zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Deflazione Debito Default, l’Italia in 3D

italia

 

Volendo parlare di cose economiche, tra i dati resi pubblici in questi giorni saltano agli occhi i seguenti:

  • L’ondata deflattiva ha colpito anche la Germania locomotiva d’Europa: –0,1%;
  • A marzo in Italia la deflazione si attesta allo -0,5%;
  • Sempre a marzo la deflazione si attesta ad un sobrio -1,1% in Spagna;

Considerati i dati dell’indice generale dei prezzi possiamo dire che il tasso reale a cui vengono prezzati i nostri titoli di stato decennali (BTP) è di circa il 2% (1,5% + 0,5% di deflazione).

Se consideriamo che da un anno la BCE sta mandando avanti un piano di riacquisto di titoli di stato dei paesi dell’area euro per 60 miliardi di euro al mese (da maggio addirittura per 80 miliardi) non pare azzardato dire che senza questa manovra straordinaria l’Italia pagherebbe almeno un 9% di tasso di interesse sui titoli decennali. Il che porterebbe automaticamente ad uno stato di pre-default con intervento emergenziale della cosiddetta Trojka (BCE-UE-FMI) in stile greco.

Non sto dicendo nulla di sensazionale, chiunque può verificare tutto questo. Però come certe zie anziane, ogni tanto è bene ricordare le cose sgradevoli: non per altro, ma a marzo 2017 l’intervento straordinario della BCE dovrebbe finire e soprattutto nel 2018 ci sarà l’avvicendamento tra San Mario Draghi e il tedesco Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank.

Weidmann – stiamone certi – di sicuro non si impegnerà come il predecessore per salvare la baracca italiana.

Il debito pubblico italiano intanto a marzo si è impennato a 2.228,7 miliardi di euro, toccando un nuovo record. Naturalmente le gazzette renziane, a partire dal TG3, aprivano la pagina economica esaltandosi perché il PIL italiano nel primo trimestre del 2016 è cresciuto dell’1% rispetto al periodo gennaio-marzo 2015, dedicando poche righe distratte allo stock del debito, che cresceva di circa il 2% in un anno, una percentuale doppia. Nell’Era Renziana il debito pubblico è cresciuto di ulteriori 108 miliardi. Questo accadeva mentre diminuivano le spese in conto capitale (con un calo degli investimenti pubblici di circa il 20 per cento nel solo 2015).

E deve arrivare ancora il Fiscal Compact…

 

Pubblicato originariamente su Megachip

 

 

Le Sanguisughe della ricchezza

salasso

di Saskia Sassen

Nel corso del Novecento gran parte dell’attenzione degli studiosi era rivolta alla tendenziale distruzione delle economie precapitaliste, incorporandole nelle relazioni capitaliste della produzione. Il periodo post-1980 rende visibile un’altra variante di questa appropriazione attraverso l’incorporazione. È la distruzione non delle modalità pre-capitaliste, bensì di varie strutture capitaliste keynesiane con lo scopo di favorire l’affermarmazione di una nuova specie di capitalismo avanzato, che possiamo definire «estrattivo».

La crescente importanza dell’estrazione nel XXI secolo ha sostituito il consumo di massa come logica dominante di gran parte del XX secolo. Il consumo di massa mantiene la sua importanza, ma non è più un fenomeno capace di creare nuovi ordini sistemici, come è successo in gran parte del XX secolo, come testimonia la costruzione di vasti insediamenti residenziali suburbani, dove ogni famiglia acquistava di tutto e di più anche se, ad esempio, si poteva tosare l’erba solo una volta alla settimana.

Solo oggi, all’inizio del XXI secolo, questa logica organizzativa post-keynesiana affermatasi negli anni 1980 ha reso perfettamente leggibile la sua forma. In un mio volume precedente, The Global City (Le città globali, Utet) avevo documentato il fatto che stesse emergendo una nuova dinamica capitalista; e che una delle sue caratteristiche fosse l’indebolimento di quelle che all’epoca erano classi medie ancora prospere e in crescita. Sostenevo, cioè, che nelle grandi città (globali) stesse emergendo un nuovo ordine nella stratificazione sociale caratterizzato dalla crescita di classi medie ben pagate e, all’altro estremo, di una classe media impoverita.
Rispetto a quel periodo, il nuovo sistema economico ha favorito una forte polarizzazione alle estremità dello spettro sociale e un conseguente riduzione del «centro», elemento questo che ridotto enormemente la mobilità delle classi lavoratrici verso l’alto. All’epoca le mie conclusioni sono state respinte da molti studiosi: molti di coloro che analizzavano il capitalismo preferivano concentrarsi su una dimensione nazionale, mentre io vedevo nelle «città globali» come l’avanguardia di una nuova logica sistemica.

