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Una Trojka culturale per la Grecia

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di Marcello Madau (*)

e la sta­tua cri­soe­le­fan­tina dell’Athena Par­the­nos, che stu­piva con il suo favo­loso scudo e i suoi dodici metri chi entrava nella cella del Par­te­none, fosse ancora pre­sente, gli accu­sati di grat­tarne not­te­tempo l’oro e l’avorio non sareb­bero come un tempo Peri­cle e Fidia ma – que­sta volta giu­sta­mente – i tre cor­sari della troika della Comu­nità Europea.

Nella richie­sta greca dei danni di guerra appa­iono ora anche i furti dei beni archeo­lo­gici, ma vor­rei illu­strare come il pro­blema sia deci­sa­mente più ampio, come apra una pro­spet­tiva inte­res­sante nella quale si incro­ciano il valore incal­co­la­bile della sto­ria con quello più misu­ra­bile di incassi e fide­ius­sioni. E una curiosa inter­scam­bia­bi­lità fra i ruoli di cre­di­tore e debitore.

Senza adden­trarci in discorsi com­plessi, impor­tanti ma lon­tani (come il debito di civiltà che avremmo verso la Gre­cia), pos­siamo limi­tarci alla con­tem­po­ra­neità: essa ci fa dono nel 2010 di un momento di grande valore sim­bo­lico: quando la Fin­lan­dia pro­pose di pigno­rare il Par­te­none a garan­zia del debito pub­blico greco. Misura da vera eco­no­mia clas­sica, spie­tata e gla­ciale ma con il pre­gio, direi invo­lon­ta­rio, di rico­no­scere il valore dell’archeologia greca e dei suoi straor­di­nari monu­menti rispetto al debito enorme che la Gre­cia avrebbe verso l’Europa.

In effetti quanti capo­la­vori greci nei grandi musei della terra! In que­gli stati euro­pei che, per mano dei tre cor­sari cer­cano di stran­go­lare l’Ellade antica e con­tem­po­ra­nea: non tutti ven­gono da accordi vir­tuosi, molti epi­sodi asso­mi­gliano a veri e pro­pri furti, di Stato o individuali.

Una parola d’ordine, che in casi ana­lo­ghi spesso risuona, è che le opere d’arte tra­fu­gate più o meno legal­mente dovreb­bero rien­trare nei paesi d’origine. Eppure que­sti musei sono diven­tati luo­ghi uni­ver­sali, luo­ghi anche nostri gra­zie a que­ste opere. E la cir­co­la­zione dei beni arti­stici è un fatto di cul­tura per­sino cal­deg­giato nei dili­genti docu­menti europei.

D’altronde è dif­fi­cile imma­gi­nare un Bri­tish Museum di Lon­dra senza opere gre­che o i bas­so­ri­lievi assiri, ragio­na­mento valido per il Lou­vre e tanti altri cele­bri com­plessi espositivi.

Molti pro­prio della Ger­ma­nia, da Monaco a Ber­lino a Karl­sruhe: pen­sate ai kou­roi dello Staa­tli­che Museum, dello Altes Museum, della Glip­to­teca; della Fran­cia è cele­bre la splen­dida dota­zione del Lou­vre: kou­roi, due scul­ture «acqui­site» dal Par­te­none, l’abbacinante «Cava­liere Ram­pin», solo per ricor­darne alcuni; della Gran Bre­ta­gna, con il suc­ci­tato Bri­tish e i cele­bri ele­menti deco­ra­tivi dal Par­te­none, dall’Eretteo; con le cera­mi­che e nuo­va­mente i kou­roi. Ancora, visto l’interesse dell’America per il debito greco, esempi come il Paul Getty, il MoMA, fino alle col­le­zioni del Museo di Kan­sas City…

E c’è l’Italia, pro­prio nella Firenze di Mat­teo Renzi, se pen­siamo ai due splen­didi kou­roi Milani e Milani-Barberini, espo­sti nel Museo archeo­lo­gico nazionale.

Solo onore per la Gre­cia allora? Per­ché non qual­che diritto in più, anche eco­no­mico? L’economia dei beni cul­tu­rali ci può aiu­tare a tro­vare una pos­si­bi­lità, sia nella sua straor­di­na­ria ten­sione fra valore d’uso e valore di scam­bio in manu­fatti che dovreb­bero essere «fuori mer­cato», beni comuni — e invece non lo sono, fra traf­fico clan­de­stino, anti­qua­ria ed aste — sia nella più cor­retta let­tura dei set­tori col­le­gati alla frui­zione.
Qual­cuno (più vicino alla troika) potrebbe obiet­tare: pub­bli­cità per quei paesi, se ne accre­sce la fama, la gente viene indi­riz­zata verso di loro. Ma è più sem­plice, sicuro e tan­gi­bile, valu­tare i grandi introiti di quelle città e di quei musei: gra­zie alle opere dell’antica Gre­cia. Per­ché non pro­vare a fare due conti?

(In fondo vi è qual­che timida con­sa­pe­vo­lezza degli aspetti finan­ziari delle col­le­zioni museali anche in vari docu­menti della Comu­nità Euro­pea, come il «Len­ding to Europe» del 2005, la «Coun­cil reso­lu­tion» del 25 giu­gno 2002 e natu­ral­mente le pre­messe così sen­si­bili del Trat­tato di Maa­stri­cht 1999, art. 151 e punto 3.2.2).

