zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Il Grande Miraggio del Divorzio tra Banca d’Italia e MinTesoro

divorzio

 

Con la morte di Carlo Azeglio Ciampi è riesploso il dibattito sull’origine dell’abnorme debito pubblico italiano. Secondo molti questo è imputabile al cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia che ha fatto schizzare i tassi d’interesse sui titoli di stato italiano facendo esplodere, in valore assoluto, le dimensioni del nostro debito.

In realtà le cose sono molto più complesse. La verità è che il dibattito che portò alla separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro è indipendente rispetto alle ragioni economiche, finanziarie e monetarie che portarono ad un aumento del debito pubblico italiano dovuto all’esplosione dei tassi d’interesse sui titoli del medesimo. Le traiettorie dei due avvenimenti sono secondo zeroconsensus del tutto indipendenti ma per una bizzarria della storia ad un certo tempo le linee delle due traiettorie si incrociano creando un incredibile effetto ottico. Proviamo a spiegarci.

La fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80, dal punto di vista economico, furono per il mondo occidentale flagellate dalla staginflazione, ovvero un particolare ambiente economico nel quale una forte inflazione conviveva con una crescita economica asfittica. Il problema fu risolto da una manovra – nota come Volcker shock – dall’allora presidente della Federal Reserve Paul Volcker con un aumento molto marcato dei tassi d’interesse che sì, fecero esplodere la disoccupazione USA al 10% ma che domarono l’inflazione riportando gli USA su un sentiero di crescita tale da riassorbire la disoccupazione creata dallo shock iniziale.

E’ evidente, che un aumento dei tassi in USA, costrinse coloro che in Italia amministravano la politica fiscale e monetaria di fronte ad un bivio: mantenere i tassi bassi accettando una svalutazione della Lira molto marcata che avrebbe importato inflazione (mai dimenticare che l’Italia è importatore di petrolio che notoriamente si paga in dollari) oppure aumentare i tassi d’interesse seguendo la scia di quanto si decise in USA. A torto o a ragione il Governatore della Banca d’Italia e il Governo Italiano si mossero sulla via tracciata da Volcker. Non importammo inflazione a due cifre ma ciò causò l’aumento del debito pubblico. Fu una scelta discutibile ma assolutamente legittima e assolutamente trasparente a modo di vedere di chi scrive.

In questo contesto politico-economico si interseca il dibattito se fosse giusto separare Banca d’Italia da Ministero del Tesoro dando alla prima assoluta indipendenza di manovra. Questo dibattito, come sanno coloro che conoscono la storia sfociò in quella che è passata alla storia come “lite tra comari” dove le comari erano Rino Formica e Beniamino Andreatta. Vinse il secondo e le sorti di Banca d’Italia furono separate da quelle del Ministero del Tesoro, ma l’aumento dei tassi che portarono all’esplosione del debito pubblico ci sarebbe stata anche nel caso in cui avessero vinto coloro che sostenevano il mantenimento del cordone ombelicale tra le due istituzioni. Una serie di colpi bassi – tipici della politica italiana – e ben spiegati dallo stesso Beniamino Andreatta in una lettera al Sole24Ore hanno alimentato quell’aurea di mistero e di complotto che hanno creato quella incredibile illusione ottica che vede nel “divorzio” la causa del debito pubblico italiano.

Zeroconsensus consiglia la lettura del saggio di Joseph Halevi su Paolo Sylos Labini dal titolo “Un economista intellettuale” nel quale – anche se in poche battute – viene chiarito con maestria il contesto finanziario e monetario dell’epoca e la decisone americana di aumentare i tassi che mise con le spalle al muro la Banca d’Italia e il Governo Italiano.

Infine, zeroconsensus si cosparge il capo di cenere per essere caduto anch’esso vittima dell’illusione ottica che imputa al “divorzio” la causa dell’esplosione del debito pubblico. E’ stato un errore dal quale con questo post ci si vuole emendare.

Trump: il Berlusconi Globale alla Casa Bianca?

clinton

 

L’evidente stato di salute cagionevole mostrato da Hillary Clinton ha rinvigorito le aspettative di Donald Trump di assumere la carica di Presidente degli Stati Uniti. Infatti, ora più che mai, è di vitale importanza domandarsi chi sia realmente questo miliardario outsider che rischia di diventare il Comandante in capo della iper-potenza globale.