La stagione del debito

Questa emergente logica sistemica comporta, in termini drammatici, l’espulsione delle persone dai luoghi dove sono nati e la distruzione del capitalismo tradizionale allo scopo di soddisfare i bisogni, anche qui sistemici, dell’alta finanza e l’accesso delle imprese alle risorse naturali. Da sottolineare il fatto che le logiche tradizionali o familiari nell’estrazione di risorse per soddisfare i bisogni nazionali potrebbero comunque preparare il terreno per l’intensificazione sistemica del capitalismo «estrattivo».
Una possibile interpretazione del passaggio dal modello keynesiano a quello attuale è dunque concepirlo come il passaggio dal consumo di massa all’estrazione. Per gran parte degli anni Ottanta e Novanta i paesi poveri indebitati sono stati chiamati a versare una quota degli utili derivanti dalle esportazioni per risanare il debito contratto con organismi sovranazionali (il Fondo monetario internazionale) o imprese finanziarie. Questa quota era intorno al 20%: una percentuale molto più alta di quella richiesta in altri casi. Ad esempio, nel 1953 gli Alleati cancellarono l’80% dei debiti di guerra della Germania e pretesero solo il versamento del 3-5% degli utili derivanti dalle esportazioni per risanare il debito. E negli anni 1990, dopo la caduta dei loro regimi comunisti, chiesero solo l’8% ai paesi dell’Europa Centrale.

Esodi planetari

In contrasto con il progetto di sviluppo economico nell’Europa uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, dagli anni 1980 l’obiettivo per quanto riguarda i paesi del Sud Globale era invece simile a un regime disciplinare volto all’estrazione delle ricchezza e delle risorse naturali anziché allo sviluppo. La dinamica riguardante il Sud globale aveva un primo momento, dove i paesi coinvolti erano costretti ad accettare i programmi di ristrutturazione e dei finanziamenti provenienti dal sistema internazionale, nonché, forse l’aspetto più importante, l’apertura delle loro economie alle imprese straniere per quanto riguarda le risorse naturali e la produzione di merci destinate al consumo locale. Una apertura che ha favorito lo sgretolamento dei settori nazionali del consumo in America Latina, Africa sub-sahariana e alcune parti dell’Asia.
Trascorsi 20 anni, è apparso chiaro come questo regime non abbia rispettato le componenti fondamentali necessarie per un sano sviluppo economico. Il risanamento del debito era infatti una priorità rispetto lo sviluppo di infrastrutture, sistema sanitario, formazione, tutti elementi necessari per il benessere della popolazione. Il predominio di questa logica «estrattiva» ha consolidato un un meccanismo teso a una trasformazione sistemica di quei paesi che andava ben oltre il pagamento del debito, dato che è stato un fattore chiave nella devastazione di vasti settori delle economie tradizionali, come la produzione su piccola scala, della distruzione di buona parte della borghesia nazionale e della piccola borghesia, del grave impoverimento della popolazione e, in molti casi, della diffusione della corruzione nell’amministrazione statale.
Accanto a ciò abbiamo assistito al fatto che i paesi dell’Opec (cioè i paesi produttori ed esportatori di petrolio) hanno deciso sin dagli anni Settanta di trasferire l’improvvisa ricchezza accumulata alle grandi banche occidentali: un fattore che ha costituito la condizione per promuovere i finanziamenti ai paesi del Sud Globale.

Le élite predatrici

Tra pagamento degli interessi e aggiustamenti strutturali questi paesi hanno ripagato più volte il loro debito, senza mai riuscire veramente a rimborsarlo, provocando il collasso di governi usciti dalle lotte per la liberazione nazionale degli anni Sessanta e Settanta. Il risanamento del debito è divenuto infatti uno degli strumenti chiave per spingere molti di questi governi verso un approccio neoliberale: diventare importatori e consumatori, anziché produttori. Nell’insieme, la massiccia espansione del settore minerario e di altri settori estrattivi e, in particolare, l’espropriazione dei terreni per l’agricoltura e, più recentemente, l’espropriazione delle acque per aziende come Nestlé e Coca Cola hanno prodotto «zone speciali» per l’estrazione e governi dominati da élite predatrici.
I piani di austerità attuati in gran parte del Nord Globale sono una sorta di equivalente sistemico di ciò che è accaduto al Sud. Alcuni esempi sono i tagli dei servizi pubblici, delle pensioni per i lavoratori, del sostegno ai poveri e i tagli, o l’aumento, dei prezzi in una serie di altri servizi pubblici. Assistiamo inoltre a innovazioni che mirano a estrarre tutto quanto possibile dal settore pubblico e dalle famiglie, comprese quelle povere. Un caso è la crisi dei mutui sub-prime iniziata nei primi anni 2000 ed esplosa nel 2007. Secondo la Federal Reserve statunitense, alla fine del 2014 avevano perso la casa oltre 14 milioni di famiglie, pari ad almeno 30 milioni di individui.

