zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Atene e Bruxelles alla resa dei conti

merkel

Mentre le televisioni e i giornali di tutto il mondo — in vista del referendum greco — continuano a spargere notizie allarmistiche, se non catastrofiche, come quelle inerenti a un inizio di carestia nelle isole greche dove mancherebbero carne e medicinali, nelle ovattate stanze del potere di Bruxelles e di Atene si decidono le strategie da implementare nel giorni successivi al referendum. A seguire lo scorno flusso di informazioni in materia, e facendo la tara delle dichiarazioni roboanti, possiamo dire che i prossimi giorni, soprattutto in caso di vittoria del “no”, ben difficilmente porteranno alla ricomposizione delle divergenze tra le parti.

La notizia più importante del giorno è infatti la decisione del fondo EFSF di considerare il mancato pagamento della rata al Fondo Monetario Internazionale come un evento che può essere considerato Default Il fondo EFSF, ricordiamo, è il veicolo attraverso il quale gli stati della zona euro hanno finanziato la Grecia, dunque una simile decisione non può che essere figlia di una decisione politica e sta a significare come allo stato ellenico non viene data tregua e non viene concesso un periodo “di grazia” almeno fino ad avvenuto referendum. Certamente tutto questo non è di buon auspicio.

Altro che taglio dei debiti, come auspicato da Tsipras e Varoufakis: i creditori si preparano ad una lunga battaglia legale per riottenere tutto, fino all’ultimo centesimo.

Un’altra decisione della massima importanza avvenuta nelle segrete stanze del potere è stata annunciata ieri dal governatore Mario Draghi: il Quantitative Easing sarà allargato al settore dei corporate bonds. In altri termini la Banca Centrale Europea ha dichiarato che acquisterà anche obbligazioni di società private. Una decisione che non può non essere definita emergenziale e che può essere presa solo per mitigare un grosso evento creditizio che potrebbe verificarsi a breve. L’acquisto di queste obbligazioni serve infatti a tenere bassi i tassi d’interesse e quindi a consentire alle grosse società private di chiedere soldi a prestito a condizioni non impossibili che farebbero crollare gli investimenti e alla lunga, porterebbero ad una sicura flessione del Prodotto Interno Lordo.Valutando bene queste notizie si può dire che dalla parte europea la catastrofe dell’uscita formale (quella sostanziale a parere di chi scrive è già avvenuta con l’introduzione di norme tese a controllare la libera circolazione del capitale) dall’Euro della Grecia sia data quasi per certa e che anzi, le Istituzioni europee si preparino per una vera e propria “guerra” sia sui mercati finanziari che nelle aule dei tribunali.Una simile situazione, sempre a parere di chi scrive, non può essere giustificata con il semplice mancato accordo sul debito pubblico greco. Infatti a guardar bene c’è un altro elefante nella cristalleria e che tutti si ostinano a non voler vedere: il settore bancario greco è sostanzialmente fallito — come ha fatto notare l’agenzia di rating americana Standard&Poor’s che lo ha degradato in blocco a “SD”, Selected Default — e ha bisogno di una urgente ricapitalizzazione oltre che di una pulizia dei conti. Tale operazione non può che essere enormemente costosa basti pensare che alla fine del 2014 le sole prime quattro banche greche avevano assets per un totale di quasi quattrocento miliardi di euro.

Assets delle principali banche greche

Anche volendo ipotizzare (e stiamo facendo veramente un’ipotesi minimale) che bastino, per queste quattro banche, risorse pari a solo il 10% degli assets detenuti,si arriverebbe già a 40 miliardi di euro. Un vero sproposito, se si considera che poi ci sarebbero tutte le altre.  Potrebbe essere questo il vero motivo che spinge la Grecia fuori dall’Euro, anche se nessuno ne parla?

Articolo pubblicato originariamente su Sputnik

Le carte false del Financial Times

 

La guerra alla Grecia di Tsipras, come tutte le guerre, si combatte prima sui media. Il gioco del cerino che vede impegnati in una serie di proposte e controproposte Bruxelles e Atene entra nella fase più importante dall’inizio della crisi. Più è alta la posta in gioco, più grande diventa la manipolazione.

Il messaggio parte dal centro del centro del potere, e tutti i media si adeguano, modellandosi sull’impronta iniziale. IlFinancial Times, organo della City di Londra (e più in generale di tutta la comunità finanziaria globale) pubblica una lettera di Alexis Tsipras indirizzata alla Commissione Europea dove – a detta del giornale – il premier greco accetta quasi in toto le condizioni imposte dalla ex (?) trojka (UE, BCE e FMI).

Ovunque i telegiornali e i siti dei quotidiani rilanciano e strillano la “resa” di Tsipras. Ma è davvero così?

Effettivamente nella missiva si parla di una quasi completa accettazione dei diktat della trojka: aumento dell’IVA (tranne il regime agevolato presente nelle isole), riforma del mercato del lavoro da farsi entro questo autunno, riforma delle pensioni e inasprimenti fiscali che colpirebbero le imprese individuali e le imprese agricole. A vederla così appare come una oggettiva e completa capitolazione del Governo Tsipras, una vera e propria Caporetto in salsa ellenica. Infatti, sulla scorta di queste notizie, i mercati finanziari si lanciano in un rally molto forte sperando che si confermi la disfatta dei PIGS più porci di tutti, dannati maiali-cicala che non baciano i piedi di Juncker, Draghi, Lagarde e nemmeno di Merkel.

Quasi nessuno spiega che Tsipras di lettere ne ha scritte non una ma due. La n.1 è quella che abbiamo detto, indirizzata ai capoccia della trojka. La n.2 si rivolge al presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il bellimbusto vampiresco che presiede pure al Meccanismo europeo di stabilità  (ESM- European Stability Mechanism), detto anche Fondo salva-Stati.

