie occidentali (è fatto divieto alle banche europee e americane di concedere prestiti alle aziende russe per un tempo superiore ai 30 giorni) è da notare che queste possono attingere al Fondo sovrano statale (National Welfare Fund) che ha un patrimonio di circa 150 miliardi di dollari. Inoltre sono previste privatizzazioni parziali come quella del colosso petrolifero Rusneft (lo stato passerebbe da circa il 68% delle azioni al 51%) per attrarre capitali stranieri, verosimilmente cinesi. In generale credo si possa azzardare come la situazione sia tutt’altro che fuori controllo.

4) Sicuramente visti gli attuali tassi di cambio dollaro-rublo alla nascente classe media russa saranno preclusi i beni di alta gamma occidentali. Questo potrebbe creare in prospettiva del malcontento ma vista l’enorme popolarità di Putin è veramente difficile ipotizzare una rivoluzione nel nome dell’Ipod.

Conseguenze sull’occidente:

a) Per quanto riguarda gli USA le conseguenze dirette possiamo azzardare che saranno veramente modeste: l’interscambio tra le due nazioni (fonte: dogane russe) è molto basso ed equivalente a soli 22,3 miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2014. Nulla che abbia, manco lontanamente, rilevanza sistemica dunque.

b) In relazione all’interscambio commerciale tra Unione Europea e Federazione Russa la situazione è ben diversa. Innanzitutto l’interscambio è di proporzioni enormi: le Dogane Russe ci informano che esso equivale a 293 miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2014 e in diminuzione del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2013 (si noti che le sanzioni anti russe a settembre erano già entrate in vigore). Giusto a titolo esemplificativo solo l’Italia, da quando sono iniziate le sanzioni, ha perso fino ad Ottobre circa 3,2 miliardi di euro di esportazioni. Una cifra enorme anche in considerazione allo stato comatoso dell’economia italiana. Non migliore è comunque la situazione degli altri paesi europei, Germania compresa.

c) Dal punto di vista finanziario le conseguenze potrebbero essere molto gravi  L’agenzia di rating S&P proprio oggi all’atto del declassamento del sistema bancario italiano ad un passo dal livello “spazzatura” ha sottolineato come la crisi del rublo colpirà i sistemi bancari dell’Italia, della Francia e dell’Austria fortemente esposti in Russia.

d) Il prezzo del petrolio particolarmente basso andrà a colpire l’industria del fracking oil americana e il sistema finanziario fortemente esposto con questa industria (non è difficile però ipotizzare qualche forma di “compensazione” dalla FED). In maniera ancora più potente, secondo gli esperti, i prezzi bassi andranno a colpire la Gran Bretagna che vede totalmente spiazzato il petrolio del Mare del Nord che ha dei costi di estrazione molto alti.

Insomma andando a valutare (nel limite delle capacità di zeroconsensus) assistiamo ad una ben strana situazione: la guerra economica scatenata dall’Occidente per punire la Russia va a colpire, probabilmente, in maniera più forte l’attaccante rispetto a chi dovrebbe essere la “vittima sacrificale”.

L’analisi di questa strana guerra economica ha spinto zeroconsensus a indagare un po’ più approfonditamente la genesi del crollo del barile, non accontentandosi della narrazione totalitaria (paradossalmente sia gli “obamiani” che i “putiniani” convergono) secondo la quale sono stati gli USA a costringere i propri alleati di ferro sauditi a far crollare il prezzo per punire l’insubordinato Putin.  Invece secondo gli esperti le cose sono andate diversamente: alla riunione dell’OPEC del 27 Novembre a Vienna i sauditi erano disposti a tagliare la produzione per evitare il crollo dei prezzi ma – ragionevolmente – volevano che anche i russi tagliassero la loro produzione. I russi non hanno accettato questa condizione. Fossero andate così le cose la responsabilità del crollo del prezzo del petrolio sarebbe totalmente imputabile alla volontà dei russi. E dunque sarebbe anche spiegato lo strano fenomeno di questo doppio crollo (rublo-petrolio) che va a colpire in maniera più forte l’Occidente che la Russia.

Vista sotto questa luce, la guerra economica dell’Occidente contro la Russia assume un aspetto totalmente diverso e appare come una guerra economica della Russia contro l’Occidente. Una situazione che solo per chi non conosce la storia può apparire impossibile. La storia della grande diplomazia e dell’arte militare   russa è costellata di “maskirovke” e di inganni contro il nemico. Basti pensare a Napoleone che fu fatto avanzare fino a Mosca (che i russi bruciarono) facendogli credere di avere la vittoria in tasca per poi – una volta sfiancato – travolgerlo con la cavalleria cosacca.

Infine, va comunque sottolineato che l’Occidente – al di là di chi ha scatenato la guerra economica – non è esente da colpe, anzi, è assolutamente responsabile dell’ira dell’orso russo avendolo umiliato per un intero decennio (l’era Yeltcin) e avendo addirittura appoggiato i fanatici sanguinari islamici che hanno insanguinato il Caucaso. La dirigenza occidentale rischia di essere travolta dal caos da essa stessa generato per tronfia arroganza e per ignoranza della storia: ci sono cento modi per far uscire l’orso russo dalla tana, non ce n’è nessuno per farlo rientrare.

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Gli USA e il whabbismo islamico.

