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Ma Putin non è la Russia

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La tesi secondo la quale “Putin è la Russia”, appalesatasi al convegno – a porte chiuse – tenutosi alla Farnesina e vertente sui rapporti tra Occidente e Russia è, a mio umile avviso, totalmente errata e fuorviante. Essendo la questione di estrema e drammatica importanza ritengo importante esprimere succintamente una tesi diversa.
Se è sicuramente vero che durante l’esperienza sovietica il livello di democrazia (o se preferite di “divisione del potere”) era più elevata è senza dubbio un errore considerare l’epoca Putin come un’autocrazia se non addirittura una dittatura.
Putin è arrivato al potere – con l’appoggio dei cosiddetti siloviki ovvero dell’apparato del KGB – nel momento più nero dell’epoca post sovietica, quando Mosca era in balia di bande di oligarchi senza scrupoli che – ad occidente – si schermavano dietro un paravento di “liberalismo” per celare il modo gangsteristico con il quale intendevano il capitalismo.
Putin ha riportato all’interno la stabilità e lo stato di diritto ed inoltre si è contraddistinto per aver impostato la propria politica estera sul principio di prevedibilità, ovvero una politica razionale e di moderata apertura verso l’Occidente. Questo modus operandi aveva il pregio di tranquillizzare quell’Occidente da sempre inquieto verso il colosso euroasiatico: a Washington, a Londra e a Berlino tutti sapevano che l’Orso era nella sua tana.
I deprecabili fatti di Kiev del 2014 che – inutile negarlo – hanno abbattuto illegittimamente il governo democraticamente eletto di Yanukovic hanno cambiato le cose. I rapporti tra Russia e Occidente si sono raffreddati a tal punto da portare molti commentatori a parlare di nuova “guerra fredda”.
A tale proposito è da notare che è proprio ieri il governo russo ha vietato il transito del materiale necessario alle truppe Nato di stanza in Afganistan. La notizia è di rilevante importanza non tanto dal punto di vista militare (probabilmente gli strateghi della Nato hanno già pronte rotte alternative di approvvigionamento) ma dal punto di vista diplomatico: per la prima volta la Russia non si limita a rispondere alle mosse degli Occidentali ma passa all’attacco lasciando all’avversario l’onere dell’eventuale risposta. In altri termini per la prima volta Putin deroga al principio di prevedibilità, che da sempre ha contraddistinto la sua politica estera, implementando una mossa inattesa.
Ritornando al tema principale: Putin è la Russia? Io ritengo di no: Putin è stato per anni il primus inter pares tra le due principali anime della dirigenza Russia: quella filo occidentale e quella autarchica ed indipendentista. I fatti di Kiev hanno dato a Putin un enorme consenso di popolo perché dopo il “decennio delle umiliazioni” i russi hanno visto un capo che ha saputo dire basta alle mosse dell’Occidente (viste come dei soprusi). Questo non vuol dire però che Putin sia la Russia e che eliminando lui sia risolto il “problema” Russia. Vladimir Vladimirovic ha – da un lato – dalla sua parte tutto il partito degli “indipendentisti” (in buona parte coincidente con quello dei “siloviki”) e dall’altro lato la stragrande maggioranza del Popolo russo che non intende tornare all’incubo “liberale” degli anni novanta. A tale proposito è proprio di questi giorni una notizia che chiarisce il livello di mobilitazione dei russi. La Alfa Bank ha fatto causa alla Uralvagonzavod (l’azienda produttrice del nuovo tank T-14 Armata) per il recupero di un credito di 523,5 milioni di rubli, questo semplice fatto, del tutto normale in un economia di mercato, è stato visto come un vero e proprio sabotaggio della produzione del T-14 e dunque come un tradimento. Addirittura sono stati innumerevoli i casi di persone che si sono precipitate a chiudere il conto presso la Alfa Bank come forma di protesta. In un simile contesto è difficile credere alla tesi che Putin sia la Russia, semmai rappresenta lo spirito della Russia e i sentimenti profondi del suo popolo. Analizzando il contesto sociale è dunque evidente come una qualsiasi mossa tesa a disarcionare l’attuale presidente sia non solo velleitaria ma anche controproducente. Probabilmente un simile tentativo porterebbe ad una vera e propria rivolta del Popolo russo con la possibile ascesa di uomini ancora più intransigenti (a tale proposito sottolineo l’ascesa di Sergeij Borisovic Ivanov, ormai ombra di Vladimir Putin).

Articolo pubblicato originariamente su GeopoliticaCenter.com

Le “Leggi di movimento” secondo Sylos Labini

 

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di Paolo Sylos Labini (*)

Tanto Ricardo quanto Marx ritengono che nel lungo periodo i profitti tendono a flettere e che l’economia capitalistica tende a generare disoccupazione; ma interpretano queste tendenze in modo molto diverso. Cominciamo con la tendenza dei profitti a flettere. Ricardo attribuisce quella tendenza ai rendimenti decrescenti della terra; per Marx, come ricorderò fra breve, essa dipende dall’aumento nella composizione organica del capitale. L’affinità fra Ricardo e Marx, dunque, non riguarda le cause, ma le conseguenze della tendenza dei profitti a flettere: freno – addirittura arresto – nel processo di accumulazione. (La posizione di Smith, che considera quella tendenza in termini molto generali, è profondamente diversa sia nell’individuazione delle cause che nella valutazione delle conseguenze.)

Quanto alla disoccupazione, Ricardo è il primo economista a considerare quella che oggi viene chiamata <<disoccupazione tecnologica>> (la considera, anzi, solo in un capitolo aggiunto alla terza edizione dei suoi Principi) Marx accoglie la tesi di Ricardo, con emendamenti non essenziali, e la sviluppa, tanto con riferimento al breve periodo, ossia al ciclo, quanto con riferimento al lungo periodo, ossia al processo di accumulazione, il quale avrebbe portato una ricchezza crescente per i borghesi ed una miseria crescente per i proletari – gli operai salariati. Nell’analisi che segue tratterò questi due problemi – fluttuazioni cicliche e miseria crescente; ma cercherò d’inquadrare questo esame in un contesto più ampio, che riguarda il significato di quelle che Marx chiamava «leggi di movimento» dell’economia capitalistica. La comprensione di tali leggi aveva, per Marx, importanza essenziale, giacché essa avrebbe consentito previsioni, sia pure non rigidamente predeterminate; a loro volta, siffatte previsioni avrebbero consentito alla classe rivoluzionaria per eccellenza, il proletariato, di elaborare una strategia volta a cambiare radicalmente la società. Era appunto questa I’impostazione che avrebbe contrassegnato il «socialismo scientifico», differenziandolo dal «socialismo utopistico»: il primo si fonderebbe su una strategia emergente da una sistematica analisi critica delle tendenze di fondo dell’economia; il secondo, invece, consisterebbe in progetti formulati a tavolino sulla base di una critica astratta, dettata semplicemente dalla coscienza morale. Si trattava invece di elaborare una strategia rivoluzionaria dopo aver individuato il soggetto storico capace, per la stessa logica del processo di trasformazione sociale, di portarla a compimento.