Nessuno legge davvero bene la lettera pubblicata dal Financial Times (e ripresa da tutta la stampa mondiale: Lettera n. 1). Se la si legge bene, si nota che l’accettazione delle richieste della trojka è subordinata all’accettazione della Lettera n. 2, anch’essa spedita il 30 Giugno, che prevede la “ristrutturazione e riprofilazione” (taglio e modifica delle scadenze) del vecchio debito con il fondo comunitario e l’accensione di un nuovo debito biennale con il fondo comunitario “Salva Stati”.

Come come?

Ma allora la notizia vera era un’altra: il governo Tsipras è disponibile ad accettare quasi integralmente le condizioni della trojka purché la trojka si sottoponga per la prima volta a uno spettacolare cedimento. Mentre la propaganda strombazza la “resa” di Tsipras e Varoufakis, e sparge la voce che vogliano addirittura annullare il referendum, nessuno si accorge che la lettera n.1 dice che l’accordo con i creditori si fa solo se si accettano gli emendamenti proposti e se si fa un nuovo accordo con l’ESM nei termini esposti nella lettera N.2. In questa seconda lettera si chiede una cosa enorme: la ristrutturazione del debito. Non è una lettera, è un macigno.

I governanti greci richiedono che i creditori accettino la ristrutturazione e il riscadenzamento del vecchio prestito EFSM e che gradiscano che il nuovo piano di salvataggio sia fatto dal solo fondo ESM.

Attenzione, perché anche questa è una novità: si tratterebbedi escludere dal nuovo meccanismo d’intesa le due istituzioni più oltranziste e più segnate da un’ottusa ideologia neoliberista, ossia la Banca Centrale Europea del venerabile maestro Mario Draghi e il Fondo Monetario Internazionale (e washingtoniano) della venerabile maestra Christine Lagarde. Per trattare, bisogna prima immobilizzare sicari, cecchini e vampiri, altro che resa.

Insomma, a essere buoni la notizia è stata interpretata in maniera del tutto fuorviante.

Nella peggiore delle ipotesi siamo invece autorizzati a “pensar male”: può darsi che quelli del Financial Times siano stati traditi da un eccesso di zelo nello scodinzolare davanti agli interessi del proprio “pubblico di riferimento” (la comunità finanziaria internazionale), ma può anche darsi che la velina sia stata inviata al giornale (con relativa interpretazione depistata) da una manina interessata di Bruxelles. Poi per le redazioni è difficile resistere alla corrente. Sai, lo dice il Financial Times
E una volta creata questa cornice, nemmeno le sacrosante smentite del governo greco frenano il conformismo dei media.

Si sta facendo di tutto per influenzare l’esito del referendum di domenica con una spietata guerra psicologica, facendo passare l’idea di un governo ellenico ormai in ginocchio di fronte alla trojka.

Non basta. Alla periferia dell’impero mediatico, ci siamo accorti di una grave manipolazione da parte del più prestigioso quotidiano italiano. Che ti fa il Corriere della Sera? Traduce la lettera pubblicata dal Financial Times (la lettera n.1), ma non cita né tanto meno traduce la Lettera n. 2, alla quale la prima vuole fare riferimento. E che ci sia una manipolazione, lo vediamo da un dettaglio decisivo. Mentre il resto della Lettera n. 1 è tradotto in modo impeccabile, nel testo viene alterato astutamente il riferimento alla Lettera N.2.

L’originale dice:

«The Hellenic Republic is prepared to accept this Staff Level Agreement subject to the following amendments, additions or clarifications, as part of an extension of the expiring EFSF program and the new new ESM Loan Agreement for which a request was submitted today, Tuesday June 30th 2015».

La nostra traduzione è:

«La Repubblica Ellenica è pronta ad accettare questo accordo a livello tecnico in conformità alle seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti relativi al programma EFSF in scadenza e al nuovo Accordo di Prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità per il quale oggi 30 giugno 2015 è stata sottoposta una richiesta».

Il Corriere traduce invece così:

«La Grecia è pronta ad accettare questo accordo fatte salve le seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti sul programma in scadenza EFSF e il nuovo ESM e il nuovo ESM per il quale era atteso un accordo entro il 30 giugno.»

La differenza salta agli occhi. Nella Lettera n.1 Tsipras fa riferimento a un documento preciso, una proposta certa. Dice in sostanza: quella lettera GIÀ SPEDITA è parte integrante della nostra proposta. Ed è la proposta della ristrutturazione del debito. Il Corriere la fa sparire. Ed ecco la presunta resa.

I fatti poi si incaricano di sgonfiare le ipotesi strampalate, a partire dall’annullamento della consultazione referendaria (ben al contrario, Tsipras è andato in TV a chiedere di votare NO con forza), intanto che i tabù rigoristi di Merkel e Schäuble dettano la linea europea, giù giù fino ai patetici tweet di Matteo Renzi.

Probabilmente in questi giorni assisteremo anche ad altri “colpi di scena” dall’intento manipolatorio di stampo orwelliano.
Poi, finalmente, domenica parleranno le urne. E di fronte alla volontà del popolo greco nessuno potrà mentire.

L’articolo è stato pubblicato originariamente su megachip.info ed è stato scritto a due mani da zeroconsensus e dal giornalista Pino Cabras, tra le altre cose autore del libro “Strategie per una guerra mondiale“, un testo estremamente interessante (ancor più a distanza di anni dalla pubblicazione).

La Grecia è fuori dall’Euro. Rientrerà?

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La crisi greca, dopo il fallimento delle trattative per la firma di un nuovo piano d’aiuti delle istituzioni creditrici, ha subito un’accelerazione drammatica che ha portato il paese ellenico al limite della paralisi e tiene le istituzioni europee con il fiato sospeso.

