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Cuore, batti la battaglia!

Trump e l’insostenibilità della politica americana

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Alcune considerazioni sull’intervista che Donald Trump ha concesso al Sunday Times.

L’intervista dell’uomo che a giorni diventerà il 45° presidente degli Stati Uniti è davvero emblematica e per capirla nella sua essenza bisogna partire da una regola sacrosanta in economia – e penso nella vita in generale – : tutto ciò che non è sostenibile presto o tardi non sarà sostenuto.

Trump parla di una “NATO obsoleta” e in effetti gli USA si sobbarcano la difesa dell’Europa (bisognerebbe inoltre domandarsi cos’è l’Europa che viene difesa e da chi eventualmente viene difesa) pagandone le spese in buona parte. Oggi gli USA hanno un rapporto Debito/PIL superiore al 100%, una situazione sociale dove 42,6 milioni di statunitensi sopravvivono con i food stamp  (i buoni pasto statali per gli indigenti; da notare che alla fine dell’era Bush Jr. erano 32 milioni) e il tasso di partecipazione al lavoro è sceso dal 65% al 62%, il che significa che l’esercito degli invisibili è aumentato di milioni di persone.

Bastano questi dati per capire che quella di Trump non è una sparata ma un dato di fatto: gli USA non possono pagare la difesa di paesi ricchissimi quali l’Olanda, la Danimarca, la Norvegia, la Germania e l’Austria, giusto per fare qualche nome.

Per quanto riguarda l’Euro ha detto una verità di fatto, autoevidente. Come quella che disse il bambino della favola: “Il Re è nudo!”. L’Euro per come è strutturato è una manna per la Germania (e i paesi dell’ex area Marco), ma uno strumento di tortura per gli altri. Probabilmente il limite è stato superato e quindi bisogna attenderne l’implosione.

Altro discorso è ovviamente avversare chi ritiene – temo molto irresponsabilmente – che ciò che nascerà dopo l’Euro in Europa sarà meglio. Probabilmente non sarà così, ma a Trump questo aspetto non interessa. Sono fatti interni europei.

Per quanto riguarda la necessità di introdurre dei dazi doganali Trump dice l’ovvio. Aree un tempo ricchissime degli USA sono ridotte in ginocchio (basti pensare a Detroit, ridotta a una sterminata baraccopoli) a causa della concorrenza dei paesi emergenti. Una concorrenza che favorisce solo le grandi multinazionali che producono sfruttando la manodopera – altrettanto alla fame e senza diritti di quei paesi – per vendere a prezzi maggiorati nei paesi occidentali.

Anche questa è una situazione non più sostenibile e Trump lo sa bene (tanto che il voto in USA lo ha dimostrato): milioni di persone impoverite pur di difendere le ultime briciole di benessere sono ormai disposte a tutto. Chi – come la sinistra benpensante ormai allineata sui desiderata dei vecchi avversari di classe: multinazionali e miliardari – difende questo andazzo spacciandolo per internazionalismo è solo un ipocrita che sostiene il cosmopolitismo dei miliardari.

Appare paradossale che a dire queste cose sia quello che è senza dubbio un miliardario. Ma se si scava un po’ mica tanto paradossale: Trump è legato alla Old Economy. Poiché è sostanzialmente un immobiliarista, il suo business è legato al luogo e non dematerializzato e finanziarizzato e ha bisogno che il luogo dei suoi affari prosperi. Questo a differenza della Wall Street ha appoggiato sfacciatamente Hillary Clinton.

Bisogna nutrire molte speranze? No, non tantissime, la situazione è davvero delicatissima. Ma un briciolo di speranza c’è, a differenza di quello che sarebbe accaduto con la vittoria della Clinton: guerra alla Russia. Certamente la parola sarebbe stata scritta con una bella vernice rosa, umanitaria, post moderna, gender friendly, femminista… ma sempre di guerra si sarebbe trattato. E una guerra davvero brutta.

Non ci rimane che sperare che lo “Stato profondo” americano ormai colonizzato dai neocons (equamente suddivisi tra democratici e repubblicani) non riesca a legargli le mani.