Si potrebbe allora nomi­nare una «troika» di archeo­logi: uno della Gre­cia, uno della Magna Gre­cia, uno della Libia (Cirene); poi sta­bi­lire il valore di ogni opera, tra quello assi­cu­ra­tivo in caso di spo­sta­mento e le opere di mano d’opera spe­cia­liz­zata e comune per rea­liz­zarlo oggi (ma con gli stru­menti di allora).

Infine cal­co­lare, sulla base dei para­me­tri di rife­ri­mento uffi­ciali, il costo rela­tivo ai pre­stiti di natura one­rosa, lungo i molti decenni (in alcuni casi di secoli, come per i marmi «Elgin» del Par­te­none), basan­dosi su valori desunti dal cal­colo dei flussi dei visi­ta­tori, dagli introiti di bigliet­te­ria e dai red­diti com­ples­sivi dell’unità museale (mer­chan­di­sing, risto­ra­zione, book shop: magari sulle pub­bli­ca­zioni rego­lar­mente ven­dute oltre le due­mila copie, come recita ad esem­pio la legi­sla­zione ita­liana: il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio potrebbe far con­tare un po’ di più l’Italia in que­sto senso).

Infine, ana­liz­zare la valu­ta­zione eco­no­mica dei van­taggi ‘a rete’, la cre­scita dei prezzi fon­diari nelle zone attorno ai grandi musei dopo la loro inau­gu­ra­zione, gli incassi dei tra­sporti e insomma tutti i sistemi eco­no­mici ad essi rela­tivi. Un cal­colo dav­vero inte­res­sante, una somma che potrebbe sorprendere….

Sarà dispo­sta la Gre­cia a con­ce­dere qual­che dila­zione ai paesi euro­pei che hanno con­tratto un debito cul­tu­rale di que­sta dimen­sione? Panta rei.

(*) Marcello Madau è archeologo e professore di “Beni culturali e ambientali” all’Accademia di Belle Arti “Sironi” di Sassari

Fonte: il Manifesto

Capitalismo e pulsione di morte

denaro

di Pierangelo Dacrema (*)

Può, l’economia, essere pane per la psicanalisi? Certo. Frutto dell’incantevole collegamento tra corpo e cervello, l’economia è pensiero tradotto in azione. E un cervello prigioniero di un corpo, che implica un corpo prigioniero di un cervello, è proprio  materia da psicanalisti.

 

Un circolo virtuoso: Bloomsbury

Nel 1914 avviene il primo contatto tra Freud e Bloomsbury, il quartiere di Londra da cui prende il nome la singolare comunità di intellettuali che ha visto eccellere Virginia Woolf  ed Edward  M. Forster nel romanzo, Duncan Grant e Vanessa Bell nella pittura, Roger Fry e Clive Bell nella critica d’arte, Lytton Strachey nella biografia e nella storia, Desmond McCarthy nella critica letteraria, Leonard Woolf e J. M. Keynes nella politica e nell’economia. Keynes cita Freud nel terzo capitolo del suo folgorante Le conseguenze economiche della pace, quando traccia un ritratto dei protagonisti della Conferenza di Versailles e ci racconta di uno speciale complesso freudiano del presidente Wilson.

Freud era lettore attento di Lytton Strachey oltre che di Keynes. E Keynes si servì abbondantemente di Freud per la stesura del Trattato della moneta e della Teoria generale. Che cosa accomuna Freud e Keynes? Molto più della condivisione dell’idea che quella dell’artista fosse l’attività più luminosa e importante di tutte. Keynes, infatti, fu esplicito nel parlare del genio di Freud, della sua immaginazione scientifica e della forza rivoluzionaria delle sue teorie: in altre parole, fu chiaro nell’attribuire allo scienziato viennese le doti che attribuiva a se stesso.

Il pensiero di Freud e quello di Keynes sono i protagonisti assoluti di Capitalismo e pulsione di morte, (trad. A. Bracci Testasecca, La Lepre edizioni, 2010) un libro stringato ma molto denso, ben più articolato delle sue dimensioni. Perché mai Gilles Dostaler, storico dell’economia, e Bernard Maris, l’economista assassinato durante l’attentato alla sede di Charlie Hebdo, sono sicuri di poter asserire che lo spirito del capitalismo è pervaso da un senso di morte? Semplice, perché la pulsione di morte è ovunque: c’è sadismo e istinto di distruzione nell’eros, c’è erotismo nell’istinto di morte, c’è pulsione di morte nell’arte, nella cultura, nella creazione.

Ma nel fatto economico troviamo aggravanti, accentuazioni. Da un lato è sotto gli occhi di tutti la “vecchia” economia libidinale, il dirottamento sistematico della libido verso la produzione, alla ricerca spasmodica della sua massimizzazione. Dall’altro c’è il denaro, materia incandescente, infernale. L’uomo combatte instancabilmente la morte attraverso la propria pulsione di morte. Dietro l’abitudine al lavoro esiste un insopprimibile istinto del gioco. E il lavoro, questo passatempo obbligato, è la valvola di sfogo del corpo, della carica libidica dell’Io. Si lavora per vivere, si vive per lavorare, si finisce per tesaurizzare. Il tesaurizzatore è un uomo profondamente angosciato. Keynes lo sa, e stabilisce un rapporto preciso tra l’angoscia, la pulsione di morte e il tasso d’interesse.

 

Un desiderio perverso di liquidità

La liquidità è specchio del nostro timore del futuro, delle nostre incertezze, della precarietà di ogni cosa. Il possesso di moneta lenisce le nostre inquietudini. Che cosa può indurci a separarcene? L’interesse, il cui tasso diventa così la perfetta misura della nostra inquietudine. L’economia classica vedeva nel tasso d’interesse una ricompensa dell’astinenza.