Di primo impatto a noi italiani questa figura di miliardario ricorda quella di Silvio Berlusconi, sia per i comportamenti guasconeschi, le battute politicamente scorrette e la capacità di solleticare gli istinti primordiali dell’elettore medio; sia perché ha un elemento più importante in comune con l’Italiano: entrambi, pur essendo ricchissimi, non appartengono alle oligarchie che tradizionalmente manovrano le sorti dei rispettivi paesi ovvero le grandi corporation finanziarie di Wall Street e le grandi famiglie storiche del capitalismo industriale quali i Rockefeller e i Ford in America e le grandi istituzioni finanziarie quali Mediobanca e Generali nonché le famiglie che traggono le loro ricchezze dal settore industriale quali i Pirelli e gli Agnelli in Italia.

Potrebbero esserci altri punti di contatto tra i due? Non tenderei ad escluderlo. Berlusconi, sebbene inviso all’oligarchia nostrana, è riuscito a tessere una tela nazionale e internazionale che andava dalla piccola e media industria veneta fino ai rapporti con il clan Bush e con Putin. Anche Trump, al di là del lato folcloristico, potrebbe essere meno sprovveduto di quanto possa sembrare in apparenza: oggi, per esempio, ha avuto l’endorsement di James Woolsey, capo della CIA ai tempi di Bill Clinton. Un vero pezzo da novanta dell’establishment americano: è membro del PNAC (Project for a New American Century), il pensatoio preferito dai super-falchi neo-conservatori, ed è vicepresidente della Booz Allen Hamilton, una società di consulenza strategica che fa affari colossali in stretto raccordo con il complesso militare-industriale-spionistico americano.

Ma quali potrebbero essere le politiche che metterebbe in campo un’ipotetica Amministrazione Trump?

Da un punto di vista della politica interna le dichiarazioni del tycoon newyorkese non lasciano spazio a troppi margini di manovra: lotta all’immigrazione clandestina e maggiori dosi di liberismo. Insomma tutto nel solco della tradizione repubblicana: Law & Order per le classi subalterne e briglia sciolta negli affari per le classi dominanti.

Da un punto di vista della politica estera, invece, quella di The Donald potrebbe essere una presidenza storica: nel bene o nel male ora è impossibile dirlo.

Importantissime sono le dichiarazioni secondo cui non è detto che gli USA siano più disposti a sobbarcarsi la maggior parte delle spese necessarie alla NATO, anche a costo di rompere la stessa alleanza.

Un altro punto focale è l’idea di uscire dalla Organizzazione mondiale del commercio (WTO) per frenare lo strapotere cinese nell’industria manifatturiera e quindi per proteggere l’industria nazionale.

Altro elemento cruciale è quello relativo ai rapporti con le altre due potenze mondiali ormai alleate tra loro (Cina e Russia). Trump vorrebbe normalizzare i rapporti con la Russia di Putin. Al contrario, non abbiamo notizie di dichiarazioni in merito alla possibilità di cessare le ostilità (per ora solo virtuali, per fortuna) con la Cina. Anzi, il “sentiment” di Trump nei confronti dell’Impero Celeste sembrerebbe abbastanza negativo.

Per quanto possa sembrare paradossale questa idea di Trump è perfettamente in linea con gli intendimenti dichiarati dal deus ex machina della politica estera di Obama: Zbigniew Brzezinski.

Infatti l’anziano stratega americano di origine polacca ha dichiarato che è di vitale importanza per gli USA riuscire a rompere il blocco Sino-Russo che è in grado di minacciare l’egemonia americana sia in Europa che in Medio Oriente e nell’Estremo Oriente.

Vista sotto questa ottica, l’idea di Trump di stabilizzare e normalizzare i rapporti con la Russia è un’idea meno strampalata di quanto possa sembrare all’apparenza.

Poi, certo è da verificare se Vladimir Vladimirovic sarà disposto a tradire la Cina per ritornare ad amoreggiare con lo Zio Sam.

Certamente – a tale proposito – l’eventuale scioglimento della NATO è musica per le orecchie del Cremlino. Ma questo è solo uno scenario, una pura ipotesi, sebbene suffragata da dichiarazioni pubbliche di Trump. L’unica cosa certa è che il vero motto del Berlusconi Globale è: «I want to be unpredictable».

Nulla dunque può essere giudicato impossibile, tanto più nel momento in cui gli hashtag giocano con la parola ill (malato), trasformando #Hillary in una debole #Illary.