Pezzo originariamente pubblicato su Megachip

Syriana: la cecità dell’Occidente e dell’Italia

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Zeroconsensus vi propone un interessante articolo di Alberto Negri pubblicato oggi su il Sole24Ore che fa il punto sulla crisi mediorientale e sulla disastrosa assenza di strategia sia della Nato, dell’UE, degli USA e anche dell’Italia.

di Alberto Negri

La Sigonella di Erdogan si chiama Incirlik, la base aerea concessa agli Usa per i raid anti-Isis. I turchi minacciano di chiuderla se gli americani non daranno loro soddisfazione, ovvero abbandonare i curdi siriani ritenuti da Ankara come il Pkk un gruppo terroristico e consegnare l’imam Gulen in auto-esilio dal ’99 in America.
Si può definire un ricatto oppure un modo di sventolare la bandiera del nazionalismo dopo aver rinunciato ad abbattere Assad, come è stato proclamato da Ankara per cinque anni. «Stiamo combattendo una nuova guerra di indipendenza», ha dichiarato Erdogan. Il fondatore della patria Ataturk, astuto stratega, si rivolterà nella tomba ma ognuno si salva alla sua maniera.
Come ha condotto Erdogan, fino a qualche tempo fa, la lotta al terrorismo? Ha aperto “l’autostrada dei jihadisti”, poi ha rilanciato la guerra ai curdi, buttando all’aria l’accordo con il Pkk raggiunto dal capo dei servizi Hakan Fidan, e quando ha perso la partita siriana con la caduta di Aleppo si è messo d’accordo con Putin e l’Iran.
Mosca e Teheran, due Stati sotto sanzioni occidentali, hanno imposto a un membro della Nato di mettere sotto controllo l’opposizione a Damasco in cambio della mano libera sui curdi siriani, una volta appoggiati anche dai russi.
Erdogan ha piegato la testa e ora fa pressione sugli alleati storici, americani ed europei: anche loro hanno perso la battaglia contro Assad ma fanno finta di niente perché si trincerano in una coalizione, di cui fa parte anche la Turchia, che assedia l’Isis a Mosul da cinque mesi.
La Turchia, dove gli attentati si susseguono, come si è visto ieri a Smirne, è un Paese in bilico: deve seguire la road map della Russia ma anche degli Usa e teme di restare stritolata un giorno da un possibile accordo tra Putin e Trump.
Il confronto strategico con la vicina repubblica islamica dell’Iran, pur sanzionata da tutti per decenni, è impietoso. Gli Usa hanno eliminato tutti i nemici dell’Iran: i talebani in Afghanistan nel 2001, Saddam in Iraq nel 2003, poi gli iraniani hanno visto gli ostili sauditi, i maggiori clienti di armi americane, impantanarsi in Yemen contro gli Houthi sciiti e dopo avere firmato il 14 luglio 2015 l’accordo sul nucleare, hanno trovato la Russia, una superpotenza atomica, pronta a schierarsi in Siria salvando l’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
La Turchia oggi è il grande malato d’Oriente e Occidente insieme. I jihadisti si vendicano di Erdogan, i curdi colpiscono, gli apparati di sicurezza sono diventati più vulnerabili per le epurazioni seguite al golpe fallito di luglio.
La crisi della Turchia ci interessa direttamente. Gli europei chiederanno a Erdogan non solo di fare il custode di due milioni di profughi siriani ma di diventare l’argine al ritorno dei foreign fighters che combattevano per l’Isis e altri gruppi radicali.
Certo non si comincia bene quando il “poliziotto” ricatta il suo maggiore alleato, gli Stati Uniti. Ma siccome è tornato amico di Putin, Erdogan pensa di usare Nato e Usa per negoziare con Mosca svincolandosi da una fedeltà vista ormai come fumo negli occhi: l’America ospita Fethullah Gulen ed è ritenuta l’ispiratrice del golpe d’estate.
La lotta al terrorismo coincide quindi con un altro problema, quello della Turchia, che americani ed europei hanno lasciato incancrenire. Che cosa hanno fatto per frenare la deriva di Erdogan? Quasi niente. Anzi gli Usa dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton lo hanno incoraggiato nell’avventura siriana insieme alla Francia e alle monarchie del Golfo. Se Erdogan ha aperto l’autostrada della Jihad, americani ed europei hanno poi spalancato in Medio Oriente un’autostrada a Putin.
Il punto è che la corsa di Erdogan contro Assad è finita e quella successiva, contro il Califfato, è densa di incognite.
Abbattere l’Isis è fondamentale per privare i jihadisti dell’arma di propaganda delle conquiste territoriali: su questo si basa il mito sanguinoso del Califfato che ispira i terroristi. Ma non basta.
Chi farà l’offensiva a Raqqa, capitale dell’Isis? Secondo gli americani doveva essere una coalizione di arabi e curdi siriani ma questa opzione sembra naufragata. Ci sono alternative occidentali? No, a quanto pare. E questo avviene in un momento chiave: se il Califfato dovesse crollare, cosa accadrà alle legioni di Al Baghadi e ai foreign fighters, forse ventimila secondo i dati di Europol?
Ci dovremo affidare alla Russia, all’Iran, a Erdogan e anche ad Assad. Bisognerà meditare se non sia il caso di riaprire le ambasciate a Damasco, almeno a livello inferiore, perché è da lì che arrivano informazioni sui jihadisti. La Tunisia, pur ostile al regime siriano, lo ha già fatto perché ha 6mila foreign fighters tra Siria, Iraq e Libia. Ha riaperto anche l’Egitto di Al Sisi: fatto salvo il caso Regeni, forse serve rivedere la presenza diplomatica al Cairo in funzione della Libia dove l’Italia è stata spiazzata dall’ascesa del generale Khalifa Haftar sostenuto da egiziani, francesi e russi. Per l’Italia il fronte libico (immigrazione e sicurezza) è fondamentale è non può limitarsi a Tripoli e Misurata.
La lotta al terrorismo richiede, come ha sottolineato Gentiloni, la massima attenzione al contrasto della propaganda sul web e nelle carceri. Ma ci vuole una strategia nostra e occidentale per Siria e Libia. Tutti aspettano Trump ma intanto gli eventi in Medio Oriente vanno avanti. La guerra non dorme, il terrorismo non bussa alla porta, non prende appuntamenti. E l’Occidente, dimentico del passato, rischia di farsi sorprendere dal presente.