Keynes vi riconosce invece una misura della rinuncia alla liquidità, un prezzo per l’allontanamento dal calore rassicurante del denaro, la contropartita per la temporanea separazione dalla bacchetta magica che ravviva la speranza e placa la paura,, lo scudo d’oro a cui si è dedicato tanto tempo, prima per costruirlo e poi per rafforzarlo, continuare a lucidarlo. Ma un mondo di accumulatori di denaro ucciderebbe l’economia. Se tutti preferissero il possesso di moneta nessuno più investirebbe e si creerebbero i presupposti per la trappola della liquidità descritta da Keynes, il buco nero dell’incertezza in cui perfino il denaro diventerebbe impotente, incapace di allontanare lo spettro della recessione e del collasso del sistema.

In questo senso, e alla luce della situazione attuale, Keynes potrebbe andar fiero della sua preveggenza. Un mondo obnubilato dal denaro è pericoloso, e anche losco. La crisi dei subprimes, le agenzie di rating che hanno accreditato prodotti finanziari derivati indecifrabili, derivati finanziari che avevano il compito di gestire l’angoscia e che invece l’hanno acuita, le banche americane che hanno inondato il mercato di credito creando il caos, le banche centrali che hanno inondato i mercati di base monetaria senza alcun risultato: tutti elementi che tradiscono una bulimia di liquidità con effetti disastrosi.

Più degli scandali dello sperpero e dei fallimenti bancari colpisce lo scandalo della disoccupazione, dell’accumulo di fortune colossali da parte di pochi a fronte della povertà estrema di molti, dello stravolgimento dei rapporti umani non più leggibili all’insegna della cooperazione o dello sfruttamento, della sottomissione o della fratellanza ma sotto l’egida inaccettabile della disumanità e dell’immoralità.

 

La rendita è morta o continua a uccidere?

Keynes aveva predicato l’eutanasia del redditiere perché la rendita erode non solo i salari ma anche i profitti, soffoca piano piano l’imprenditore oltre che i suoi dipendenti. E non è così fuori luogo immaginare che la nostra economia possa produrre la catastrofe di un mondo ridotto a una gigantesca bidonville in cui la moltitudine a malapena sopravvive e un’esigua minoranza di redditieri si appropria di tutto il surplus. Smettere di crescere a tutto vantaggio di pochi, troppo pochi? Ma la fine della crescita, lo stato stazionario, somiglia drammaticamente alla morte, al coma irreversibile. Nulla più di nuovo che accade, che si sia capaci o desiderosi di far succedere. Possibile che gli uomini se ne accontentino?

Eppure Keynes aveva dichiarato la sua aspirazione a questo stato stazionario, una condizione in cui sarebbe cessata la corsa al denaro e gli esseri umani avrebbero finalmente coltivato l’arte di vivere. Un secolo ancora sulla strada sbagliata per poi trovare la via giusta, un periodo abbastanza lungo di politiche monetarie – ovviamente keynesiane, tutte fondate sulla capacità taumaturgica della moneta – per poter dare uno stabile, definitivo benessere all’intero pianeta. Usare il denaro, la sua potenza, per arrivare a dimostrarne la sostanziale inutilità, o che comunque si possa farne a meno. E questo Keynes non si era limitato a fantasticarlo, ne aveva fatto oggetto di una previsione “tecnica” – quella del suo noto saggio “Prospettive economiche per i nostri nipoti” – destinata, a suo dire, ad avverarsi oggi, nella nostra epoca. Come mai la previsione di un uomo pur così abile nei pronostici si è rivelata clamorosamente sbagliata?

Freud aveva capito che la fame di denaro riesce a canalizzare le più sadiche pulsioni degli uomini, in qualche modo contenerle, dirigerle, tradurre in esiti relativamente innocui ciò che potrebbe trovare sbocchi drammatici e crudeli. La libido può avere manifestazioni molto aggressive, induce spesso a umiliare, ferire, persino uccidere. Meglio un capro espiatorio, il denaro, appunto. Da notare come la diagnosi fosse condivisa da Keynes. Ma a questo punto il suo errore. Egli, di fatto, ha ritenuto che certi vizi e difetti molto radicati degli uomini – gli istinti poco edificanti indagati da Freud – li si potesse correggere, sanare fino quasi a dimenticarseli in un arco di tempo limitato. Per questo la profezia di Keynes di un uomo che cessa di rincorrere il bene fatuo della ricchezza materiale somiglia all’utopia di Marx di una società senza classi fatta di individui che, dopo qualche ora di lavoro, si sentono liberi di dedicarsi alla caccia, alla pesca e all’arricchimento dello spirito. E allora?

 

Economia del tempo presente

Allora il  libro di Gilles Dostaler e Bernard Maris si presenta non solo come un efficace strumento di riflessione ma diventa anche un modo per trasformare Freud e Keynes in testimoni vividi del nostro tempo. La lezione principale è che è lecito sperare in un miglioramento, non in una panacea. Gli uomini continueranno a lavorare per vivere, a vivere per lavorare, a voler cambiare per crescere, evolversi e assecondare la loro voglia di assomigliare a Dio. Ma in economia qualcosa di nuovo potrebbe accadere. Gli uomini, molti uomini, potrebbero continuare a voler arricchirsi fino alla nausea.