Pezzo pubblicato originariamente su Megachip

Mi chiamo Foglietto Illustrativo

figlietto

 

<<Mi chiamo Foglietto Illustrativo

e anche se ho questo strano nome

sono una Poesia.

Alcuni credono che io sia

la più bella del novecento.

Altri pensano che io – addirittura –

possa salvare vite umane!

Ma io a questo non so se crederci.

 

Alcune donne, forse un po’ fanatiche,

nella Biblioteca di Babele,

vorrebbero relegarmi in uno

scaffale chiamato “di genere”

perché ho il torto di essere scritta

da mano di donna. Loro vorrebbero

tutelarmi, ma io non ho bisogno di tutele.

Io sono stata scritta per tutti.

Io sono di tutti coloro che vorranno

leggermi e capirmi. Mi aiutate

ad evitare di finire in questo

strano Ghetto?

 

Io sono Foglietto Illustrativo

e sono una Poesia.

In un’isola del Mar Mediterraneo,

la Sardegna,

altri – questa volta uomini –

non vorrebbero che i giovani mi conoscessero

perché io sono stata scritta da mano polacca:

questi signori vorrebbero che

i loro giovani conoscessero le poesie – certo nobili! –

scritte da poeti sardi; spiegate loro che tutto a scuola non si può fare.

Mi aiutate a farmi conoscere dai giovani sardi?

 

Io sono Foglietto Illustrativo

sono stata scritta da donna polacca.

Io sono qui per aiutare chiunque soffra.

Senza distinzioni di genere

e senza distinzioni di razza, di lingua e di cultura>>

 

Gli esuberi bancari tra Marx e Asimov

marx 2

Mentre mangiavo la mia insalata, riflettevo sulla canea che è scoppiata in Italia dopo che è filtrata la voce secondo cui entro i prossimi 10 anni il numero dei bancari sarà dimezzato. Chi ha letto bene Karl Marx non si meraviglia di questa prospettiva.

Sfortunatamente la falcidia dei posti di lavoro nel settore bancario è nell’ordine naturale delle cose. L’innovazione tecnologica a partire dai sistemi di Home Banking rende il modello tradizionale fondato sulla chiesa-filiale completamente antieconomico. Oltretutto le disastrose condizioni economico-finanziarie delle banche italiane impongono particolare (ma ahimè inutile) ferocia nella gestione della transizione dal vecchio modello di organizzazione a quello nuovo. Inutile dire che l’ulteriore distruzione di posti di lavoro genererà ulteriori sofferenze sociali ma anche ulteriori squilibri a livello di sistema.

Infine, la distruzione di posti di lavoro nel settore bancario non è che una parte (probabilmente nemmeno la più importante) della distruzione inesorabile di posti di lavoro che seguirà alla rivoluzione robotica. Dobbiamo ripensare la nostra organizzazione sociale, dobbiamo ripensare la nostra vita.

Il miglior suggerimento da dare è rileggere Karl Marx, che fu il primo a porci di fronte al problema della variazione della «composizione organica del capitale» (di questo si tratta! Scusate, ma il termine è tecnicamente appropriato). Troppi nani e troppe ballerine hanno provato a seppellire il titano di Treviri nel cimitero delle idee sbagliate della storia. Non era così, lui è vivo e sta presentando un conto molto salato alla nostra ignoranza.

Cerchiamo dunque di sintetizzare in pillole la questione, all’ombra di un grande pensiero quanto mai attuale:

– È chiaro come la vaporizzazione di metà della forza lavoro dei bancari e poi di altre intere coorti di lavoratori attesta una volta di più che gli scellerati che volevano seppellire Marx avevano fatto male i conti. La legge della variazione della composizione organica del capitale secondo la quale all’aumentare del rapporto tra il capitale fisso (per esempio i robot e l’intelligenza artificiale quando diventeranno di uso comune) e quello variabile (lavoro umano) si ha una discesa del tasso tendenziale di profitto. E dunque dalla crisi non si esce, anzi ci sarà un avvitamento. Come peraltro previsto nel celeberrimo scritto di Albert Einstein sulla Monthly Review.

– Se ci sarà un sempre maggior esubero di esseri umani nel sistema di produzione e scambio capitalista è chiaro che siamo di fronte ad una crisi che rischia di essere irreversibile (perlomeno con metodi non cruenti).