sauditi

di Joseph Halevi

 Spesso certe scelte creano della concatenazioni impreviste, ciò che in inglese si chiama unintended consequences. Un buon esempio è Hamas a Gaza. Israele appoggiò fortemente il radicamento di Hamas a Gaza perchè la politica israeliana era tutta diretta a combattere i terroristi, così li chiamavano, dell’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina, diretta da Arafat. Senza assolutamente pretendere di dare una risposta esaustiva, credo che, nel caso degli USA, si possano elencare una serie di scelte politiche che hanno portato Washington a coltivare volente o nolente forze islamiste anti laiche. A mio avviso il fatto più importante – e forse anche il primo sul piano cronologico è – è l’incontro tra il Presidente Roosevelt ed il Re Saudita Ibn Saud a Port Said mentre Roosevelt rientrava negli USA dopo la conferenza di Yalta (con Stalin e Churchill) nel 1945, poco prima che Il Presidente morisse. L’incontro con Saud non comportò alcun documento scritto, alcun trattato, esistono solo delle note a mo’ di verbali, Tuttavia l’incontro Roosevelt Ibn Saud viene considerato tanto importante quanto un trattato di alleanza. Nell’incontro venne stipulato che gli USA avrebbero appoggiato la monarchia saudita senza condizioni, a oltranza, in cambio delllo sfruttamento dei giacimenti di petrolio esclusivamente da parte di società petrolifere USA. Questo patto implicò (a) l’espulsione della Gran Bretagna dall’Arabia Saudita (notare che la monarchia saudita era una creazione inglese in quanto il regno fu formato da Londra nel 1932), (b) la concessione dello sfruttamento dei giacimenti solo e soltanto a società USA – a tal proposito fu formata la società petrolifera ARAMCO (Arab American Company) che fino alle naziionalizzazioni del 1974-5 possedeva l’economia del Regno Saudita – comportò il passaggio delle finanze saudite dalla sterlina al dollaro via i petrodollari appunto. Il patto Roosevelt-Ibn Saud implicò immediatemente che (c) il governo USA si incaricava di proteggere al massimo il patto interno su cui si reggeva e si regge la monarchia saudita e della famiglia di Ibn Saud in particolare. Il patto interno che ha permesso il varo nel 1932 da parte degli inglesi dell’ Arabia Saudita è la promozione del wahabbismo come regime politico religiso e culturale del paese. Le basi ideologiche e religiose di Al Qaeda (che significa non a caso elenco/banca dati, perché?) e del “califfato” sono di matrice wahabbita. Così anche le procedure punitive. Infatti amputazioni di mani, lapidazioni e decapitazioni avvengono in Arabia Saudita regolarmente, per via “giudiziaria” . Nessun governo euro-occidentale e tanto meno quello USA ne parla a meno che non siano coinvolte persone occidentali (donne occidentali e/domestiche di diplomatici occidentali). La monarchia saudita si è anche incaricata di sostenere l’espansione del whabbismo e suoi derivati sia nella penisola arabica che contro gli sciiti iracheni e dell’Iran per non parlare dei curdi. L’Arabia Saudita fu dietro Il FIS (Front Islamique du Salut) in Algeria ed anche dietro i movimenti islamisti nel Daghestan nel Caucaso russo, sempre appoggiati, anche, inizialmente, nel caso del FIS, da Washington. Uniformemente agli interessi di Washington Israele si è fatto protettore del regime saudita, in realtà anche prima di entrare in una relazione strategica con gli USA ma attraverso la collisione tra Ben Gurion ed il monarca hasheminta della Giordania Abdullah.

Il pezzo è tratto dalla pagina Facebook del Professor Halevi

Crisi valutaria nell’oceano Pacifico?

Dragone

Alla crisi finanziaria esplosa nel 2007 negli Stati Uniti d’America e espansasi quasi immediatamente in tutto il mondo occidentale (USA, Europa, Giappone)  i regolatori politici e monetari hanno risposto in maniera variegata ma riconducibile a due strategie:

1) USA e Giappone hanno implementato politiche incentrate integralmente sul quantitative easing, tendenti in buona sostanza a finanziare le casse statali disastrate a causa dei salvataggi delle banche e di aziende ritenute strategiche (a titolo di esempio l’amministrazione Obama ha salvato General Motors e Chrysler). Un altro obbiettivo che si è voluto ottenere (soprattutto negli USA) è quello di tenere più bassi possibile i tassi di interesse consentendo di ottenere due risultati: un servizio sul debito pubblico non troppo esoso per le casse statali e soprattutto una “rivalutazione” dei corsi di tutti quelli strumenti finanziari, legati al mercato immobiliare, che sono stati la scintilla che ha fatto deflagrare la crisi negli  Stati Uniti. A tale proposito basti pensare che le tre manovre di quantitative easing implementata dalla FED prevedono l’acquisto non solo di titoli di stato federali ma anche di titoli legati al mercato immobiliare consentendo un recupero dei corsi (che è anche una riduzione dei tassi) di questo genere di assets fondamentali per stabilizzare il sistema bancario di cui è tutt’ora imbottito.

Fed-Balance-Sheet-2003-2013

Nel grafico (Fonte: Fed S. Louis) si può notare l’esplosione degli assets detenuti dalla banca centrale americana.

fig1

In questo secondo grafico (Fonte: FED) si può notare che oltre all’acquisto di titoli di stato vi sia anche un colossale acquisto di titoli legati all’immobiliare.

Non è azzardato dire che la strategia della FED sia stata possibile grazie al fatto che il dollaro è la moneta di conto degli scambi internazionali, in particolare di quelli energetici. Tale status obbliga le banche centrali di tutto il mondo ad accumulare una notevole massa di dollari evitando – in definitiva – che le manovre monetarie spregiudicate della FED portino allo scoppio di fenomeni inflattivi. Altro vantaggio indiretto di questo privilegio è quello di evitare che l’eccessivo indebitamento degli Stati Uniti porti ad un abnorme aumento di tassi di interesse. Aumento che comporterebbe problemi nel rifinanziamento del debito e in definitiva facendo precipitare gli USA in quella che non è azzardato definire”sindrome italiana”.

Anche il Giappone ha implementato politiche monetarie espansive che hanno portato il rapporto debito/Pil fino al 245%.  Tali manovre a detta dell’OCSE comunque non hanno portato a forti aumenti del tasso di crescita del PIL che sono dipesi più dell’aumento degli investimenti pubblici (+ 6,5%) che dall’aumento dei consumi interni. Da notare che alla fine anche il fantasmagorico Premier giapponese è stato costretto a implementare delle manovre di “controllo” – almeno parziale – del debito (come per esempio l’aumento dell’IVA dal 5% all’8%) per evitare che questo diventi totalmente insostenibile nonostante l’industria giapponese sia ad alto valore aggiunto e molto orientata all’export. Non appare azzardato affermare che tali manovre siano state meno efficaci di quelle americane non avendo lo yen lo status “internazionale” che fino ad ora è riconosciuto al dollaro. Anzi, è possibile che l’aumento dell’IVA porti ad una diminuzione dei consumi interni e quindi azzerando, o quasi, la crescita del PIL giapponese.  Tanto rumore per quasi nulla, dove il quasi sta a significare che l’aver spinto il debito pubblico al 245% non sarà esattamente privo di conseguenze se le autorità monetarie non riusciranno a tenere bassi i tassi di interesse.

2) L’area monetaria europea ha implementato politiche moderatamente e indirettamente incentrate sul quantitative easing e comunque accompagnate a misure di austerità nei paesi maggiormente in difficoltà finanziarie. Indirettamente perché lo statuto della Banca Centrale Europea vieta all’istituto di finanziare direttamente l’acquisto di bonds degli stati in difficoltà. Per aggirare questo divieto la BCE ha implementato una strategia dove le banche private sono state rifinanziate e, a loro volta, hanno acquistato titoli di stato evitando la crisi irreversibile delle finanze pubbliche tenendo bassi i tassi di interesse sui bonds e i relativi e celeberrimi spread.

ecb-balance-sheet-2012

Fonte: zerohedge

Le misure di Quantitative Easing “indirette” della BCE sono state accompagnate da misure di austerità che, oggettivamente, non hanno evitato la ristrutturazione del debito in uno dei paesi in difficoltà (la Grecia) a fronte di sacrifici che – non è esagerato – definire disumani richiesti al popolo greco. Per ora nelle altre nazioni in difficoltà queste manovre hanno portato ad una stabilizzazione dei tassi d’interesse sul debito a fronte però di una persistente recessione che ha portato all’aumento esponenziale delle sofferenze bancarie. Tale fenomeno rischia di essere fonte di nuove instabilità in un futuro non troppo lontano.  Da aggiungere che la strategia europea, secondo molti commentatori, è giustificata dal fatto che l’euro non ha lo status del dollaro di moneta di conto degli scambi commerciali internazionali. Dunque un eccessivo utilizzo di manovre di QE non controbilanciate da manovre di austerità nei paesi in difficoltà avrebbe spinto l’area euro verso la via percorsa dal Giappone che – come ho detto – non ha portato a benefici duraturi e potrebbe essere fonte di instabilità nel futuro. Dall’altro lato però va aggiunto che l’eccessiva intransigenza monetaria ha portato ad una fortissima rivalutazione rispetto al dollaro (1,35 euro al momento) con ovvie ripercussioni in materia di esportazioni extra area per esempio.