Ma il capro espiatorio – lo scudo, l’oggetto della maniacale attenzione – potrebbe diventare la proprietà, il possesso delle cose tangibili, non più del denaro. Parlo della proprietà e del potere che ne deriva sulle cose e sulle persone, parlo del cuore del capitalismo e della salvaguardia della sua essenza. E il tutto affinché non esploda una violenza e una distruzione peggiori di quelle imputabili al meccanismo capitalistico.

Il prezzo pagato dal capitale per conquistarsi questa forma di sopravvivenza? La rinuncia al denaro – alla sua parte più cruda e più becera, la merce “esclusa” – combinata con la gratuità di tutti i beni messi sul mercato da chi, in termini di proprietà e di relative responsabilità, potrebbe tranquillamente continuare ad arricchirsi e a sfiancarsi di lavoro per riuscirvi. Ricchi costretti a una distribuzione più generosa e diffusa dei frutti del capitale, poveri finalmente, e legalmente, ammessi alla fruizione di una parte cospicua dell’enorme frutto del capitale e del lavoro. Un compromesso ragionevole, almeno per ora.

(*) Pierangelo Dacrema è Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università della Calabria ed è stato, parecchi anni fa, Professore di “Tecnica Bancaria I” presso la facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Siena.

Fonte: sinistrainrete.info

USA – Russia: partita a scacchi sul Dnepr

 

scacchi

La crisi Ucraina sotto molti punti di vista può rivelarsi un tornante della storia che potrà decidere i futuri assetti dell’Europa. Per quanto possa sembrare paradossale Stati Uniti d’America e Federazione Russa sembrano avere strategie chiare su quale debba essere il destino di questa nazione a cavallo tra Unione Europea e Federazione Russa, invece proprio l’Europa pare giocare una partita senza una visione chiara  stretta tra la strategia statunitense e la volontà di non perdere il mercato della Federazione Russa.

Andando ad analizzare le strategie dei due contendenti principali possiamo dire che la strategia americana può essere definita come una strategia con un “obbiettivo rigido” da ottenere con “strumenti rigidi” mentre la strategia della Federazione Russa può essere definita come strategia con un “obbiettivo flessibile” da ottenere con “strumenti flessibili”.

USA: Obbiettivi e mezzi

L’obbiettivo americano è riassumibile nella visione di Zbigniew Bzerzinski: <<L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere eurasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli stati islamici loro amici nel sud […] Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa.>> (1)

Gli strumenti utilizzati dagli USA per conseguire questo obbiettivo rigido sono stati variegati nel tempo:

  1. Sostegno diplomatico alla rivoluzione arancione di Viktor Juščenko avvenuta nel 2004;
  2. Sostegno diplomatico, finanziario e militare alla rivoluzione di Piazza Majdan del Febbraio 2014;
  3. Implementazione di sanzioni (e minaccia di ulteriori sanzioni ancora più forti) contro la Russia per evitare ingerenze tese a sterilizzare la presa del potere delle forze politiche ucraine fortemente influenzate dal Dipartimento di Stato americano.

Federazione Russa: obbiettivi e mezzi

Gli obbiettivi della Federazione Russa, valutando le dichiarazioni di Putin e del Ministro degli Esteri Lavrov,  possono essere definite flessibili per il fatto che abbiamo un obbiettivo principale ma anche alcuni obbiettivi subordinati che dal punto di vista russo possono essere delle soluzioni di compromesso accettabili. L’obbiettivo principale è il mantenimento dell’Ucraina nella sfera di influenza di Mosca e la sua progressiva inclusione all’interno dell’Unione Euroasiatica.  Obbiettivi subordinati accettabili possono essere sia un Ucraina integra dal punto di vista territoriale e federalizzata legata all’UE dal punto di vista economico ma fuori dalla NATO e dunque neutrale, sia l’ipotesi della disintegrazione dello stato unitario che veda la nascita di due stati, uno dei quali legato all’UE e alla Nato (la parte nord occidentale dell’Ucraina) e uno stato legato economicamente e militarmente alla Russia (la cosiddetta Novorossija ovvero la parte sud-est dell’Ucraina).

Gli strumenti utilizzati dalla Russia sono flessibili e variano a seconda di come si evolve la situazione. L’obbiettivo principale, ovvero quello di riportare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Mosca può essere raggiunto solo in caso di collasso degli attuali assetti istituzionali e politici di Kiev. Una simile situazione si può verificare solo grazie all’acuirsi della crisi economica e finanziaria e la Russia ha senza dubbio agito per raggiungere questo obiettivo per esempio aumentando i dazi sulle merci ucraine ed in certi casi arrivando a vere e proprie sanzioni. Naturalmente può essere letto in questa chiave anche l’accordo tra Gazprom e governo ucraino che non prevede alcun credito ma la consegna del gas solo dopo il pagamento in dollari. Non solo, anche la guerra nel Donbass può essere funzionale a questo obbiettivo. La guerra civile è un costo economico difficilmente sostenibile, nel lungo periodo, dall’Ucraina e dunque l’appoggio dato alle milizie separatiste tende ad allungare i tempi del conflitto e di conseguenza a dissanguare le casse statali di Kiev. E’ evidente che gioca a vantaggio della Russia anche la perdurante crisi economica europea che rende difficilmente sostenibili – sia economicamente che politicamente – l’elargizione di ulteriori aiuti europei all’Ucraina.

L’opzione subordinata di un Ucraina integra territorialmente ma neutrale dal punto di vista economico può essere raggiunta solo con un abile lavoro diplomatico. Azione diplomatica che non è certamente mancata da parte della Russia: basti pensare alla promozione degli accordi cosiddetti “di Minsk” ma anche ai vari incontri nella versione “Gruppo di Normandia”.