In certi casi, come nella Prefazione al primo libro del Capitale nel passo che cito qui sotto, Marx parla, al singolare, di una «legge di movimento»; ma come risulta chiaramente da tutta la sua analisi successiva, egli allude a un processo generale di trasformazione, che comprende una molteplicità di processi – di «leggi» – particolari:

Anche quando una società è riuscita a intravvedere la legge di natura del proprio movimento e fine ultimo al quale mira quest’opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna – non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento. Ma può abbreviare e attenuare le doglie del parto.

Le previsioni ricavabili dalle leggi di movimento non hanno e non possono avere natura deterministica perché si tratta di «leggi assolute» o tendenziali: la loro azione, avverte Marx, viene modificata da molteplici circostanze (Capitale, libro I, cap. XXIII, 4). Questa avvertenza, tuttavia, non può cancellare o addirittura rovesciare le aspettative ‘implicite in quelle «leggi»: se una data tendenza risulta più che compensata da contro-tendenze, ciò significa che queste sono state più forti di quella e meritano più di altre l’attenzione dello studioso. In altre parole, neppure i discesoli più fedeli di Marx possono presentare le previsioni come interminabili a proprio arbitrio, adattandole ai fatti: il confronto fra teorie e fatti, pur con Be necessarie qualificazioni, è significativo. dunque, è importante, anzi essenziale, valutare le «leggi di movimento» e le relative previsioni alla luce dell’andamento reale delle economie capitalistiche: senza queste «leggi», quello di Marx non è più distinguibile da uno dei tanti progetti dei socialisti utopisti.

Ciò premesso, mi propongo di attirare l’attenzione del lettore su cinque grandi previsioni di Marx: la previsione riguardante la tendenza dei salari, quella riguardante la sistematica espansione del proletariato e la flessione dei ceti intermedi tradizionali, quella relativa alla caduta tendenziale dei profitti e alla crisi generale del capitalismo, la previsione della progressiva concentrazione delle attività produttive e, infine, la tesi che il processo dell’accumulazione  capitalistica avrebbe avuto. anche nel futuro. carattere ciclico. Dico che le prime tre previsioni sono risultate chiaramente erronee (1) mentre le ultime due appaiono sostanzialmente corrette.

Pur tenendo conto che la distinzione tra analisi politica e analisi economica è essenzialmente formale, non sembra fuori luogo affermare che le prime tre previsioni – quelle che considero erronee – sono rilevanti soprattutto per il politico, mentre le ultime due interessano in modo preminente l’economista.

 

(1) La crisi economica deflagrata nel 2008 pone in dubbio, a umile parere di zeroconsensus, l’affermazione di Paolo Sylos Labini.

 

(*) Paolo Sylos Labini, Le forze dello sviluppo e del declino, Bari 1984

 

Analisi del DEF 2015

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 di Riccardo Achilli

Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme al Piano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governo nazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva di quella inizialmente abbozzata).

Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di vera e propria ripresa, della crescita, che quest’anno dovrebbe attestarsi sullo 0,7%, per poi arrivare all’1,4% nel 2016 ed all’1,5% nel 2017. Tale ipotesi si bassa su una ripresa delle esportazioni, che dal +2,7% del 2014dovrebbero crescere del 3,8% nel 2015 e del 4% in ciascuno dei due anni 2016 e 2017, degli investimenti privati (che dopo il calo di 3,3punti nel 2014 dovrebbero crescere di 1,1 punti nel 2015, e di 2,1punti nel 2016) e dei consumi interni, che dovrebbero crescere dello0,8% nel 2015 (dopo lo 0,3% del 2014) fino all’1,4% nel 2017.Completa questa rosea previsione una riduzione di spesa per interessi sul debito pubblico pari a 0,3 punti di PIL (ovvero, per un risparmio pari a poco più di 4,9 miliardi).

Questo quadro macroeconomico a rose e fiori dovrebbe quindi contribuire agli obiettivi di finanza pubblica, ovviamente anch’essi visti in miglioramento. Il deficit nominale sul PIL , passerebbe dal 2,6% del2015 all’1,8% l’anno prossimo, fino ad azzerarsi nel 2018,portando ad un pazzesco avanzo di 0,4 punti nel 2019. Il rapporto fra debito pubblico e PIL scenderebbe, dunque, dal 132,5%, al 130,9%l’anno prossimo, fino al 127,4% nel 2017. Il pareggio strutturale di bilancio (al netto cioè degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum) verrebbe raggiunto nel 2017, scendendo di un punto decimale fra 2015 e 2016 (da -0,5% a -0,4%).

Questo quadro surreale come un dipinto di Dalì (ma evidentemente privo della stessa qualità artistica) porta ad una prosa nella retorica governativa che sfocia nel dadaismo. Fondamentalmente, tutto ciò verrebbe ottenuto senza aumentare le tasse, ma anzi abbassandole in rapporto al PIL, senza incidere sulla spesa pubblica produttiva, che anzi aumenterà (la spesa pubblica in conto capitale dovrebbe aumentare di 3,5 miliardi fra 2015 e 2016) ed addirittura si sarebbe trovato un presunto bonus di spesa di 1,6 miliardi da destinare a un qualche provvedimento urgente di natura sociale o produttiva (sulla destinazione, l’impetuoso Renzi trova un istante di riflettività, anche perché, come meglio si dirà, non è affatto certo che il cosiddetto bonus, dopo il vaglio della Commissione europea, esisterà ancora). Il cittadino medio, che non ha una laurea in economia, e non sa la differenza fra un quadro tendenziale ed un quadro programmatico dovrebbe essere portato a credere, illudendosi, che il DEF stia aprendo la strada ad una inversione radicale delle politiche economiche, in direzione di una illuminata espansione economica accompagnata da una armoniosa virtù nei conti pubblici. Ed addirittura, Renzi si spinge a dire che le stime del Def sono “prudenziali” (!) lasciando sottendere chissà quali prelibati frutti di una nuova stagione di sviluppo, che per modestia (!!) non ci vuole ancora disvelare, a noi poveri gufi abituati alla durezza della quotidianità ed al principio della realtà.

Ora, evidentemente, le cose stanno in modo diverso. Una ripresa economica trainata dalle esportazioni presuppone che lo sviluppo del commercio mondiale sia solido. Ora, su questo solido sviluppo pesano enormi incognite, dalle cifre non proprio entusiasmanti della ripresa statunitense, che potrebbe arrestarsi improvvisamente quando quest’estate un Congresso molto meno accomodante del passato (anche perché ci avviciniamo alla lunghissima maratona presidenziale) dovrà discutere del nuovo “tetto del debito”, e già circolano ipotesi di politiche di austerità recessive, al rallentamento di quasi tutte le economie emergenti (Cina, sulla quale pesa addirittura una potenziale bolla immobiliare e finanziaria, Russia, Brasile) ad un profilo di ripresa del Giappone non proprio entusiasmante. Senza contare che, sul mercato europeo, il crescente surplus commerciale tedesco schiaccia gli spazi di crescita dei partner (per l’ovvio principio fisico secondo il quale se aumenti le quote di mercato si riducono quelle degli altri). Ed infine, l’effetto di svalutazione dell’euro sul dollaro è, per le stesse ipotesi di base del DEF, limitato al solo 2015, sostanzialmente arrestandosi negli anni successivi.