Nel fine settimana il governo Tsipras ha chiamato il popolo greco ad esprimere, con un referendum, la propria volontà sulla firma di un nuovo memorandum d’intesa che prevede ulteriori sacrifici in cambio di un ulteriore prestito. Anche la BCE da Francoforte ha fatto sentire la sua voce, che non è stata quella di chi vuole stemperare la tensione. Draghi ha deciso infatti di non alzare il tetto della liquidità d’emergenza verso le banche greche, lasciandolo a 89 miliardi di euro. E’ evidente che in una situazione dove l’emorragia di liquidità a causa dei prelevamenti della clientela è molto forte, il mancato innalzamento del tetto della liquidità d’emergenza dato dalla BCE equivale alla certezza che ben presto il sistema bancario rimarrà privo di moneta contante.

Proprio questa situazione — a mio umile avviso — ha fatto precipitare la situazione probabilmente ben oltre le intenzioni dei protagonisti. Infatti, il governo greco si è visto costretto, in una riunione d’emergenza, a chiudere le borse e le banche per una settimana e a decidere la limitazione dei prelevamenti via bancomat a soli 60 euro al giorno. Questi sviluppi devono essere considerati assolutamente drammatici, perché introducono una limitazione nella circolazione del capitale in uno stato che fa parte di un’area valutaria comune. Tale limitazione, ad avviso di chi scrive, corrisponde a una vera e propria rottura dell’area monetaria e, di fatto, all’uscita del paese dall’area medesima e dunque dalla moneta unica. Come altrimenti potrebbe essere considerata l’introduzione di misure di controllo e limitazioni alla circolazione del capitale in una (ex) area valutaria comune?

In altri termini, possiamo dire che la Grecia (in virtù dell’introduzione di queste limitazioni) è già fuori dall’area valutaria e dunque dall’Euro. Dunque, la domanda che è importante porsi è se, semmai, questa situazione sia reversibile e a quale costo. Introdurre misure che limitano la fiducia nella circolazione del capitale, e, addirittura imporre la chiusura delle banche e della borsa, mina alla base il patrimonio più grande delle banche e dei mercati finanziari: la fiducia dei risparmiatori e degli investitori di poter riavere i propri danari. Non basterà dunque eventualmente un nuovo accordo tra governo greco e istituzioni creditrici (UE, FMI, BCE), sarà necessario rassicurare i risparmiatori e gli investitori che una simile situazione mai più si verificherà e questo può essere fatto con misure altamente costose. In assenza di queste rassicurazioni, non può essere escluso che la clientela delle banche continui a non fidarsi delle banche lasciandole nella situazione di collasso nella quale si trovano ora. E’ ovvio che la firma di un nuovo memorandum d’intesa sarebbe comunque inutile in un paese con il sistema bancario ridotto di fatto in bancarotta.

Insomma, non basterà un voto favorevole all’austerità nel referendum (voto favorevole, tra l’altro, assolutamente non scontato) e la firma di un nuovo, più o meno efficace, memorandum d’intesa tra creditori e stato greco. Saranno necessarie ulteriori e costosissime misure economiche in favore delle banche per ripristinare la fiducia e dunque per evitare un ulteriore crollo dell’economia greca causato dal mal funzionamento del sistema bancario (basti pensare a cosa accadde a Cipro solo un paio di anni fa). L’Europa sarà disposta a finanziare tutto questo e la Grecia sarà disposta a dare ulteriori contropartite? Difficile dirlo a questo punto.

Pubblicato originariamente per Sputnik Italia

Tragedia greca

draghi

Ό, τι χρειάζεται

Una Nemesi greca per la Trojka

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Lascia veramente sconcertati la proposta fatta dalla ex Trojka alla Grecia per ottenere l’ultima rata da 7,2 miliardi di finanziamento. Da un lato il bastone dell’aumento dell’IVA sui beni primari e del taglio delle pensioni (ormai spesso ridotte ad un minimo di 200 euro e unica fonte di reddito familiare) e dall’altro lato mette sotto il naso la carota di un possibile taglio del debito pregresso, peraltro senza fare alcuna quantificazione.
Chiunque (a parte chi è in assoluta malafede) comprende che un aumento ulteriore dell’Iva e un ulteriore taglio delle pensioni precipiterà la Grecia in un’altra forte recessione con il risultato di rendere l’ipotetico e non quantificato  taglio del debito perfettamente inutile: la contrazione del Pil lascerebbe insostenibile il debito anche se tagliato.

A che gioco giocano dunque le istituzioni creditrici? Semplice, fanno con la Grecia il medesimo, collaudatissimo, gioco fato negli ultimi cinquanta anni in Africa e in Sud America: usano il debito come leva di controllo sociale e politico tarpando le ali a qualunque possibilità di sviluppo dei paesi debitori e in definitiva li si pone nella condizione sostanziale di colonia che non ha alcuna possibilità di porre in essere una politica economica autonoma. Chiaramente un altro obbiettivo di questa strategia è quello di corrodere la popolarità dello sgraditissimo governo Tsipras eretico rispetto ai dogmi dell’ordoliberismo dominante.
Infine, pure accettando le condizioni capestro il governo greco non otterrebbe sostanzialmente nulla: i 7,2 miliardi basterebbero giusto per tre o quattro mesi e poi si riinizierebbe da capo sulla graticola incandescente delle trattative: altre proposte capestro da parte dell’ex Trojka in cambio di vaghe ed inutili promesse.
E’ per questo che il governo greco deve semplicemente far saltare il banco dichiarando default, nazionalizzando il sistema bancario ormai totalmente al collasso e uscendo dall’Euro (mi auguro che abbiano già stampato le Neo Dracme). Il Popolo greco soffrirà sicuramente ma verrà assestato un danno incalcolabile al Reich di Bruxelles che non sta facendo altro che applicare (con mezzi finanziari) i programmi di Hitler che vedevano l’Italia e i paesi mediterranei come riserva di mano d’opera a buon mercato e luogo di villeggiatura per gli “ariani” dell’area core dell’Unione Europea . Il danno incalcolabile è semplice: sarebbe dimostrato che dall’Euro si può uscire. Ergo l’Euro non è una moneta ma è un banale “serpentone monetario” a tassi di cambio fissi: questa consapevolezza nei tanto idolatrati (da parte dei gerarchi del Reich) “speculatori” di borsa equivarrebbe a buttare del sangue in una piscina popolata da squali dove per paradosso proprio i gerarchi idolatri sarebbero il cibo tanto agognato. Come in una Nemesi.

