zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Il processo di concentrazione del sistema bancario americano

 

Il processo di concentrazione del sistema bancario americano spiegato in una semplice diapositiva animata. Peraltro zeroconsensus ha già parlato di questo fenomeno descrivendo il meraviglioso modello di Paul Samuelson che spiega matematicamente il fenomeno. Inutile dire che il teorema, caro ai liberisti, del perfetto funzionamento del mercato lascia il tempo che trova.

De Profundis di Salvatore Satta

de profundis

Zeroconsensus propone per questo 25 Aprile un documento emblematico: la lettera con la quale la casa editrice Einaudi rifiuta di pubblicare il “De Profundis” di Salvatore Satta. Una lettera illuminante – ad umile avviso di zeroconsensus – sul valore della militanza.

<<Egregio Professore, non ci è certamente sfuggito l’acume con cui Lei analizza, nel Suo De profundis, la situazione creatasi nel nostro paese durante l’ultima guerra. E tuttavia non accettiamo il manoscritto per la pubblicazione, perché il suo modo di vedere le cose è troppo radicalmente diverso dal nostro. Certo, la nostra casa editrice ospita volentieri scritti di tutte le tendenze; tuttavia non spingiamo la nostra tolleranza fino ad un punto che significherebbe addirittura l’annientamento delle nostre persone e della modesta opera da noi svolta durante quelle vicende che Lei esamina con tanta perspicace spregiudicatezza. Nella nostra casa editrice siamo tutti partigiani, e non accettiamo la Sua posizione sugli avvenimenti 1940 – 1945 in termini sostanzialmente nazionalistici, di vittoria e sconfitta militare: quello che c’importa è la vittoria politica, civile e morale che la sconfitta militare ha significato per noi. E per questo abbiamo perseguito tale sconfitta con tutte le nostre forze sapendo di operare per il bene del nostro paese, e non per una cieca cupido dissolvendi che lei cerca acutamente, ma invano, di spiegarci. Tutto il Suo lavoro rivela che Lei è sempre rimasto estraneo agli ambienti antifascisti, durante i vent’anni del regime; e questo Le ha tolto di vedere gli avvenimenti odierni dal punto di vista di chi vi ha partecipato e ha contribuito, sia pure in minima parte , a determinarli. Lei è il tipico assente, e sconta oggi la Sua assenza con il catastrofico pessimismo che Le fa vedere il nostro popolo come un abulico e passivo oggetto di storia.>>

Massimo Mila, lettera indirizzata a Salvatore Satta, del 6 maggio 1946.

Greggio e Politica

petrolio

di Alberto Negri

Zeroconsensus propone questo pezzo di Alberto Negri pubblicato su il Sole24Ore sul prezzo del Petrolio come strumento geopolitico. Un pezzo che avvalora quanto scritto da Zeroconsensus in un pezzo per GeopoliticalCenter e non pubblicato in questo spazio.

Il petrolio è la materia prima più importante dal punto di vista geopolitico, come confermerà il vertice di Doha qualunque sia il suo esito. Il suo prezzo è determinato più dalla politica che dai mercati. E questo nonostante l’ascesa e ora il declino dello shale oil americano. Il prezzo dell’oro nero, adesso al ribasso, segna ancora il destino di interi popoli e nazioni perché è uno strumento affilato e a doppia lama nel grande gioco delle potenze, anche oggi che appare lontana l’era degli shock petroliferi che fecero inginocchiare l’Occidente.
Il crollo dei prezzi è stato uno degli aspetti della guerra del Medio Oriente lanciata nel 2014 dai sauditi con la sovrapproduzione di oro nero per contrastare la concorrenza di produttori americani, canadesi e russi ma soprattutto per asfissiare l’economia dell’Iran, alleato di Bashar Assad in Siria, portabandiera del fronte sciita e storico rivale nel Golfo. Riad aveva intuito che Teheran andava verso un accordo sul nucleare per farsi togliere l’embargo: affossare le quotazioni del greggio è la peggiore sanzione che poteva imporre a un altro Paese petrolifero, concorrente e nemico sui campi di battaglia. Una strategia rafforzata dall’intervento di Putin a fianco del regime siriano.
Eppure la Russia, che pure paga pesantemente il calo delle quotazioni, sta traendone qualche vantaggio politico: l’Opec è divisa ma Mosca, che non ha mai fatto parte del Cartello, siede quasi stabilmente al tavolo in funzione di mediatore tra le esigenze dei sauditi e quelle degli iraniani che sono alleati dei russi. Nessuno vuole tagliare la produzione prima che lo faccia l’altro e Teheran ha già annunciato di volere estrarre a breve 4 milioni di barili al giorno e magari 6 nei prossimi anni.
Gli iraniani non vogliono rinunciare ai vantaggi della fine dell’embargo occupando quote di mercato perché sono in gioco i destini della repubblica islamica impegnata su più fronti di guerra contro i sunniti – secondo il Financial Times ha appena schierato truppe dell’esercito regolare in Siria – e che attraversa una delicata transizione interna. Il presidente Hassan Rohani, con il quale l’Italia ha firmato accordi miliardari, confida nelle intese con l’Occidente per sconfiggere i falchi del regime. L’ala dura afferma che le politiche economiche di Rohani non funzionano e i prezzi bassi del petrolio non fanno che rendere più credibili questi argomenti. Anche se i moderati hanno avuto una buona affermazione alle legislative, il crollo del greggio potrebbe mettere in forse nel 2017 la rielezione di Rohani. Gli iraniani vorrebbero attirare 150 miliardi di dollari di investimenti ma come sottolinea l’ad dell’Eni Descalzi, soltanto i tagli del Big Oil sono stati l’anno scorso di almeno 180 miliardi.
L’ordine mondiale fondato sugli alti prezzi del greggio sembra al tramonto, così come l’onnipotenza del Cartello Opec. Una cosa è certa: anche l’oro nero a buon mercato provoca degli shock e saranno forse imprevedibili. Il crollo dei prezzi è il simbolo di un sistema fuori controllo dove l’irrazionalità e la destabilizzazione possono prevalere persino sugli interessi economici.

