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Cuore, batti la battaglia!

Una recensione al “Romanzello”

burgos

di Carla Locci

Vincitore della terza edizione del premio letterario “Città di Dolianova”, Una semplice formalità di Giuseppe Masala è un racconto lungo, un romanzo breve o, come l’autore ama definirlo, un “romanzello”. Pubblicato dalla casa editrice digitale Regina Zabo in collaborazione con lo Studio editoriale Typos; ambientato tra Logudoro e Goceano nel 1820, alla vigilia dell’editto delle chiudende.

La sua ambientazione sarda è dovuta alla volontà dell’autore di riflettere sulla nascita del Capitalismo – Giuseppe Masala è un economista il cui pensiero è fortemente influenzato dal pensiero di Marx, Schumpeter, Leontieff e Goodwin – «La storia Sarda», afferma Masala, «è l’unica in cui si può chiaramente individuare il momento della nascita di questo sistema economico, che coincide con l’Editto delle Chiudende, che segna la nascita della proprietà privata in Sardegna». La storia, i personaggi, le diverse situazioni di cui Masala tiene abilmente i fili possono essere quindi letti come metafora di qualcos’altro.

Alla vigilia della promulgazione dell’editto delle chiudende, Bachis De Logu, un anziano giacobino reduce della “sarda rivoluzione” di Giovanni Maria Angioy, viene assassinato brutalmente. Le indagini condotte dall’ambizioso Tenente dei Carabinieri De Thorn portano inizialmente verso una pista politico affaristica ma, su pressione di un suo superiore, abbandona questa ipotesi e indaga in una direzione certamente più banale e rassicurante. Il romanzo merita di essere letto anche al di là delle metafore, ci restituisce infatti un fedele spaccato della società sarda del periodo, i personaggi e le situazioni sono verosimili e ben costruiti, curati del dettaglio e supportati da un’attenta ricerca storica.

Masala, durante il nostro incontro ha rievocato un ricordo che gli è stato utile durante il lavoro di scrittura. Era durante la presentazione del libro di un giovane autore sardo, a cui era presente anche il giornalista e scrittore Bachisio Bandinu che, un po’ per provocare, un po’ per spingere il giovane autore alla riflessione, gli chiese: «Chie sun sos personaggios? Itte narana? Itte pessana?». Masala non si è soffermato sulla reazione del giovane autore a questa domanda, ma sicuramente possiamo dire che è stata fondamentale durante processo creativo del suo “romanzello”. Durante la scrittura di Una semplice formalità egli aveva sempre in mente la domanda di Bandinu al giovane scrittore e la ricerca di una risposta a questo quesito è stata fondamentale nella costruzione dei personaggi che risultano non solo avere un senso ben preciso sia a livello superficiale, ovvero nella costruzione della trama, che a un livello più profondo del testo, relativo alla riflessione sul Capitalismo.

La recensione è stata pubblicata da Il Manifesto Sardo

Nella foto il castello di Burgos così come lo ha visto il protagonista del romanzo prima di essere assassinato.

Nasce il Grande Fratello Europeo

1984

 

Un funzionario dell’Unione Europea ha dichiarato che le istituzioni di Bruxelles stanno creando un Team di Risposta Rapida alla (presunta) “propaganda russa”.

Questo Team sarà parte integrante del SEAE (European External  Action Service) e sarà composto da circa una decina di persone — provenienti da alcuni paesi europei — e con la caratteristica di avere tra i propri skills un russo fluente.

Tra i compiti del Team — che entrerà in servizio operativo a partire dal prossimo primo Settembre — vi è quello di monitorare la “propaganda russa” e quello di consigliare le media’s company  e le istituzioni nazionali sulle azioni da porre in essere per contrastarla.

Sempre secondo l’Unione Europea tutto questo può essere visto come la risposta delle Istituzioni di Bruxelles alla richiesta — fatta nel Marzo scorso dai capi di stato nazionali — di azioni in risposta “alla campagna di disinformazione posta in atto dai mass media russi”.

A prima vista la notizia potrebbe essere derubricata tra le note di colore e tra le varie bizzarrie provenienti dall’Unione Europea quali, per esempio, il divieto di vendita di cetrioli con un diametro inferiore a quanto previsto dal Regolamento Europeo in materia.  Ma ad un analisi più attenta però le cose sono ben diverse: l’informazione è materia strategica che plasma la coscienza e gli intendimenti dei popoli, dunque la notizia è da considerarsi di primaria importanza.

In sostanza l’Unione Europea dichiara ufficialmente di avere messo sotto commissariamento politico le informazioni — diffuse nel territorio europeo —  riguardanti la Federazione Russa. Una decisione che, da un lato, va a confliggere con uno dei principi cardine delle democrazie liberali ovvero l’indipendenza assoluta degli organi di informazione rispetto al potere politico e che dall’altro lato è un paradosso degno di un universo orwelliano: per contrastare la presunta propaganda russa si procede ad istituire un team — dipendente da istituzioni politiche — incaricato di studiare una efficace propaganda antirussa.