D’altro canto, la prevista ripresa della domanda interna per consumi ha aspetti esoterici, atteso che la fase di declino del prezzo del petrolio sembra essersi arrestata, il deflatore dei consumi mostra tensioni inflattive di ritorno già da fine 2015, e la crescita dei redditi, che nelle ipotesi del DEF addirittura passerebbe da +1,3% nel 2015 al+2,4% nel 2016 (cioè raddoppiando la velocità di crescita) è una favoletta ridicola, in una stagione in cui il Jobs Act e l’indebolimento dei sindacati ha eliminato ogni possibilità di negoziare margini di aumento del salario. Stendiamo un velo pietoso sull’aumento previsto degli investimenti, che dovrebbe poggiare su un credito di imposta per le imprese che investono in R&S (ma con mercati ancora instabili le imprese non investiranno), su una aspettativa di ripresa del credito legata al QE della Bce (ma i primi dati per il 2015 segnalano un ulteriore peggioramento del credit crunch, come è evidente. Le banche se ne fottono della maggiore liquidità loro offerta se i loro coefficienti patrimoniali continuano ad essere precari, e se l’aspettativa è che la vigilanza europea unica inasprisca i criteri patrimoniali stessi) e sulla partecipazione al modesto programma di investimenti pubblici messo a punto da Juncker, che dovrebbe portare fuori dal calcolo del patto di stabilità alcune voci di investimento, che però ancora non sono specificate, poiché il regolamento è in redazione, quindi è assai arduo formulare previsioni macroeconomiche in merito). E per carità di Patria tacciamo sugli effetti espansivi delle riforme strutturali attuate dal Governo Renzi, che secondo il DEF porterebbero a 0,4 punti di PIL nel 2016 con una crescita del loro peso fino a 1,8 punti nel 2020. Va rilevato, infatti che, come esprime la tabella a pag. 48 della Sezione I, il grosso dell’impatto proviene dalla riforma del mercato del lavoro (ma evidentemente le imprese non assumono lavoratori solo perché viene abolito l’articolo18, ma primariamente se ci sono i mercati per poter ampliare la base produttiva, quindi l’effetto espansivo del Jobs Act è una mera favola, come mostrano numerose ricerche sull’impatto della flessibilità lavorativa sulla crescita). Al secondo posto, come impatto, verrebbe la riforma della P.A. che però ha il piccolo difetto di non essere ancora attuata (e peraltro, la tenue speranza di chi scrive è che una simile riforma imbecille non venga attuata mai).

Evidentemente, quindi, poiché la manovra di stabilità per il 2016, al fine di scongiurare le clausole di salvaguardia (essenzialmente, per scongiurare il maxi-aumento dell’Iva, che sarebbe evidentemente la pietra tombale sulle già irreali aspettative di ripresa della domanda interna per consumi) dovrebbe poggiare per almeno 6,5 miliardi sul miglioramento atteso della crescita, è del tutto ovvio che, invece, possiamo aspettarci esattamente l’attivazione di tali clausole, con qualche mese di ritardo, quando la Commissione si sarà stancata del giochino delle tre carte che Renzi inscenerà, insieme ai suoi ciambellani.

Cosa succederà realmente nel 2016 e 2017? Succederà che il saldo primario (spese – entrate pubbliche al netto del pagamento degli interessi sul debito) dovrà, nel 2016, migliorare di circa 14 miliardi, rispetto ai 26 miliardi con cui si prevede di chiudere il 2015. Ciò si otterrà mediante un taglio delle spese per 4,1 miliardi, privatizzazioni di ciò che resta del patrimonio imprenditoriale pubblico per circa 8,2 miliardi, ed 1,8 miliardi di maggiori entrate. L’artifizio retorico di Renzi, per cui non vi saranno maggiori tasse, è smascherato dalla manovra che verrà fatta su deduzioni e detrazioni fiscali che, pur mantenendo formalmente inalterate le aliquote fiscali, aumenterà la pressione fiscale per riduzione dell’area dei benefici fiscali(producendo quindi, sul contribuente finale, lo stesso effetto di un aumento effettivo della tassazione). Si tratta cioè né più né meno che di una solenne presa in giro degli italiani, cui la comunicazione  renziana ci ha abituati. Sul versante del taglio delle spese, esso sarà sostenuto mediante una nuova, ulteriore, tornata di spending review (che dovrà garantire ben 9,8 miliardi nel 2016, alfine di coprire l’aumento delle spese pubbliche di investimento ed altri aumenti di parte corrente), che sarà così concepita:

  • Per gli enti locali proseguirà il processo di efficientamento già avviato nella Legge di Stabilità 2015 attraverso l’utilizzo dei costi e fabbisogni standard per le singole amministrazioni e la pubblicazione di dati di performance e dei costi delle singole amministrazioni;

  • In tema di partecipate locali saranno attuati interventi di smantellamento (ai danni ovviamente del personale che ci lavora), con particolare attenzione ai settori del trasporto pubblico locale e alla raccolta rifiuti.

  • Numerose strutture periferiche dello Stato saranno chiuse, senza garanzie per il personale, come nel caso delle Province.

  • Immobili utilizzati dalle amministrazioni sanno venduti;
  • Sarà completato il processo di razionalizzazione delle stazioni appaltanti e delle centrali d’acquisto per gli acquisti della PA.

L’insieme di tale manovra sarà recessivo, e, in modo implicito, al di là delle facili ricamature comunicative, lo stesso DEF, nel differenziale fra PIL tendenziale e PIL programmatico, stima tale effetto in 0,3 punti di PIL persi per il 2016 come conseguenza della manovra di stabilità sopra descritta.

E ciò che è ancora più spaventoso è che tale scenario è il migliore possibile. E’ infatti del tutto improbabile che la Commissione Europea faccia passare questa ipotesi, per la manovra di stabilità del 2016. Tale ipotesi, infatti, rinvia al 2017, anziché al 2016, come da impegni assunti, il pareggio strutturale di bilancio. E lo fa auto attribuendosi, del tutto arbitrariamente, la clausola di flessibilità per le riforme fatte e quelle previste nel PNR allegato1(sul quale occorrerebbe fare un approfondimento a parte). Ma non è affatto detto che la Commissione accetti questa impostazione, e conceda effettivamente la flessibilità, anche perché è difficile che si approvi una manovra in cui il grosso è costituito da introiti o risparmi di non immediata realizzabilità, come le privatizzazioni e la spending review (che come visto in questi anni, comporta benefici diluiti nel tempo). E tra l’altro, la Commissione potrebbe non bersi le ottimistiche previsioni macroeconomiche del Governo (vedi sopra la discussione sulle previsioni). Abbassando l’asticella della crescita, l’entità della correzione di bilancio ovviamente cresce. Nell’ipotesi peggiore, in cui il pareggio di bilancio strutturale dovesse essere imposto per il 2016,infatti, la manovra dovrebbe portare ad un saldo primario di quasi 28miliardi, in luogo dei 14 previsti, con una perdita di quasi un punto di PIL.

(1) La clausola di flessibilità prevede infatti condizioni stringenti nella valutazione della fattibilità, efficacia di lungo periodo e rilevanza delle riforme proposte, prima di concedere il bonus.

P.S. sul cosiddetto “tesoretto” da 1,6 miliardi: in realtà, quella somma deriva dalla differenza fra il deficit/PIL del quadro tendenziale (cioè del quadro delle finanze pubbliche in assenza degli interventi previsti dal DEF), pari al 2,5%, e il rapporto che emerge dal quadro programmatico (cioè in presenza di interventi) pari al 2,6%. Quel decimale di differenza ammonta proprio a 1,6 miliardi, e secondo il Governo potrebbe essere concesso dai nuovi regolamenti Ue che interpretano la flessibilità di bilancio, in presenza di un output gap negativo e superiore a 3 punti(cioè in presenza di una crescita inferiore al potenziale massimo di crescita, stimato mediante la quantificazione del PIL potenziale).Ma se la Commissione dovesse imporre un inasprimento della manovra per il 2016, anche questo tesoretto sparirebbe.