Verso un decoupling inflattivo tra le due sponde dell’Atlantico?

euro

 

Nelle scienze economiche per decoupling s’intende la perdita (o la diminuzione) di correlazione tra variabili economiche. Un esempio emblematico di decoupling è stato quello verificatosi – in relazione alla variabile crescita economica – tra paesi occidentali e paesi Brics durante la crisi economica innescatasi nel 2008 con il crack di Wall Street: mentre i paesi occidentali hanno avuto mediamente una crescita anemica (costellata da alcune fasi di vera e propria recessione) i paesi Brics hanno continuato a crescere mediamente ad un ritmo abbastanza sostenuto.

I dati sull’inflazione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea ci suggeriscono ora la possibilità che si verifichi un altro tipo di disaccoppiamento del tutto inaspettato dagli economisti: il disaccoppiamento dell’inflazione.

Negli Stati Uniti gli ultimi dati sull’inflazione suggeriscono una sua ripartenza a ritmi abbastanza forti: gli ultimi dati di Gennaio indicano infatti un inflazione pari al 2% su base annua. Il cosiddetto tasso di inflazione core ovvero quello che esclude i componenti più volatili ovvero cibo ed energia risulta invece pari al 2,2%..
In Europa al contrario si sta inesorabilmente precipitando in una spirale deflattiva che non si ha certezza se sarà sconfitta dalle misure di politica monetaria implementate dalla BCE di Mario Draghi.
Infatti gli ultimi dati disponibili indicano che nell’eurozona a Febbraio l’inflazione è stata mediamente negativa per un tasso pari al -0,2%. La tendenza riguarda quasi tutti i maggiori paesi europei e va dal -0,9% della Spagna, al -0,2% della Francia, al -0,1% della Germania e dello -0,3% dell’Italia.

Una tendenza, quella europea, che non appare sbagliato definire come allarmante e dove – ad umile parere di chi scrive – l’elemento più preoccupante è proprio il disaccoppiamento del dato rispetto a quello degli USA.
Questa tendenza, qualora fosse confermata nei prossimi trimestri non potrà che portare ad un ovvio disaccoppiamento delle politiche monetarie tra Zona Euro e Stati Uniti, dove la BCE sarà impegnata in una impegnativa lotta contro la deflazione implementando politiche monetarie, per forza di cose, accomodanti mentre dall’altro lato dell’Atlantico, qualora il trend dell’aumento dell’inflazione fosse confermato, non potremmo che assistere ad un aumento dei tassi d’interesse.

Una situazione di questo tipo non potrà che essere foriera di nuove sfide sotto diversi punti di vista:

1) Nei mercati finanziari si potrebbe assistere (ripeto, qualora ci fosse un aumento dei tassi in USA al quale corrisponda una politica accomodante nell’Eurozona) ad un ciclopico spostamento di capitali alla ricerca di rendimenti più alti dall’Europa verso gli USA;

2) Nei mercati valutari si potrebbe verificare un aumento del valore del Dollaro rispetto all’Euro con ovvie conseguenze anche sull’economia reale e segnatamente sulla dinamica delle importazioni e delle esportazioni tra le due sponde dell’Atlantico.

In definitiva, qualora questa situazione di disaccoppiamento della variabile inflazione fosse confermata assisteremo ad una situazione inedita che non mi pare azzardato dire come del tutto inaspettata dagli economisti e dai commentatori economici. Non rimane che sperare nella maggior preparazione dei nostri banchieri centrali.

Post pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter

 

Therachia, breve storia di una parola infame

fuoco

 

<<Θεραπων, Therapon! Maledetto destino!>> bisbigliava Aristeides il greco mentre al ritmo scandito dal tamburo del vogatore spingeva il suo remo. Alì, arciere della flotta dell’Emirato di Creta, catturato dai bizantini durante un insignificante scontro tra la sua nave e un dromone bizantino nelle acque dell’Egeo, ascoltava la lenta nenia del compagno di sventura, anzi, possiamo dire che questa gli dava il giusto ritmo. Alì aveva imparato il significato di quella strana parola che, pressappoco, significava schiavitù o servitù o un qualcosa che si trovava in un punto intermedio tra le due condizioni umane.