Il Rafale non atterra in India

rafale

Lo scontro in corso tra il blocco occidentale e il nascente blocco Brics/Euroasiatico ha molte diverse sfaccettature. Poco indagate sono le ripercussioni di questo scontro sul mercato dei sistemi d’arma. Emblematica è sotto questo aspetto la vicenda dell’acquisizione da parte dell’aereonautica indiana – bisognosa di sostituire i suoi vecchi Mig 21 – dei caccia multiruolo francesi di IV generazione Dassault Rafale.
I caccia francesi furono scelti dopo una selezione/gara internazionale nel 2012 nella quale furono battuti americani e russi e fu da tutti considerata una vittoria da 15/20 miliardi di dollari della diplomazia francese all’epoca capeggiata dal presidente Nicolas Sarkozy.
Le negoziazioni tra le parti per la firma del contratto definitivo prevedeva l’acquisto di 126 aerei Rafale di cui i primi 18 prodotti direttamente in Francia e i rimanenti dall’indiana Hindustan Aeronautics Limited (HAL). Con il tempo si sono appalesati però degli scogli che hanno impedito la firma definitiva sul contratto soprattutto in merito al diniego francese sul trasferimento alla controparte indiana del know how legato alla costruzione e alla manutenzione delle macchine.
Tale diniego si è rivelato, con il tempo, sempre di più un punto di cruciale importanza soprattutto dopo il rifiuto da parte della Francia di consegnare le navi porta elicotteri Mistral alla Russia. Il “caso Mistral” ha disvelato al mondo che l’industria militare francese non è impermeabile alle influenze politiche e instillato il timore nella controparte indiana che una qualsiasi crisi con il blocco occidentale potrebbe portare alla rottura dei contratti già firmati danneggiando irrimediabilmente l’operatività dell’aereonautica indiana.
In questo contesto si comprendono bene le parole del Ministro della Difesa indiano, Manohar Parrikar, che ha dichiarato l’impossibilità a sostenere finanziariamente l’acquisto dei 126 Rafale confermando solo l’acquisizione di soli 36.
E’ evidente che la mancata firma del contratto definitivo di questo colossale deal comporterebbe enormi conseguenze strategiche per l’industria militare francese, oltre che – naturalmente – sotto l’aspetto economico e occupazionale. Il mancato accordo potrebbe non consentire alla Dassault (nel caso specifico) di avere un adeguato cash flow per sostenere le colossali spese di ricerca e sviluppo che caratterizzano i prodotti dell’industria aereospaziale.
Tale impossibilità a sostenere adeguatamente le spese di ricerca e sviluppo porterebbero nel tempo ad un peggioramento del prodotto finale ed in definitiva ad una scarsa competitività. In un simile scenario – che però ha sempre più probabilità di realizzarsi – è da considerarsi come perfettamente razionale e assolutamente naturale in un economia di mercato, l’ipotesi che buona parte dell’industria della difesa francese sia investita da un ondata di merger con altre aziende occidentali al fine di avere maggiori economie di scala che permettano di sostenere le vitali spese legale alla ricerca e sviluppo.
Anche dal punto di vista politico e strategico va detto che una simile ipotesi sarebbe gravida di conseguenza: l’integrazione dell’industria della difesa francese in quella occidentale comporterebbe una minore indipendenza dello strumento militare e in definitiva una minore autonomia diplomatica di Parigi (lo strumento militare è in definitiva uno strumento della diplomazia).

Pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter

Ma Putin non è la Russia

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La tesi secondo la quale “Putin è la Russia”, appalesatasi al convegno – a porte chiuse – tenutosi alla Farnesina e vertente sui rapporti tra Occidente e Russia è, a mio umile avviso, totalmente errata e fuorviante. Essendo la questione di estrema e drammatica importanza ritengo importante esprimere succintamente una tesi diversa.
Se è sicuramente vero che durante l’esperienza sovietica il livello di democrazia (o se preferite di “divisione del potere”) era più elevata è senza dubbio un errore considerare l’epoca Putin come un’autocrazia se non addirittura una dittatura.
Putin è arrivato al potere – con l’appoggio dei cosiddetti siloviki ovvero dell’apparato del KGB – nel momento più nero dell’epoca post sovietica, quando Mosca era in balia di bande di oligarchi senza scrupoli che – ad occidente – si schermavano dietro un paravento di “liberalismo” per celare il modo gangsteristico con il quale intendevano il capitalismo.
Putin ha riportato all’interno la stabilità e lo stato di diritto ed inoltre si è contraddistinto per aver impostato la propria politica estera sul principio di prevedibilità, ovvero una politica razionale e di moderata apertura verso l’Occidente. Questo modus operandi aveva il pregio di tranquillizzare quell’Occidente da sempre inquieto verso il colosso euroasiatico: a Washington, a Londra e a Berlino tutti sapevano che l’Orso era nella sua tana.
I deprecabili fatti di Kiev del 2014 che – inutile negarlo – hanno abbattuto illegittimamente il governo democraticamente eletto di Yanukovic hanno cambiato le cose. I rapporti tra Russia e Occidente si sono raffreddati a tal punto da portare molti commentatori a parlare di nuova “guerra fredda”.
A tale proposito è da notare che è proprio ieri il governo russo ha vietato il transito del materiale necessario alle truppe Nato di stanza in Afganistan. La notizia è di rilevante importanza non tanto dal punto di vista militare (probabilmente gli strateghi della Nato hanno già pronte rotte alternative di approvvigionamento) ma dal punto di vista diplomatico: per la prima volta la Russia non si limita a rispondere alle mosse degli Occidentali ma passa all’attacco lasciando all’avversario l’onere dell’eventuale risposta. In altri termini per la prima volta Putin deroga al principio di prevedibilità, che da sempre ha contraddistinto la sua politica estera, implementando una mossa inattesa.
Ritornando al tema principale: Putin è la Russia? Io ritengo di no: Putin è stato per anni il primus inter pares tra le due principali anime della dirigenza Russia: quella filo occidentale e quella autarchica ed indipendentista. I fatti di Kiev hanno dato a Putin un enorme consenso di popolo perché dopo il “decennio delle umiliazioni” i russi hanno visto un capo che ha saputo dire basta alle mosse dell’Occidente (viste come dei soprusi). Questo non vuol dire però che Putin sia la Russia e che eliminando lui sia risolto il “problema” Russia. Vladimir Vladimirovic ha – da un lato – dalla sua parte tutto il partito degli “indipendentisti” (in buona parte coincidente con quello dei “siloviki”) e dall’altro lato la stragrande maggioranza del Popolo russo che non intende tornare all’incubo “liberale” degli anni novanta. A tale proposito è proprio di questi giorni una notizia che chiarisce il livello di mobilitazione dei russi. La Alfa Bank ha fatto causa alla Uralvagonzavod (l’azienda produttrice del nuovo tank T-14 Armata) per il recupero di un credito di 523,5 milioni di rubli, questo semplice fatto, del tutto normale in un economia di mercato, è stato visto come un vero e proprio sabotaggio della produzione del T-14 e dunque come un tradimento. Addirittura sono stati innumerevoli i casi di persone che si sono precipitate a chiudere il conto presso la Alfa Bank come forma di protesta. In un simile contesto è difficile credere alla tesi che Putin sia la Russia, semmai rappresenta lo spirito della Russia e i sentimenti profondi del suo popolo. Analizzando il contesto sociale è dunque evidente come una qualsiasi mossa tesa a disarcionare l’attuale presidente sia non solo velleitaria ma anche controproducente. Probabilmente un simile tentativo porterebbe ad una vera e propria rivolta del Popolo russo con la possibile ascesa di uomini ancora più intransigenti (a tale proposito sottolineo l’ascesa di Sergeij Borisovic Ivanov, ormai ombra di Vladimir Putin).

Articolo pubblicato originariamente su GeopoliticaCenter.com

Le “Leggi di movimento” secondo Sylos Labini

 

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di Paolo Sylos Labini (*)

Tanto Ricardo quanto Marx ritengono che nel lungo periodo i profitti tendono a flettere e che l’economia capitalistica tende a generare disoccupazione; ma interpretano queste tendenze in modo molto diverso. Cominciamo con la tendenza dei profitti a flettere. Ricardo attribuisce quella tendenza ai rendimenti decrescenti della terra; per Marx, come ricorderò fra breve, essa dipende dall’aumento nella composizione organica del capitale. L’affinità fra Ricardo e Marx, dunque, non riguarda le cause, ma le conseguenze della tendenza dei profitti a flettere: freno – addirittura arresto – nel processo di accumulazione. (La posizione di Smith, che considera quella tendenza in termini molto generali, è profondamente diversa sia nell’individuazione delle cause che nella valutazione delle conseguenze.)

Quanto alla disoccupazione, Ricardo è il primo economista a considerare quella che oggi viene chiamata <<disoccupazione tecnologica>> (la considera, anzi, solo in un capitolo aggiunto alla terza edizione dei suoi Principi) Marx accoglie la tesi di Ricardo, con emendamenti non essenziali, e la sviluppa, tanto con riferimento al breve periodo, ossia al ciclo, quanto con riferimento al lungo periodo, ossia al processo di accumulazione, il quale avrebbe portato una ricchezza crescente per i borghesi ed una miseria crescente per i proletari – gli operai salariati. Nell’analisi che segue tratterò questi due problemi – fluttuazioni cicliche e miseria crescente; ma cercherò d’inquadrare questo esame in un contesto più ampio, che riguarda il significato di quelle che Marx chiamava «leggi di movimento» dell’economia capitalistica. La comprensione di tali leggi aveva, per Marx, importanza essenziale, giacché essa avrebbe consentito previsioni, sia pure non rigidamente predeterminate; a loro volta, siffatte previsioni avrebbero consentito alla classe rivoluzionaria per eccellenza, il proletariato, di elaborare una strategia volta a cambiare radicalmente la società. Era appunto questa I’impostazione che avrebbe contrassegnato il «socialismo scientifico», differenziandolo dal «socialismo utopistico»: il primo si fonderebbe su una strategia emergente da una sistematica analisi critica delle tendenze di fondo dell’economia; il secondo, invece, consisterebbe in progetti formulati a tavolino sulla base di una critica astratta, dettata semplicemente dalla coscienza morale. Si trattava invece di elaborare una strategia rivoluzionaria dopo aver individuato il soggetto storico capace, per la stessa logica del processo di trasformazione sociale, di portarla a compimento.

In certi casi, come nella Prefazione al primo libro del Capitale nel passo che cito qui sotto, Marx parla, al singolare, di una «legge di movimento»; ma come risulta chiaramente da tutta la sua analisi successiva, egli allude a un processo generale di trasformazione, che comprende una molteplicità di processi – di «leggi» – particolari:

Anche quando una società è riuscita a intravvedere la legge di natura del proprio movimento e fine ultimo al quale mira quest’opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna – non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento. Ma può abbreviare e attenuare le doglie del parto.