Possiamo quindi individuare una relazione tra capitalismo avanzato e tradizionale caratterizzata da dinamiche predatorie anziché da evoluzione, sviluppo o progresso. I modelli attuali qui brevemente descritti possono comportare l’impoverimento e l’espulsione di un numero sempre più alto di persone che cessano di costituire un «valore» come lavoratori e consumatori. Ma significa anche che le piccole borghesie tradizionali e le borghesie nazionali tradizionali cessano di avere un «valore».

Trafficanti di organi

I processi di trasformazione che rafforzano la base dell’attuale capitalismo avanzato sono quindi concentrati su «logiche estrattive» anziché sul consumo di massa. Il consumo di massa è ovviamente ancora importante, ma non è più la logica dominante, il che contribuisce anche a spiegare l’impoverimento delle classi medie e lavoratrici: il loro consumo conta molto meno per i settori dominanti di oggi. Di particolare importanza sono inoltre gli insiemi di particolari processi, istituzioni e logiche che vengono mobilitati in questa trasformazione/espansione/consolidamento sistemico.
Un modo per interpretare questi cambiamenti è vederli come l’espansione di una sorta di spazio operativo per il capitalismo avanzato che espelle le persone sia nel Sud che nel Nord globale incorporando territori per attività minerarie, l’espropriazione dei terreni e delle acque, la costruzione di nuove città.

Le economie devastate del Sud globale, vittime di un decennio di risanamento del debito, vengono ora incorporate nei circuiti del capitalismo avanzato attraverso l’acquisizione accelerata di milioni di ettari di terreno da parte d’investitori esteri per coltivare cibo ed estrarre acqua e minerali per i paesi che investono. Poco viene fatto per sviluppare le infrastrutture utili alla sopravvivenza delle popolazioni povere e a basso reddito. È un po’ come volere solo il corno del rinoceronte e gettare via il resto dell’animale, svalutarlo, indipendentemente dai vari utilizzi possibili. Oppure usare il corpo umano per coltivare determinati organi e non riconoscere alcun valore agli altri organi, per non parlare dell’intero essere umano, che può essere interamente eliminato.
Questo cambiamento sistemico segnala che il marcato aumento delle persone emarginate, povere, uccise da malattie curabili fa parte di questa nuova fase. Le caratteristiche fondamentali dell’accumulo primitivo ci sono, ma per vederle è essenziale andare oltre le logiche dell’estrazione e riconoscere la trasformazione sistemica come un fatto, con procedure e progetti in grado di cambiare il sistema – l’espulsione delle persone che ritrasforma lo spazio in territorio, con le sue varie potenzialità.

Fonte: il Manifesto

La Neolingua di Renzi

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di Francesco Erspamer (*)

Ma qualcuno di quelli che sostengono Renzi, o anche di quelli che se lo terranno perché tanto sono tutti uguali, lo hai mai sentito parlare? Non solo dice cazzate (nel senso tecnico dato alla parola dal filosofo Harry Frankfurt, a definire affermazioni vuote, irresponsabili): per di più le dice male.

Ecco un esempio, mica tratto da una sua casuale chiacchierata con gli amici al Bar Sport ma dalla conferenza stampa insieme a Angela Merkel  dopo il vertice a Palazzo Chigi del 5 maggio:

“Angela [a far capire che lui i potenti li chiama per nome] è una grande tifosa del Bayern Monaco [falso, vedi sotto] e il prossim’anno il Bayern Monaco avrà un allenatore italiano che si chiama Carlo Ancelotti [i giornali non parlavano d’altro da giorni: a chi stava dando la notizia?]. Bene, non c’è dimostrazione [dimostrazione??? ma lo sa cosa significa “dimostrare”] migliore del fatto che i destini italiani e tedeschi [tanti destini] stanno insieme [in che senso dei destini possono “stare insieme”?] e devono provare a vincere insieme [mai sentito di destini che provino a vincere, insieme o da soli] al di là di falsi stereotipi e di luoghi comuni che troppo spesso vengono utilizzati”.

Una sciatteria imbarazzante, e non solo a livello stilistico; e dire che neanche stava cercando di parlare in inglese. In sostanza, siccome a Merkel piace il Bayern e siccome dall’anno prossimo ad allenarlo ci andrà un italiano (che peraltro dal 2009 ha preferito starsene in Inghilterra, Francia, Spagna), allora è dimostrato che Italia e Germania possono vincere insieme. Se ne deduce che in questo momento, con Guardiola ancora a Monaco, siano Spagna e Germania a vincere insieme (in realtà mica tanto, calcisticamente parlando, visto che l’Atletico ha eliminato proprio il Bayern); e che fra due o tre anni, quando Ancelotti se ne andrà da qualche altra parte, non lo potranno fare più. Per non dire del fatto che a Merkel, nata ad Amburgo e cresciuta a Berlino, non piace solo il Bayern: le piace per esempio anche il Borussia Dortmund, come spiegò tre anni fa Der Spiegel  suggerendo che a livello calcistico la cancelliera si confermava “un campione mondiale di indecisione”, il cui modo di fare politica era volto solo a “evitare i contrasti, abbracciare chiunque e rinunciare alle decisioni importanti”. Che è probabilmente il motivo per cui piace tanto a Renzi.
Notate infine quei destini al plurale, sia per l’Italia che per la Germania: avere un destino capisco, ma tanti destini che destino è? Temo, il destino di avere accettato che a capo del nostro governo ci sia un personaggio così mediocre: ma arrogante al punto da rottamare, insieme alla Costituzione e allo stato sociale, anche la lingua italiana.