Si, aveva ragione Aristeides il greco – pensava tra sé e sé – la loro condizione era di schiavitù senza scampo: fino alla fine dei loro giorni sarebbero rimasti attaccati a quel maledetto remo. Alì sopravviveva ripensando alla sua giovinezza spensierata ad Alessandria d’Egitto e alle mille avventure come arciere imbarcato, ma soprattutto pensava al suo tentativo di fuga fallito durante una sosta nel porto di Trebisonda. Visualizzava ogni istante di quel tentativo per individuare ogni possibile errore e poter ritentare la sorte – presto o tardi – in un qualsiasi altro porto dove la nave fosse attraccata.

Preferiva rischiare di morire piuttosto che passare il resto della sua vita incatenato ad un remo su una nave bizantina. Quello era il suo inferno in terra: odiava il suono funereo di quel tamburo, odiava lo scudiscio dell’aguzzino che sorvegliava gli uomini ai remi e soprattutto odiava l’odore di urina e di sudore che doveva sorbirsi per ore e ore e che lo intossicava nel corpo e nell’anima più di qualunque altra cosa. Ogni tanto ripensava – nelle ore di riposo – a quella parola greca, therapon, che ripeteva Aristeides e che effettivamente spiegava perfettamente la condizione dei due tipi di rematori presenti nella nave: gli schiavi, generalmente progionieri di guerra e i buonavoglia, rematori di mestiere che venivano pagati in denaro.

Fu in una giornata come un’altra – uguale a tutte le altre – mentre il dromone seguiva la sua rotta tra le Baleari e la città di Tharros, in Sardegna, che scoppio una tempesta. Erano vicini alla costa e già l’equipaggio sul ponte vedeva il promontorio che oggi conosciamo con il nome di Capo San Marco. Nonostante la vicinanza alla costa la nave venne sballottata dall’imponenza delle onde come un fusciello da un rusciello in primavera. Il primo a morire fu il boukinator che fu trascinato in mare, mentre tentava di assicurare, con delle cime, dei barili di acqua dolce ed un barile di sardine sotto sale. Poi arrivò il turno del kentarchos: fu trascinato in mare mentre dava ordini quasi incomprensibili ai protokaraboi. Così l’equipaggio, privo del suo comandante, entrò nel più completo panico: tutti impartivano ordini non si sa bene a chi, fino a quando, a causa di una folata di vento fortissima, non cadde l’albero maestro della grande vela quadra. Fu allora che scoppiò un panico irrefrenabile, i protokaraboi abbandonarono il timone e la nave ed il suo equipaggio furono in completa balia delle onde e soprattutto della paura.

Sottocoperta, i rematori iniziarono a comprendere il dramma, e tra urla disperate chiedevano all’aguzzino con la frusta di liberarli dalle catene. I buonavoglia, che invece erano liberi, scapparono travolgendo il vogatore. Ma scappavano dove? Sul ponte regnava il più completo panico e innumerevoli erano ormai gli uomini trascinati in mare. Il dromone fu sballottato dalle onde per oltre un’ora quando – ad appena un miglio dalla costa – sbattè su degli scogli che affioravano appena. La chiglia si ruppe e la nave iniziò ad imbarcare acqua fino a quando non affondò appoggiandosi, quasi soavemente, sul fondale marino con quasi tutto il suo equipaggio.

Uno dei pochi che riuscì a salvarsi fu Alì, che si ritrovò su una spiaggia con la catena al piede. Per un colpo di fortuna l’asse di legno al quale questa era attaccata si spezzò a causa dell’impatto della chiglia con gli scogli.

Alì fu curato da un anziano sardo di nome Barisone che provvide a spezzare la catena. Sapeva bene cosa quella catena significasse: lo straniero era uno schiavo e lui aveva l’obbligo di consegnarlo ai bizantini. Decise di non farlo, l’uomo gli serviva per governare le sue greggi, infatti Barisone era ormai troppo anziano per occuparsene e inoltre non aveva figli che potessero sostituirlo nel lavoro. Quello schiavo era per lui un dono di Dio; lo avrebbe nascosto alle autorità e trattato bene ma  egli avrebbe dovuto lavorare per lui garantendogli una vecchiaia serena, senza problemi economici.

Alì – ancora a distanza di anni dal naufragio – mentre governava le pecore del suo interessato salvatore Barisone, diceva sempre la parola imparata ai remi da Aristeides:<<Therapon, Therapon! Maledetto destino, schiavo ero e servo sono diventato>>.