L’ultimo dato curioso che non può non essere sottolineato è che questa notizia ha avuto risalto sia sui media russi, sia su quelli ucraini ed americani. I media europei (oggettivamente i più interessati) invece non hanno minimamente informato i lettori di questa novità sorprendente: Quando si dice avere “la coda di paglia”.

Pezzo pubblicato originariamente su Sputnik Italia

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Economia e logica

logica

 

La figura professionale maggiormente necessaria in teoria economica sarebbe quella dello ‘sfrondatore’: ovvero un professionista che si prenda la briga di rottamare i falsi problemi, i miti, le allucinazioni, le contraddizioni logiche presenti in economia.

Per esempio trovo francamente grottesca la dicotomia tra “economia pianificata” (volgarmente comunismo) e “economia libera” (volgarmente capitalismo).

Tutti i sistemi economici sono pianificati solo che nei sistemi capitalistici la pianificazione è fatta dai banchieri che arbitrariamente decidono a chi concedere o negare il credito necessario per gli investimenti. Nelle cosiddette “economie pianificate” invece la pianificazione tendenzialmente è fatta nell’interesse di tutti da rappresentanti eletti (non necessariamente secondo i canoni della democrazia liberale) da tutti.

In realtà chiedere la “pianificazione economica” significa chiedere democrazia reale. Non chiederla significa lasciarla in mano a una ristretta oligarchia autoreferenziale.

Ecco, ci vorrebbero degli ‘sfrondatori’ più che dei matematici. Ovvero persone che si prendano la briga di smantellare tutti i cortocircuiti logici. Quando sarà fatto questo, l’economia sarà una materia adulta.

Per ora siamo alla stregoneria matematicizzata.

Pezzo pubblicato originariamente su megachip.globalist.it

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Lo specchio di Alice Yellen

alice

 

L’impossibilità tecnica per la Yellen ad alzare i tassi d’interesse dimostra che siamo di fronte ad un caso spurio di trappola della liquidità. Una nuova trappola della liquidità dove gli impedimenti al rialzo dei tassi non sono legati ai casi di scuola (preferenza per la liquidità dovuta ad aspettative negative degli investitori quali deflazione, guerra civile o conflitti internazionali, caduta della domanda aggregata) ma alla paura di un crollo dei mercati finanziari.

Nel mondo alla rovescia del finanz-capitalismo la causa diventa effetto e l’effetto diventa causa. Benvenuti dentro lo specchio della Alice di Lewis Carroll.

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L’autoesotismo dell’esotico “intellettuale” sardo

esotismo

 

Zeroconsensus alle volte si domando se esista una categoria più dannosa dei cosiddetti “intellettuali” sardi. Inutili chierici del potere sempre genuflessi in attesa di una prebenda e, contemporaneamente, più occhiuti e ottusi di un gesuita della Santa Inquisizione.
Come si fa a dividere la letteratura della propria terra in “esotica” e “non esotica” (vado per tentativi visto che nessuno si è mai preso la briga di indicare un nome per definire la letteratura “non esotica”)? Avete mai visto un russo che da dell’esotico ad Anton Cechov? Avete mai sentito uno spagnolo dare dell’esotico a Cervantes? Avete mai sentito un siciliano dare dell’esotico a Giovanni Verga? Avete mai sentito un lombardo dare dell’esotico ad Alessandro Manzoni? Avete mai sentito un inglese (o un polacco) dare dell’esotico (e chi più esotico di lui???) a Joseph Conrad?

Dietro questa stramba e ridicola definizione in realtà vi è tutto il provincialismo di una classe intellettuale piena di complessi di inferiorità che trova la sua sublimazione nel complesso di superiorità dell’accusa (sic) di “esotismo”. Complessi di inferiorità tipici di tutti gli isolani (mica solo i sardi, ma anche gli inglesi e i giapponesi) che si sublimano in un mal riposto e grottesco senso di superiorità. Solo i siciliani paiono assolutamente immuni da questo fenomeno. Beati loro, e non a caso la produzione letteraria siciliana e contemporaneamente poderosa quantitativamente e sublime qualitativamente.

Sia detto per inciso, vera letteratura (lascio perdere i discorsi legati allo stile), è quella che sa unire il locale e il reale all’universale e al sogno (se è nelle corde dell’autore). Pretendere di abolire, disintegrare, eliminare, le peculiarità locali per non apparire “esotici” significa mutilare e appiattire l’opera letteraria. Criticabile può essere, semmai, l’opera che si fonda solo sul locale ed esotico senza dare quella profondità che porta all’universale e all’umanità nel suo complesso. Ma bisogna fare molta attenzione anche lì: Joseph Conrad è stato considerato per decenni un romanziere “di genere” e dunque “esotico” per poi scoprire, con il tempo, il poderoso messaggio universale di tutta la sua opera.