Grosso guaio a Francoforte: il bazooka si è inceppato

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Solo un mese fa ci avevano presentato il Quantitative Easing in via di implementazione della BCE come il provvedimento che avrebbe rivitalizzato l’economia europea. Alcuni economisti (generalmente appartenenti alla scuola marxista e più in generale a visioni eterodosse) avevano comunque avvisato che questo genere di operazione poteva rivelarsi come un mero salvataggio dei mercati finanziari (e delle istituzioni finanziarie che in esso operano) e che non avrebbe avuto comunque effetto sull’economia reale.

A pochi giorni dalla sua partenza queste considerazioni fuori dal coro rischiano però di essere considerate come visioni economiche assolutamente ottimiste. E questo è la stessa BCE a dircelo.

Il 27 Marzo i conti correnti di deposito della BCE (deposit facility) gà erano in crescita ed ammontavano alla considerevole cifra di 57,29 miliardi di euro, mentre ad oggi ammontano alla cifra di 63,622 miliardi di euro. Dunque siamo di fronte ad una crescita quasi esponenziale che non è azzardato definire anomala.

Innanzitutto diciamo che il “deposit facility” sono i conti correnti nei quali le banche dell’eurosistema possono depositare la loro liquidità in eccesso a breve termine (overnight). E’ evidente che l’aumento così forte in così breve termine attesta come le banche non stiano investendo né sui mercati finanziari né tantomeno nell’economia reale la liquidità ottenuta grazie alle operazioni di quantitative easing implementate dalla stessa BCE. La cosa poi appare ancora più grave se si tiene conto che il tasso di questi depositi è stato portato dalla BCE in terreno negativo (- 0,20%). Dunque le banche dell’eurosistema con la liquidità ricevuta dalla BCE con il QE, ridepositano presso la stessa BCE nei conti “deposit facility” addirittura pagando un interesse. Il fallimento del qauntitative easing – ad oggi – appare in tutta la sua plasticità.

Del resto se l’economia reale langue non essendoci molti settori in grado di produrre profitti e dunque rendendo difficilissima l’allocazione di risorse aggiuntive, se il mercato (secondario) dei bond statali offre tassi di rendimento bassissimi e se il mercato azionario viene considerato da tutti gli esperti “ipercomprato” (“in bolla” secondo un certo linguaggio pittoresco) a chi ha liquidità da allocare non rimane che provare a investire in paesi fuori dall’aerea valutaria (accollandosi il rischio di cambio) o restituire la liquidità alla stessa BCE che l’ha creata. Un fantasma si aggira per l’Europa: quello della rarefazione dei profitti.

Una Trojka culturale per la Grecia

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di Marcello Madau (*)

e la sta­tua cri­soe­le­fan­tina dell’Athena Par­the­nos, che stu­piva con il suo favo­loso scudo e i suoi dodici metri chi entrava nella cella del Par­te­none, fosse ancora pre­sente, gli accu­sati di grat­tarne not­te­tempo l’oro e l’avorio non sareb­bero come un tempo Peri­cle e Fidia ma – que­sta volta giu­sta­mente – i tre cor­sari della troika della Comu­nità Europea.

Nella richie­sta greca dei danni di guerra appa­iono ora anche i furti dei beni archeo­lo­gici, ma vor­rei illu­strare come il pro­blema sia deci­sa­mente più ampio, come apra una pro­spet­tiva inte­res­sante nella quale si incro­ciano il valore incal­co­la­bile della sto­ria con quello più misu­ra­bile di incassi e fide­ius­sioni. E una curiosa inter­scam­bia­bi­lità fra i ruoli di cre­di­tore e debitore.

Senza adden­trarci in discorsi com­plessi, impor­tanti ma lon­tani (come il debito di civiltà che avremmo verso la Gre­cia), pos­siamo limi­tarci alla con­tem­po­ra­neità: essa ci fa dono nel 2010 di un momento di grande valore sim­bo­lico: quando la Fin­lan­dia pro­pose di pigno­rare il Par­te­none a garan­zia del debito pub­blico greco. Misura da vera eco­no­mia clas­sica, spie­tata e gla­ciale ma con il pre­gio, direi invo­lon­ta­rio, di rico­no­scere il valore dell’archeologia greca e dei suoi straor­di­nari monu­menti rispetto al debito enorme che la Gre­cia avrebbe verso l’Europa.

In effetti quanti capo­la­vori greci nei grandi musei della terra! In que­gli stati euro­pei che, per mano dei tre cor­sari cer­cano di stran­go­lare l’Ellade antica e con­tem­po­ra­nea: non tutti ven­gono da accordi vir­tuosi, molti epi­sodi asso­mi­gliano a veri e pro­pri furti, di Stato o individuali.

Una parola d’ordine, che in casi ana­lo­ghi spesso risuona, è che le opere d’arte tra­fu­gate più o meno legal­mente dovreb­bero rien­trare nei paesi d’origine. Eppure que­sti musei sono diven­tati luo­ghi uni­ver­sali, luo­ghi anche nostri gra­zie a que­ste opere. E la cir­co­la­zione dei beni arti­stici è un fatto di cul­tura per­sino cal­deg­giato nei dili­genti docu­menti europei.

D’altronde è dif­fi­cile imma­gi­nare un Bri­tish Museum di Lon­dra senza opere gre­che o i bas­so­ri­lievi assiri, ragio­na­mento valido per il Lou­vre e tanti altri cele­bri com­plessi espositivi.

Molti pro­prio della Ger­ma­nia, da Monaco a Ber­lino a Karl­sruhe: pen­sate ai kou­roi dello Staa­tli­che Museum, dello Altes Museum, della Glip­to­teca; della Fran­cia è cele­bre la splen­dida dota­zione del Lou­vre: kou­roi, due scul­ture «acqui­site» dal Par­te­none, l’abbacinante «Cava­liere Ram­pin», solo per ricor­darne alcuni; della Gran Bre­ta­gna, con il suc­ci­tato Bri­tish e i cele­bri ele­menti deco­ra­tivi dal Par­te­none, dall’Eretteo; con le cera­mi­che e nuo­va­mente i kou­roi. Ancora, visto l’interesse dell’America per il debito greco, esempi come il Paul Getty, il MoMA, fino alle col­le­zioni del Museo di Kan­sas City…

E c’è l’Italia, pro­prio nella Firenze di Mat­teo Renzi, se pen­siamo ai due splen­didi kou­roi Milani e Milani-Barberini, espo­sti nel Museo archeo­lo­gico nazionale.