La parola fu appresa da molti e divenne di uso comune in Sardegna. Con il tempo si modificò fino all’attuale therachia che ancora indica sia la condizione dello schiavo ai remi che vorrebbe essere libero sia quella di chi, come il buonavoglia, era un rematore di mestiere. Ma soprattutto è tutt’oggi rimasto vivo il suo significato simbolico: essa racchiude tutto il dolore e la disperazione di Alì d’Alessandria d’Egitto, arciere della flotta dell’Emirato di Creta prima e schiavo ai remi di un dromone bizantino poi.

Il funerale del Guardiaboschi o sul terzo movimento della Prima Sinfonia di Mahler

 

Siegfried, come ogni mattina uscì dalla sua baracca di legno ai margini del bosco di Sorengard. L’odore pungente del fumo che si propagava dal comignolo della casa si alternava alla brezza ghiacciata di quella mattina invernale. Più si allontanava inoltrandosi nel bosco, più l’odore del fumo diventava tenue e il suo olfatto era vinto dall’odore delicato dell’erba ricoperta da una patina di rugiada. Anche il suo udito era ormai preso da quella che chiamava “musica del bosco”; rami che sbattevano delicatamente su altri rami a causa della brezza e soprattutto lepri e scoiattoli che correvano – schiacciando l’erba e i rami secchi – verso la tana appena si accorgevano della sua presenza. In lontananza l’ululato di un lupo si alternava al richiamo del falco che – in alto – sorvolava descrivendo un cerchio nel cielo terso e appena illuminato dal sole nascente.

Siegfried camminò per molti minuti, fino a quando il sole non fu totalmente sbocciato nel cielo. Mentre era immerso nella natura – nel suo bosco – nessun pensiero, né positivo né negativo, distraeva la sua mente: c’erano solo i suoni degli animali e delle piante che componevano una struggente sinfonia d’amore e di speranza.

Quando arrivò alla Fonte di Gustav, si sedette su una roccia e il suo orecchio – come sempre – fu attratto dall’acqua che sgorgava gorgogliando dalla roccia e che si incanalava dolcemente verso il fosso di Gallegard, dove il piccolo filo d’acqua si sarebbe congiunto con il ruscello che a sua volta con forza di neonato si apriva la strada verso il burrone di Holterborg formando una piccola e bellissima cascata in cui, quando i raggi del sole – con la giusta angolatura – attraversavano le piccole goccioline d’acqua che fluttuavano nell’aria,  nasceva  un piccolo arcobaleno colorato.

Ad un tratto l’incanto nel quale l’uomo era immerso fu rotto da dei lenti passi leggeri provenienti da dietro l’alto cespuglio di eucalipto selvatico che precludeva la visuale alla sua sinistra.

Poggiò la mano sul suo bel tascapane in pelle che lo accompagnava da anni nel suo giro; fece leva con il palmo e prese così la spinta per alzarsi. Si diresse verso il grande cespuglio che amava tanto perché non comprendeva come fosse arrivato lì il seme dal quale era germogliato.

Vi si appostò silenziosamente dietro, facendo attenzione a non fare il minimo rumore, in attesa che colui che si muoveva con passi lenti ma leggeri si mostrasse. Siegfried respirava dolcemente e lentamente, in attesa. Non durò però molto: a lenti passi l’ospite si rivelò.

Era il grande cervo, quello che lui da sempre considerava il re del suo bosco. Il suo manto rossastro era lucidissimo a causa dell’umidità della notte e a tratti pareva anche brillante, le corna – grandissime e meravigliose – gli davano un’aurea di nobiltà e ne facevano un vero principe. Il cervo osservava la radura della fonte dove di solito si abbeverava nella speranza di capire se l’uomo si fosse allontanato.

Siegfried, con dei lentissimi passi all’indietro, con la massima cura per non farsi sentire, si allontanò dal cespuglio: voleva che il Re del Bosco potesse andare ad abbeverarsi senza essere disturbato dalla sua presenza.

Quando fu lontano quattro passi dalla pianta si voltò – sempre con la massima attenzione – e si diresse al confine della radura per poi immergersi nella boscaglia, così da poter osservare la meraviglia di quel bellissimo essere, quasi magico, che si abbevera.

Mentre si dirigeva verso il punto che aveva scelto, sentì una forte fitta al petto e vi portò, istintivamente, la mano destra, quasi a sostenerlo con il palmo. Aprì la bocca, non per urlare, ma per portare ai suoi polmoni più aria possibile. Mentre faceva questo – purtroppo – le gambe gli vennero a mancare:  cadde a terra, senza riuscire neanche a compiere il gesto istintivo di proteggersi mettendo le mani avanti. La sua guancia sentiva il fresco dell’erba e la sua mente fu attratta da questa bellissima sensazione. Allungò il braccio in avanti quasi a cercare qualcosa che potesse sostenerlo: non trovò nulla e allora strinse con la mano dei fili d’erba freschissimi. Il bellissimo odore dell’erba della mattina sul suo viso a terra e sul palmo della mano fu l’ultima sensazione che Siegfried riuscì a comprendere: in un attimo perse la coscienza e morì.