Ma a che scopo?, era la domanda che mi ponevo. La spiegazione mi è parsa evidente quando ho letto dell’attacco di Renzi e Anna Maria Boschi contro chiunque osi opporsi allo smantellamento della Costituzione: chi si proponga di votare no nel referendum è un fascista. Perché? Perché siccome Casa Pound è contro, allora chiunque sia contro è come Casa Pound. ANPI inclusa. Un tempo, quando ancora la retorica la si studiava (appunto per smascherarne gli abusi), si sarebbe discusso se il falso sillogismo proposto dai vertici piddini fosse un paralogismo o un sofisma, ossia se la capziosità dell’argomentazione fosse dovuta a errore inconsapevole o intenzionale. Oggi la gente si beve quotidianamente paralogismi e sofismi ma non ha idea di cosa siano. Nella fattispecie credo che nel sillogismo in questione l’errore sia inconsapevole e che proprio questo sia lo scopo della banalizzazione del linguaggio e dello svuotamento della logica promossi dal liberismo e dai suoi media: abbassare talmente le capacità di pensiero razionale della gente da renderla facilmente preda delle emozioni a telecomando spacciate dalla tv e delle sciocchezze propinate dalla più squallida classe dirigente della storia.

(*) Francesco Erspamer così si presenta:<<Nato a Bari, cresciuto a Parma e in Trentino, laureato a Roma, professore a Harvard. Mi interesso di letteratura, politica, storia delle idee e cambiamenti culturali. Insegno corsi su estetica, romanzo moderno e contemporaneo, Rinascimento, calcio. Di recente ho scritto: La creazione del passato, Sulla modernità culturale e paura di cambiare, Crisi e critica del concetto di cultura. Come Gramsci, penso che al pessimismo della ragione occorra accompagnare l’ottimismo della volontà, e come James Baldwin, che la libertà non la si possa ricevere in dono: bisogna prendersela.>>

Fonte: Lavocedinewyork.com

 

Il processo di concentrazione del sistema bancario americano

 

Il processo di concentrazione del sistema bancario americano spiegato in una semplice diapositiva animata. Peraltro zeroconsensus ha già parlato di questo fenomeno descrivendo il meraviglioso modello di Paul Samuelson che spiega matematicamente il fenomeno. Inutile dire che il teorema, caro ai liberisti, del perfetto funzionamento del mercato lascia il tempo che trova.

De Profundis di Salvatore Satta

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Zeroconsensus propone per questo 25 Aprile un documento emblematico: la lettera con la quale la casa editrice Einaudi rifiuta di pubblicare il “De Profundis” di Salvatore Satta. Una lettera illuminante – ad umile avviso di zeroconsensus – sul valore della militanza.

<<Egregio Professore, non ci è certamente sfuggito l’acume con cui Lei analizza, nel Suo De profundis, la situazione creatasi nel nostro paese durante l’ultima guerra. E tuttavia non accettiamo il manoscritto per la pubblicazione, perché il suo modo di vedere le cose è troppo radicalmente diverso dal nostro. Certo, la nostra casa editrice ospita volentieri scritti di tutte le tendenze; tuttavia non spingiamo la nostra tolleranza fino ad un punto che significherebbe addirittura l’annientamento delle nostre persone e della modesta opera da noi svolta durante quelle vicende che Lei esamina con tanta perspicace spregiudicatezza. Nella nostra casa editrice siamo tutti partigiani, e non accettiamo la Sua posizione sugli avvenimenti 1940 – 1945 in termini sostanzialmente nazionalistici, di vittoria e sconfitta militare: quello che c’importa è la vittoria politica, civile e morale che la sconfitta militare ha significato per noi. E per questo abbiamo perseguito tale sconfitta con tutte le nostre forze sapendo di operare per il bene del nostro paese, e non per una cieca cupido dissolvendi che lei cerca acutamente, ma invano, di spiegarci. Tutto il Suo lavoro rivela che Lei è sempre rimasto estraneo agli ambienti antifascisti, durante i vent’anni del regime; e questo Le ha tolto di vedere gli avvenimenti odierni dal punto di vista di chi vi ha partecipato e ha contribuito, sia pure in minima parte , a determinarli. Lei è il tipico assente, e sconta oggi la Sua assenza con il catastrofico pessimismo che Le fa vedere il nostro popolo come un abulico e passivo oggetto di storia.>>

Massimo Mila, lettera indirizzata a Salvatore Satta, del 6 maggio 1946.