Anche l’ipotesi di una disgregazione ucraina e dell’istituzione di uno stato filorusso (c.d. Novorossija) a sud-est può essere accettabile da parte della Russia. Va detto però che questa potrebbe essere la soluzione a più alto rischio per la Russia stessa. Infatti potrebbero esserci conseguenze indirette molto pesanti: un aumento delle sanzioni occidentali fino alla disconnessione del sistema finanziario russo dal sistema internazionale che regola le transazioni finanziarie (SWIFT) e anche un ulteriore raffreddamento dei rapporti diplomatici con l’Occidente. Ciò nonostante la Russia è probabilmente disposta a prendersi il rischio di questa evoluzione (nel caso le precedenti due opzioni siano irraggiungibili) , ciò è deducibile dal sostegno militare alle Milizie che vista l’evoluzione del conflitto non può essere considerato teso alla mera difesa degli attuali confini delle repubbliche del Donbass. Evidentemente secondo i russi il rischio di un Ucraina sotto l’orbita della Nato è considerata una vera sciagura e foriera, entro qualche anno, di ulteriori rischi quali la perdita della stessa Crimea e dunque la sostanziale perdita dello sbocco nel Mar Nero.

In definitiva gli USA giocano una partita con una sola opzione vincente mentre i russi giocano una partita con una opzione vincente e due comunque accettabili. In questa rischiosa partita appare sempre più evidente l’assoluta assenza della nana politico-militare chiamata Unione Europea: nessuna strategia chiara e di conseguenza la vera e sicura perdente.

  1. Zbigniew Brzezinski, “La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana”, 1997

 

Pubblicato originariamente su GeopoliticalCenter

Draghi, il Quantitative Easing e Godot

elicotteri

di Sergio Cesaratto

 

Una volta Pie­ran­gelo Gare­gnani mi disse: «Key­nes è stato un disa­stro per la teo­ria eco­no­mica per­ché ha intro­dotto il ter­mine aspet­ta­tiva», vale a dire l’idea che lo stu­dio delle attese dete­nute dai sog­getti circa il futuro sia un ele­mento por­tante dell’economia poli­tica. Com­pito della poli­tica eco­no­mica diven­te­rebbe, dun­que, quello di orien­tare le aspet­ta­tive nella dire­zione desiderata.

Molti eco­no­mi­sti ete­ro­dossi vedono addi­rit­tura nell’incertezza in cui si for­mano le attese il vul­nus del capi­ta­li­smo. Sia nella ver­sione orto­dossa che ete­ro­dossa, quella di basare l’analisi eco­no­mica sulle aspet­ta­tive è una teo­ria assai debole che tra­scura i fatti reali, che sono invece quelli che dob­biamo stu­diare anche per spie­gare la for­ma­zione delle aspet­ta­tive. La dise­gua­glianza e la con­se­guente debo­lezza della domanda aggre­gata sono dal punto di vista ete­ro­dosso, per esem­pio, il vul­nus reale del capi­ta­li­smo e fonte di incer­tezza nelle deci­sioni di investimento.

Da que­sto punto di vista il varo del Qe da parte della Bce ci è apparso come un grande eser­ci­zio media­tico, in cui la cen­tra­lità asse­gnata alle aspet­ta­tive ben si adatta al grande pro­sce­nio della comu­ni­ca­zione in cui non c’è solu­zione di con­ti­nuità fra fin­zione e realtà. Al riguardo, se la pro­fes­sio­na­lità di molti com­men­ta­tori eco­no­mici fai da te è assai dub­bia, non è però que­sto il caso di Carlo Basta­sin de Il Sole 24 Ore, il quale pur­tut­ta­via com­menta che, seb­bene il Qe non possa da solo «rilan­ciare con­sumi e inve­sti­menti la cui man­canza affligge l’economia euro­pea», esso «può atte­nuare la sfi­du­cia ormai radi­cata che è la prima causa del vuoto di domanda».

Atte­nuare la sfi­du­cia, ecco. Base su cui il mini­stro dell’Economia Padoan può inci­tare le fami­glie a spen­dere e le imprese a inve­stire. Sulla fidu­cia. Come dire: il Qe non ha grandi effetti, ma se voi comin­ciate a cre­dere che ne abbia, allora li avrà. Insomma, se il Qe fal­li­sce è pure un po’ colpa vostra.

La fiera delle aspet­ta­tive su cui si fonda il Qe è che se la gente cre­desse dav­vero che il Qe farà ripar­tire l’inflazione, allora anti­ci­perà gli acqui­sti, per esem­pio di case o di auto, così da far ripren­dere domanda, pro­du­zione, inve­sti­menti e livello dei prezzi. Ma faglielo capire alla fami­glia che ha perso il lavoro e al suo datore di lavoro che ha chiuso bot­tega! E anche i più for­tu­nati vor­ranno vedere il cam­mello della ripresa prima di spen­dere di più, non si accon­ten­te­ranno dell’aspettativa del cammello.

Già nel 2004 un ottimo eco­no­mi­sta della Bce, Ulrich Bind­seil, com­men­tando il primo Qe effet­tuato dalla Banca del Giap­pone nel 2001 affer­mava che al di là dell’infondata asso­cia­zione mone­ta­ri­sta di aumento della liqui­dità a mag­giore infla­zione, non si capi­sce come mag­giore liqui­dità alle ban­che possa tra­dursi in mag­giore spesa e uscita dalla defla­zione, per cui l’unico argo­mento a difesa del Qe è che «tanto male non fa». Un po’ poco per la tra­ge­dia che viviamo.