Il cervo, non vedendo più l’uomo e non sentendone neanche l’odore, sbucò dagli alberi e si diresse, con il suo portamento regale, verso la fonte per abbeverarsi. Stette lì per un po’ di tempo bevendo prima avidamente e poi sempre più placidamente. Ad un certo punto, diresse lo sguardo fiero verso il bosco e vi si diresse.

Dopo pochi passi – all’improvviso – si ritrovò tra le zampe il corpo di Siegfried. Si fermò ed in tutta la sua imponenza iniziò ad osservare l’uomo con il suo occhio, nero, profondissimo ed acquoso.

Anche due scoiattoli guardavano da un albero il grande cervo e l’umano riverso a terra. Così, nel cielo – allo stesso modo – il falco planava disegnando i suoi cerchi attorno alla radura come se fosse una danza d’addio. Sembrava quasi che gli animali del bosco vegliassero Siegfried il guardiaboschi che per tanti anni aveva protetto loro e il bosco. Una veglia che era come un saluto. Come un ringraziamento.

malher

Gustav Mahler prese ispirazione per il Terzo Movimento della Prima Sinfonia da questa incisione di Moritz von Schwind intitolata “Il funerale del cacciatore” ma a me piace pensare che Malher in realtà abbia voluto celebrare il funerale di chi protegge gli animali: il guardiaboschi.

Sanders i comunisti e la filosofia canina

sanders

 

Cos’è il principio di realtà? Io direi che è la distanza che separa l’idea dall’azione: più ci si avvicina al punto che rappresenta l’azione e più si è ancorati alla realtà.
Il Compagno Snoopy (qualcuno vorrebbe obbiettare che Snoopy non è marxista?) direbbe che l’idea di un cane non morde. Per mordere ci vuole un cane in carne ed ossa.

Ecco, Bernie Sanders sarà un bracchetto, ma è pur sempre un brachetto reale. Inutile paragonarlo con quel bellissimo (ma innocuo) Laika siberiano che di nome fa Lenin e che esiste solo nella nostra mente…ma che essendo nella nostra mente non morde i capitalisti.

#FilosofiaCanina

I tossici tassi negativi

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di Mario Seminerio

Zeroconsensus propone alla vostra attenzione un post davvero interessante di Mario Seminerio (Phastidio.net) sugli effetti tossici della politica dei tassi negativi. 

Sul Financial Times compare un commento di Scott Minerd, responsabile investimenti del gestore di fondi Guggenheim Partners, sul rischio di effetti perversi prodotti dalla politica monetaria di tassi negativi. Che, in pratica, finirebbe con l’esacerbare quella stessa deflazione che vorrebbe combattere, ed accentuare il circolo vizioso o più propriamente infernale della trappola della liquidità. Argomento complesso, ma è utile tentare di capirci qualcosa, nel momento in cui il il rendimento del Bund decennale sta tornando verso lo zero.

I tassi negativi agiscono come veleno nei confronti dei bilanci bancari, distruggendo il margine di interesse. Dopo la decisione del Giappone di introdurre un sistema di tassi negativi sulla remunerazione delle riserve libere detenute dalle banche commerciali presso la banca centrale, i mercati globali hanno visto una fase di crolli delle quotazioni bancarie verosimilmente riconducibili alla decisione di alcuni grandi investitori (i soliti, per non fare nomi) di scommettere pesantemente sulla perdita di redditività delle banche, cioè sul fatto che il business creditizio è entrato in una fase di crisi esistenziale.

Ma come funziona il meccanismo? Una banca che si veda progressivamente preclusa l’opportunità di impiegare la propria liquidità a tassi positivi o almeno non negativi deve decidere che fare per tutelare la propria redditività. Potrebbe ad esempio aumentare il proprio profilo di rischio allentando gli standard creditizi, cioè facendo credito a soggetti non particolarmente meritevoli di ottenerlo. Questo obiettivo si raggiunge anche comprando obbligazioni ad alto rendimento, quelle conosciute come “spazzatura”. Ma qui subentrano evidenti problemi di gestione del rischio, e questo è il motivo per cui è verosimile che i tassi negativi della Bce non si tradurranno in effettivo aumento di erogazione di credito.

Oppure la banca potrebbe decidere di praticare tassi negativi ai depositi della clientela partendo da quella con elevati saldi liquidi, come ad esempio gli investitori istituzionali, i fondi pensione ma anche le tesorerie aziendali. Cioè la banca sposterebbe l’onere dei tassi negativi verso i propri creditori. Ma potrebbe anche farlo verso i propri debitori, ad esempio aumentando i tassi richiesti sui prestiti. In tal caso avremmo l’effetto paradosso di aumento del costo del credito, a parità di rischiosità del debitore, proprio mentre i tassi ufficiali diminuiscono, producendo quindi un aumento del tasso d’interesse reale. Che a sua volta deprimerebbe l’economia, aggravando le condizioni di deflazione che i tassi negativi vorrebbero combattere.