Fonte: il Sole24Ore (6-1-2017).

 

Galaverna

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La luce trapassa
Prismi di ghiaccio
Che colorano
La nostra anima

A Charles Baudelaire

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Come un negletto Ulisse
ha solcato infiniti mari:
dai paradisi artificiali
del club des Hashischins
alle Colonne del Tempio
dei figli del Filosofo Incognito:
Oh Louis Claude de Saint Martin
che l’hai illuminato!

Negli infiniti Tempi degli Spazi Cardinali
alla ricerca del volto della sua sifilitica Venere Nera
ha trovato l’infinita biblioteca Borgesiana
e il suo esercito di scimmie dattilografe.
Da lì, l’Ulisse, ha trafugato
le liriche dei Fleurs du Mal
mentre con occhi azzurri metallo
Rimbaud, da dietro uno scaffale
lo vide scappare.

 

Darth Vader sbarca a Siena?

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E quindi il Monte dei Paschi lancerà già lunedì il suo aumento di capitale. Ad un solo giorno lavorativo di distanza dall’autorizzazione della Consob per la conversione dei bond subordinati dei piccoli risparmiatori in azioni. Cosa può significare questa strana accelerazione?

Sostanzialmente le possibilità sono tre:

1) In appena 24h hanno contattato tutti i piccoli obbligazionisti e la risposta è stata entusiasmante quindi possono lanciare l’aumento di capitale a tamburo battente: (Probabilità 10%);


2) La situazione della liquidità della banca è drammatica. Il CdA ha completamente perso la testa e ha lanciato l’aumento di capitale già lunedì per evitare che finisca la liquidità (perché magari hanno finito la “carta elegibile” presso la BCE necessaria per ottenerla) e siano costretti a richiedere l’ELA (Emergency Liquidity Assistance). E’ chiaro che con un programma ELA aperto è impossibile varare un aumento di capitale. Sarebbe come ammettere che sei con un piede nella fossa. Intanto si apprende dal prospetto informativo dell’MPS che dall’inizio dell’anno hanno perso 20 miliardi di depositi con un’accelerazione in questa ultima fase dell’anno; ben 6 miliardi dal 30 Settembre al 13 Dicembre. Non oso immaginare in questa ultima settimana: (probabilità 89%);


3) Sbarco di Darth Vader a Piazza del Campo previsto per Lunedì mattina alle 10 a.m con immediato assalto a Piazza Salimbeni e per placare la sua ira lanciano l’aumento di capitale in anticipo:  (probabilità 1%).