Solo onore per la Gre­cia allora? Per­ché non qual­che diritto in più, anche eco­no­mico? L’economia dei beni cul­tu­rali ci può aiu­tare a tro­vare una pos­si­bi­lità, sia nella sua straor­di­na­ria ten­sione fra valore d’uso e valore di scam­bio in manu­fatti che dovreb­bero essere «fuori mer­cato», beni comuni — e invece non lo sono, fra traf­fico clan­de­stino, anti­qua­ria ed aste — sia nella più cor­retta let­tura dei set­tori col­le­gati alla frui­zione.
Qual­cuno (più vicino alla troika) potrebbe obiet­tare: pub­bli­cità per quei paesi, se ne accre­sce la fama, la gente viene indi­riz­zata verso di loro. Ma è più sem­plice, sicuro e tan­gi­bile, valu­tare i grandi introiti di quelle città e di quei musei: gra­zie alle opere dell’antica Gre­cia. Per­ché non pro­vare a fare due conti?

(In fondo vi è qual­che timida con­sa­pe­vo­lezza degli aspetti finan­ziari delle col­le­zioni museali anche in vari docu­menti della Comu­nità Euro­pea, come il «Len­ding to Europe» del 2005, la «Coun­cil reso­lu­tion» del 25 giu­gno 2002 e natu­ral­mente le pre­messe così sen­si­bili del Trat­tato di Maa­stri­cht 1999, art. 151 e punto 3.2.2).

Si potrebbe allora nomi­nare una «troika» di archeo­logi: uno della Gre­cia, uno della Magna Gre­cia, uno della Libia (Cirene); poi sta­bi­lire il valore di ogni opera, tra quello assi­cu­ra­tivo in caso di spo­sta­mento e le opere di mano d’opera spe­cia­liz­zata e comune per rea­liz­zarlo oggi (ma con gli stru­menti di allora).

Infine cal­co­lare, sulla base dei para­me­tri di rife­ri­mento uffi­ciali, il costo rela­tivo ai pre­stiti di natura one­rosa, lungo i molti decenni (in alcuni casi di secoli, come per i marmi «Elgin» del Par­te­none), basan­dosi su valori desunti dal cal­colo dei flussi dei visi­ta­tori, dagli introiti di bigliet­te­ria e dai red­diti com­ples­sivi dell’unità museale (mer­chan­di­sing, risto­ra­zione, book shop: magari sulle pub­bli­ca­zioni rego­lar­mente ven­dute oltre le due­mila copie, come recita ad esem­pio la legi­sla­zione ita­liana: il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio potrebbe far con­tare un po’ di più l’Italia in que­sto senso).

Infine, ana­liz­zare la valu­ta­zione eco­no­mica dei van­taggi ‘a rete’, la cre­scita dei prezzi fon­diari nelle zone attorno ai grandi musei dopo la loro inau­gu­ra­zione, gli incassi dei tra­sporti e insomma tutti i sistemi eco­no­mici ad essi rela­tivi. Un cal­colo dav­vero inte­res­sante, una somma che potrebbe sorprendere….

Sarà dispo­sta la Gre­cia a con­ce­dere qual­che dila­zione ai paesi euro­pei che hanno con­tratto un debito cul­tu­rale di que­sta dimen­sione? Panta rei.

(*) Marcello Madau è archeologo e professore di “Beni culturali e ambientali” all’Accademia di Belle Arti “Sironi” di Sassari

Fonte: il Manifesto

Capitalismo e pulsione di morte

denaro

di Pierangelo Dacrema (*)

Può, l’economia, essere pane per la psicanalisi? Certo. Frutto dell’incantevole collegamento tra corpo e cervello, l’economia è pensiero tradotto in azione. E un cervello prigioniero di un corpo, che implica un corpo prigioniero di un cervello, è proprio  materia da psicanalisti.

 

Un circolo virtuoso: Bloomsbury

Nel 1914 avviene il primo contatto tra Freud e Bloomsbury, il quartiere di Londra da cui prende il nome la singolare comunità di intellettuali che ha visto eccellere Virginia Woolf  ed Edward  M. Forster nel romanzo, Duncan Grant e Vanessa Bell nella pittura, Roger Fry e Clive Bell nella critica d’arte, Lytton Strachey nella biografia e nella storia, Desmond McCarthy nella critica letteraria, Leonard Woolf e J. M. Keynes nella politica e nell’economia. Keynes cita Freud nel terzo capitolo del suo folgorante Le conseguenze economiche della pace, quando traccia un ritratto dei protagonisti della Conferenza di Versailles e ci racconta di uno speciale complesso freudiano del presidente Wilson.

Freud era lettore attento di Lytton Strachey oltre che di Keynes. E Keynes si servì abbondantemente di Freud per la stesura del Trattato della moneta e della Teoria generale. Che cosa accomuna Freud e Keynes? Molto più della condivisione dell’idea che quella dell’artista fosse l’attività più luminosa e importante di tutte. Keynes, infatti, fu esplicito nel parlare del genio di Freud, della sua immaginazione scientifica e della forza rivoluzionaria delle sue teorie: in altre parole, fu chiaro nell’attribuire allo scienziato viennese le doti che attribuiva a se stesso.

Il pensiero di Freud e quello di Keynes sono i protagonisti assoluti di Capitalismo e pulsione di morte, (trad. A. Bracci Testasecca, La Lepre edizioni, 2010) un libro stringato ma molto denso, ben più articolato delle sue dimensioni. Perché mai Gilles Dostaler, storico dell’economia, e Bernard Maris, l’economista assassinato durante l’attentato alla sede di Charlie Hebdo, sono sicuri di poter asserire che lo spirito del capitalismo è pervaso da un senso di morte? Semplice, perché la pulsione di morte è ovunque: c’è sadismo e istinto di distruzione nell’eros, c’è erotismo nell’istinto di morte, c’è pulsione di morte nell’arte, nella cultura, nella creazione.

Ma nel fatto economico troviamo aggravanti, accentuazioni. Da un lato è sotto gli occhi di tutti la “vecchia” economia libidinale, il dirottamento sistematico della libido verso la produzione, alla ricerca spasmodica della sua massimizzazione. Dall’altro c’è il denaro, materia incandescente, infernale. L’uomo combatte instancabilmente la morte attraverso la propria pulsione di morte. Dietro l’abitudine al lavoro esiste un insopprimibile istinto del gioco. E il lavoro, questo passatempo obbligato, è la valvola di sfogo del corpo, della carica libidica dell’Io. Si lavora per vivere, si vive per lavorare, si finisce per tesaurizzare. Il tesaurizzatore è un uomo profondamente angosciato. Keynes lo sa, e stabilisce un rapporto preciso tra l’angoscia, la pulsione di morte e il tasso d’interesse.

 

Un desiderio perverso di liquidità

La liquidità è specchio del nostro timore del futuro, delle nostre incertezze, della precarietà di ogni cosa. Il possesso di moneta lenisce le nostre inquietudini. Che cosa può indurci a separarcene? L’interesse, il cui tasso diventa così la perfetta misura della nostra inquietudine. L’economia classica vedeva nel tasso d’interesse una ricompensa dell’astinenza.

Keynes vi riconosce invece una misura della rinuncia alla liquidità, un prezzo per l’allontanamento dal calore rassicurante del denaro, la contropartita per la temporanea separazione dalla bacchetta magica che ravviva la speranza e placa la paura,, lo scudo d’oro a cui si è dedicato tanto tempo, prima per costruirlo e poi per rafforzarlo, continuare a lucidarlo. Ma un mondo di accumulatori di denaro ucciderebbe l’economia. Se tutti preferissero il possesso di moneta nessuno più investirebbe e si creerebbero i presupposti per la trappola della liquidità descritta da Keynes, il buco nero dell’incertezza in cui perfino il denaro diventerebbe impotente, incapace di allontanare lo spettro della recessione e del collasso del sistema.