Se poi, e di questo parla Minerd sul Ft, si giungesse ad applicare tassi negativi anche ai piccoli risparmiatori, questi ultimi finirebbero con l’aumentare la propria domanda di saldi monetari. In altri termini, preleverebbero le banconote dalle banche e se le terrebbero a casa o in cassetta di sicurezza. Questo fenomeno della tesaurizzazione varrebbe peraltro, su scala ovviamente proporzionale, anche per gli investitori istituzionali. In Svizzera, dove i tassi ufficiali sono da oltre un anno fortemente negativi (a meno 0,75%), alcuni fondi pensione stanno valutando di affittare forzieri ove detenere la propria liquidità sotto forma di banconote. I maliziosi già ora segnalano che dietro la critica della Bce e di Mario Draghi all’utilizzo di banconote di taglio elevato si celerebbe, più che la lotta a criminalità comune e terrorismo, il desiderio di rendere fisicamente scomoda la detenzione di banconote.

Come che sia, la tesaurizzazione di banconote, cioè l’uscita di fondi dal circuito bancario, produrrebbe l’effetto di abbattere la velocità di circolazione della moneta, che a sua volta è la determinante del livello dei prezzi. Effetto finale, in presenza di radicamento di aspettative, sarebbe l’aumento di pressioni deflazionistiche, a cui le banche centrali sarebbero costrette a rispondere verosimilmente con tassi ancor più negativi. Ecco perché i tassi negativi rischiano di essere la strada dell’inferno lastricata di buone intenzioni delle banche centrali. Tempi interessanti ma anche inquietanti.

P.S. In caso steste pensando “ma allora, basta aumentare i tassi per risolvere i problemi”, fatevela passare. Avere deflazione e disinflazione con tassi nominali in aumento produce un non meno nocivo tasso d’interesse reale positivo e crescente, e diremmo che non è il caso.

Fonte: Phastidio.net

Marx e il debito pubblico

marx

Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli servì da serra. Così prese piede anzitutto in Olanda. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato — dispotico, costituzionale o repubblicano che sia — imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.

Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poichè la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna.

Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione VII, Cap.24

La Donna Serpente

lucifero

 

Ma ora celebro la tregua, ultima cerimonia

in onore dell’assenza,

prima che inizi il nuovo interminabile itinerario

delle infinite cerimonie dell’assenza.

Giacché, naturalmente,

tutto può mimare la tregua della fine,

ma non già l’assenza.

Giorgio Manganelli – Dall’inferno

Una volta, tanto tanto tempo fa’, un giovane allegro e curioso, tale Ludovico Vernagallo andò in una città antichissima con una università altrettanto antica. Tanta era la sua curiosità che decise di stabilirvisi e di studiare in quel luogo che ai suoi occhi, forse ingenui, appariva meraviglioso.

Fece subito amicizia con un altro giovane arrivato dalle montagne appenniniche: Juan Carù del Castello. Erano così diversi i due, quanto il primo era sognatore il secondo era freddo e calcolatore. Ma i due andavano davvero d’accordo anzi, non pare azzardato dire, che le differenze di carattere quasi completassero entrambi.

La sfortuna ci mise lo zampino sotto forma di donna in carne e ossa. Oh lettori cari, non vi sembri banale questa storia, io Teofilo di Lione eminentissimo XXXVII° Abate di Monte Cassino nell’era del Cristianesimo Unificato posso garantirvi che trattasi di una delle più tremende storie che abbia mai sentito e che per trovare qualcosa di altrettanto mirabile occorra rifarsi agli antichi romanzi dell’epoca in cui il popolo di Dio era diviso tra Cattolici e Ortodossi.

All’inizio di quella che il nostro ingenuo Vernagallo chiamava la sua “avventura intellettuale” (Oh che ingenuità amabili lettori!) gli si presentò la donna di cui sopra mentre percorreva la strada per recarsi nell’Antica Università. La dama – invero brutta e soprattutto emanante un’enorme forza malvagia –  gli si butto tra le braccia urlando:<<Ludovico! Come stai?>>. Il nostro non capiva parendogli di non riconoscerla e anzi, possiamo dire era certissimo di non averla mai vista. Fatto sta che con il suo brigare essa riusci a ritagliarsi uno spazio tra gli amici del nostro sciagurato protagonista.

E qui eccolo lo zampino della sfortuna: il suo amico Juan si innamorò della strana ma intraprendentissima damigella e ci si mise assieme! Inutile provare a spiegare lo sgomento e la preoccupazione di Ludovico così sensibile – Oh questo difetto lo ha accompagnato per tutta la vita forse influenzato dalla lettura di Platone – alla bellezza femminile. Soleva dire per mettere in guardia l’amico carissimo: <<Ciò che è bello è anche buono>>, che prosaicamente andava inteso come:<<Stai attento che la tua bruttissima dama si rivelerà anche un mostro>>.