Ai tanti “romanzieri” sardi in voga, spesso accusati di “esotismo” ed “autoesotismo” (tra l’altro non ho mai capito bene la differenziazione dei chierici intellettuali sardi che ripartiscono il concetto in “esotismo” ed “autoesotismo” però riescono a strapparmi un sorriso perché mi viene da pensare alla differenza tra “erotismo” e “autoerotismo”) la critica da muovere sarebbe semmai un altra: quella di scrivere troppo spesso delle piatte sceneggiature da telefilms americani e di spacciarli per romanzi ad un pubblico che fagocita tutto.

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La guerra delle monete l’ha iniziata la BCE

china deutschlanddi Alberto Bagnai (*)

 

Vladimiro Giacché ha commentato così su Twitter le ultime vicende cinesi: “La Cina svaluta dell’1,9% e molti gridano alla guerra valutaria. Gli stessi che ritengono un regalo la rivalutazione del 350% del marco DDR”. Vi chiederete: “Ma cosa c’entrano vicende europee di 25 anni or sono con quanto sta accadendo in Cina oggi?” Risponderò con dei dati e un proverbio (italiano, perché dalla Cina importiamo già troppo).

Nel 2013 il surplus della bilancia dei pagamenti dell’Eurozona ha superato quello della Cina: rispettivamente, 251 e 182 miliardi di dollari. Questo risultato ovviamente è dovuto all’unica economia rimasta in piedi, quella tedesca. La Germania aveva superato la Cina nel 2011: 228 miliardi di surplus estero contro 136. Cina e Germania sono le due più forti potenze esportatrici al mondo, ma hanno gestito questa loro posizione in modo molto diverso.

La Cina ha lasciato rivalutare il renminbi rispetto al dollaro, per un totale del 25% da giugno 2005 a giugno 2015. Ciò ha reso i prodotti cinesi meno convenienti sui mercati internazionali, soprattutto perché in Cina i prezzi sono cresciuti più rapidamente. Di conseguenza in Cina il tasso di cambio reale, cioè corretto per l’inflazione, è cresciuto del 45% in dieci anni. I giornali raccontavano la favoletta del cinese sleale che trucca il cambio per drogare il surplus estero, ma stava succedendo il contrario: il saldo commerciale cinese, dal 6% del Pil nel 2005, scendeva a un più moderato 2% nel 2014. La Germania si è comportata in modo opposto: il suo cambio reale è sceso e il suo surplus estero cresciuto. Ma se la Germania si è comportata così, puntando a un’espansione senza limiti del suo surplus estero, perché invece la Cina ha lasciato rivalutare la sua valuta e ha ridotto il suo surplus? Per fare un favore a noi? No, per farlo a se stessa. Una crescita sostenuta principalmente dalle esportazioni è fragile, per due motivi.

Il primo è quello che ha messo in ginocchio l’Eurozona: le esportazioni di uno sono importazioni di un altro, e chi vuole campare sulle importazioni altrui deve finanziargliele. Finché le cose andavano bene, le banche tedesche non si chiedevano se i soldi prestati ai greci per comprare prodotti tedeschi sarebbero stati restituiti. Allo scoppio della crisi finanziaria, il meccanismo si è inceppato. Sotto questo profilo la Cina corre meno rischi: il suo principale debitore sono gli Stati Uniti, per ora più solidi della Grecia. Ma crescere sulla spesa altrui è comunque una pessima idea. L’esportatore, per il fatto stesso di esportare agli altri i propri beni, importa dagli altri i loro problemi. Chi conta sulla capacità di spesa degli altrui cittadini è rovinato quando questa per qualche motivo viene a mancare.

I cinesi lo capiscono, e per questo, saggiamente, da circa 10 anni pilotano la loro valuta al rialzo e il loro saldo commerciale al ribasso, nel tentativo di sganciarsi dalle fluttuazioni dell’economia globale. I tedeschi no: accecati dalla loro volontà di potenza, dopo aver superato la Cina hanno svalutato in termini reali di un altro 5%, e portato il loro surplus oltre la soglia massima prevista dai regolamenti europei (il 6%). Questa ottusità sta già dando i suoi frutti: a giugno l’indice della produzione industriale tedesca è calato dell’1,4% rispetto a maggio. Gli analisti dicono che ciò è dovuto alle difficoltà dei paesi emergenti, i paesi sulla cui capacità di spesa la Germania ha deciso di campare, dopo aver sbriciolato la nostra imponendoci l’austerità. Ma la Germania ha determinato anche le difficoltà dei suoi nuovi clienti, i paesi emergenti. La valuta cinese era agganciata fino a tre giorni fa al dollaro: la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro per circa il 20%, avvenuta nell’ultimo anno, è stata quindi una pari rivalutazione dello yuan sull’euro.