Le previsioni ricavabili dalle leggi di movimento non hanno e non possono avere natura deterministica perché si tratta di «leggi assolute» o tendenziali: la loro azione, avverte Marx, viene modificata da molteplici circostanze (Capitale, libro I, cap. XXIII, 4). Questa avvertenza, tuttavia, non può cancellare o addirittura rovesciare le aspettative ‘implicite in quelle «leggi»: se una data tendenza risulta più che compensata da contro-tendenze, ciò significa che queste sono state più forti di quella e meritano più di altre l’attenzione dello studioso. In altre parole, neppure i discesoli più fedeli di Marx possono presentare le previsioni come interminabili a proprio arbitrio, adattandole ai fatti: il confronto fra teorie e fatti, pur con Be necessarie qualificazioni, è significativo. dunque, è importante, anzi essenziale, valutare le «leggi di movimento» e le relative previsioni alla luce dell’andamento reale delle economie capitalistiche: senza queste «leggi», quello di Marx non è più distinguibile da uno dei tanti progetti dei socialisti utopisti.

Ciò premesso, mi propongo di attirare l’attenzione del lettore su cinque grandi previsioni di Marx: la previsione riguardante la tendenza dei salari, quella riguardante la sistematica espansione del proletariato e la flessione dei ceti intermedi tradizionali, quella relativa alla caduta tendenziale dei profitti e alla crisi generale del capitalismo, la previsione della progressiva concentrazione delle attività produttive e, infine, la tesi che il processo dell’accumulazione  capitalistica avrebbe avuto. anche nel futuro. carattere ciclico. Dico che le prime tre previsioni sono risultate chiaramente erronee (1) mentre le ultime due appaiono sostanzialmente corrette.

Pur tenendo conto che la distinzione tra analisi politica e analisi economica è essenzialmente formale, non sembra fuori luogo affermare che le prime tre previsioni – quelle che considero erronee – sono rilevanti soprattutto per il politico, mentre le ultime due interessano in modo preminente l’economista.

 

(1) La crisi economica deflagrata nel 2008 pone in dubbio, a umile parere di zeroconsensus, l’affermazione di Paolo Sylos Labini.

 

(*) Paolo Sylos Labini, Le forze dello sviluppo e del declino, Bari 1984

 

Analisi del DEF 2015

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 di Riccardo Achilli

Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme al Piano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governo nazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva di quella inizialmente abbozzata).

Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di vera e propria ripresa, della crescita, che quest’anno dovrebbe attestarsi sullo 0,7%, per poi arrivare all’1,4% nel 2016 ed all’1,5% nel 2017. Tale ipotesi si bassa su una ripresa delle esportazioni, che dal +2,7% del 2014dovrebbero crescere del 3,8% nel 2015 e del 4% in ciascuno dei due anni 2016 e 2017, degli investimenti privati (che dopo il calo di 3,3punti nel 2014 dovrebbero crescere di 1,1 punti nel 2015, e di 2,1punti nel 2016) e dei consumi interni, che dovrebbero crescere dello0,8% nel 2015 (dopo lo 0,3% del 2014) fino all’1,4% nel 2017.Completa questa rosea previsione una riduzione di spesa per interessi sul debito pubblico pari a 0,3 punti di PIL (ovvero, per un risparmio pari a poco più di 4,9 miliardi).

Questo quadro macroeconomico a rose e fiori dovrebbe quindi contribuire agli obiettivi di finanza pubblica, ovviamente anch’essi visti in miglioramento. Il deficit nominale sul PIL , passerebbe dal 2,6% del2015 all’1,8% l’anno prossimo, fino ad azzerarsi nel 2018,portando ad un pazzesco avanzo di 0,4 punti nel 2019. Il rapporto fra debito pubblico e PIL scenderebbe, dunque, dal 132,5%, al 130,9%l’anno prossimo, fino al 127,4% nel 2017. Il pareggio strutturale di bilancio (al netto cioè degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum) verrebbe raggiunto nel 2017, scendendo di un punto decimale fra 2015 e 2016 (da -0,5% a -0,4%).

Questo quadro surreale come un dipinto di Dalì (ma evidentemente privo della stessa qualità artistica) porta ad una prosa nella retorica governativa che sfocia nel dadaismo. Fondamentalmente, tutto ciò verrebbe ottenuto senza aumentare le tasse, ma anzi abbassandole in rapporto al PIL, senza incidere sulla spesa pubblica produttiva, che anzi aumenterà (la spesa pubblica in conto capitale dovrebbe aumentare di 3,5 miliardi fra 2015 e 2016) ed addirittura si sarebbe trovato un presunto bonus di spesa di 1,6 miliardi da destinare a un qualche provvedimento urgente di natura sociale o produttiva (sulla destinazione, l’impetuoso Renzi trova un istante di riflettività, anche perché, come meglio si dirà, non è affatto certo che il cosiddetto bonus, dopo il vaglio della Commissione europea, esisterà ancora). Il cittadino medio, che non ha una laurea in economia, e non sa la differenza fra un quadro tendenziale ed un quadro programmatico dovrebbe essere portato a credere, illudendosi, che il DEF stia aprendo la strada ad una inversione radicale delle politiche economiche, in direzione di una illuminata espansione economica accompagnata da una armoniosa virtù nei conti pubblici. Ed addirittura, Renzi si spinge a dire che le stime del Def sono “prudenziali” (!) lasciando sottendere chissà quali prelibati frutti di una nuova stagione di sviluppo, che per modestia (!!) non ci vuole ancora disvelare, a noi poveri gufi abituati alla durezza della quotidianità ed al principio della realtà.