Ludovico che per queste cose aveva un fiuto infallibile non si sbagliò: la damigella si dimostrò presto di indole malvagia, predisposta al ricatto e alla violenza psicologica. Il povero Juan uscì quasi fuori di senno a causa dei suoi comportamenti sconcertanti. Il nostro Ludovico – senza dubbio sciagurato ma di cuore generoso – lo aiutò in tutti i modi possibili anche se non ebbe mai il coraggio di chiedere all’amico se era sotto ricatto per qualcosa con quella che si era rivelata un’infame damigella. Ne egli rivelò soprattutto la cruciale informazione che ella  si era dichiarata <<Amica di famiglia>> (qualunque cosa potesse significare questa strana locuzione) di una terribile donna conosciuta anche dal nostro Vernagallo e adusa al meretricio a pagamento e ad altre nequizie che il vostro narratore, essendo un uomo di chiesa, non osa nominare. Se dovessimo cercare una pietra di paragone potremmo dire che questa tremenda donna – “amica di famiglia” della malvagia Dama – può essere paragonata a “Peppa la sarda”, l’avvelenatrice del romanzo “I Beati Paoli” di quel Luigi Natoli eminente scrittore siciliano dei tempi antichi.

Alla fine quasi come per miracolo il povero Juan riuscì a liberarsi di quello che pareva un sortilegio amoroso e la vita riprese a scorrere allegra tra risate, beffe, avventure e studio assieme al suo amico il colto, sognatore e romantico Ludovico Vernagallo.

Ad un certo punto ci fu però un grosso cambiamento, Vernagallo fu spedito nella sua isola presso una guarnigione militare di Lanzichenecchi, al suo ritorno Juan era cambiato, ma il nostro sciagurato non riuscì a percepirlo immediatamente. Fatto sta che il destino aveva tratto i suoi dadi e Vernagallo andò a vivere in una bella casa con pianoforte dove dimoravano due Dame: Palushka Pegaso dell’Arca ed Ermenegilda dell’Arco.

Juan si innamorò di Palushka e il nostro Ludovico ne fu sinceramente compiaciuto almeno – pensava – il fantasma della malvagia e orrida dama si sarebbe definitivamente dissolto.

Le cose procedettero tranquillamente, pur con qualche dissapore tra Ludovico e Juan, a causa delle differenze di carattere che venivano amplificate dalla convivenza. Ma niente di insuperabile.

Un giorno accadde però l’irreparabile. Il nostro Cavalier Vernagallo andò ad ascoltare l’audizione del Dottissimo e Chiarissimo Giureconsulto Angelus Barbutus discepolo del Grande Rescignius Partenepeus. All’audizione si presentò anche la malvagia Dama, che come al solito metteva le mani addosso al nostro prode Cavaliere. Chissà cosa accadde in quell’attimo nella testa del Nostro, questo è tutt’ora un mistero. Fatto sta che Vernagallo con un urlo da belva inferocita disse:<<Basta! Levami quelle maledette mani di dosso!>> umiliando così la dama malvagia di fronte a centinaia di persone. La Malvagissima se la legò al dito e decise di fargliela pagare, utilizzando un brutto apprezzamento che Vernagallo fece – tempo prima davanti a lei – su Dama Palushka di cui l’amico carissimo e amatissimo era innamoratissimo. Vernagallo, spesso soleva dire:<<Maledetta la mia lingua che non ho tenuto a freno>>, ma così evidentemente il destino aveva stabilito. I progetti di Dio Santissimo – ve lo dice il vostro narratore che è uomo di fede – sono davvero imperscrutabili: giudicare è dunque inutile.

E così la tremenda Dama riuscì a far litigare i due baldi Cavalieri e le due dame con cui vivevamo insieme; Palushka ed Ermenegilda. Con quest’ultima, nel frattempo, il nostro Vernagallo intratteneva una relazione segreta che sarebbe stata resa pubblica di fronte al Santo Tribunale Inquisitorio dei Sardi solo dopo la litigata con i due vecchi amici. Su questo Santo Tribunale ci sarebbe molto da dire ma in questa sede ci limitiamo a sottolineare che nell’antica città ve n’era una sede staccata detta “d’oltremare”, ben fornita di forche, ghigliottine, garrote e plotoni d’esecuzione per i sardi atipici perché troppo “continentalizzati”.

Ma può essere così malvagia una Dama come ha dimostrato di essere la Nostra? Per capire il suo grado di malvagità non possiamo – sperando di non spaventare troppo il lettore – non parlare della sua terribile vita.

La donna provava un odio infinito per l’Umanità, odiava chiunque fosse felice o avesse anche solo la possibilità di esserlo. Non siamo in grado di sapere il perché di questo, la mente umana è un abisso oscurissimo e insondabile. Sappiamo solo che essa fu iniziata ai piaceri di Saffo, ma anche le donne raccolsero i frutti della sua immensa malvagità. Memorabili sono le angherie subite dalla povera Giulietta da Legnago e da Daniela da Alghero. E chissà quante altre hanno subito la sua malvagità, il vostro narratore questo non è in grado di ricostruirlo. Possiamo solo aggiungere che la Dama Nera ad un certo punto fu anche iniziata all’Arte Sublime del Divin Marchese De Sade e dunque amava percuotere con strani attrezzi infernali – prima di farci safficamente l’amore – le dame che con essa avevano la ventura di accompagnarsi. Di questo siamo certissimi, perché nelle sue memorie il Cavalier Vernagallo ha lasciato anche alcune foto eloquenti della Dama Nera. Chissà come Vernagallo ne venne in possesso. Noi sappiamo solo che nella sua vita avventurosa era in contatto con persone Potentissime e Reverendissime sia della Capitale Massonica del Male sulle rive del Potomac, sia della Capitale Comunista del Bene sulle rive della Moskova.