In questo senso, e alla luce della situazione attuale, Keynes potrebbe andar fiero della sua preveggenza. Un mondo obnubilato dal denaro è pericoloso, e anche losco. La crisi dei subprimes, le agenzie di rating che hanno accreditato prodotti finanziari derivati indecifrabili, derivati finanziari che avevano il compito di gestire l’angoscia e che invece l’hanno acuita, le banche americane che hanno inondato il mercato di credito creando il caos, le banche centrali che hanno inondato i mercati di base monetaria senza alcun risultato: tutti elementi che tradiscono una bulimia di liquidità con effetti disastrosi.

Più degli scandali dello sperpero e dei fallimenti bancari colpisce lo scandalo della disoccupazione, dell’accumulo di fortune colossali da parte di pochi a fronte della povertà estrema di molti, dello stravolgimento dei rapporti umani non più leggibili all’insegna della cooperazione o dello sfruttamento, della sottomissione o della fratellanza ma sotto l’egida inaccettabile della disumanità e dell’immoralità.

 

La rendita è morta o continua a uccidere?

Keynes aveva predicato l’eutanasia del redditiere perché la rendita erode non solo i salari ma anche i profitti, soffoca piano piano l’imprenditore oltre che i suoi dipendenti. E non è così fuori luogo immaginare che la nostra economia possa produrre la catastrofe di un mondo ridotto a una gigantesca bidonville in cui la moltitudine a malapena sopravvive e un’esigua minoranza di redditieri si appropria di tutto il surplus. Smettere di crescere a tutto vantaggio di pochi, troppo pochi? Ma la fine della crescita, lo stato stazionario, somiglia drammaticamente alla morte, al coma irreversibile. Nulla più di nuovo che accade, che si sia capaci o desiderosi di far succedere. Possibile che gli uomini se ne accontentino?

Eppure Keynes aveva dichiarato la sua aspirazione a questo stato stazionario, una condizione in cui sarebbe cessata la corsa al denaro e gli esseri umani avrebbero finalmente coltivato l’arte di vivere. Un secolo ancora sulla strada sbagliata per poi trovare la via giusta, un periodo abbastanza lungo di politiche monetarie – ovviamente keynesiane, tutte fondate sulla capacità taumaturgica della moneta – per poter dare uno stabile, definitivo benessere all’intero pianeta. Usare il denaro, la sua potenza, per arrivare a dimostrarne la sostanziale inutilità, o che comunque si possa farne a meno. E questo Keynes non si era limitato a fantasticarlo, ne aveva fatto oggetto di una previsione “tecnica” – quella del suo noto saggio “Prospettive economiche per i nostri nipoti” – destinata, a suo dire, ad avverarsi oggi, nella nostra epoca. Come mai la previsione di un uomo pur così abile nei pronostici si è rivelata clamorosamente sbagliata?

Freud aveva capito che la fame di denaro riesce a canalizzare le più sadiche pulsioni degli uomini, in qualche modo contenerle, dirigerle, tradurre in esiti relativamente innocui ciò che potrebbe trovare sbocchi drammatici e crudeli. La libido può avere manifestazioni molto aggressive, induce spesso a umiliare, ferire, persino uccidere. Meglio un capro espiatorio, il denaro, appunto. Da notare come la diagnosi fosse condivisa da Keynes. Ma a questo punto il suo errore. Egli, di fatto, ha ritenuto che certi vizi e difetti molto radicati degli uomini – gli istinti poco edificanti indagati da Freud – li si potesse correggere, sanare fino quasi a dimenticarseli in un arco di tempo limitato. Per questo la profezia di Keynes di un uomo che cessa di rincorrere il bene fatuo della ricchezza materiale somiglia all’utopia di Marx di una società senza classi fatta di individui che, dopo qualche ora di lavoro, si sentono liberi di dedicarsi alla caccia, alla pesca e all’arricchimento dello spirito. E allora?

 

Economia del tempo presente

Allora il  libro di Gilles Dostaler e Bernard Maris si presenta non solo come un efficace strumento di riflessione ma diventa anche un modo per trasformare Freud e Keynes in testimoni vividi del nostro tempo. La lezione principale è che è lecito sperare in un miglioramento, non in una panacea. Gli uomini continueranno a lavorare per vivere, a vivere per lavorare, a voler cambiare per crescere, evolversi e assecondare la loro voglia di assomigliare a Dio. Ma in economia qualcosa di nuovo potrebbe accadere. Gli uomini, molti uomini, potrebbero continuare a voler arricchirsi fino alla nausea.

Ma il capro espiatorio – lo scudo, l’oggetto della maniacale attenzione – potrebbe diventare la proprietà, il possesso delle cose tangibili, non più del denaro. Parlo della proprietà e del potere che ne deriva sulle cose e sulle persone, parlo del cuore del capitalismo e della salvaguardia della sua essenza. E il tutto affinché non esploda una violenza e una distruzione peggiori di quelle imputabili al meccanismo capitalistico.

Il prezzo pagato dal capitale per conquistarsi questa forma di sopravvivenza? La rinuncia al denaro – alla sua parte più cruda e più becera, la merce “esclusa” – combinata con la gratuità di tutti i beni messi sul mercato da chi, in termini di proprietà e di relative responsabilità, potrebbe tranquillamente continuare ad arricchirsi e a sfiancarsi di lavoro per riuscirvi. Ricchi costretti a una distribuzione più generosa e diffusa dei frutti del capitale, poveri finalmente, e legalmente, ammessi alla fruizione di una parte cospicua dell’enorme frutto del capitale e del lavoro. Un compromesso ragionevole, almeno per ora.

(*) Pierangelo Dacrema è Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università della Calabria ed è stato, parecchi anni fa, Professore di “Tecnica Bancaria I” presso la facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Siena.

Fonte: sinistrainrete.info

USA – Russia: partita a scacchi sul Dnepr

 

scacchi

La crisi Ucraina sotto molti punti di vista può rivelarsi un tornante della storia che potrà decidere i futuri assetti dell’Europa. Per quanto possa sembrare paradossale Stati Uniti d’America e Federazione Russa sembrano avere strategie chiare su quale debba essere il destino di questa nazione a cavallo tra Unione Europea e Federazione Russa, invece proprio l’Europa pare giocare una partita senza una visione chiara  stretta tra la strategia statunitense e la volontà di non perdere il mercato della Federazione Russa.

Andando ad analizzare le strategie dei due contendenti principali possiamo dire che la strategia americana può essere definita come una strategia con un “obbiettivo rigido” da ottenere con “strumenti rigidi” mentre la strategia della Federazione Russa può essere definita come strategia con un “obbiettivo flessibile” da ottenere con “strumenti flessibili”.

USA: Obbiettivi e mezzi

L’obbiettivo americano è riassumibile nella visione di Zbigniew Bzerzinski: <<L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere eurasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli stati islamici loro amici nel sud […] Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa.>> (1)

Gli strumenti utilizzati dagli USA per conseguire questo obbiettivo rigido sono stati variegati nel tempo:

  1. Sostegno diplomatico alla rivoluzione arancione di Viktor Juščenko avvenuta nel 2004;
  2. Sostegno diplomatico, finanziario e militare alla rivoluzione di Piazza Majdan del Febbraio 2014;
  3. Implementazione di sanzioni (e minaccia di ulteriori sanzioni ancora più forti) contro la Russia per evitare ingerenze tese a sterilizzare la presa del potere delle forze politiche ucraine fortemente influenzate dal Dipartimento di Stato americano.