Ora, evidentemente, le cose stanno in modo diverso. Una ripresa economica trainata dalle esportazioni presuppone che lo sviluppo del commercio mondiale sia solido. Ora, su questo solido sviluppo pesano enormi incognite, dalle cifre non proprio entusiasmanti della ripresa statunitense, che potrebbe arrestarsi improvvisamente quando quest’estate un Congresso molto meno accomodante del passato (anche perché ci avviciniamo alla lunghissima maratona presidenziale) dovrà discutere del nuovo “tetto del debito”, e già circolano ipotesi di politiche di austerità recessive, al rallentamento di quasi tutte le economie emergenti (Cina, sulla quale pesa addirittura una potenziale bolla immobiliare e finanziaria, Russia, Brasile) ad un profilo di ripresa del Giappone non proprio entusiasmante. Senza contare che, sul mercato europeo, il crescente surplus commerciale tedesco schiaccia gli spazi di crescita dei partner (per l’ovvio principio fisico secondo il quale se aumenti le quote di mercato si riducono quelle degli altri). Ed infine, l’effetto di svalutazione dell’euro sul dollaro è, per le stesse ipotesi di base del DEF, limitato al solo 2015, sostanzialmente arrestandosi negli anni successivi.

D’altro canto, la prevista ripresa della domanda interna per consumi ha aspetti esoterici, atteso che la fase di declino del prezzo del petrolio sembra essersi arrestata, il deflatore dei consumi mostra tensioni inflattive di ritorno già da fine 2015, e la crescita dei redditi, che nelle ipotesi del DEF addirittura passerebbe da +1,3% nel 2015 al+2,4% nel 2016 (cioè raddoppiando la velocità di crescita) è una favoletta ridicola, in una stagione in cui il Jobs Act e l’indebolimento dei sindacati ha eliminato ogni possibilità di negoziare margini di aumento del salario. Stendiamo un velo pietoso sull’aumento previsto degli investimenti, che dovrebbe poggiare su un credito di imposta per le imprese che investono in R&S (ma con mercati ancora instabili le imprese non investiranno), su una aspettativa di ripresa del credito legata al QE della Bce (ma i primi dati per il 2015 segnalano un ulteriore peggioramento del credit crunch, come è evidente. Le banche se ne fottono della maggiore liquidità loro offerta se i loro coefficienti patrimoniali continuano ad essere precari, e se l’aspettativa è che la vigilanza europea unica inasprisca i criteri patrimoniali stessi) e sulla partecipazione al modesto programma di investimenti pubblici messo a punto da Juncker, che dovrebbe portare fuori dal calcolo del patto di stabilità alcune voci di investimento, che però ancora non sono specificate, poiché il regolamento è in redazione, quindi è assai arduo formulare previsioni macroeconomiche in merito). E per carità di Patria tacciamo sugli effetti espansivi delle riforme strutturali attuate dal Governo Renzi, che secondo il DEF porterebbero a 0,4 punti di PIL nel 2016 con una crescita del loro peso fino a 1,8 punti nel 2020. Va rilevato, infatti che, come esprime la tabella a pag. 48 della Sezione I, il grosso dell’impatto proviene dalla riforma del mercato del lavoro (ma evidentemente le imprese non assumono lavoratori solo perché viene abolito l’articolo18, ma primariamente se ci sono i mercati per poter ampliare la base produttiva, quindi l’effetto espansivo del Jobs Act è una mera favola, come mostrano numerose ricerche sull’impatto della flessibilità lavorativa sulla crescita). Al secondo posto, come impatto, verrebbe la riforma della P.A. che però ha il piccolo difetto di non essere ancora attuata (e peraltro, la tenue speranza di chi scrive è che una simile riforma imbecille non venga attuata mai).

Evidentemente, quindi, poiché la manovra di stabilità per il 2016, al fine di scongiurare le clausole di salvaguardia (essenzialmente, per scongiurare il maxi-aumento dell’Iva, che sarebbe evidentemente la pietra tombale sulle già irreali aspettative di ripresa della domanda interna per consumi) dovrebbe poggiare per almeno 6,5 miliardi sul miglioramento atteso della crescita, è del tutto ovvio che, invece, possiamo aspettarci esattamente l’attivazione di tali clausole, con qualche mese di ritardo, quando la Commissione si sarà stancata del giochino delle tre carte che Renzi inscenerà, insieme ai suoi ciambellani.

Cosa succederà realmente nel 2016 e 2017? Succederà che il saldo primario (spese – entrate pubbliche al netto del pagamento degli interessi sul debito) dovrà, nel 2016, migliorare di circa 14 miliardi, rispetto ai 26 miliardi con cui si prevede di chiudere il 2015. Ciò si otterrà mediante un taglio delle spese per 4,1 miliardi, privatizzazioni di ciò che resta del patrimonio imprenditoriale pubblico per circa 8,2 miliardi, ed 1,8 miliardi di maggiori entrate. L’artifizio retorico di Renzi, per cui non vi saranno maggiori tasse, è smascherato dalla manovra che verrà fatta su deduzioni e detrazioni fiscali che, pur mantenendo formalmente inalterate le aliquote fiscali, aumenterà la pressione fiscale per riduzione dell’area dei benefici fiscali(producendo quindi, sul contribuente finale, lo stesso effetto di un aumento effettivo della tassazione). Si tratta cioè né più né meno che di una solenne presa in giro degli italiani, cui la comunicazione  renziana ci ha abituati. Sul versante del taglio delle spese, esso sarà sostenuto mediante una nuova, ulteriore, tornata di spending review (che dovrà garantire ben 9,8 miliardi nel 2016, alfine di coprire l’aumento delle spese pubbliche di investimento ed altri aumenti di parte corrente), che sarà così concepita:

  • Per gli enti locali proseguirà il processo di efficientamento già avviato nella Legge di Stabilità 2015 attraverso l’utilizzo dei costi e fabbisogni standard per le singole amministrazioni e la pubblicazione di dati di performance e dei costi delle singole amministrazioni;

  • In tema di partecipate locali saranno attuati interventi di smantellamento (ai danni ovviamente del personale che ci lavora), con particolare attenzione ai settori del trasporto pubblico locale e alla raccolta rifiuti.