E qui arriva il proverbio: il lupo perde il pelo ma non il vizio: che sia la rivalutazione del 350% imposta alla Germania Est, o quella di circa il 20% imposta alla Cina, la Germania non riesce a concepire un modello di sviluppo che non passi per la manipolazione della propria valuta ai danni altrui. Chi vuole parlare di guerra valutaria si ricordi che a dichiararla è stata la Germania, quando, da massima potenza esportatrice mondiale, ha ingiunto a Draghi di deprezzare l’euro. Una decisione motivata dal tentativo di dare un minimo di respiro alle economie deboli dell’Eurozona per salvare l’euro. La brusca svalutazione dell’euro (cioè rivalutazione dello yuan) ha però messo in difficoltà la Cina, e quindi, a ricasco, la Germania, che così, ancora una volta, sta segando il ramo sul quale siede, anche perché i cinesi, a differenza dei cugini della Germania Est, se aggrediti reagiscono.

La reazione non poteva che essere una svalutazione dello yuan, che metterà in difficoltà le nostre aziende che esportano in Cina. Chi pensava che il crollo dell’economia italiana non lo riguardasse, perché tanto lui vendeva in Cina, ha fatto male i conti. In un’economia interconnessa come quella odierna, le scelte sbagliate dei tuoi governanti ti inseguono ovunque. Digli di smettere.

 

(*) Alberto Bagnai è professore di Politica Economica all’Università di Pescara, l’articolo è stato pubblicato nel sito asimmetrie.org

 

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USA-Cina: la guerra valutaria continua

US dollar and Chinese renminbi

Moltissimi sono i commenti che vorrebbero spiegare la decisone di oggi della banca centrale cinese di svalutare lo yuan di circa il 2% rispetto al dollaro. Commenti, permettetemi, male informate. Almeno così la vede zeroconsensus.

La Cina, in un contesto di rallentamento dell’economia mondiale (compresa la propria). ha deciso senza dubbio di dare maggior respiro alle proprie esportazioni. Questa è la spiegazione “strumentale”; certamente vera. Però ve ne è un altra, più profonda e altrettanto vera.
La Cina da anni sta progettando/accompagnando lo yuan verso la piena e libera convertibilità sul mercato della moneta e conseguentemente la sua trasformazione in moneta di riserva mondiale, quantomeno al pari del dollaro.
Questa trasformazione non è facile e consta di vari passaggi:

1) Accumulo di enormi riserve d’oro.
2) Firma di contratti bilaterali (currency swaps) con altre banche centrali per l’utilizzo dello yuan (e della moneta della controparte) negli scambi commerciali bilaterali.
3) Vi è stato il tentativo di accrescere il proprio “peso azionario” all’interno del FMI, tentativo fino ad ora fallito a causa del veto USA.
4) In conseguenza al punto 3 la Cina ha allora costituito la New Developement Bank con i paesi “Brics” e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture. Queste due istituzioni sono un’aperta sfida all’FMI e all’egemonia USA in questa istituzione.

In questo contesto, è proprio di questi giorni la notizia che vi è stato il diniego da parte del FMI ad introdurre lo yuan nel basket dei Diritti Speciali di Prelievo (Special Drawing Rights) del FMI. L’entrata tra le monete che compongono gli SDR sarebbe stata una bella legittimazione per lo yuan nella sua ambizione di diventare moneta globale. Gli USA che vogliono che il Dollaro sia l’unica moneta “indispensabile” hanno bloccato questa richiesta.
Ed ecco a stretto giro di posta è arrivata oggi, da parte cinese, la svalutazione dello yuan sul dollaro.

La guerra valutaria continua. Nel silenzio generale.

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La scomparsa del lavoro

 

robotica

L’articolo che zeroconsensus propone è ripreso da linterferenza.info e tratta il tema della rarefazione del lavoro a causa dell’innovazione tecnologica e del cambiamento della “composizione organica del capitale” (per dirla con Marx). Ovviamente zeroconsensus condivide l’esistenza del problema che come dice Berardi è il vero tabù delle società contemporanee: il lavoro sta scomparendo. Berardi come soluzione al problema propone il reddito di cittadinanza. Zeroconsensus pensa che sia una delle possibili soluzioni, ma non l’unica. Infatti la via maestra è la socializzazione – almeno parziale – dei fattori della produzione al fine di arrivare con più facilità ad una società dove si  lavori meno ma si lavori tutti (secondo le proprie capacità e inclinazioni). 

Di Franco Berardi

Alla fine degli anni ’70, dopo dieci anni di scioperi selvaggi, la direzione della FIAT convocò gli ingegneri perché introducessero modifiche tecniche utili a ridurre il lavoro necessario, e licenziare gli estremisti che avevano bloccato le catene di montaggio. Sarà per questo sarà per quello fatto sta che la produttività aumentò di cinque volte nel periodo che sta fra il 1970 e il 2000. Detto altrimenti, nel 2000 un operaio poteva produrre quel nel 1970 ne occorreva cinque. Morale della favola: le lotte operaie servono fra l’altro a far venire gli ingegneri per aumentare la produttività e a ridurre il lavoro necessario.

Vi pare una cosa buona o cattiva? A me pare una cosa buonissima se gli operai hanno la forza (e a quel tempo ce l’avevano perbacco) di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Una cosa pessima se i sindacati si oppongono all’innovazione e difendono il posto di lavoro senza capire che la tecnologia cambia tutto e di lavoro non ce n’è più bisogno.