In questo quadro (che molto sommariamente) ho provato a descrivere si inseriscono le strategie di un Convitato di pietra. Strategie che andranno ad impattare nelle scelte dei paesi occidentali si di breve/medio periodo (Quantitative Easing) e sia di lungo periodo (commercio internazionale). Il Convitato di pietra di cui parlo è la Repubblica Popolare Cinese.

Per sommi capi il meccanismo che in trenta anni ha portato la Cina ad essere un gigante economico è stato il seguente: da un lato aziende americane ed europee hanno delocalizzato le loro produzioni accettando di aprire joint venture con aziende cinesi (ed in sostanza cedendo tecnologia), in cambio queste hanno avuto l’opportunità di produrre con costi di produzione enormemente più bassi di quelli che avrebbero dovuto sostenere nella madre patria. Tali aziende così hanno esportato in Europa e in USA le loro produzioni con enormi plusvalenze. Alla lunga la Cina ha accumulato enormi riserve valutarie soprattutto in Dollari reinvestendo in assets USA (a partire dai bonds governativi). In buona sostanza la Cina ha finanziato il proprio principale cliente.

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Fonte: via seekinghalpha

Mano a mano che gli USA hanno implementato manovre di Quantitative Easing sempre più spregiudicate la dirigenza cinese ha mostrato la sua crescente insofferenza e preoccupazione. Ma alle dichiarazioni è seguita anche una serie di fatti, tesi a ridimensionare il dollaro e dunque a scalzarlo da quello status di valuta di conto degli scambi internazionali:

1) Nel corso degli anni sono stati firmati con altri paesi contratti di Currency Swaps che negli scambi commerciali bilaterali consentiranno di tagliare fuori il Dollaro. Esempi di questi swaps sono quello con il Brasile, l’area euro, la Russia e il Giappone. Ma se ne contano molti altri con paesi minori.

2) La Cina ha iniziato a pagare il petrolio importato dalla Russia in yuan senza alcuna intermediazione del dollaro, andando ad intaccare il fulcro dello status del dollaro che è proprio il fatto che gli scambi energetici sono sempre stati pagati in dollari. Ma la notizia bomba è che la Shanghai Futures Exchange ha dichiarato che vuole implementare lo scambio di futures sul petrolio in yuan dunque senza alcuna intermediazione con il dollaro. Operazione che è indubitabilmente un attacco plateale alla supremazia del dollaro.

3) Il vice governatore della banca centrale cinese ha dichiarato che la banca centrale cinese non è più interessata ad aumentare le sue riserve in valuta estera. L’aver posto un limite alle proprie riserve sta a significare che si ha intenzione di non aumentare ulteriormente la quota di bonds americani detenuti.

4)Secondo alcuni commentatori è previsto per il 2015 la piena convertibilità dello yuan.

L’insieme di queste azioni cinesi sta a significare, credo inoppugnabilmente, la volontà di scalzare il dollaro dalla sua posizione di predominanza nei confronti delle altre monete. Del resto è da anni che Cina e Russia propongono la creazione di una moneta di conto internazionale in qualche modo assimilabili ai DPS del Fondo Monetario Internazionale. E’ evidente che questa strategia ponga in gravissimo pericolo la strategia americana di uscita dalla crisi e anzi potrebbe precipitare l’attuale iperpotenza in una crisi infinitamente più profonda di quella tamponata nel 2008. E’ altrettanto evidente come la strategia cinese e quella americana possano portare ad una crisi valutaria che potrebbe anche sfociare in qualche cosa di ancora più grave.

Il commercio internazionale come chiave per uscire dalla crisi?

mappamondo

Lord Keynes soleva dire che “Le idee degli economisti e dei filosofi, sia quando sono nel giusto, sia quando sbagliano, sono più forti della conoscenza della gente comune. Invece il mondo non è governato dalle loro idee, ma da qualcosa di diverso. Gli uomini politici, infatti, credono erroneamente di essere esenti da influenze intellettuali, e sono di solito schiavi di qualche economista defunto”.

Questa intuizione sembra calzante soprattutto in relazione alle strategie per la soluzione della crisi economica che attanaglia, in particolare, il mondo occidentale.  A guardar bene i decisori politici stanno implementando una strategia a più fasi per tentare di risolvere la crisi, infatti, nel breve periodo si stanno attuando politiche monetarie espansive (con l’esclusione dell’area monetaria europea) nel lungo periodo si sta tentando di implementare politiche inerenti il commercio internazionale.  Per esempio l’Unione Europea ha siglato un accordo commerciale (che andrà ad abbattere il 98% dei dazi e delle protezioni attualmente esistenti) con il Canada. Sembrerebbe quasi che questo accordo sia un accordo pilota di quel grande accordo commerciale transatlantico di cui si sta parlando tra Stati Uniti e Unione Europea.  Ma quali sono le motivazioni che spingono a due diverse aree a sottoscrivere accordi di libero scambio? Esistono vantaggi (per entrambe le aree) dovuti alla implementazione di questi accordi?

A queste domande provano a rispondere le dottrine economiche, esiste per la precisione, una precisa branca economica, conosciuta con il nome di “economia internazionale” nella quale si sono cimentati alcuni dei massimi economisti della storia: Smith con la sua teoria dei “vantaggi assoluti”, Ricardo con la sua teoria dei “vantaggi comparati” fino ad arrivare a von Haberler con la sua teoria del “costo-opportunità”.  Volendo fare una rapida carrellata possiamo dire che:

1) La teoria smithiana del commercio internazionale si basa sul principio che se un paese è più efficiente nella produzione di un bene rispetto ad un altro entrambi i paesi avranno vantaggio dalla scambio piuttosto che dalla produzione per il solo mercato interno;

2) La teoria ricardiana si basa sul principio che se un paese è più efficiente nella produzione di entrambi i beni da scambiare con un altro paese entrambi i paesi avranno comunque possibilità di scambi reciprocamente vantaggiosi;

3) Per la teoria del costo-opportunità di von Haberler, il costo di un bene è dato dal costo di un secondo bene a cui dobbiamo rinunciare per rendere disponibili le risorse necessarie alla produzione di una quantità aggiuntiva del primo bene.