Federazione Russa: obbiettivi e mezzi

Gli obbiettivi della Federazione Russa, valutando le dichiarazioni di Putin e del Ministro degli Esteri Lavrov,  possono essere definite flessibili per il fatto che abbiamo un obbiettivo principale ma anche alcuni obbiettivi subordinati che dal punto di vista russo possono essere delle soluzioni di compromesso accettabili. L’obbiettivo principale è il mantenimento dell’Ucraina nella sfera di influenza di Mosca e la sua progressiva inclusione all’interno dell’Unione Euroasiatica.  Obbiettivi subordinati accettabili possono essere sia un Ucraina integra dal punto di vista territoriale e federalizzata legata all’UE dal punto di vista economico ma fuori dalla NATO e dunque neutrale, sia l’ipotesi della disintegrazione dello stato unitario che veda la nascita di due stati, uno dei quali legato all’UE e alla Nato (la parte nord occidentale dell’Ucraina) e uno stato legato economicamente e militarmente alla Russia (la cosiddetta Novorossija ovvero la parte sud-est dell’Ucraina).

Gli strumenti utilizzati dalla Russia sono flessibili e variano a seconda di come si evolve la situazione. L’obbiettivo principale, ovvero quello di riportare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Mosca può essere raggiunto solo in caso di collasso degli attuali assetti istituzionali e politici di Kiev. Una simile situazione si può verificare solo grazie all’acuirsi della crisi economica e finanziaria e la Russia ha senza dubbio agito per raggiungere questo obiettivo per esempio aumentando i dazi sulle merci ucraine ed in certi casi arrivando a vere e proprie sanzioni. Naturalmente può essere letto in questa chiave anche l’accordo tra Gazprom e governo ucraino che non prevede alcun credito ma la consegna del gas solo dopo il pagamento in dollari. Non solo, anche la guerra nel Donbass può essere funzionale a questo obbiettivo. La guerra civile è un costo economico difficilmente sostenibile, nel lungo periodo, dall’Ucraina e dunque l’appoggio dato alle milizie separatiste tende ad allungare i tempi del conflitto e di conseguenza a dissanguare le casse statali di Kiev. E’ evidente che gioca a vantaggio della Russia anche la perdurante crisi economica europea che rende difficilmente sostenibili – sia economicamente che politicamente – l’elargizione di ulteriori aiuti europei all’Ucraina.

L’opzione subordinata di un Ucraina integra territorialmente ma neutrale dal punto di vista economico può essere raggiunta solo con un abile lavoro diplomatico. Azione diplomatica che non è certamente mancata da parte della Russia: basti pensare alla promozione degli accordi cosiddetti “di Minsk” ma anche ai vari incontri nella versione “Gruppo di Normandia”.

Anche l’ipotesi di una disgregazione ucraina e dell’istituzione di uno stato filorusso (c.d. Novorossija) a sud-est può essere accettabile da parte della Russia. Va detto però che questa potrebbe essere la soluzione a più alto rischio per la Russia stessa. Infatti potrebbero esserci conseguenze indirette molto pesanti: un aumento delle sanzioni occidentali fino alla disconnessione del sistema finanziario russo dal sistema internazionale che regola le transazioni finanziarie (SWIFT) e anche un ulteriore raffreddamento dei rapporti diplomatici con l’Occidente. Ciò nonostante la Russia è probabilmente disposta a prendersi il rischio di questa evoluzione (nel caso le precedenti due opzioni siano irraggiungibili) , ciò è deducibile dal sostegno militare alle Milizie che vista l’evoluzione del conflitto non può essere considerato teso alla mera difesa degli attuali confini delle repubbliche del Donbass. Evidentemente secondo i russi il rischio di un Ucraina sotto l’orbita della Nato è considerata una vera sciagura e foriera, entro qualche anno, di ulteriori rischi quali la perdita della stessa Crimea e dunque la sostanziale perdita dello sbocco nel Mar Nero.

In definitiva gli USA giocano una partita con una sola opzione vincente mentre i russi giocano una partita con una opzione vincente e due comunque accettabili. In questa rischiosa partita appare sempre più evidente l’assoluta assenza della nana politico-militare chiamata Unione Europea: nessuna strategia chiara e di conseguenza la vera e sicura perdente.

  1. Zbigniew Brzezinski, “La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana”, 1997

 

Pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter

Draghi, il Quantitative Easing e Godot

elicotteri

di Sergio Cesaratto

 

Una volta Pie­ran­gelo Gare­gnani mi disse: «Key­nes è stato un disa­stro per la teo­ria eco­no­mica per­ché ha intro­dotto il ter­mine aspet­ta­tiva», vale a dire l’idea che lo stu­dio delle attese dete­nute dai sog­getti circa il futuro sia un ele­mento por­tante dell’economia poli­tica. Com­pito della poli­tica eco­no­mica diven­te­rebbe, dun­que, quello di orien­tare le aspet­ta­tive nella dire­zione desiderata.

Molti eco­no­mi­sti ete­ro­dossi vedono addi­rit­tura nell’incertezza in cui si for­mano le attese il vul­nus del capi­ta­li­smo. Sia nella ver­sione orto­dossa che ete­ro­dossa, quella di basare l’analisi eco­no­mica sulle aspet­ta­tive è una teo­ria assai debole che tra­scura i fatti reali, che sono invece quelli che dob­biamo stu­diare anche per spie­gare la for­ma­zione delle aspet­ta­tive. La dise­gua­glianza e la con­se­guente debo­lezza della domanda aggre­gata sono dal punto di vista ete­ro­dosso, per esem­pio, il vul­nus reale del capi­ta­li­smo e fonte di incer­tezza nelle deci­sioni di investimento.

Da que­sto punto di vista il varo del Qe da parte della Bce ci è apparso come un grande eser­ci­zio media­tico, in cui la cen­tra­lità asse­gnata alle aspet­ta­tive ben si adatta al grande pro­sce­nio della comu­ni­ca­zione in cui non c’è solu­zione di con­ti­nuità fra fin­zione e realtà. Al riguardo, se la pro­fes­sio­na­lità di molti com­men­ta­tori eco­no­mici fai da te è assai dub­bia, non è però que­sto il caso di Carlo Basta­sin de Il Sole 24 Ore, il quale pur­tut­ta­via com­menta che, seb­bene il Qe non possa da solo «rilan­ciare con­sumi e inve­sti­menti la cui man­canza affligge l’economia euro­pea», esso «può atte­nuare la sfi­du­cia ormai radi­cata che è la prima causa del vuoto di domanda».

Atte­nuare la sfi­du­cia, ecco. Base su cui il mini­stro dell’Economia Padoan può inci­tare le fami­glie a spen­dere e le imprese a inve­stire. Sulla fidu­cia. Come dire: il Qe non ha grandi effetti, ma se voi comin­ciate a cre­dere che ne abbia, allora li avrà. Insomma, se il Qe fal­li­sce è pure un po’ colpa vostra.