Sapremo molto presto la verità.

La nuova guerra fredda tra Russia e USA è finita

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Con l’annuncio, da parte di Trump, della nomina a Segretario di Stato di Rex Tillerson, Ceo di Exxon Mobil dovrebbe essere chiaro che un epoca si è davvero conclusa. Mi riferisco all’epoca delle guerre presunte umanitarie scatenate dall’iperpotenza americana dopo i fatti dell 11 Settembre 2011. Infatti Tillerson è noto per essere un ottimo amico della Russia con la quale ha stipulato in passato lucrosissimi affari. Questo dovrebbe riportare i rapporti tra i due stati su un sentiero di fiducia reciproca che potrebbe garantire un grande accordo sia in Medio Oriente che in Ucraina.  Molto probabilmente questo accordo sarà ricordato dagli storici – qualora vedrà la luce – come la Pax Petrolifera. Altri avvenimenti della massima importanza spingono verso la possibilità che la Pax Petrolifera si materializzi:

  • L’Opec ha finalmente trovato un accordo per il taglio di oltre un milione di barili al giorno a partire da Gennaio. Ciò è stato possibile grazie al fatto che i due grandi nemici – Arabia Saudita e Iran – hanno trovato l’intesa peraltro favorita e benedetta dalla Russia che si è impegnata a tagliare quasi un altro mezzo milione di barili al giorno;
  • La Russia ha ceduto il 19,5% del colosso petrolifero statale Rosneft ad un consorzio composto dalla svizzera Glencore e dal Fondo Sovrano del Qatar. Si, proprio quel Qatar che arma i guerriglieri in Siria e che la Russia bombarda.

E’ troppo evidente, per chi ha occhi per vedere, che stia maturando, sotto traccia, un grande accordo del quale ancora non conosciamo tutti i risvolti anche perché Trump ancora non è insediato. Possiamo però individuare quelli che potrebbero essere i grandi sconfitti.

Sicuramente tra gli sconfitti c’è l’Amministrazione Obama che aveva fatto la scelta di muovere guerra (forse fredda) alla Russia. Questa strategia impostata dai dottor Stranamore neoconservatives che circondavano Obama sembra completamente ribaltata grazie alla scelta di Trump di nominare il Ceo di Exxon Mobil. Il secondo grande sconfitto sarà l’asse UE-Nato (due facce della stella medaglia, la UE è la faccia economica mentre la Nato è la faccia militare) che vede il suo grande protettore d’oltreatlantico stringere un grande accordo con la Russia di Putin ovvero quello che da sempre è considerato il nemico assoluto. Una situazione questa che sarà foriera di enormi sviluppi economici e politici. Se gli USA si alleano con la Russia può la Nato (e di rimando la UE e l’Euro) sopravvivere? In altri termini gli europei saranno disposti a caricarsi sulle spalle la sopravvivenza della Nato visto che Trump tra le altre cose, ha dichiarato in campagna elettorale di non essere disposto a pagare a pie’ di lista la difesa dell’Europa? Altro sconfitta è l’Ucraina post golpe: la nuova amministrazione USA sarà disposta a mettere a rischio la Pax Petrolifera che sta maturando per una nazione sostanzialmente irrilevante (nella nuova situazione geopolitica) e in bancarotta finanziaria? Zeroconsensus dubita fortemente. Discorso più complesso quello relativo alla Cina: senza dubbio l’amministrazione Trump non ha minimamente dato l’impressione di voler smontare il pivot to Asia (l’accerchiamento militare della Cina da parte americana) organizzato da Obama e dall’altro lato i nuovi buoni rapporti USA-Russia potrebbero rendere meno granitico quel blocco che ha unito Cina e Russia negli anni bui in cui a Washington spadroneggiavano i neoconservatives. Ma la grande diplomazia russa potrebbe lavorare per ricucire i rapporti.