Greggio e Politica

petrolio

di Alberto Negri

Zeroconsensus propone questo pezzo di Alberto Negri pubblicato su il Sole24Ore sul prezzo del Petrolio come strumento geopolitico. Un pezzo che avvalora quanto scritto da Zeroconsensus in un pezzo per GeopoliticalCenter e non pubblicato in questo spazio.

Il petrolio è la materia prima più importante dal punto di vista geopolitico, come confermerà il vertice di Doha qualunque sia il suo esito. Il suo prezzo è determinato più dalla politica che dai mercati. E questo nonostante l’ascesa e ora il declino dello shale oil americano. Il prezzo dell’oro nero, adesso al ribasso, segna ancora il destino di interi popoli e nazioni perché è uno strumento affilato e a doppia lama nel grande gioco delle potenze, anche oggi che appare lontana l’era degli shock petroliferi che fecero inginocchiare l’Occidente.
Il crollo dei prezzi è stato uno degli aspetti della guerra del Medio Oriente lanciata nel 2014 dai sauditi con la sovrapproduzione di oro nero per contrastare la concorrenza di produttori americani, canadesi e russi ma soprattutto per asfissiare l’economia dell’Iran, alleato di Bashar Assad in Siria, portabandiera del fronte sciita e storico rivale nel Golfo. Riad aveva intuito che Teheran andava verso un accordo sul nucleare per farsi togliere l’embargo: affossare le quotazioni del greggio è la peggiore sanzione che poteva imporre a un altro Paese petrolifero, concorrente e nemico sui campi di battaglia. Una strategia rafforzata dall’intervento di Putin a fianco del regime siriano.
Eppure la Russia, che pure paga pesantemente il calo delle quotazioni, sta traendone qualche vantaggio politico: l’Opec è divisa ma Mosca, che non ha mai fatto parte del Cartello, siede quasi stabilmente al tavolo in funzione di mediatore tra le esigenze dei sauditi e quelle degli iraniani che sono alleati dei russi. Nessuno vuole tagliare la produzione prima che lo faccia l’altro e Teheran ha già annunciato di volere estrarre a breve 4 milioni di barili al giorno e magari 6 nei prossimi anni.
Gli iraniani non vogliono rinunciare ai vantaggi della fine dell’embargo occupando quote di mercato perché sono in gioco i destini della repubblica islamica impegnata su più fronti di guerra contro i sunniti – secondo il Financial Times ha appena schierato truppe dell’esercito regolare in Siria – e che attraversa una delicata transizione interna. Il presidente Hassan Rohani, con il quale l’Italia ha firmato accordi miliardari, confida nelle intese con l’Occidente per sconfiggere i falchi del regime. L’ala dura afferma che le politiche economiche di Rohani non funzionano e i prezzi bassi del petrolio non fanno che rendere più credibili questi argomenti. Anche se i moderati hanno avuto una buona affermazione alle legislative, il crollo del greggio potrebbe mettere in forse nel 2017 la rielezione di Rohani. Gli iraniani vorrebbero attirare 150 miliardi di dollari di investimenti ma come sottolinea l’ad dell’Eni Descalzi, soltanto i tagli del Big Oil sono stati l’anno scorso di almeno 180 miliardi.
L’ordine mondiale fondato sugli alti prezzi del greggio sembra al tramonto, così come l’onnipotenza del Cartello Opec. Una cosa è certa: anche l’oro nero a buon mercato provoca degli shock e saranno forse imprevedibili. Il crollo dei prezzi è il simbolo di un sistema fuori controllo dove l’irrazionalità e la destabilizzazione possono prevalere persino sugli interessi economici.

Verso un decoupling inflattivo tra le due sponde dell’Atlantico?

euro

 

Nelle scienze economiche per decoupling s’intende la perdita (o la diminuzione) di correlazione tra variabili economiche. Un esempio emblematico di decoupling è stato quello verificatosi – in relazione alla variabile crescita economica – tra paesi occidentali e paesi Brics durante la crisi economica innescatasi nel 2008 con il crack di Wall Street: mentre i paesi occidentali hanno avuto mediamente una crescita anemica (costellata da alcune fasi di vera e propria recessione) i paesi Brics hanno continuato a crescere mediamente ad un ritmo abbastanza sostenuto.

I dati sull’inflazione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea ci suggeriscono ora la possibilità che si verifichi un altro tipo di disaccoppiamento del tutto inaspettato dagli economisti: il disaccoppiamento dell’inflazione.