A soste­gno di effetti reali del Qe resta dun­que solo il deprez­za­mento dell’euro, che accen­tua il ruolo dell’Eurozona come desta­bi­liz­za­tore dell’economia mon­diale e comun­que insuf­fi­ciente a indurre una seria ripresa, e il pun­tello ai debiti sovrani. Quest’ultimo del tutto rela­tivo visto che il rischio rela­tivo all’80% dei titoli pub­blici acqui­stati da cia­scuna banca cen­trale nazio­nale (Bcn) sarà a carico dalla mede­sima banca, ovvero dallo Stato a cui appar­tiene. Il che crea un cir­colo vizioso per cui la Bcn pun­tella lo Stato il quale pun­tella la Bcn.

Natu­ral­mente Dra­ghi fa quel che può, ma ciò non ci esime dal rico­no­scere che senza la fine dell’austerità — che non è nell’orizzonte delle élite euro­pee — si sta curando il can­cro con l’aglio (o forse col Prozac).

In sin­tesi, il Qe avrà effetti mar­gi­nali, ma suf­fi­cienti per giu­sti­fi­care il Padoan di turno nel con­ti­nuare a pro­met­tere la ripresa per l’anno suc­ces­sivo. Per altri com­men­ta­tori il Qe apre spazi per la sini­stra e, lad­dove fal­lisse, dischiu­de­rebbe la strada al «Qe per il popolo», la distri­bu­zione di liqui­dità diret­ta­mente a cia­scun cit­ta­dino. Ma in tempi così grami e di fiera delle aspet­ta­tive come si fa a bia­si­mare chi fa un po’ sognare la gente? Attenti al risve­glio però.

Pubblicato su “il Manifesto” del 24-1-2015

La moneta nel Paese dei Grulli

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Il Paese dei Grulli era da anni attanagliato da una tremenda crisi economica: alta disoccupazione, calo della produzione e crisi bancarie ormai erano una piaga inguaribile.

Il grande economista del Paese dei Grulli, Miltone Friedmano quando vide i dati sull’inflazione, che segnalavano ormai l’arrivo del grande spauracchio chiamato deflazione, esclamò: << Dobbiamo evitare a tutti i costi l’arrivo della deflazione, sarebbe una catastrofe! Dobbiamo stampare sacchi di monete e poi buttarle dagli elicotteri sulle nostre città. Solo questa mossa estrema potrà salvarci!>>.

E fu così che dopo appena una settimana, dalla banca centrale, si alzarono gli elicotteri carichi di biglietti di Talleri diretti verso le sette città del Paese dei Grulli.

Quando la gente delle città vide che dal cielo piovevano monete da 100 Talleri si lasciò prendere dall’entusiasmo. Tutti abbandonarono le loro attività: i contadini abbandonarono le campagne, i panettieri abbandonarono i forni, gli operai dei cantieri navali e delle acciaierie abbandonarono le fabbriche, le maestre e i professori abbandonarono le scuole e le Università. Anche gli alunni si misero a caccia dei biglietti caduti dal cielo.
Nacquero anche delle baruffe tra i cercatori di moneta…ma erano cose di poco conto: intanto c’erano monete per tutti, perdere tempo non serviva a nulla. Tutti a caccia.

La caccia alla moneta dei cittadini del Paese dei Grulli durò una settimana. Quando tutte le monete furono raccolte i cittadini persero un altro giorno per contare.  Tutti i cittadini urlavano: <<Che gioia, che gioia, finalmente sono ricco>>.

Ormai però, le dispense erano vuote e tutti capirono che era l’ora di andare a fare la spesa. <<Ormai non c’è problema. Tanto sono ricco, posso comprare quello che voglio>> questo pensavano i cittadini del Paese dei Grulli.

E fu così che la gente si riversò – con la baldanza del ricco – nelle strada per andare a fare la spesa. Appena arrivarono al Mercato Generale videro però che questi erano chiusi. <<Porca miseria>> disse la gente all’unisono in un lampo di consapevolezza:<<Anche i negozianti hanno interrotto le attività per mettersi a caccia dei Talleri piovuti dal cielo.>> E così anche i contadini. E così anche i panettieri. E così anche gli operai….

La gente a quel punto corse allora nelle campagne alla ricerca di qualcosa di mettere a tavola, ma ahimé trovò però solo orti rinsecchiti (nessuno li aveva innaffiati per una settimana) e animali morti (nessuno aveva dato loro da mangiare). Corsero allora verso i cantieri navali e verso le acciaierie: anche qui trovarono tutto in stato di abbandono. I macchinari – abbandonati ormai da una settimana – erano fuori uso perché nessuno aveva fatto la manutenzione. Un capannone era addirittura un cumulo di macerie fumanti a causa di un incendio che nessuno si era curato di spegnere (anche i Vigili del Fuoco avevano abbandonato il loro posto di lavoro). Nei cantieri navali le cose non andavano meglio: una mareggiata aveva portato via dal bacino di carenaggio  la nave in via di costruzione. Un vero disastro.

Fu allora che i cittadini del Paese dei Grulli capirono che nessuno mangiava biglietti da cento Talleri e che la ricchezza vera era il lavoro.

 

Piccolo tweet ad un giovane sardo

 

tweet

Sii sardo e dunque figlio del Mediterraneo. Rifuggi come la peste da scrittori salariati interessati solo a mettere le mani nelle casse della Regione Sardegna e che vorrebbero acquistare facile consenso parlandoti di piccole “identità”. Tu non sei un Venerdì a là Robinson Crusoe. Tu sei nuragico, fenicio, cartaginese, romano, vandalo, bizantino, spagnolo, austriaco e piemontese. Tu sei il mondo più grande ed è necessario che te ne occupi.