Quella volta purtroppo i sindacati credettero che la tecnologia fosse un nemico dal quale occorreva difendersi. Occuparono la fabbrica per difendere il posto di lavoro e il risultato prevedibilmente fu che gli operai persero tutto.

Ma si poteva fare altrimenti? chiederete voi? Certo che si poteva. Una piccola minoranza disse allora: Lavorare meno per lavorare tutti, e qualcuno più furbo disse addirittura: lavorare tutti per lavorare meno. Furono attaccati come estremisti, e alcuni li arrestarono per associazione sovversiva.

Nel 1983 nel paese più brutto del mondo c’era un governo infernale guidato da una signora cui piaceva la frusta. Aveva detto che la società non esiste (there is no such thing as society) per dire che ognuno è solo e deve combattere contro tutti gli altri col risultato che uno su mille può far la bella vita e scorrazzare in Roll Royce, uno su cento può vivere decentemente e tutti gli altri debbono fare la vita di merda che più di merda non si può immaginare. Ma ritorniamo a noi, mica sono pagato per parlar male dell’Inghilterra. Un bel giorno la signora decise che di miniere non ce n’era più bisogno e neanche di minatori. Cosa fareste se la vita vi fosse andata così male da ritrovarvi a fare il minatore in un paese di merda dove in superficie piove sempre e c’è la Thatcher, e sottoterra è anche peggio?

Non so voi, ma nel caso io facessi il minatore e qualcuno mi dicesse che non c’è più bisogno di miniere ringrazierei il cielo e chiederei un salario di cittadinanza. Non così Arthur Scargill che era il capo di un sindacato che si chiamava Union Miners. Un sindacato glorioso che organizzò una lotta eroica contro i licenziamenti come direbbe Ken Loach. So bene che c’è poco da fare gli spiritosi perché fu una tragedia per decine di migliaia di lavoratori e per le loro famiglie: naturalmente i minatori persero la lotta il lavoro e il salario, ed era solo l’inizio. La disoccupazione è oggi in crescita in ogni paese d’Europa. Metà della popolazione giovanile non ha un salario, o ha un salario miserabile e precario, mentre i riformatori europei hanno imposto un rinvio dell’età pensionabile da 60 a 62 a 64 a 65 a 67. E poi?

C’è qualcuno che possa spiegarmi secondo le regole della logica aristotelica il mistero secondo cui per curare la disoccupazione dilagante occorre perseguitare crudelmente i vecchi che lavorano costringendoli a boccheggiare sul bagnasciuga di una pensione che non arriva mai? Nessuno che sia sano di mente mi risponde, perché la risposta non si trova nelle regole della logica aristotelica, ma solo nelle regole della logica finanziaria che con la logica non c’entra niente ma c’entra moltissimo con la crudeltà.

Se la logica finanziaria contraddice la logica punto e basta, cosa farebbe una persona dotata di senso comune? Riformerebbe la logica finanziaria per piegarla alla logica, no? Invece Giavazzi dice che la logica vada a farsi fottere perché noi siamo moderni (mica greci).

Animal Kingdom è il nome di un’azienda di Saint Denis che vende ranocchie e cibi per cani. Candelia vende mobili per ufficio. Sembrano aziende normali ma non lo sono affatto, perché l’intero business di queste aziende è finto: finti i clienti che telefonano, finti i prodotti che nessuno produce, finta perfino la banca cui le fake companies chiedono falsi crediti.

Come racconta un articolo del New York Times del 29 maggio, da cui si deduce che il capitalismo è affetto da demenza senile, in Francia ci sono un centinaio di aziende finte, e pare che in Europa se ne contino migliaia.

Milioni di persone non hanno un salario e milioni perderanno il lavoro nei prossimi anni per una ragione molto semplice: di lavoro non ce n’è più bisogno. Informatica, intelligenza artificiale, robotica rendono possibile la produzione di quel che ci serve con l’impiego di una quantità sempre più piccola di lavoro umano. Questo fatto è evidente a chiunque ragioni e legga le statistiche, ma nessuno può dirlo: è il tabù più tabù che ci sia, perché l’intero edificio della società in cui viviamo si fonda sulla premessa che chi non lavora non mangia. Una premessa imbecille, una superstizione, un’abitudine culturale dalla quale occorrerebbe liberarsi.

Eppure economisti e governanti, invece di trovare una via d’uscita dal paradosso in cui ci porta la superstizione del lavoro salariato insistono nel promettere la ripresa dell’occupazione e della crescita. E siccome la ripresa è finta, qualcuno ha avuto questa idea demente di creare aziende in cui si finge di lavorare per non perdere l’abitudine e la fiducia nel futuro, poiché i disoccupati di lungo corso (il 52.6 dei disoccupati dell’eurozona sono senza lavoro da più di un anno) rischiano di perdere la fede oltre al salario.