Come uscirne? Marx proponeva la socializzazione dei fattori della produzione affinché tutti godano dell’aumentare del tempo libero e ci sia meno alienazione (insomma, in soldoni, lavorare molto meno per lavorare tutti). Oppure c’è la soluzione di riserva, ovvero quella proposta dall’unico non comunista che aveva una visione di sistema: John von Neumann. Lui proponeva (lui!) l’abbandono della ricerca scientifica e delle sue applicazioni nella produzione e nello scambio di beni e servizi tra esseri umani. Due soluzioni che poi sono molto simili, che volano nel trascendente e nello spirituale. Questi due geni, tra le menti più scintillanti degli ultimi secoli, hanno colto nel segno. Comunque sia, l’umanità dovrà confrontarsi con queste scelte, non ce ne sono altre: la pochezza delle altre teorie economiche è disarmante. Se non si affrontano i nodi, il modo di uscire dalla crisi sarà estremamente cruento.

– Terzo punto, c’è poco da fare: il tempo di Marx non era ancora arrivato, come peraltro lui stesso diceva, quando riteneva che il socialismo sarebbe potuto venire solo ad uno stadio avanzato di sviluppo industriale. Natura non facit saltus. L’Unione Sovietica è e resta un meraviglioso scherzo della storia che ha visto l’imposizione della società socialista manu militari grazie al genio politico di Lenin. Ma ovviamente i tempi non erano maturi. Eppure ci hanno fatto vedere cose grandiose (misconosciute, nascoste, occultate dai mass-media capitalisti, nella loro implacabile opera di damnatio memoriae).

– Alla fine Rosa Luxemburg aveva visto giusto. Quando verrà il momento bisognerà scegliere o il socialismo o la barbarie. Non si scappa. Ora sappiamo che la barbarie arriverà molto probabilmente sotto forma di guerra. Peraltro è il modo più semplice per dare un lavoro (in divisa) a milioni di persone di cui il sistema capitalista non sa che farsene.

– chi ha provato a liquidare Marx è solo un mentecatto. Lo ha resuscitato Isaac Asimov. Eccoci qui. La storia non finisce di stupirci.

Pubblicato originariamente per Megachip.info

Il Deserto bancario italiano

banche

 

La fortissima scossa tellurica che ha colpito l’Europa a causa del referendum che ha sancito l’abbandono del Regno Unito all’UE si è trasferita immediatamente sugli elementi più fragili della costruzione europea.

Sicuramente tra questi quello più vistoso e importante è il sistema bancario del terzo paese più importante d’Europa come peso economico: l’Italia. Immediatamente le banche italiane sono state colpite da un fortissimo attacco speculativo (che non va visto come un complotto pluto-giudaico-massonico, ma come una normale allocazione delle risorse da parte degli investitori) a causa della loro fragilità causata dall’enorme esplosione dei crediti in sofferenza (che ormai hanno superato i 200 miliardi di euro) e dei crediti incagliati (non meno di ulteriori 150 miliardi).

Immediatamente il governo Renzi – conscio che il panico causato dall’effetto #Brexit – si è attivato per chiedere la sospensione delle norme sul Bail-in e del divieto degli aiuti di stato per le banche. L’idea pare fosse quella (a leggere anche il Prof. Giavazzi sulle colonne del Corriere della Sera) di ricapitalizzare le banche in evidente difficoltà con 40 miliardi di Euro dello stato. Sfortunatamente l’ipotesi d lavoro caldeggiata dagli italiani è stata respinta dalla contraerea tedesca che di riscrivere le regole per l’ennesima volta non vuole manco sentire parlare.

Ora arriva la notizia che la Commissione Europea e il Governo Italiano si sono accordati per un diverso percorso di aiuti rispettoso delle regole europee: la concessione di garanzie statali su 150 miliardi di bonds bancari.

La prima cosa che viene da pensare in merito a questo strano accordo è che proprio la Banca Centrale Europea oggi ha lanciato l’allarme che starebbero finendo i bond da concedere in collaterale per la concessione di liquidità alle banche. Forse le banche italiane erano tra quelle a corto di collaterale e dunque a rischio di trovarsi in una crisi di liquidità difficilmente gestibile? Probabilmente non lo sapremo mai, ma diciamo che questo accordo tra la Commissione Europea e il Governo Renzi casca “a fagiolo”.

Tutto bene quello che finisce bene? Crisi bancaria italiana risolta all’ultimo secondo per l’ennesima volta? Direi di no.