In termini generali possiamo dire che per le teorie classiche sul commercio internazionale elencate sopra sommariamente mostrano come il libero scambio massimizza la produzione mondiale e in definitiva incrementa il benessere di tutti i paesi.  E’ proprio sulla base di queste idee che si stanno implementando/realizzando accordi commerciali colossali come quelli transatlantici tra USA, Canada ed Europa, credo di poter dire al fine di superare le secche della crisi economica che ci attanaglia. Solo il tempo potrà dirci se questi accordi daranno effettivamente reciproci vantaggi a tutti i paesi coinvolti.  Ricordo infatti che esistono teorie “non classiche” in materia di commercio internazionale. Senza dubbio tra queste la più nota è la teoria dello “scambio ineguale” di Emmanuel che postula come la differenza di costo del lavoro tra paesi ricchi e paesi poveri comporti – all’atto dello scambio – un travaso dai paesi poveri ai paesi ricchi di sovraprofitti e di sovrasalari, generando in definitiva uno scambio ineguale.

Da notare che anche il gruppo di paesi “antagonisti” (i cosiddetti BRICS)  al blocco occidentali sembrano adottare i medesimi ragionamenti e dunque stanno implementando strategie per aumentare gli scambi internazionali anche attraverso la realizzazione di avveniristiche infrastrutture.  A titolo esemplificativo in Asia sta sorgendo il “Trans-Asian railway network” che interconnette le reti ferroviarie di Russia, Cina, India e Kazakistan consentendo un rapidissimo trasferimento di grosse quantità di merci.

treno

Curiosa a tale proposito la posizione della Germania che da un lato è il paese leader dell’Unione Europea che sta implementando la zona di libero scambio transatlantico con gli USA e dall’altro lato ha stretto un accordo con la trans-asian-railway che trasporterà merci da Pechino a Berlino in 30 ore.  Visti i pessimi rapporti esistenti tra il blocco occidentale e quello Brics (come la crisi siriana ha plasticamente evidenziato) credo sia lecito nutrire qualche dubbio sulle reali intenzioni politiche del paese teutonico.

Voglio uccidere!

Uma

La Repubblica di oggi racconta come quattro soldatesse americane abbiano intentato causa al Governo degli Stati Uniti per veder riconosciuto alle donne il diritto di “combattere in prima linea” e dunque il diritto ad uccidere altri esseri umani. Ingenuamente zeroconsensus pensava che fosse giusto estendere agli essere umani di genere maschile, il diritto a non combattere in prima linea e dunque il diritto umano a non uccidere i propri simili.

Da notare che il giornale fondato da Eugenio Scalfari – già redattore de “la difesa della razza” – inquadra la notizia nel modo sbagliato: appoggia la battaglia di emancipazione femminile. Emancipazione che assomiglia, per noi,  ad una mascolinizzazione e ad una fascistizzazione della donna. Ma la Repubblica ormai non ci stupisce più. Ci stupisce semmai che qualcuno continui a classificarlo come un giornale di sinistra.  

I cammini della decadenza

Estratto della relazione presentata da Jorge Beinstein al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo” – La Habana, 24-29 gennaio 2000.

La crisi che si è aperta nel 1997 può essere vista come l’evoluzione di un processo iniziato nei primi anni Settanta quando il tasso di crescita del PIL dell’insieme dei paesi del G7 comincia a scendere (Beinstein, 1999) confermando una tendenza a lungo termine, destinata, con ogni probabilità, a continuare nei prossimi anni.
Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha visto un’accelerazione dei processi di polarizzazione geografica (centro – periferia), delle imprese e dei guadagni, che ha gettato nella miseria la maggior parte degli abitanti delle regioni sottosviluppate e causato l’impoverimento di una porzione significativa della popolazione dei paesi ricchi; la domanda globale ha ridotto, di conseguenza, il suo ritmo di crescita, al contrario del potenziale produttivo internazionale che ha continuato ad aumentare, spinto dal progresso tecnologico, componente strategica della lotta per la conquista dei mercati. Questo processo non poteva che provocare ulteriori squilibri: la sovrapproduzione potenziale, con alterne vicende nazionali e settoriali, è divenuta cronica finendo per costituire la base, il fondamento ultimo della crisi.
Si è scatenato un fenomeno di saccheggio delle forze produttive che i neoliberisti hanno presentato come “distruzione creatrice” (strumento della ricomposizione economica, sulla falsariga della darwiniana sopravvivenza del più adatto): non esiste però alcun dubbio che la liquidazione di imprese, di impiego e di mercati sia stata molto più vasta della creazione di nuove aree di produzione e consumo.
La “concentrazione depredatrice globale” si è sommata alla crescita del “parassitismo”, centrato sulla speculazione finanziaria, dovuto non al caso o a una deviazione malefica nel comportamento capitalista ma alla logica di un sistema che è andato compensando le difficoltà nell’area della produzione con benefici finanziari.
Rapina, società e apparati statali alla rovina, disoccupazione diffusa e cronica, finanziarizzazione ecc. hanno reso caotico il sistema mondiale. Questo ha prodotto fenomeni irreversibili che, dopo una fase iniziale di espansione (negli anni Settanta e Ottanta), hanno generato metastasi negli anni Novanta.
La crisi del 1997 ci appare come una conseguenza necessaria del processo di globalizzazione: la sfera finanziaria non poteva crescere indefinitamente, prima o poi doveva entrare in crisi; la sua sfrenata dinamica di appropriazione di patrimoni e di mobilizzazione di capitali, rendeva sempre più netta la separazione fra apparati produttivi dominati dal parassitismo e masse crescenti di poveri e di esclusi.
A quasi tre anni dal crollo delle ex tigri asiatiche sono passati in secondo piano i pronostici sul progresso illimitato del capitalismo liberale: il succedersi di recessioni e collassi della periferia, laprolungata stanchezza del Giappone, la debole crescita dell’Europa Occidentale (che vede aumentare gli squilibri sociali ed economici) e l’imminente fine della prosperità statunitense potrebbero essere l’annuncio di una vicina crisi, molto più grave di quelle conosciute fino ad oggi.

La crisi del centro

Le economie del centro si organizzano intorno a tre poli, Stati Uniti (l’iperpotenza), Germania e Giappone, attraversati da trame transnazionali di affari, assecondate da soci minori più o meno potenti che sfruttano periferie più o meno prossime (ma che hanno anche sofferto l’impatto negativo della liberalizzazione). La “globalizzazione” ha moltiplicato gli interessi comuni dell’area sviluppata, ma non ha eliminato l’eterogeneità, la funzione specifica di ciascuna componente del triangolo egemonico; al contrario negli anni ’90 abbiamo assistito all’acuirsi dipericolosi squilibri: negli Stati Uniti con la crescita del deficit commerciale si è accentuata la tendenza al consumo e alla “finanziarizzazione”; Giappone e Germania, che hanno mercati interni limitati, sono diventati sempre più dipendenti dall’industria per l’esportazione.