Ma torniamo al punto. Dice il giovane presidente del consiglio che il reddito di cittadinanza è una cosa per furbi perché in questo paese chi lavora duro ce la può fare. Forse qualcuno sì, non me la sento di escluderlo, ma qui stiamo parlando di ventotto milioni di disoccupati europei. E a me risulta che la disoccupazione non è destinata a diminuire ma ad aumentare, e ti dico perché. Perché di tutto quel lavoro (duro o morbido non importa) non ce n’è più bisogno. Lo dice qualcuno che è più moderno di Renzi e di Giavazzi messi insieme credete a me. Lo dice un giovanotto dotato intellettualmente che si chiama Larry Page. In un’intervista pubblicata da Computer World nell’ottobre del 2014 questo tizio, che dirige la più grande azienda di tutti i tempi dice che Google investe massicciamente in direzione della robotica. E sai che fa la robotica? Rende il lavoro inutile, questo fa. Larry Page aggiunge che secondo lui solamente dei pazzi possono pensare di continuare a lavorare quaranta ore alla settimana. Si stringe nelle spalle e dice: Renzi, lavorare duro d’accordo, ma per fare che?

Il Foreign Office nel suo Report dell’anno scorso diceva che il 45% dei lavori con cui oggi la gente si guadagna da vivere potrebbe scomparire domattina perché non ce n’è più bisogno. Caro Renzi qui si tratta di cose serie, lascia fare ai grandi e torna a giocare con i video game: occorre immediatamente un reddito di cittadinanza che liberi la gente dall’ossessione idiota del lavoro.

La situazione infatti è tanto grave e tanto imprevista, che occorre un’invenzione scientifica che non è alla portata degli economisti.

Ti sei mai chiesto cosa sia una scienza? Diciamo per non farla troppo lunga che è una forma di conoscenza libera da ogni dogma, capace di estrapolare leggi generali dall’osservazione di fenomeni empirici, capace di prevedere quello che accadrà sulla base dell’esperienza del passato, e per finire capace di comprendere fenomeni così radicalmente innovativi da mutare gli stessi paradigmi su cui la stessa scienza si fonda. Direi allora che l’economia non ha niente a che fare con la scienza. Gli economisti sono ossessionati da nozioni dogmatiche come crescita competizione e prodotto nazionale lordo. Dicono che la realtà è in crisi ogni qualvolta non corrisponde ai loro dogmi, e sono incapaci di prevedere quel che accadrà domani, come ha dimostrato l’esperienza delle crisi degli ultimi cento anni. Gli economisti per giunta sono incapaci di ricavare leggi dall’osservazione della realtà in quanto preferiscono che la realtà sia in armonia con i loro dogmi, e incapaci di riconoscere quando mutamenti della realtà richiedono un cambiamento di paradigma. Lungi dall’essere una scienza, l’economia è una tecnica la cui funzione è piegare la realtà multiforme agli interessi di chi paga lo stipendio degli economisti.

Dunque sta ad ascoltarmi: non c’è più bisogno di Giavazzi di tutti quei tristi personaggi che vogliono convincerti che l’occupazione presto riprenderà e la crescita anche. Lavoriamo meno per un reddito di cittadinanza, curiamoci la salute andiamo al cinema insegniamo matematica, e facciamo quel milione di cose utili che non sono lavoro e non hanno bisogno di scambiarsi con salario. Perché sai che ti dico: di lavoro non ce n’è più bisogno.

* Pubblicato sul numero di luglio della nuova serie di “Linus”.

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La moneta per ricostruire un impero

rublo

Nell’incontro di marzo tra i presidenti di Russia, Kazakistan e Bielorussia svoltosi ad Astana, Putin ha lanciato la proposta di un unione monetaria tra i tre paesi. E’ evidente come questo passaggio sia ineludibile se si vuole ricostruire uno spazio comune tra i maggiori paesi ex sovietici, anche per ancorarli in maniera forte a Mosca ed evitare che la Nato e l’Unione Europea tentino qualche “rivoluzione colorata” al fine di portare il Kazakistan e la Bielorussia nella loro sfera di influenza.

Immediatamente è sorta la polemica tra gli osservatori e gli analisti se questa ipotesi possa essere percorribile o se risulterà irta di difficoltà come si sta dimostrando l’Unione Monetaria dei paesi della UE. A mio modesto avviso il paragone tra l’Unione monetaria dello spazio ex Sovietico è quella della UE è totalmente infondato.
L’Euro è l’unione monetaria tra paesi che mai hanno avuto una moneta unica tra loro, che mai hanno avuto una lingua, una cultura comune e sistemi giuridici simili. L’unione monetaria “euroasiatica” proposta è un unione tra paesi facenti parte di un area monetaria omogenea naturale, per lingua, cultura, ordinamento giuridico e storia. E’ a ben vedere la cosa più normale del mondo: i lavoratori possono spostarsi liberamente (e già lo fanno) all’interno dei tre paesi senza particolari difficoltà perché parlano una  lingua comune, il russo. Non è necessario neanche chissà quale particolare aggiustamento dell’infrastruttura giuridica: le leggi vigenti e le istituzioni sono di origine zarista e sovietica. Non parliamo poi del fatto che per secoli queste tre nazioni hanno avuto la stessa moneta: prima quella zarista e poi quella sovietica. Hanno monete diverse solo da 20 anni. In realtà Putin vuole porre rimedio ad una situazione ora innaturale a causa del crollo dell’URSS ritornando a quello che è stato per secoli, mentre l’Unione monetaria europea è la creazione di una situazione innaturale che unisce ciò che da sempre è diviso per cultura, lingua e ordinamento giuridico e istituzionale.