Già nel 2011 il Governo Monti concesse una garanzia statale (per oltre 100 miliardi) ai bond bancari proprio per evitare una drammatica crisi di liquidità. L’operazione non è stata per nulla risolutiva. Da allora ad ora le sofferenze bancarie sono cresciute da 140 miliardi a oltre 200 miliardi, sono fallite quattro banche molto ben radicate in territori un tempo molto ricchi (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara) e le due banche della regione motore della crescita italiana degli anni novanta (Veneto Banca e Pop. Vicenza) sono state salvate solo grazie ad un fondo (Atlante) costituito con la finalità di acquistare le sofferenze bancarie ovviamente – e lo sottolineo – il salvataggio di queste due banche venete è avvenuto con fortissime perdite (anche il 99%) per gli azionisti-risparmiatori. Tutto questo nonostante la stampella delle garanzie statali date da Monti nel 2011.

Non si capisce per quale ragione ciò che non ha funzionato con Monti debba funzionare con Renzi: la traversata nel deserto continua e non sarà indolore.

Rischio di Balcanizzazione per l’Europa

brexitbrexit

di Alberto Negri

Propongo una splendida analisi di Alberto Negri (Sole24Ore) sul referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. L’autore sostanzialmente considera il risultato di questo referendum non come la causa della crisi (ormai conclamata) della UE ma come il sintomo di un male più profondo. Da sottolineare che l’autore, soffermandosi sull’aspetto geopolitico, prospetta (anche se ovviamente non auspica) uno scenario fosco, di ritorno agli stati nazionali e di caos all’interno di un Europa continentale ormai divisa come all’inizio del ‘900.

Le guerre di solito sono precedute da crisi finanziarie ed economiche. Se questa crisi non sarà frenata potremmo assistere a una balcanizzazione dell’Europa perché i valori numerari crolleranno e di conseguenza nessuno sarà più in grado di prevedere quale deriva  prenderà il continente. Paradossalmente ma non
troppo i governi europei dovranno salvare l’euro e quel sistema bancario e finanziario dominante che è una delle cause di distacco tra cittadini e istituzioni. In poche parole se vorranno salvarsi gli europei, con qualche necessaria riforma, dovranno delegare dei superpoteri alla Banca centrale e a Mario Draghi.

L’Europa a due o a tre velocità non esiste: il sistema crolla tutto insieme, magari a due o a tre velocità ma tutto insieme. Già largamente divisa sulle politiche da
adottare dentro e fuori dell’Unione, se si sgretola anche il collante dell’euro, l’Europa scompare come soggetto politico. Non sarà soltanto la rinascita degli stati nazionali ma una corsa al “si salvi chi può”: gli stati più deboli come l’Italia, la Spagna, la Grecia potrebbero diventare nuove entità o preda di appetiti altrui, per non parlare di quello che può accadere a Est dall’Ucraina alla Polonia all’Ungheria.

La Russia di Putin può approfittarne? Può darsi, ma quando comincia il caos alle porte di casa di solito entra anche nella “tua” casa: quanto avviene nel Mediterraneo e in Libia è storia recentissima. L’Italia del Nord che viaggia con un Pil alla tedesca potrebbe decidere di separarsi e unirsi al Nord europeo, così come la Catalogna in Spagna dove si vota oggi. Questi eventi sono possibili, come del resto è già in discussione il distacco della Scozia dalla Gran Bretagna: e
pensare che i sostenitori del “leave” durante la campagna referendaria hanno fatto appello persino ai Tudor come dinastia di riferimento per indicare il destino eccezionale dell’Inghilterra.

Il voto inglese è stato una sorta di dichiarazione di guerra o di ostilità: e infatti lo stiamo pagando con perdite enormi sui mercati soprattutto nei Paesi più vulnerabili. Tanto è vero che gli stessi inglesi se ne stanno pentendo e pensano di correre ai ripari rimandando al Parlamento la decisione di uscire dall’Unione senza invocare l’articolo 50.

La Brexit non è certo la causa della crisi dell’Europa ma potrebbe diventare come Sarajevo il colpo di pistola che innesca la fine della corsa europea. E’ in sostanza la presa d’atto di un fallimento percepito a livello popolare, del disagio esistenziale di vivere in società diverse da quelle in cui gli europei sono nati e che non distribuisce più ricchezza ma povertà e disoccupazione.