a) Stati Uniti
Tutto sembra dipendere dagli Stati Uniti unico megamotore che ancora funziona a pieno ritmo, la cui futura decelerazione avrebbe forti conseguenze recessive a livello planetario.Oltre al prevedibile collasso finanziario dobbiamo considerarne altri non meno devastanti: le importazioni, per esempio, assorbivano il 14% delle esportazioni mondiali nel 1991, balzando al 16.3% nel 1997 e al 18% nel 1999 (OECD, 1999): una loro forte diminuzione provocherebbe un importante effetto negativo sull’insieme del commercio internazionale.
Il problema non sarà solo il momento e la portata dell’atteso “raffreddamento” ma anche la sua velocità, il suo carattere più o meno disordinato: il termine “atterraggio dolce” compare nei rapporti del Fondo monetario internazionale (FMI), della Banca mondiale (BM), di esperti e alti funzionari nordamericani, a volte come espressione di speranza, a volte come sintesi di una strategia di sopravvivenza all’insegna del rischio.
E’ importante tenere in considerazione che le conseguenze andranno a colpire una società già erosa da un complesso processo di degrado, molto diffuso, che si è accentuato negli ultimi anni.
Negli Stati Uniti l’euforia neoliberista degli anni Ottanta è andata in crescendo, durante gli anni Novanta fino alla fine del decennio, quando hanno cominciato a farsi notare chiari segni di deterioramento. Il “modello” continua ad apparire come guida, esempio di successo, non solo per i paesi ad alto livello di sviluppo ma anche per le periferie. Alcuni indicatori sono stati pubblicizzati come dimostrazione di un miracolo, rimasto unico dopo il crollo delle ex tigri asiatiche: i buoni tassi di crescita del PIL, il basso livello di disoccupazione, l’auge del consumo, la crescita delle borse e degli introiti di alcune grandi imprese.
La crescita media annuale del PIL nell’ordine del 2.8% nel quinquennio 1992-1997, visibilmente superiore a quella di Germania (1.5%) e Giappone (1.2%), appare modesta se comparata a quella degli anni Cinquanta e Sessanta.
La composizione del PIL, del resto, ha subito grandi trasformazioni: è aumentato il peso relativo dei servizi a discapito del settore industriale molto più rapidamente che negli altri grandi paesi sviluppati, con conseguenze negative dirette sulle esportazioni(l’industria è l’area dominante del commercio internazionale). Questa “terziarizzazione eccessiva” spiega in parte la perdita di potere di vendita negli scambi globali e l’aumento della sua importanza finanziaria (peso internazionale del debito pubblico, acquisto di ogni tipo di titoli pubblici e privati esteri con fondi pensione e di investimento ecc.). La prima potenza internazionale appariva negli anni `90 come un superpolo finanziario più che produttivo: negli ultimi trent’anni il peso relativo della sua economia è diminuito rispetto al resto delle nazioni sviluppate e ancora di più è scesa la sua importanza industriale. Già nel 1992 la produzione dell’industria manifatturiera statunitense era circa pari a quella Giappone e rappresentava il 31% del totale dei sei paesi più industrializzati di cui fa parte; il suo prodotto manifatturiero pro capite era la metà di quello del Giappone, circa il 60% di quello tedesco ed era inferiore a quello di Italia e Francia (Tood, 1998).
E’ cresciuta la disuguaglianza sociale: nel 1974 il 5% più ricco assorbiva il 16,5% delle entrate nazionali, il 21,1% nel 1994, mentre il 20% più povero scendeva dal 4,3% al 3,6%.
Probabilmente uno dei migliori indicatori della “prosperità statunitense” è il numero di poveri. Stando alle statistiche ufficiali fino al 1977 c’erano negli USA 24,7 milioni di poveri, pari al 11,6% della popolazione; venti anni dopo il paese ne contava 35,5 milioni, cioè il 13,3% della popolazione, in termini assoluti la povertà è cresciuta approssimativamente del 43% (Dalaker J. e Naifeh M., 1998).

Poveri negli USA* (in milioni)

(*) Secondo le statistiche del U.S. Bureau of the Census.
(Fonte: Dalaker J. e Naifeh M., 1998).

Le strategie neoliberiste, che alimentano l’emarginazione e “l’elitizzazione”, hanno provocato un aumento generalizzato della criminalità: dalle manovre speculative e coinvolgimento in affari poco trasparenti da parte di grossi gruppi, fino alla delinquenza tradizionale nei ghetti poveri. La disintegrazione sociale iniziata negli anni Settanta, si è intensificata negli anni Ottanta ed è accelerata nei Novanta. La risposta pubblica a questo fenomeno non è stata l’espansione ma la contrazione dello “stato sociale”, lo smantellamento dei programmi di assistenza ai gruppi più poveri e la crescita dello “stato penale”, cioè la proliferazione di forme repressive destinate a controllare quei settori della popolazione considerati “pericolosi” (criminalizzazione dei poveri e degli esclusi).
I dati forniti regolarmente dall’Ufficio delle statistiche giudiziarie degli Stati Uniti non necessitano di ulteriori commenti. Nel 1975 si contavano 380.000 reclusi, divisi fra carceri statali, federali e locali; la cifra è salita a 740.000 nel 1985, a 1,6 milioni nel 1995. Negli anni Novanta il tasso di crescita annuale della popolazione carceraria è stato dell’ordine dell’8%. Continuando con questa crescita nel 2005 le carceri ospiteranno 3,5 milioni di detenuti. Inoltre, se contiamo anche le persone sotto custodia cautelare, ossia detenuti, cittadini in libertà vigilata e condizionale, avremmo 3 milioni nel 1985, 5,4 milioni nel 1995, superando l’anno seguente i 5 milioni e mezzo, cioè il 2,8% della popolazione adulta del paese. Se estrapoliamo il tasso di crescita medio di questo gruppo durante gli anni Novanta, arriviamo per il 2005 a oltre 7 milioni di persone (Bureau of Justice Statistics). Nel corso dell’ultimo quarto di secolo abbiamo assistito all’espansione accelerata dell’universo carcerario all’interno della società più ricca del mondo.

detenuti nelle carceri statali e federali USA tra il 1928 e il 1998 (in migliaia)

(Fonte: Sourcebook of Criminal Justice Statitics, U.S., 1999)..

Dal grafico è possibile osservare che per quasi mezzo secolo il numero di detenuti è cresciuto lentamente accompagnando la crescita demografica; nel 1930 c’erano 104 detenuti ogni 100.000 abitanti, 109.000 nel 1950, 96.000 nel 1970: ciò significa che i 129.000 detenuti del 1930 sono diventati 196.000 nel 1970. A partire dal 1974 però comincia una crescita vertiginosa: 315.000 prigionieri nel 1980, 739.000 nel 1990 e quasi 1.200.000 nel 1997 (Ibid).
Questi indicatori sociali sembrerebbero in contraddizione con quelli relativi alla crescita economica e del lavoro; non così se consideriamo il contesto che ha accompagnato questi “successi”.
Mentre il PIL cresceva la bilancia commerciale registrava un aumento del deficit, risultato della perdita di competitività industriale.

Crescita del deficit commerciale statunitense

BILANCIA COMMERCIALE in miliardi di dollari *

* stima OECD

(Fonte: OECD Economic Outlook – 65, giugno 1999).