Apparentemente la vita del nostro Vernagallo scorreva tranquilla, nell’antica città continuò la sua storia d’amore travolgente con la sua Ermenegilda. Sfortunatamente Juan, l’amico accecato dall’odio, brigò (assieme alla Dama Nera Malvagissima) per fargli del male e ci riuscì abbastanza bene. Anzi, possiamo dire che il numero di squallide bassezze che dovette subire Vernagallo furono veramente oltre ogni umano limite accettabile.

Il nostro Vernagallo scoprì tutto questo – dopo moltissimi anni – quando i suoi avversari politici utilizzarono le uova velenose deposte dal cavalier Juan Carù del Castello e dalla Dama Nera Malvagissima per fargli del male. Immediatamente il Nostro mosse mari e monti per capire se Ermenegilda stesse bene (nel frattempo l’amore tra i due era finito e Vernagallo non se ne era più preoccupato) perché sapeva sin troppo bene che coloro che odiavano lui odiavano anche lei. Oh, cari lettori, voi non potete immaginare il suo sgomento e la sua cupa disperazione quando scoprì che la sua antica Dama era rinchiusa in un Monastero Appenninico tanto era enorme il male che le fu fatto dai suoi nemici.

E fu così che al Nostro prode Cavalier Ludovico Vernagallo si pietrificò il cuore a causa dell’odio enorme ed inestinguibile che lo aveva intossicato. Possiamo dire, senza tema di essere smentiti, che il cuore del Nostro Cavaliere era diventato uguale al cuore di Lucifero caduto dal Paradiso per essersi ribellato all’Onnipotente. Nel suo eremo sui Monti Vandalici il Nostro meditava tremenda vendetta ed era disposto a tutto per ottenerla. Avrebbe mosso i suoi Reverendissimi e Potentissimi amici della Capitale del Male sulle rive del Potomac e quelli della Capitale del Bene sulla Moskova se necessario, ma avrebbe dissetato la sua gola riarsa bevendo dal calice della Vendetta. Nulla lo avrebbe potuto fermare.

Alla fine però – e questa è la tremenda morale della storia – i due vecchi amici ormai con il cuore malvagio e pietrificato da quell’odio senza fine sarebbero stati precipitati tra le fiamme dell’Inferno dove ad accoglierli ci sarebbe stata la Dama Nera Malvagissima che così raggiunse il suo vero scopo: avere i due cavalieri per l’eternità al suo fianco. Lei sapeva bene che la vita è nulla più che un soffio nell’infinito e che attendere una vita per averli per l’eternità era un gioco che valeva la candela. I due all’Inferno sarebbero stati insigniti del titolo di “Duca Infernale” (1) e sarebbero ritornati giovani ventenni. Juan avrebbe ritrovato i suoi ricci biondi persi a causa delle calvizie e Ludovico avrebbe ritrovato i boccoli corvini che con gli anni si erano tinti di grigio. I due, per l’eternità, sarebbero stati condannati a fecondare la tremenda Dama Nera Malvagissima che in realtà era la Principessa Infernale Donna-Serpente. I frutti del concepimento – così risulta dagli studi – sarebbero stati dei velenosissimi cobra del Gange che la Dama avrebbe espulso direttamente dalla vagina e che, strisciando, sarebbero usciti dall’Inferno infettando con il loro malvagio veleno l’intera Umanità fino al ritorno di Nostro Signore Santissimo nel giorno dell’Apocallisse.

Oh giovani che avete letto questa storia tremenda, fatene tesoro, resistete alle lusinghe del Male e al piacere della carne e della vendetta. Siate vigili! Oh giovani, portate sempre con voi il ricordo dei due prodi cavalieri Juan Carù del Castello e Ludovico Vernagallo e ricordate le parole del Sommo Poeta Majakovskij:<<In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile>>.

(1) “Duca Infernale” è il grado che sarebbe spettato ai due cavalieri una volta giunti all’Inferno secondo gli approfonditi studi fatti dall’Abate Teofilo di Lione, narratore di questa terribile storia. La cosa appare attendibilissima essendo l’Abate il più insigne studioso del “Dizionario Infernale, o, repertorio universale degli esseri, dei personaggi, dei libri, dei fatti e delle cose che riferiscono alle apparizioni, alle divinazioni e alla magia…” di Collin de Plency e di Jacques Albin-Simon.

(Il quadro raffigurato nell’immagine è di Roberto Ferri ed è intitolato “Lucifero”)

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