Negli Stati Uniti gli ultimi dati sull’inflazione suggeriscono una sua ripartenza a ritmi abbastanza forti: gli ultimi dati di Gennaio indicano infatti un inflazione pari al 2% su base annua. Il cosiddetto tasso di inflazione core ovvero quello che esclude i componenti più volatili ovvero cibo ed energia risulta invece pari al 2,2%..
In Europa al contrario si sta inesorabilmente precipitando in una spirale deflattiva che non si ha certezza se sarà sconfitta dalle misure di politica monetaria implementate dalla BCE di Mario Draghi.
Infatti gli ultimi dati disponibili indicano che nell’eurozona a Febbraio l’inflazione è stata mediamente negativa per un tasso pari al -0,2%. La tendenza riguarda quasi tutti i maggiori paesi europei e va dal -0,9% della Spagna, al -0,2% della Francia, al -0,1% della Germania e dello -0,3% dell’Italia.

Una tendenza, quella europea, che non appare sbagliato definire come allarmante e dove – ad umile parere di chi scrive – l’elemento più preoccupante è proprio il disaccoppiamento del dato rispetto a quello degli USA.
Questa tendenza, qualora fosse confermata nei prossimi trimestri non potrà che portare ad un ovvio disaccoppiamento delle politiche monetarie tra Zona Euro e Stati Uniti, dove la BCE sarà impegnata in una impegnativa lotta contro la deflazione implementando politiche monetarie, per forza di cose, accomodanti mentre dall’altro lato dell’Atlantico, qualora il trend dell’aumento dell’inflazione fosse confermato, non potremmo che assistere ad un aumento dei tassi d’interesse.

Una situazione di questo tipo non potrà che essere foriera di nuove sfide sotto diversi punti di vista:

1) Nei mercati finanziari si potrebbe assistere (ripeto, qualora ci fosse un aumento dei tassi in USA al quale corrisponda una politica accomodante nell’Eurozona) ad un ciclopico spostamento di capitali alla ricerca di rendimenti più alti dall’Europa verso gli USA;

2) Nei mercati valutari si potrebbe verificare un aumento del valore del Dollaro rispetto all’Euro con ovvie conseguenze anche sull’economia reale e segnatamente sulla dinamica delle importazioni e delle esportazioni tra le due sponde dell’Atlantico.

In definitiva, qualora questa situazione di disaccoppiamento della variabile inflazione fosse confermata assisteremo ad una situazione inedita che non mi pare azzardato dire come del tutto inaspettata dagli economisti e dai commentatori economici. Non rimane che sperare nella maggior preparazione dei nostri banchieri centrali.

Post pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter

 

Therachia, breve storia di una parola infame

fuoco

 

<<Θεραπων, Therapon! Maledetto destino!>> bisbigliava Aristeides il greco mentre al ritmo scandito dal tamburo del vogatore spingeva il suo remo. Alì, arciere della flotta dell’Emirato di Creta, catturato dai bizantini durante un insignificante scontro tra la sua nave e un dromone bizantino nelle acque dell’Egeo, ascoltava la lenta nenia del compagno di sventura, anzi, possiamo dire che questa gli dava il giusto ritmo. Alì aveva imparato il significato di quella strana parola che, pressappoco, significava schiavitù o servitù o un qualcosa che si trovava in un punto intermedio tra le due condizioni umane.

Si, aveva ragione Aristeides il greco – pensava tra sé e sé – la loro condizione era di schiavitù senza scampo: fino alla fine dei loro giorni sarebbero rimasti attaccati a quel maledetto remo. Alì sopravviveva ripensando alla sua giovinezza spensierata ad Alessandria d’Egitto e alle mille avventure come arciere imbarcato, ma soprattutto pensava al suo tentativo di fuga fallito durante una sosta nel porto di Trebisonda. Visualizzava ogni istante di quel tentativo per individuare ogni possibile errore e poter ritentare la sorte – presto o tardi – in un qualsiasi altro porto dove la nave fosse attraccata.

Preferiva rischiare di morire piuttosto che passare il resto della sua vita incatenato ad un remo su una nave bizantina. Quello era il suo inferno in terra: odiava il suono funereo di quel tamburo, odiava lo scudiscio dell’aguzzino che sorvegliava gli uomini ai remi e soprattutto odiava l’odore di urina e di sudore che doveva sorbirsi per ore e ore e che lo intossicava nel corpo e nell’anima più di qualunque altra cosa. Ogni tanto ripensava – nelle ore di riposo – a quella parola greca, therapon, che ripeteva Aristeides e che effettivamente spiegava perfettamente la condizione dei due tipi di rematori presenti nella nave: gli schiavi, generalmente progionieri di guerra e i buonavoglia, rematori di mestiere che venivano pagati in denaro.