La fiera delle aspet­ta­tive su cui si fonda il Qe è che se la gente cre­desse dav­vero che il Qe farà ripar­tire l’inflazione, allora anti­ci­perà gli acqui­sti, per esem­pio di case o di auto, così da far ripren­dere domanda, pro­du­zione, inve­sti­menti e livello dei prezzi. Ma faglielo capire alla fami­glia che ha perso il lavoro e al suo datore di lavoro che ha chiuso bot­tega! E anche i più for­tu­nati vor­ranno vedere il cam­mello della ripresa prima di spen­dere di più, non si accon­ten­te­ranno dell’aspettativa del cammello.

Già nel 2004 un ottimo eco­no­mi­sta della Bce, Ulrich Bind­seil, com­men­tando il primo Qe effet­tuato dalla Banca del Giap­pone nel 2001 affer­mava che al di là dell’infondata asso­cia­zione mone­ta­ri­sta di aumento della liqui­dità a mag­giore infla­zione, non si capi­sce come mag­giore liqui­dità alle ban­che possa tra­dursi in mag­giore spesa e uscita dalla defla­zione, per cui l’unico argo­mento a difesa del Qe è che «tanto male non fa». Un po’ poco per la tra­ge­dia che viviamo.

A soste­gno di effetti reali del Qe resta dun­que solo il deprez­za­mento dell’euro, che accen­tua il ruolo dell’Eurozona come desta­bi­liz­za­tore dell’economia mon­diale e comun­que insuf­fi­ciente a indurre una seria ripresa, e il pun­tello ai debiti sovrani. Quest’ultimo del tutto rela­tivo visto che il rischio rela­tivo all’80% dei titoli pub­blici acqui­stati da cia­scuna banca cen­trale nazio­nale (Bcn) sarà a carico dalla mede­sima banca, ovvero dallo Stato a cui appar­tiene. Il che crea un cir­colo vizioso per cui la Bcn pun­tella lo Stato il quale pun­tella la Bcn.

Natu­ral­mente Dra­ghi fa quel che può, ma ciò non ci esime dal rico­no­scere che senza la fine dell’austerità — che non è nell’orizzonte delle élite euro­pee — si sta curando il can­cro con l’aglio (o forse col Prozac).

In sin­tesi, il Qe avrà effetti mar­gi­nali, ma suf­fi­cienti per giu­sti­fi­care il Padoan di turno nel con­ti­nuare a pro­met­tere la ripresa per l’anno suc­ces­sivo. Per altri com­men­ta­tori il Qe apre spazi per la sini­stra e, lad­dove fal­lisse, dischiu­de­rebbe la strada al «Qe per il popolo», la distri­bu­zione di liqui­dità diret­ta­mente a cia­scun cit­ta­dino. Ma in tempi così grami e di fiera delle aspet­ta­tive come si fa a bia­si­mare chi fa un po’ sognare la gente? Attenti al risve­glio però.

Pubblicato su “il Manifesto” del 24-1-2015

La moneta nel Paese dei Grulli

folli

Il Paese dei Grulli era da anni attanagliato da una tremenda crisi economica: alta disoccupazione, calo della produzione e crisi bancarie ormai erano una piaga inguaribile.

Il grande economista del Paese dei Grulli, Miltone Friedmano quando vide i dati sull’inflazione, che segnalavano ormai l’arrivo del grande spauracchio chiamato deflazione, esclamò: << Dobbiamo evitare a tutti i costi l’arrivo della deflazione, sarebbe una catastrofe! Dobbiamo stampare sacchi di monete e poi buttarle dagli elicotteri sulle nostre città. Solo questa mossa estrema potrà salvarci!>>.

E fu così che dopo appena una settimana, dalla banca centrale, si alzarono gli elicotteri carichi di biglietti di Talleri diretti verso le sette città del Paese dei Grulli.

Quando la gente delle città vide che dal cielo piovevano monete da 100 Talleri si lasciò prendere dall’entusiasmo. Tutti abbandonarono le loro attività: i contadini abbandonarono le campagne, i panettieri abbandonarono i forni, gli operai dei cantieri navali e delle acciaierie abbandonarono le fabbriche, le maestre e i professori abbandonarono le scuole e le Università. Anche gli alunni si misero a caccia dei biglietti caduti dal cielo.
Nacquero anche delle baruffe tra i cercatori di moneta…ma erano cose di poco conto: intanto c’erano monete per tutti, perdere tempo non serviva a nulla. Tutti a caccia.

La caccia alla moneta dei cittadini del Paese dei Grulli durò una settimana. Quando tutte le monete furono raccolte i cittadini persero un altro giorno per contare.  Tutti i cittadini urlavano: <<Che gioia, che gioia, finalmente sono ricco>>.

Ormai però, le dispense erano vuote e tutti capirono che era l’ora di andare a fare la spesa. <<Ormai non c’è problema. Tanto sono ricco, posso comprare quello che voglio>> questo pensavano i cittadini del Paese dei Grulli.

E fu così che la gente si riversò – con la baldanza del ricco – nelle strada per andare a fare la spesa. Appena arrivarono al Mercato Generale videro però che questi erano chiusi. <<Porca miseria>> disse la gente all’unisono in un lampo di consapevolezza:<<Anche i negozianti hanno interrotto le attività per mettersi a caccia dei Talleri piovuti dal cielo.>> E così anche i contadini. E così anche i panettieri. E così anche gli operai….

La gente a quel punto corse allora nelle campagne alla ricerca di qualcosa di mettere a tavola, ma ahimé trovò però solo orti rinsecchiti (nessuno li aveva innaffiati per una settimana) e animali morti (nessuno aveva dato loro da mangiare). Corsero allora verso i cantieri navali e verso le acciaierie: anche qui trovarono tutto in stato di abbandono. I macchinari – abbandonati ormai da una settimana – erano fuori uso perché nessuno aveva fatto la manutenzione. Un capannone era addirittura un cumulo di macerie fumanti a causa di un incendio che nessuno si era curato di spegnere (anche i Vigili del Fuoco avevano abbandonato il loro posto di lavoro). Nei cantieri navali le cose non andavano meglio: una mareggiata aveva portato via dal bacino di carenaggio  la nave in via di costruzione. Un vero disastro.

Fu allora che i cittadini del Paese dei Grulli capirono che nessuno mangiava biglietti da cento Talleri e che la ricchezza vera era il lavoro.

 

Piccolo tweet ad un giovane sardo

 

tweet

Sii sardo e dunque figlio del Mediterraneo. Rifuggi come la peste da scrittori salariati interessati solo a mettere le mani nelle casse della Regione Sardegna e che vorrebbero acquistare facile consenso parlandoti di piccole “identità”. Tu non sei un Venerdì a là Robinson Crusoe. Tu sei nuragico, fenicio, cartaginese, romano, vandalo, bizantino, spagnolo, austriaco e piemontese. Tu sei il mondo più grande ed è necessario che te ne occupi.

Leggi Antonio Gramsci.

Ses sardu e duncas fizzu e su mare. Fui comente si ses idende sa peste cando intendes iscrittores pagados e interessados a ponner sas manos in sas cassias de sa Regione e chi ti faeddan de identitade pro leare fazzile cunsensu. Tue no ses s’aborigenu de Robinson Crusoe. Tue ses nuragicu, feniciu, cartaginesu, romanu, vandalu, bizantinu, ispagnolu, austriacu e piemontesu. Tue ses su mundu prus mannu e ti n’de deves interessare.

Lezze a Antoneddu Gramsci de Ghilarza.

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