Maggior deficit esterno ma anche notevole crescita del debito pubblico, la persistenza per lungo tempo di saldi fiscali negativi hanno fatto aumentare, di quasi sette volte negli ultimi due decenni, l’indebitamento, una porzione importante del quale è coperta con fondi esteri da Giappone ed Europa Occidentale, ma anche dalla periferia. La società statunitense, lo stato, i consumatori e le imprese dipendono sempre più da merci e flussi monetari esteri e agiscono come parassiti del sistema globale in un doppio modo: il pianeta sostiene il mercato statunitense, motore della domanda mondiale, che se arrivasse al collasso trascinerebbe nel disastro la maggior parte dell’economia globale, ma questo sostegno rafforza e amplifica i lati deboli del gigante malato.
Da una prospettiva storica più ampia possiamo osservare che la prosperità raggiunta, tra gli anni Quaranta e i primi anni Settanta dai paesi ricchi, era centrata sulle dinamiche statunitensi fino alla rottura del 1973-74. Da quel momento si blocca la loro crescita economica: la perdita di velocità viene ammortizzata con l’aumento delle disuguaglianze e con la crescita del parassitismo statunitense.
La crisi di sovrapproduzione degli anni Settanta ha trovato negli anni Ottanta e Novanta un muro di contenimento importante nella spesa pubblica che ha ammorbidito il calo della domanda causato dalla riduzione dei salari. I guadagni delle imprese erano sorretti dal calo del costo del lavoro, l’aumento della spesa pubblica non aveva come contropartita l’aumento delle imposte ma la crescita del debito dello stato. A questo si sono accompagnati guasti nella struttura industriale, il degrado di buona parte della cultura tecnica e la precarizzazione del lavoro. L’integrazione sociale, una delle conquiste dell’era “keinesiana”, si è andata deteriorando mentre è cresciuta l’esclusione.
D’altro lato la “burocratizzazione”pubblica ha generato un fenomeno di finanziarizzazione generalizzato nella società statunitense, che non ha coinvolto solo imprese, banche, fondi di investimento e pensione, ma anche famiglie che avevano trovato nella borsa una miracolosa fonte di prosperità. L’attesa di guadagni speculativi ha operato come “effetto ricchezza” facendo scendere il risparmio privato fino alla quasi totale estinzione nel 1999.

Stati Uniti: verso l’annullamento del risparmio privato

risparmio privato come percentuale del prodotto disponibile pro capite
dati mensili, da gennaio 1992 a settembre 1999

(Fonte: Bureau of Economy Analysis, U.S. Departement of Commerce, 1999).

La speculazione su azioni, titoli pubblici e altri crediti ha risucchiato fondi esteri e nazionali, permettendo di sostenere l’euforia consumista e la redditività delle imprese, ma già nell’ultimo trimestre del 1998 erano evidenti i segni della fine di questo schema. La recessione asiatica e il rallentamentolatinoamericano sommati alle decelerazioni dell’economia dell’Europa occidentale e al crollo dell’Europa orientale con al centro la Russia, hanno dato a breve termine un effimero respiro agli Stati Uniti, beneficiati da un afflusso di fondi alla ricerca di “sicurezza” nella superpotenza, ma hanno influenzato negativamente le sue esportazioni e la redditività globale delle sue imprese. La contraddizione fra alti guadagni in borsa e minori profitti delle imprese non può essere eterna; dalla fine del 1998 e con sempre maggior evidenza durante il 1999, la fine della festa appare come un fatto inevitabile e si moltiplicano i pronostici sul crollo della crescita. Da metà del 1999, l’FMI dopo aver costatato un aumento reale del PIL degli Stati Uniti del 3.9% nel 1997 e 1998, prevedeva una crescita del 3.7% per il 1999 e del 2.6% per il 2000 (FMI, 1999). “The Economist” abbassava il pronostico al 2.2% (The Economist, 1999) e la OECD al 2% (OECD, 1999) mentre numerosi esperti, come Edward Yardeni (Deutsche Bank) lo azzeravano o gli davano valore negativo (Yardeni, 1999). Queste previsioni si alternano a pronostici sulla fine dell’euforia borsistica (quando? crack come nel 1929? Crisi graduale? etc.).
Lo sguardo sul futuro prossimo deve essere integrato con visioni di più ampia prospettiva sostenute da spunti di riflessione. Ne segnalo tre:

I) L’insieme di indicatori economici, sociali, culturali e istituzionali, che mettono in allarme riguardo alla decadenza della società statunitense. Dimostrata da dati economici quali il rallentamento a lungo termine del tasso di crescita del PIL e della produttività lavorativa, la diminuzione tendenziale della partecipazione degli investimenti a tasso fisso nel PIL, l’eccessiva terziarizzazione del sistema economico, la quasi totale estinzione del risparmio individuale, il deficit commerciale cronico (e in aumento), la crescita del debito pubblico, l’espandersi della speculazione finanziaria. Si assiste inoltre al proliferare di fenomeni sociali e culturali come l’aumento del numero di poveri, la concentrazione dei guadagni e l’alto livello di disoccupazione reale, accompagnato da occupazione precaria, la criminalizzazione delle classi basse.

II) Diminuzione della partecipazione dell’apparato produttivo all’economia internazionale: sommando la produzione industriale di Giappone, Germania e U.S.A., si è passati dal 54% del 1961, al 44% nel 1974 e al 40% nel 1996 (IFRI-Ramses).

III) Il fenomeno del “sovradimensionamento strategico”.

Il concetto è stato segnalato da diversi studiosi dei processi di decadenza dei grandi imperi.
Paul Kennedy nella sua opera Ascesa e caduta delle grandi potenze (P. Kennedy, 1998) ha tentato di spiegare le cause del declino di diversi imperi: dalla Spagna asburgica del Seicento, all’Inghilterra dell’inizio del secolo, alla Russia degli anni Settanta e Ottanta, fino agli Usa.
In quest’ultimo caso Kennedy considera che una delle spiegazioni del probabile declino degli Stati Uniti sia che “hanno ereditato tutta una serie di compromessi strategici, contratti nei decenni precedenti […] Di conseguenza ora corrono il rischio, tanto conosciuto dagli storici dell’apice e del declino delle grandi potenze del passato, di quello che possiamo chiamare”eccessiva estensione dell’impero”: vale a dire che coloro che prendono le decisioni a Washington devono affrontare lo spiacevole e costante fatto che la somma degli interessi e degli obblighi mondiali degli Usa è oggi molto maggiore della capacità del paese di difenderli tutti simultaneamente” e aggiungo che risulta “appropriato il paragone delle circostanze strategiche degli Stati Uniti di oggi con quelle della Spagna imperiale o dell’Inghilterra edoardiana dei loro tempi. In tutti questi casi la potenza numero uno in decadenza si è trovata ad affrontare minacce non tanto alla sicurezza della propria patria (nel caso degli Stati Uniti la prospettiva di essere conquistato da un esercito invasore è molto remota) quanto agli interessi della nazione in terra straniera, interessi così estesi che sarebbe difficile difenderli tutti nello stesso momento e quasi altrettanto difficile abbandonarne uno qualunque senza correre rischi anche maggiori” (op. cit., pp. 627 e 628).
Questo panorama, descritto dieci anni fa, nel corso degli anni Novanta si è ulteriormente aggravato. La scomparsa della Urss ha significato l’espansione repentina dell’area degli interessi strategici Usa che ora non solo “possono” ma “devono” esercitare il loro potere imperiale sopra la quasi totalità del pianeta, dalla Jugoslavia alla Colombia, passando per Iraq, Nigeria, paesi dell’ex URSS, fino all’Estremo oriente etc.
Ai tempi della guerra fredda l’Unione sovietica garantiva una sorta di equilibrio strategico, controllando una parte del mondo, e stabilendo accordi con gli USA che impedivano o frenavano numerosi conflitti regionali.
Con la scomparsa dell’URSS si è prodotto lo straripamento planetario degli Stati Uniti, all’inizio percepito in modo trionfale dall’occidente. L’allegria si è presto trasformata in un incubo: una moltitudine di rotture, turbolenze e conflitti regionali, di piccoli e grandi sfide, fuochi di ribellione etc. che formicolano intorno e sotto al gigante, lo incitano a muoversi per affermare la sua supremazia, sperperando il suo sistema, minando la sua razionalità, intorpidendo la sua lucidità operativa. Questo dilagare senza controllo verso l’esterno si è combinato con la destrutturazione interna e la crescita di molteplici componenti parassitarie.