Leggi Antonio Gramsci.

Ses sardu e duncas fizzu e su mare. Fui comente si ses idende sa peste cando intendes iscrittores pagados e interessados a ponner sas manos in sas cassias de sa Regione e chi ti faeddan de identitade pro leare fazzile cunsensu. Tue no ses s’aborigenu de Robinson Crusoe. Tue ses nuragicu, feniciu, cartaginesu, romanu, vandalu, bizantinu, ispagnolu, austriacu e piemontesu. Tue ses su mundu prus mannu e ti n’de deves interessare.

Lezze a Antoneddu Gramsci de Ghilarza.

Economist: Imprenditori di se stessi 2.0

 

economist

 E’ veramente sconcertante come la crisi economica in corso non abbia insegnato nulla ai grandi mass media occidentali. Uno degli esempi più sconcertanti lo abbiamo avuto con il numero dell’Economist di questa settimana (3 – 9 gennaio 2015, pag. 15) dove si tessono le lodi del lavoro flessibile.  La tesi ad essere sinceri è la medesima che si ascolta dagli anni 90: <<Everyone a corporation!>> ovvero, “Ognuno è imprenditore di se stesso”.

Secondo l’Economist: <<L‘ idea che avere un buon lavoro consista nell’ essere dipendente di una specifica azienda è un retaggio di un periodo iniziato nel 1880 e concluso nel 1980” e ancora: <<I vantaggi per il sistema sono evidenti: i lavoratori che vogliono avere successo devono provvedere ad aggionarsi, invece di sedersi ad aspettare che provveda a tutto il datore di lavoro>>. Bontà loro.

Al prestigioso (sic) settimanale, non pare che questo modello abbia svantaggi. I lavoratori che non riusciranno ad imporsi come “lavoratori meritevoli” saranno destinati alla esclusione sociale e alla povertà. Sfortunatamente la povertà e l’esclusione sociale non sono un problema del singolo ma un problema di funzionamento  anche del sistema economico. L’esclusione di vaste sacche di popolazione dal reddito e dal consumo comporta automaticamente l’innesco di una crisi di “sottoconsumo”. Sempre che – secondo i valenti redattori del giornale – non si voglia ovviare al problema con il credito facile all’americana anche a quella popolazione definita “no income, no job, no assets“(tradotto, “nessun reddito, nessun lavoro, nessun patrimonio). Ovviamente in questo caso andrebbe spiegato come si intenderebbe ovviare ai problemi (insolvenza dei debitori e successivo crollo del sistema bancario) venutisi a creare nel 2008 e che inesorabilmente si ripresenterebbero.

Zeroconsensus ritiene che questo articolo dell’Economist è materia per filosofi e psicologi che dovrebbero spiegare quale follia collettiva ha colto la classe dirigente occidentale. Solo dei folli infatti possono sperare che il ripetere politiche che già si sono rivelate catastrofiche possa portare a risultati diversi da quelli visti nel passato.

Certamente vittime ma non libertari

satira

Senza tentennamenti va condannato l’atto terroristico che ha decimato la redazione del giornale “Charlie Hebdo” ma allo stesso tempo ci lascia perplessi l’etichetta di “libertari” appiccicata ai redattori di questo giornale.

Libertario è colui che si batte affinché non venga oltraggiato, vilipeso e deriso il proprio prossimo e non chi rivendica la libertà di oltraggiare, vilipendere e deridere gli altri.

 

La Maskirovka dello Zar (parte II)

putin2

 

Zeroconsensus sta seguendo con la massima cura l’evolversi della crisi tra l’Occidente e la Russia (anche se forse sarebbe più corretto parlare di “blocco asiatico” comprendente oltre alla Russia almeno la Cina). Questo perchè a mio umile parere siamo di fronte ad un passaggio storico, una di quei tornanti della storia che – chiunque prevarrà – trasformerà gli assetti e gli equilibri tra potenze sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto economico.

Già in uno dei pezzi precedenti avevo provato a spiegare che tutta la narrazione proposta dai maggiori media occidentali e dai suoi cosiddetti “analisti” tendente a dimostrare che era in atto una manovra di geometrica potenza dell’Occidente al fine di mettere il ginocchio la Russia tramite l’abbattimento dei prezzi del petrolio e la disintegrazione del valore del Rublo è una narrazione che oggettivamente non sta in piedi.

In questo inizio di anno ne abbiamo avuto l’ennesima prova, sebbene i cosiddetti “analisti” non tengono in considerazione (probabilmente manco conoscono) i dati reali. Infatti l’agenzia di stampa americana Bloomberg (di certo non sospettabile di mancanza di fedeltà all’Impero americano) ci informa che nel mese scorso la produzione di petrolio russo è aumentata al record di 10,61 milioni di barili al giorno. Ben strano che una nazione che dovrebbe avere il massimo interesse – secondo gli analisti occidentali – a tenere i prezzi alti per evitare il collasso del bilancio dello Stato e della sua economia spinga la produzione a nuovi massimi deprimendo ulteriormente il prezzo. Insomma, la narrazione proposta sembra una visione onirica di cantori del trionfo imperiale anche di fronte ad una evidente sconfitta. Infatti sempre consultando Bloomberg si scopre che con prezzi del petrolio che si attestano sui 50 dollari al barile a rischiare lo schianto sono le società che producono petrolio di scisto negli USA e in Canada (oltre che le società che estraggono a caro prezzo petrolio sul Mare del Nord).