Basta porsi due facili domande per comprendere che parliamo di cose totalmente opposte. Cos’hanno in comune Grecia e Irlanda oppure Portogallo e Finlandia? Nulla tranne la moneta. Mentre, cos’hanno di diverso la Russia e il Kazakistan e la Bielorussia? Nulla, tranne che hanno diverse monete.

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Crisi nell’UE e riassetto dell’industria mondiale

industria

 

di Lucia Pradella (*)

La crisi economica mondiale scoppiata nel 2007/8 si sta abbattendo con particolare forza sull’Europa: la situazione greca ne è l’esempio più lampante. A livello europeo, la disoccupazione ha raggiunto percentuali record, i salari reali stanno diminuendo, le diseguaglianze sono alle stelle e gli attacchi alla classe lavoratrice si sono intensificati. Secondo dati Eurostat (che sottostimano ampiamente la situazione reale), nel 2013 circa novantadue milioni di persone, un quarto della popolazione dell’Europa occidentale, era a rischio di povertà e di esclusione sociale: 8 milioni e mezzo di persone in più che nel 2007. La tendenza è più allarmante nei paesi più colpiti dalla crisi come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, ma è in crescita anche nel Nord dell’Europa, Gran Bretagna e Germania comprese. Condizioni di povertà, precarietà e super-sfruttamento prima ritenute “tipiche” del Sud del mondo stanno diventato sempre più diffuse anche nei paesi ricchi dell’Unione Europea.

La crisi e i suoi effetti in Europa – compresa l’Europa “ricca”, occidentale – hanno suscitato ampio dibattito, tanto sulle sue cause che sulle strategie da adottare in risposta. Uno dei limiti principali di questo dibattito è che spesso si è concentrato sulla crisi in Europa senza considerare in modo organico la sua dimensione strutturale e internazionale. Il punto è che questa non è una “crisi europea”: è una crisi internazionale del sistema capitalistico. Nonostante i vari segnali di ripresa, inoltre, questa crisi non è una parentesi temporanea che a un certo punto si chiuderà con il ritorno dei “bei vecchi tempi” andati. No, questa crisi manifesta una tendenza strutturale verso l’impoverimento, e dipende da profonde dinamiche economiche e geopolitiche.

La crisi di profittabilità di metà anni Settanta ha fatto emergere con ancor maggiore evidenza il carattere strutturale e internazionale dell’impoverimento. Ha mostrato che, come Marx afferma con forza nel Capitale, l’impoverimento non è una conseguenza di un mancato sviluppo, ma è il risultato dello sviluppo stesso dei rapporti di produzione capitalistici alla scala mondiale. Le politiche neoliberiste che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto ai paesi del Sud del mondo e dell’ex blocco “sovietico” hanno causato l’impoverimento di ampi settori popolari, determinando un drammatico aumento della povertà globale (confermato dalla Banca Mondiale stessa). In quasi tutti i paesi del mondo, la quota dei salari rispetto al PIL è diminuita. Nella maggioranza dei paesi del Sud del mondo e dell’Est Europa, fatta l’eccezione della Cina, a ciò si è sommata la diminuzione dei salari reali e l’aumento della povertà estrema. Questo è avvenuto almeno fino all’inizio degli anni 2000, quando i movimenti di resistenza – dal Sud America all’Asia – hanno iniziato a mettere in discussione l’ordine neoliberista e neocoloniale.

Guardiamo a qualche cifra. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, d’ora in poi ILO), quello che Marx avrebbe chiamato l’esercito industriale di riserva (in cui sono compresi anche i piccoli contadini impoveriti) è oggi composto di circa 2,4 miliardi di persone, ed è circa l’80 per cento più numeroso del numero complessivo di lavoratori salariati (1,4 miliardi). Nel 2010, l’ILO stimava che ci fossero circa 942 milioni di lavoratori poveri – quasi un terzo della forza-lavoro globale attiva – che vivevano sotto la soglia di 2US$ al giorno. Tali processi d’impoverimento hanno avuto come corollario un crescente sfruttamento dei lavoratori occupati.