L’unica situazione di forte preoccupazione è questo periodo di interregno precedente all’insediamento di Trump. Un colpo di coda dei neoconservatives in questa fase è sempre possibile (sebbene improbabile) al fine di rinfocolare la tensione con la Russia e porre Trump di fronte al fatto compiuto.

Il 2017 si annuncia comunque come un anno di grandi cambiamenti. A partire da questa Europa davvero ingessata come la sua Mister Pesc Mogherini che ancora oggi – con un riflesso degno del cane di Pavlov – parlava di nuove sanzioni alla Russia e alla Siria per la riconquista di Aleppo. La signora non è stata avvisata che il mondo che l’ha elevata a quel rango non esiste più.

Le morali dei capitalismi

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Chi confonde la morale borghese con il patriarcato è tecnicamente un cretino. Il patriarcato nasce nella notte dei tempi ed è codificato nelle Leggi Sacre che Dio diede a Mosé sul Monte Sinai: <<Non desiderare la donna d’altri>>. “Donna d’altri”; se ragioni sul concetto capisci che Dio ha detto (se l’ha detto, sua moglie non era sicuramente d’accordo) <<Donna di proprietà altrui>>. Questa visione è morta con l’avvento del modello di produzione capitalista e con il conseguente avvento al potere  della Borghesia che ha stravolto la società e i valori dell’ancien regime. La donna si trasformò – lentamente, ovvio – da proprietà del Pater Familias a proprietà della Fabbrica: anzi, per essere precisi doppiamente proprietà della Fabbrica; proprietà della Fabbrica Presente come lavoratrice e dunque come fattore della produzione e proprietà della Fabbrica Futura in quanto madre e dunque incubatrice-allevatrice della prole ovvero della mano d’opera futura per la futura fabbrica.

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Oggi come oggi possono sopravvivere elementi patriarcali come puro orpello decorativo generalmente per fare “bella” la facciata piccolo borghese, così come le gargouilles abbelliscono (e fanno da spauracchio!) sulla facciata della cattedrale di Notre-Dame de Paris! Oggi si sta imponendo una morale post-borghese più adatta ai metodi di produzione del nostro tempo. Il conflitto è dunque tra la morale borghese morente – dell’epoca del capitalismo fordista – e la morale  post-borghese nascente di quest’epoca di robotica e di intelligenza artificiale. Quest’ultima è una morale che ha inglobato, edulcorato e sterilizzato tutti gli elementi di contestazione alla morale borghese-fordista degli anni 70. Parlare oggi di Patriarcato è come agitare uno spaventapasseri. Forse fa paura a mia nipote Ignazia (fa l’ultimo anno della scuola dell’infanzia, <<classe coccinelle>> dice lei orgogliosamente… ).

 

La morale di Simone Le Castor

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<<…la verità umana è assai singolare e complessa, e nessun velo può mascherare la solitudine dell’individuo; la domanda sui legami con gli altri e con le cose; l’esigenza di libertà e, di contro, l’essere inevitabilmente schiavo; il bisogno di assolutezza insieme alla consapevolezza della propria finitezza; il suo vivere sapendo di dover morire. Sono queste le situazioni che l’umanità affronta realmente. Collocare questo determinato uomo e questa determinata donna in un sistema che li consideri astrattamente, trasponendoli su un piano universale e infinito, significa gettarli in una realtà che non gli è propria e, in ultima analisi, ostacolare il pensiero nella comprensione autentica dell’esistenza.>>

 

Bastiana Madau, “Simone, le Castor. La costruzione di una morale”, Cuec, Cagliari 2016, p. 31.