  • Numerose strutture periferiche dello Stato saranno chiuse, senza garanzie per il personale, come nel caso delle Province.

  • Immobili utilizzati dalle amministrazioni sanno venduti;
  • Sarà completato il processo di razionalizzazione delle stazioni appaltanti e delle centrali d’acquisto per gli acquisti della PA.

L’insieme di tale manovra sarà recessivo, e, in modo implicito, al di là delle facili ricamature comunicative, lo stesso DEF, nel differenziale fra PIL tendenziale e PIL programmatico, stima tale effetto in 0,3 punti di PIL persi per il 2016 come conseguenza della manovra di stabilità sopra descritta.

E ciò che è ancora più spaventoso è che tale scenario è il migliore possibile. E’ infatti del tutto improbabile che la Commissione Europea faccia passare questa ipotesi, per la manovra di stabilità del 2016. Tale ipotesi, infatti, rinvia al 2017, anziché al 2016, come da impegni assunti, il pareggio strutturale di bilancio. E lo fa auto attribuendosi, del tutto arbitrariamente, la clausola di flessibilità per le riforme fatte e quelle previste nel PNR allegato1(sul quale occorrerebbe fare un approfondimento a parte). Ma non è affatto detto che la Commissione accetti questa impostazione, e conceda effettivamente la flessibilità, anche perché è difficile che si approvi una manovra in cui il grosso è costituito da introiti o risparmi di non immediata realizzabilità, come le privatizzazioni e la spending review (che come visto in questi anni, comporta benefici diluiti nel tempo). E tra l’altro, la Commissione potrebbe non bersi le ottimistiche previsioni macroeconomiche del Governo (vedi sopra la discussione sulle previsioni). Abbassando l’asticella della crescita, l’entità della correzione di bilancio ovviamente cresce. Nell’ipotesi peggiore, in cui il pareggio di bilancio strutturale dovesse essere imposto per il 2016,infatti, la manovra dovrebbe portare ad un saldo primario di quasi 28miliardi, in luogo dei 14 previsti, con una perdita di quasi un punto di PIL.

(1) La clausola di flessibilità prevede infatti condizioni stringenti nella valutazione della fattibilità, efficacia di lungo periodo e rilevanza delle riforme proposte, prima di concedere il bonus.

P.S. sul cosiddetto “tesoretto” da 1,6 miliardi: in realtà, quella somma deriva dalla differenza fra il deficit/PIL del quadro tendenziale (cioè del quadro delle finanze pubbliche in assenza degli interventi previsti dal DEF), pari al 2,5%, e il rapporto che emerge dal quadro programmatico (cioè in presenza di interventi) pari al 2,6%. Quel decimale di differenza ammonta proprio a 1,6 miliardi, e secondo il Governo potrebbe essere concesso dai nuovi regolamenti Ue che interpretano la flessibilità di bilancio, in presenza di un output gap negativo e superiore a 3 punti(cioè in presenza di una crescita inferiore al potenziale massimo di crescita, stimato mediante la quantificazione del PIL potenziale).Ma se la Commissione dovesse imporre un inasprimento della manovra per il 2016, anche questo tesoretto sparirebbe.

Grosso guaio a Francoforte: il bazooka si è inceppato

draghi

Solo un mese fa ci avevano presentato il Quantitative Easing in via di implementazione della BCE come il provvedimento che avrebbe rivitalizzato l’economia europea. Alcuni economisti (generalmente appartenenti alla scuola marxista e più in generale a visioni eterodosse) avevano comunque avvisato che questo genere di operazione poteva rivelarsi come un mero salvataggio dei mercati finanziari (e delle istituzioni finanziarie che in esso operano) e che non avrebbe avuto comunque effetto sull’economia reale.

A pochi giorni dalla sua partenza queste considerazioni fuori dal coro rischiano però di essere considerate come visioni economiche assolutamente ottimiste. E questo è la stessa BCE a dircelo.

Il 27 Marzo i conti correnti di deposito della BCE (deposit facility) gà erano in crescita ed ammontavano alla considerevole cifra di 57,29 miliardi di euro, mentre ad oggi ammontano alla cifra di 63,622 miliardi di euro. Dunque siamo di fronte ad una crescita quasi esponenziale che non è azzardato definire anomala.

Innanzitutto diciamo che il “deposit facility” sono i conti correnti nei quali le banche dell’eurosistema possono depositare la loro liquidità in eccesso a breve termine (overnight). E’ evidente che l’aumento così forte in così breve termine attesta come le banche non stiano investendo né sui mercati finanziari né tantomeno nell’economia reale la liquidità ottenuta grazie alle operazioni di quantitative easing implementate dalla stessa BCE. La cosa poi appare ancora più grave se si tiene conto che il tasso di questi depositi è stato portato dalla BCE in terreno negativo (- 0,20%). Dunque le banche dell’eurosistema con la liquidità ricevuta dalla BCE con il QE, ridepositano presso la stessa BCE nei conti “deposit facility” addirittura pagando un interesse. Il fallimento del qauntitative easing – ad oggi – appare in tutta la sua plasticità.

Del resto se l’economia reale langue non essendoci molti settori in grado di produrre profitti e dunque rendendo difficilissima l’allocazione di risorse aggiuntive, se il mercato (secondario) dei bond statali offre tassi di rendimento bassissimi e se il mercato azionario viene considerato da tutti gli esperti “ipercomprato” (“in bolla” secondo un certo linguaggio pittoresco) a chi ha liquidità da allocare non rimane che provare a investire in paesi fuori dall’aerea valutaria (accollandosi il rischio di cambio) o restituire la liquidità alla stessa BCE che l’ha creata. Un fantasma si aggira per l’Europa: quello della rarefazione dei profitti.

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