Potevamo davvero pensare che tali trasformazioni non incidessero sulle condizioni di lavoro e di vita nei centri dell’imperialismo mondiale? La domanda può sembrare retorica, ma vale la pena di porla in ogni caso. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica della vera, epocale trasformazione che ha avuto luogo nel periodo neoliberista: la globalizzazione della produzione industriale. Il processo di ristrutturazione internazionale della produzione industriale ha messo fine al monopolio industriale dei paesi occidentali, minando la divisione del lavoro (di origine coloniale) tra paesi industrializzati del Nord e produttori di materie prime nel Sud. Secondo l’ILO, dalla metà degli anni 1970 la forza lavoro industriale nel Sud ha rapidamente superato quella nel Nord, fino al punto che quasi l’80 per cento della forza lavoro industriale oggi vive nel Sud del mondo, rispetto al 34 per cento nel 1950 e 53 per cento nel 1980. Riducendo i costi di transazione all’interno dell’UE ed eliminando le incertezze dei tassi di cambio, l’euro ha facilitato l’internazionalizzazione del capitale europeo e la delocalizzazione produttiva verso i paesi a basso salario dell’Europa dell’Est e, sempre più, dell’Asia. Questi processi hanno determinato una progressiva concentrazione della produzione ad alta intensità di capitale e di servizi (finanziari e non) nel nord dell’UE, e una concentrazione della produzione a bassa intensità di capitale nel Sud.

In seguito all’entrata della Cina nel WTO nei primi anni 2000, l’UE-15 ha perso costantemente quote di mercato nei confronti dei BRIC, in particolare la Cina. L’UE si trova ad affrontare una crescente pressione concorrenziale non solo nella produzione a basso contenuto tecnologico, ma anche in quella ad alto contenuto tecnologico. Ecco perché non è sufficiente guardare ai cosiddetti “costi del lavoro” all’interno dell’UE-15 e prendere il costo del lavoro in Germania come pietra di paragone, com’è stato fatto in molti dibattiti sulla crisi, anche a sinistra. Vari studi hanno mostrato che se ampliamo la gamma dei paesi considerati come concorrenti, il deterioramento della competitività del settore industriale in Europa è ancora maggiore (per esempio: Cambridge Econometrics 2011). Questo è uno dei motivi per cui, dopo un calo iniziale dopo il 2007, gli investimenti esteri dall’UE-15 si sono spostati verso i mercati emergenti, Cina in primis. Secondo l’UNCTAD, per la prima volta nel 2010 le “economie in via di sviluppo” hanno assorbito quasi la metà dei flussi d’investimenti esteri a livello mondiale. Questi processi colpiscono i lavoratori in tutta l’UE-15, in particolare quelli degli Stati del Sud dell’UE, paesi che sono bloccati a un livello medio di tecnologia e sono sempre più in concorrenza con i mercati emergenti.

Questa prospettiva ci permette di comprendere perché la crisi sta colpendo così duramente il settore industriale (a livello UE, circa 4 milioni di posti di lavoro industriali sono stati persi tra il 2008 e il 2012, circa il 12 per cento dell’occupazione industriale); e perché colpisce i paesi europei in modo così differenziato. Ma c’è un altro punto centrale che emerge con chiarezza. Le feroci misure di austerità imposte dalla Troika non sono assurde o irrazionali. Non mirano tanto a ridurre il debito e la spesa pubblica in quanto tali, ma puntano a sostenere la competitività e la profittabilità del capitale riducendo la spesa sociale e smantellando i sistemi di contrattazione nazionale. È per questo che l’Unione Europea sta intervenendo nella legislazione sociale degli stati membri, soprattutto di quelli più indebitati, imponendo piani di riforma strutturale che molti paragonano, non senza qualche esagerazione, a quelli imposti al Sud del mondo e all’Est europeo. Ma anche nei paesi in apparente ripresa, le politiche di austerità stanno facendo crescere la precarietà e l’impoverimento dei lavoratori. A tutto questo si aggiunge un ulteriore generale inasprimento delle politiche contro gli immigrati e del razzismo di stato. L’obiettivo complessivo dell’UE e dei vari governi è smantellare le forme esistenti di solidarietà sociale e di organizzazione sindacale, atomizzando e dividendo ancor di più la classe lavoratrice. Solo in questo modo, infatti, l’Unione Europea può mantenere la sua posizione nel gruppo degli stati imperialisti.

È per questo che la Troika si sta dimostrando così inflessibile con le richieste del governo Syriza-Anel e del popolo greco. Per continuare indisturbati nel loro massacro sociale, il capitale europeo, la Troika, devono dare una lezione esemplare ai lavoratori in Grecia, “colpevoli” di aver alzato la testa e di aver detto no. Con loro, la Troika vuole ammonire i lavoratori in tutta l’Europa, in particolare in un contesto di ripresa della conflittualità che dalla Spagna si sta allargando (in qualche misura) anche alla Germania. Come risponderanno i lavoratori nel resto dell’Europa?

(*) Lucia Pradella è Research Associate alla School of Oriental and African Studies, University of London, e insegna economia del welfare all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È l’autrice dell’Attualità del Capitale (2010) e di Globalization and the Critique of Political Economy (2015), e co-curatrice di Polarizing Development (2014). Ha pubblicato di recente articoli sui lavoratori poveri in Italia, Gran Bretagna e Germania su Comparative European Politics, e su crisi e immigrazione in Europa in Competition & Change.

Tratto da Sinistrainrete.info

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