Bibliografia

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Traduzione di Marina Vallatta

L’altra America

Di Gabriele Rapaci per www.frontepopolare.wordpress.com

Vi è un luogo comune infondato e tuttavia molto radicato nella mentalità diffusa secondo il quale non sarebbe mai esistito negli Stati Uniti un movimento operaio organizzato secondo il modello dei paesi europei. Secondo tale vulgata  il mito del «American Dream», secondo il quale ogni individuo negli Stati Uniti ha la possibilità di poter scalare la gerarchia sociale sino ad arrivare in cima grazie unicamente al proprio duro lavoro, al coraggio e alla determinazione, avrebbe reso impossibile la nascita di una “coscienza di classe” presso gli operai americani.

Il libro di Richard Boyer ed Herbert Morais Labor’s Untold Story: The Adventure Story of the Battles, Betrayals and Victories of American Working Men and Women e pubblicato dalla casa editrice Odoya con il titolo Storia del movimento operaio negli Stati Uniti (1861-1955), ha il merito di colmare una lacuna storiografica importante. Dai Molly Maguires alla metà dell’Ottocento sino al Congress of Industrial Organizations (CIO) di John Lewis (1880-1969), nato da una scissione del AFL e molto attiva nel cosiddetto “decennio rosso” (1930-1940), la storia del movimento operaio negli Stati Uniti è stata costellata da epiche battaglie per forgiare l’unità di classe, che è stata tuttavia compromessa sia a causa della violenta repressione dello stato che dei sindacati concertativi. Come pocanzi accennato, infatti, una delle costanti nella storia del movimento operaio americano fu l’inaudita violenza dell’apparato repressivo statale al servizio dei monopoli economici. Le deportazioni, l’uso di squadre di vigilantes, le esecuzioni sommarie e i processi farsa messi in piedi contro i leader del movimento dei lavoratori non si contano così come le calunnie inventate di sana pianta dalla stampa vicina ai grandi potentati economici per poter giustificare la repressione.

Quando scoppiò lo sciopero nelle ferrovie, il primo della storia nazionale americana, i giornali vicini al potere non si limitarono ad accusare gli organizzatori della protesta d’imbastire un complotto comunista, ma invocarono la repressione violenta al fine di ricondurre gli operai al lavoro.  Il New York Herald dichiarò ad esempio che «la folla è una bestia feroce su cui bisogna sparare» mentre il New York Sun invocò «una dieta di piombo per gli scioperanti affamati».

L’oscena compromissione della stampa con i grandi monopoli economici portò l’eminente giornalista progressista di New York John Swinton ad affermare, durante un banchetto insieme alle maggiori firme del paese, che: «Non c’è in America nulla che si possa chiamare stampa indipendente, tranne che nelle piccole città. Voi e io lo sappiamo. Non c’è uno di voi che osi mettere per iscritto le sue reali opinioni e se qualcuno di voi lo facesse sa già da prima che esse non verrebbero stampate … Il giornalista di New York è occupato a distruggere la verità, a mentire apertamente, a falsare, a diffamare, ad adulare ai piedi della ricchezza, a vendere la sua razza e il suo paese per il pane quotidiano. Voi sapete tutto ciò come lo so io e perciò è una follia fare un brindisi alla stampa indipendente. Noi siamo gli strumenti e i vassalli di ricchi personaggi che rimangono dietro le quinte. Noi siamo marionette, essi tirano i fili e noi danziamo. I nostri talenti, le nostre vite, sono proprietà di altri uomini. Siamo delle prostitute intellettuali.»

Alla feroce repressione dell’apparato statale si sommava il collaborazionismo di alcuni sindacati, come l’American Federation of Labor (AFL) di Samuel Gompers (1850-1924), sempre pronti a sacrificare l’unità di classe in nome di qualche piccolo beneficio per i propri iscritti. Senza il ruolo nefasto di organizzazioni come l’AFL non sarebbe stato possibile per il mondo industriale schiacciare sul nascere qualsiasi tentativo di creare un sindacalismo di classe.

Tuttavia sarebbe troppo semplicistico attribuire la sconfitta del movimento operaio negli Stati Uniti alla sola repressione del potere o al tradimento operato da alcuni sindacati. In Europa la violenza di stato contro il movimento dei lavoratori e il collaborazionismo di classe non sono stati certamente minori. Probabilmente a determinare l’incapacità del movimento dei lavoratori di riuscire ad incidere nella vita del paese è stata anche la mancanza di un referente politico in grado di conquistare il consenso di larghi strati della popolazione. Il Socialist Party of America di Gene Debs, forse la formazione politica più simile al leniniano partito di avanguardia mai apparsa nella storia americana,  non riuscì mai ad andare oltre il 7% raccolto alle presidenziali del 1912. Il movimento operaio statunitense ha sempre preferito appoggiarsi a strutture partitiche già esistenti come il Partito Democratico, piuttosto che cercare di costruire una piattaforma politica su basi di classe. Ciò lo ha condannato ad una subalternità politica e ideologica che ne ha inficiato anche le capacità di influire sulle condizioni di vita delle masse. Ad esempio, quando Truman dopo la guerra decise con l’appoggio dei monopoli economici di liquidare il New Deal di Roosevelt, introducendo alcune norme che limitavano il diritto di sciopero come il Taft-Hartley Act, la capacità del sindacato di opporsi fu pressoché nulla. Più recentemente quando l’amministrazione Obama ha deciso di salvare l’industria automobilistica di Detroit che nel 2008-2009 rischiava di scomparire, per venire incontro al governo, il sindacato dei metalmeccanici (United Auto Workers) ha accettato un brutale taglio dei salari. Oggi i nuovi assunti guadagnano circa la metà rispetto ai salari pre-crisi.