Pensieri e Parole

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<<Vorrei distinguere tra ‘storia delle idee’ e ‘storia del pensiero’.
Il più delle volte uno storico delle idee cerca di determinare quando appare un concetto nuovo, e questo momento è spesso identificato con la comparsa di una nuova parola. Quello che io cerco di fare da storico del pensiero è un po’ diverso. Cerco di analizzare il modo con cui le istituzioni, le pratiche, le abitudini e i comportamenti divengono un problema per la gente che si comporta in certi modi, che ha certe abitudini, che è impegnata in certe pratiche, che da vita a certe istituzioni.
La storia delle idee comporta l’analisi di una nozione dal suo nascere, attraverso il suo sviluppo, e nell’ambito delle altre idee che ne costituiscono il contesto. La storia del pensiero è l’analisi del modo in cui un campo non problematico di esperienze, o un insieme di pratiche, che erano accettate senza problema, che erano indiscusse, familiari e ‘tacite’, diventano un problema, sollevano discussione e dibattito, sollecitano nuove reazioni, e mettono in crisi il precedente tacito comportamento, le abitudini, le pratiche e le istituzioni fino a quel punto accettate. La storia del pensiero, intesa in tal senso, è la storia del modo in cui la gente comincia a occuparsi di qualcosa, del modo in cui si comincia a preoccupare di questo o di quello, per esempio della pazzia, del delitto, del sesso, di se stessi o della verità.>>

Michel Foucault,  Discorso e verità

Manipolare l’uomo a una dimensione

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Sono rimasto particolarmente colpito dall’iniziativa  referendaria del comitato per il SI e del Partito Democratico che coinvolge la comunità gay. La prima domanda che ci si dovrebbe porre è se la riforma costituzionale, per la quale voteremo a Dicembre, tocca in qualche modo i diritti delle persone LGBT in quanto tali. L’abolizione del CNEL riguarda i diritti degli omosessuali? Sembrerebbe di no. La riforma delle norme inerenti i rapporti Stato-Regioni riguarda i gay in quanto tali? Non sembrerebbe. L’abolizione del bicameralismo perfetto forse riguarda i diritti delle lesbiche? Sembrerebbe di no.

Allora come mai si fanno iniziative politiche coinvolgendo le persone in relazione alle loro preferenze sessuali?  Ahimè l’unica risposta che viene in mente a zeroconsensus è che anche in Italia sta arrivando una particolare forma di marketing politico: il marketing delle tribù. Per la verità questo particolare tipo di marketing già è stato ben sperimentato nel marketing commerciale classico: conosciamo per esempio la tribù degli “Iphonisti” oppure quello degli “alfisti” e quello delle persone che vestono “Chanel”.

Tale questione in apparenza secondaria – quasi una nota di colore – è invece della massima importanza. Negli USA già da almeno venti anni l’azione politica è intimamente legata a gruppi di pressione su temi particolari: i gay, i neri, le femministe, i fedeli evangelici, il KKK e via discorrendo. Ognuno di questi gruppi svolge un attività di lobbying e di pressione sullo specifico tema di interesse e successivamente viene dato l’endorsement sulla base dell’aderenza del programma del candidato sul tema che il gruppo difende.

Tutto normale? Mica tanto. La persona è portatrice di mille caratteristiche specifiche. Un gay al di là della sua identità sentimentale e  sessuale è anche operaio o avvocato, rurale o motropolitano, ateo, agnostico o credente, amante della poesia o analfabeta e via discorrendo. Imporre una tecnica politica dove il consenso è gestito sulla base degli interessi (o anche non-interessi) di specifici gruppi di pressione – non importa se si tratta di un gruppo pro-gay, o del comitato per la difesa della foca monaca o del KKK – significa lavorare per destrutturare la personalità dell’essere umano e formare un uomo ad un unica dimensione dove l’unica cosa che conta è quella specifica caratteristica della sua personalità nella quale (anche attraverso manipolazioni massmediatiche) si identifica più o meno artificiosamente, e più o meno consapevolmente.

Perché tutto questo? Semplice, l’uomo ridotto ad una dimensione è facilmente manipolabile perché sostanzialmente fanatizzato (zeroconsensus direbbe “empowermantizzato”). Ne volete una riprova? Ce la offre proprio l’iniziativa di cui ho postato la locandina e dalla quale ho preso spunto: se c’è una “categoria” a rischio da questa sciagurata riforma costituzionale è proprio quella LGBT. Cosa accadrebbe se un giorno prendesse il potere un partito di estrema destra e dunque omofobo? A causa di questa riforma non ci sarebbero contrappesi né nel Parlamento, né nella Corte Costituzionale (di fatto nominata dalla maggioranza parlamentare) e dunque proprio i diritti fondamentali delle persone sarebbero in grave pericolo.