Fu in una giornata come un’altra – uguale a tutte le altre – mentre il dromone seguiva la sua rotta tra le Baleari e la città di Tharros, in Sardegna, che scoppio una tempesta. Erano vicini alla costa e già l’equipaggio sul ponte vedeva il promontorio che oggi conosciamo con il nome di Capo San Marco. Nonostante la vicinanza alla costa la nave venne sballottata dall’imponenza delle onde come un fusciello da un rusciello in primavera. Il primo a morire fu il boukinator che fu trascinato in mare, mentre tentava di assicurare, con delle cime, dei barili di acqua dolce ed un barile di sardine sotto sale. Poi arrivò il turno del kentarchos: fu trascinato in mare mentre dava ordini quasi incomprensibili ai protokaraboi. Così l’equipaggio, privo del suo comandante, entrò nel più completo panico: tutti impartivano ordini non si sa bene a chi, fino a quando, a causa di una folata di vento fortissima, non cadde l’albero maestro della grande vela quadra. Fu allora che scoppiò un panico irrefrenabile, i protokaraboi abbandonarono il timone e la nave ed il suo equipaggio furono in completa balia delle onde e soprattutto della paura.

Sottocoperta, i rematori iniziarono a comprendere il dramma, e tra urla disperate chiedevano all’aguzzino con la frusta di liberarli dalle catene. I buonavoglia, che invece erano liberi, scapparono travolgendo il vogatore. Ma scappavano dove? Sul ponte regnava il più completo panico e innumerevoli erano ormai gli uomini trascinati in mare. Il dromone fu sballottato dalle onde per oltre un’ora quando – ad appena un miglio dalla costa – sbattè su degli scogli che affioravano appena. La chiglia si ruppe e la nave iniziò ad imbarcare acqua fino a quando non affondò appoggiandosi, quasi soavemente, sul fondale marino con quasi tutto il suo equipaggio.

Uno dei pochi che riuscì a salvarsi fu Alì, che si ritrovò su una spiaggia con la catena al piede. Per un colpo di fortuna l’asse di legno al quale questa era attaccata si spezzò a causa dell’impatto della chiglia con gli scogli.

Alì fu curato da un anziano sardo di nome Barisone che provvide a spezzare la catena. Sapeva bene cosa quella catena significasse: lo straniero era uno schiavo e lui aveva l’obbligo di consegnarlo ai bizantini. Decise di non farlo, l’uomo gli serviva per governare le sue greggi, infatti Barisone era ormai troppo anziano per occuparsene e inoltre non aveva figli che potessero sostituirlo nel lavoro. Quello schiavo era per lui un dono di Dio; lo avrebbe nascosto alle autorità e trattato bene ma  egli avrebbe dovuto lavorare per lui garantendogli una vecchiaia serena, senza problemi economici.

Alì – ancora a distanza di anni dal naufragio – mentre governava le pecore del suo interessato salvatore Barisone, diceva sempre la parola imparata ai remi da Aristeides:<<Therapon, Therapon! Maledetto destino, schiavo ero e servo sono diventato>>.

La parola fu appresa da molti e divenne di uso comune in Sardegna. Con il tempo si modificò fino all’attuale therachia che ancora indica sia la condizione dello schiavo ai remi che vorrebbe essere libero sia quella di chi, come il buonavoglia, era un rematore di mestiere. Ma soprattutto è tutt’oggi rimasto vivo il suo significato simbolico: essa racchiude tutto il dolore e la disperazione di Alì d’Alessandria d’Egitto, arciere della flotta dell’Emirato di Creta prima e schiavo ai remi di un dromone bizantino poi.

Il funerale del Guardiaboschi o sul terzo movimento della Prima Sinfonia di Mahler

 

Siegfried, come ogni mattina uscì dalla sua baracca di legno ai margini del bosco di Sorengard. L’odore pungente del fumo che si propagava dal comignolo della casa si alternava alla brezza ghiacciata di quella mattina invernale. Più si allontanava inoltrandosi nel bosco, più l’odore del fumo diventava tenue e il suo olfatto era vinto dall’odore delicato dell’erba ricoperta da una patina di rugiada. Anche il suo udito era ormai preso da quella che chiamava “musica del bosco”; rami che sbattevano delicatamente su altri rami a causa della brezza e soprattutto lepri e scoiattoli che correvano – schiacciando l’erba e i rami secchi – verso la tana appena si accorgevano della sua presenza. In lontananza l’ululato di un lupo si alternava al richiamo del falco che – in alto – sorvolava descrivendo un cerchio nel cielo terso e appena illuminato dal sole nascente.

Siegfried camminò per molti minuti, fino a quando il sole non fu totalmente sbocciato nel cielo. Mentre era immerso nella natura – nel suo bosco – nessun pensiero, né positivo né negativo, distraeva la sua mente: c’erano solo i suoni degli animali e delle piante che componevano una struggente sinfonia d’amore e di speranza.

Quando arrivò alla Fonte di Gustav, si sedette su una roccia e il suo orecchio – come sempre – fu attratto dall’acqua che sgorgava gorgogliando dalla roccia e che si incanalava dolcemente verso il fosso di Gallegard, dove il piccolo filo d’acqua si sarebbe congiunto con il ruscello che a sua volta con forza di neonato si apriva la strada verso il burrone di Holterborg formando una piccola e bellissima cascata in cui, quando i raggi del sole – con la giusta angolatura – attraversavano le piccole goccioline d’acqua che fluttuavano nell’aria,  nasceva  un piccolo arcobaleno colorato.