Inoltre in America il movimento operaio non è mai riuscito a strappare quelle rivendicazioni di stampo economico che hanno contribuito alla nascita del Welfare State in Europa. Il concetto di stato sociale negli Stati Uniti è una parola sconosciuta: una sanità di stampo universalistico, nonostante la riforma di Obama, a tutt’oggi non esiste così come la scuola pubblica mentre la Social Security, cioè la pensione di Stato, garantisce solo il 40% dell’ultimo reddito da lavoro ed il resto deve essere integrato da fondi  privati.

Per concludere, l’esperienza del movimento operaio americano rende ancora più valida la lezione di Lenin circa l’importanza del partito di avanguardia. Polemizzando contro le illusioni di stampo spontaneista il celebre rivoluzionario russo affermava che senza un’organizzazione politica in grado di organizzarla, la classe operaia da sola è capace tutt’al più di fare del «tradeunionismo», cioè di lottare per migliorare le proprie condizioni di vita, ma le è assolutamente impossibile trascendere il proprio orizzonte economico-corporativo e giungere ad un tipo di visione di stampo complessivo della società.

Oggi purtroppo, con la crisi degli stati e dei partiti che si ispiravano al pensiero di Marx e Lenin, le fantasticherie spontaneiste sembrano godere di una nuova giovinezza. Anche all’interno del movimento Occupy Wall Street, per esempio, sembrano farsi largo idee di stampo anarchico che rifiutano qualsiasi guida politica e confidano nell’iniziativa individuale dei militanti al di fuori di ogni struttura organizzata gerarchicamente. Questo tipo di pensiero sembra ignorare la lezione della storia che più di una volta ha dimostrato che la spinta propulsiva iniziale di un movimento non può durare in eterno e quindi in assenza di un’avanguardia politica in grado di organizzare i militanti su rivendicazioni di classe essi finiranno o per abbandonare la lotta oppure per attestarsi su posizioni di stampo riformistico. È quello che è già successo al movimento studentesco nel ’68 e a quello No Global.  Sarebbe un peccato che anche Occupy Wall Street facesse la stessa fine.

Marx, Gramsci e le destre contemporanee

Le gazzette di oggi ci informano che il candidato-rottamatore alle primarie del PD, ha incontrato l’alta borghesia milanese. Estremamente curioso il giudizio di Guido Vilate, di professione  finanziere, qualunque cosa voglia dire l’oscura e generica definizione:“Finalmente uno di sinistra che non demonizza il Capitale e che non ha letto Marx”.

Non faccio alcun ragonamento se possa essere considerato di sinistra un candidato che non ha letto Marx o se sia un personaggio che si è trovato a sinistra semplicemente perchè c’era posto. Non importa. Ciò che importa è un’altra cosa: come fa il signor Vitale a sapere che il candidato-rottamatore non ha mai letto Marx? E’ stato il suo tutore? E’ un parente che ha accesso alla fornitissima biblioteca di Renzi? Probabilmente nulla di tutto questo. Per capire se il proprio interlocutore ha letto un determinato autore bisogna conoscere l’autore in questione a menadito. Dunque – facile intuire – che il finanziere Vitale conosca benissimo il filosofo tedesco. Altrettanto facile ipotizzare che lo consideri pericolosissimo per i propri interessi.

La prima lezione che si può trarre è che la borghesia voglia una sinistra ignorante che ha letto pochi libri e per di più funzionali ai suoi interessi di bottega. La seconda lezione è che la borghesia legge e studia approfonditamente i testi che al popolino tenta, in tutti i modi, di impedire la lettura. Magari raccontando che sono superati e comunque sbagliati.
La terza lezione è che considera pericolosissimi (e dunque attualissimi) per i propri interessi questi autori. Vitale infatti spiega che Renzi “non demonizza il Capitale” forse perchè demonizza l’altra parte in causa, ossia il Lavoro, aggiungo io.

Insomma è facile intuire da questo semplice episodio che la Borghesia considera la lotta di classe un elemento assolutamente presente nelle realtà storica e sociale e che – proprio per questo – auspica che coloro che dovrebbero teoricamente difendere le ragioni del “lavoro vivo” contro le ragioni del “lavoro morto“, siano totalmente incapsulati nella gabbia del “pensiero unico” costruita dalla Borghesia attraverso i suoi mezzi di persuasione di massa. Insomma, vogliono degli avversari che abbiano letto qualche libro meno di loro e precisamente che non conoscano proprio quei libri che dovrebbero essere patrimonio di qualunque soggetto che ambisca a rappresentare le ragioni del Lavoro (vivo). Insomma s’accettano ignoranti, imbecilli ed, alla bisogna anche ruba galline (sono ricattabili, quelli). Io naturalmente spero che Renzi sia stato un buon attore e che in realtà sia un raffinato conoscitore di Marx, di Gramsci e magari – mi sbilancio – anche di Sraffa e di Goodwin. Sperare è peccato capitale per un marxista, ma non costa nulla. Perdonatemi.

Da notare poi che, proprio in questi giorni, Federico Rampini ha scritto un bellissimo articolo dove spiega che la destra americana ha letto (e applicato) le dottrine di Antonio Gramsci, cito:“La destra americana ha studiato bene Antonio Gramsci. Crede nell’ intellettuale organico. Investe generosamente nell’ istruzionee nella cultura: purché sia la sua. La rete dei pensatoi conservatori ha una vastità di mezzi e una ramificazione senza eguali al mondo. I centri più ricchi e influenti sono The Heritage Foundation, l’ American Enterprise Institute, il Cato Institute. Attorno a loro gravita una galassia di associazioni, enti non profit, che fungono da cinghia di trasmissione, copertura delle correnti di partito più radicali: Citizens against Government Waste, Mercatus Center, The Manhattan Institute, il ricchissimo FreedomWorks finanziato dai fratelli Koch che sonoi veri “padroni” del Tea Party (oltre che della seconda maggiore industria petrolchimica del paese, non quotata in Borsa e quindi sottratta a ogni dovere di trasparenza)”. Insomma, negli USA la destra non solo ha raggiunto l’egemonia culturale decelebrando la sinistra (facendole dimenticare i suoi maestri) ma ha ottenuto questo strabiliante risultato utilizzando proprio le riflessioni di Antonio Gramsci non solo sulla figura “dell’intellettuale organico” ma -aggiungo io – anche utilizzando il concetto di “rivoluzione passiva”.

E poi hanno la faccia di bronzo di dire che Marx ed i marxisti sono fuori dalla Storia. Qualcuno spieghi al gruppo dirigente (?) del PD che li stanno prendendo per i fondelli, grazie.

Decivilizzazione americana di Tiziano Terzani

Tre minuti per riflettere con Tiziano Terzani

La mia America

“Mentre fanno la coda per il sussidio

piangendo alla porta degli eserciti della salvezza

sprecando tempo negli uffici di collocamento

aspettando una promozione

la povera gente si ribellerà

e si prenderà  la sua parte

la povera gente si ribellerà

e si prenderà ciò che le appartiene”

– Tracy Chapman – Talkin’bout a revolution