Guardando dunque ai dati della produzione appare sempre più evidente che anche la manovra per abbattere il prezzo del petrolio è più una Maskirovka dello Zar per distruggere la produzione americana con il sistema del fraking che una manovra americana con il contributo dei sauditi per distruggere la Russia.

Il fallimento dell’attacco al Rublo

dollaro

 

 

Per giorni e giorni gli analisti mainstream ci hanno inondato, dall’alto dei loro pulpiti televisivi e giornalistici, che la fine del “regime” russo era vicina. Secondo loro, i cosiddetti mercati finanziari avevano mostrato il pollice verso nei confronti di questa nazione destinata a rivedere i giorni della penuria dell’epoca di Boris Eltsin. I mercati – essi ci spiegavano – avevano emesso la loro sentenza e anche la Russia, come qualunque nazione al mondo, doveva chinare il capo di fronte alla loro divina volontà.

Tralasciando i dubbi e le perplessità su una simile strategia, ciò che lascia sbalorditi è che da alcuni giorni questa litania massmediatica sia completamente scomparsa: blackout. Perché? Dovremmo chiederlo ai giornalisti che prima parlavano e ora tacciono: secondo loro, il destino è già segnato oppure è successo qualcosa che forse è meglio nascondere? Qualcosa che confligge sia con la narrazione proposta nell’immediato (la Russia in crisi), sia con la metanarrazione di sempre, quella che deve vedere l’Aquila imperiale americana sempre trionfante nel mondo?

Andiamo a verificare con il seguente grafico se è successo qualcosa degna di nota da quando è calato il blackout informativo sulla “crisi del Rublo”.

Come si può vedere, il Rublo ha recuperato il 30% del suo valore sull’Euro (e sostanzialmente il recupero è stato della stessa misura sul Dollaro).

Cosa è successo di così importante da portare ad un recupero altrettanto spettacolare rispetto all’attacco speculativo che aveva spinto la moneta russa nell’abisso? A leggere i giornali occidentali non è accaduto assolutamente nulla. Anzi ripetiamo, l’argomento è caduto in un oblio che sa di censura.

Ma andando a verificare sui siti in lingua russa qualcosa di molto importante è invece accaduto.

Come si sa le banche centrali della Russia e della Cina hanno firmato dei contratti (swap) per scambiarsi direttamente le loro valute senza l’intermediazione del Dollaro. Il tasso di cambio previsto da questi contratti era pari a 5,67 rubli per 1 yuan renminbi. Considerato che lo Yuan viene scambiato con le altre valute (Dollaro compreso) all’interno di una banda di oscillazione del 2% rispetto ad una parità centrale stabilita dalla Banca Centrale Cinese, si viene a creare una particolare situazione nella quale qualcuno (leggi la Russia) può vendere yuan (ottenuti al cambio stabilito dal contratto swap) in cambio di dollari e con questi ultimi acquistare rubli. Acquistando rubli ne aumenterebbe immediatamente il valore rispetto al Dollaro e ciò esporrebbe a enormi perdite coloro che hanno venduto rubli “allo scoperto” (senza possederli) sperando di riacquistarli successivamente e dunque confidando che si siano svalutati al fine di lucrare la differenza.

Insomma, per la Banca Centrale russa si aprirebbe grazie all’assist della PBoC (banca centrale cinese) la possibilità di effettuare un enorme operazione di “arbitraggio” tale da esporre a enormi perdite coloro che speculavano contro il Rublo. Confermando il cambio sullo swap i cinesi hanno offerto un arbitraggio del 100% ai russi. Roba da far saltare tutti gli speculatori in un paio di giorni.

Che le cose siano andate sostanzialmente così è un ipotesi – credo – estremamente plausibile e la tesi viene rafforzata enormemente dall’assordante ed emblematico silenzio nella quale è caduta “la crisi del rublo” sui media mainstream. Silenzio talmente impenetrabile che i lettori più sprovveduti probabilmente non sanno nulla del recupero del Rublo rispetto al Dollaro e all’Euro e sono probabilmente convinti che i russi siano in preda ad una crisi isterica per l’impossibilità di comprare IPod e dove – addirittura – le classi meno abbienti stanno già patendo la fame per il rincaro delle derrate alimentari.

Meglio stendere un velo pietoso su questa cappa di omertà che avvolge i media occidentali e che sempre più assomiglia ad una plumbea forma di censura.

Concentriamoci per un attimo sull’aspetto veramente importante di questa situazione: i mercati finanziari occidentali, che spesso hanno attaccato i paesi considerati non allineati con le posizioni dell’Impero, per la prima volta nella storia non sono riusciti a distruggere la moneta e di conseguenza l’economia del paese sotto attacco ma sono andati incontro ad una vera e propria Caporetto di portata storica. Ormai a comandare è quella che anche per l’FMI è diventata la prima economia del mondo: la Cina.

Nel frattempo l’Aquila imperiale americana è rientrata un po’ malconcia nel suo nido, probabilmente a meditare vendetta.

Da constatare che però quest’aquila spennacchiata, per non veder smentita la metanarrazione che deve vederla sempre trionfante, ha dato l’ordine ai suoi corifei di propagandare l’ultima assurda balla: la crescita del suo PIL del 5%. Un PIL di cartapesta come i carri del Carnevale di Viareggio.

Pezzo pubblicato originariamente su Megachip.globalist.it – democrazia nella comunicazione.

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