Ad un tratto l’incanto nel quale l’uomo era immerso fu rotto da dei lenti passi leggeri provenienti da dietro l’alto cespuglio di eucalipto selvatico che precludeva la visuale alla sua sinistra.

Poggiò la mano sul suo bel tascapane in pelle che lo accompagnava da anni nel suo giro; fece leva con il palmo e prese così la spinta per alzarsi. Si diresse verso il grande cespuglio che amava tanto perché non comprendeva come fosse arrivato lì il seme dal quale era germogliato.

Vi si appostò silenziosamente dietro, facendo attenzione a non fare il minimo rumore, in attesa che colui che si muoveva con passi lenti ma leggeri si mostrasse. Siegfried respirava dolcemente e lentamente, in attesa. Non durò però molto: a lenti passi l’ospite si rivelò.

Era il grande cervo, quello che lui da sempre considerava il re del suo bosco. Il suo manto rossastro era lucidissimo a causa dell’umidità della notte e a tratti pareva anche brillante, le corna – grandissime e meravigliose – gli davano un’aurea di nobiltà e ne facevano un vero principe. Il cervo osservava la radura della fonte dove di solito si abbeverava nella speranza di capire se l’uomo si fosse allontanato.

Siegfried, con dei lentissimi passi all’indietro, con la massima cura per non farsi sentire, si allontanò dal cespuglio: voleva che il Re del Bosco potesse andare ad abbeverarsi senza essere disturbato dalla sua presenza.

Quando fu lontano quattro passi dalla pianta si voltò – sempre con la massima attenzione – e si diresse al confine della radura per poi immergersi nella boscaglia, così da poter osservare la meraviglia di quel bellissimo essere, quasi magico, che si abbevera.

Mentre si dirigeva verso il punto che aveva scelto, sentì una forte fitta al petto e vi portò, istintivamente, la mano destra, quasi a sostenerlo con il palmo. Aprì la bocca, non per urlare, ma per portare ai suoi polmoni più aria possibile. Mentre faceva questo – purtroppo – le gambe gli vennero a mancare:  cadde a terra, senza riuscire neanche a compiere il gesto istintivo di proteggersi mettendo le mani avanti. La sua guancia sentiva il fresco dell’erba e la sua mente fu attratta da questa bellissima sensazione. Allungò il braccio in avanti quasi a cercare qualcosa che potesse sostenerlo: non trovò nulla e allora strinse con la mano dei fili d’erba freschissimi. Il bellissimo odore dell’erba della mattina sul suo viso a terra e sul palmo della mano fu l’ultima sensazione che Siegfried riuscì a comprendere: in un attimo perse la coscienza e morì.

Il cervo, non vedendo più l’uomo e non sentendone neanche l’odore, sbucò dagli alberi e si diresse, con il suo portamento regale, verso la fonte per abbeverarsi. Stette lì per un po’ di tempo bevendo prima avidamente e poi sempre più placidamente. Ad un certo punto, diresse lo sguardo fiero verso il bosco e vi si diresse.

Dopo pochi passi – all’improvviso – si ritrovò tra le zampe il corpo di Siegfried. Si fermò ed in tutta la sua imponenza iniziò ad osservare l’uomo con il suo occhio, nero, profondissimo ed acquoso.

Anche due scoiattoli guardavano da un albero il grande cervo e l’umano riverso a terra. Così, nel cielo – allo stesso modo – il falco planava disegnando i suoi cerchi attorno alla radura come se fosse una danza d’addio. Sembrava quasi che gli animali del bosco vegliassero Siegfried il guardiaboschi che per tanti anni aveva protetto loro e il bosco. Una veglia che era come un saluto. Come un ringraziamento.

malher

Gustav Mahler prese ispirazione per il Terzo Movimento della Prima Sinfonia da questa incisione di Moritz von Schwind intitolata “Il funerale del cacciatore” ma a me piace pensare che Malher in realtà abbia voluto celebrare il funerale di chi protegge gli animali: il guardiaboschi.

Sanders i comunisti e la filosofia canina

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Cos’è il principio di realtà? Io direi che è la distanza che separa l’idea dall’azione: più ci si avvicina al punto che rappresenta l’azione e più si è ancorati alla realtà.
Il Compagno Snoopy (qualcuno vorrebbe obbiettare che Snoopy non è marxista?) direbbe che l’idea di un cane non morde. Per mordere ci vuole un cane in carne ed ossa.

Ecco, Bernie Sanders sarà un bracchetto, ma è pur sempre un brachetto reale. Inutile paragonarlo con quel bellissimo (ma innocuo) Laika siberiano che di nome fa Lenin e che esiste solo nella nostra mente…ma che essendo nella nostra mente non morde i capitalisti.

#FilosofiaCanina

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