Il conflitto può essere esterno ma il più delle volte in questi casi parte da dentro
utilizzando gli strumenti ben noti del populismo e della crisi di identità. La Brexit ha trasferito all’esterno il disagio interno vissuto dalla popolazione britannica ma i conflitti esterni al continente possono costituire una miscela micidiale. Se l’Europa comunica destabilizzazione anche fuori è finita.

La disgregazione della Jugoslavia è stata emblematica: è iniziata con la morte di Tito e la crisi economica ed è esplosa quando nessuno volere pagare più per i debiti degli altri per tenere in piedi la Federazione. Il colpo di
pistola fu il discorso iper-nazionalista sull’identità e la missione storica dei serbi di Milosevic a Kosovo Polje nel 1989: ma gli europei vi prestarono poca attenzione e qualche mese dopo si ubriacarono di felicità con la caduta del Muro. Non era il mondo nuovo o la fine della storia come scrisse qualche incompetente ma l’ingresso del vecchio mondo, emarginato dalla cortina di ferro che entrava
nelle nostre case, così come poi sono entrati gli altri immigrati fino all’ondata dal Medio Oriente, dove si sta aprendo tra Stati Uniti, Russia e gli attori locali l’ultimo capitolo della battaglia per Aleppo che definirà le nuove zone di influenza nella regione e oltre.

Il salvataggio dell’euro e dell’Europa non sarà comunque l’inizio di una nuova era di benessere ma il tentativo estremo di evitare la balcanizzazione, le guerre e i conflitti. Questa è la posta in gioco. Quanto all’economia è la fine delle illusioni: il sistema attuale non produce posti di lavoro, che scompaiono o diventano sempre più precari, numeri effimeri buoni per le statistiche. La fine del lavoro come lo abbiamo conosciuto accompagna quello del welfare europeo. E’ un
processo che ormai abbiamo capito tutti: la rinascita europea, se ci sarà, avrà un altro nome.

Fonte: Sole24Ore

Il golpe di Hillary

clinton

di Pino Cabras

Tecnicamente non è un colpo di Stato, certo, ma gli somiglia tanto. Quel che si è compiuto in queste ore intorno alla candidatura di Hillary Clinton è abbastanza simile a quanto accade ovunque, nell’Occidente in crisi: le oligarchie hanno bisogno della cerimonia rassicurante e ratificante del voto, ma non vogliono che il suffragio popolare possa mai disturbare le loro decisioni. Così non hanno aspettato che la California, il boccone più grosso del piatto elettorale delle primarie USA, potesse sconfiggere la sempre più traballante Hillary fiaccata dagli scandali, ed esprimere così una possibile alternativa nella persona del “socialista” Bernie Sanders. Non volevano trovarsi in imbarazzo, con i cosiddetti “superdelegati” (i notabili di partito non espressi dal voto delle primarie) costretti a imporsi sulla volontà degli elettori solo a cose fatte, con un Sanders in grado di contestarli energicamente. Perciò, le “cose fatte” le han volute fare loro: hanno proclamato la nomination in anticipo, hanno dettato la grande notizia al sistema mediatico mettendo a tacere il resto, e al diavolo gli elettori democratici. Non c’è che dire, un bell’assaggio di quel che sarebbe una presidenza in mano alla candidata preferita da Wall Street e dai superfalchi neoconservatori.
In questo quadro il coro dei media occidentali non trova di meglio che esaltarsi per la “prima volta di una nomination di una donna”. C’è da capire la valenza del simbolo, ma Hillary non è un simbolo: è un individuo specifico, una personalità politica concretamente distinguibile per i suoi comportamenti, già sperimentata nel suo ruolo di Segretaria di Stato, quando ha preso decisioni politiche che hanno acceso nuove guerre. Il caos che ha voluto creare ha ucciso donne: innocenti e a migliaia. Potrebbero diventare milioni, se potesse applicare le sue idee sul Medio Oriente e sul rapporto fra Europa e Russia.

Le origini agrarie del capitalismo

medioevo

di Ellen Meiksins Wood (*)

 

Una delle più consolidate convenzioni della cultura occidentale è l’associazione del capitalismo con la città. É invalsa la supposizione che esso sia nato e cresciuto nelle città. Non solo, tutto ciò implica che qualsiasi città – con le sue caratteristiche attività di traffico e commercio – sia per natura, e sin dagli inizi, potenzialmente capitalista, e come solo ostacoli esterni abbiano impedito a ogni civiltà urbana di dare i natali al capitalismo. Solo la religione sbagliata, la forma di stato sbagliata, o ogni altro genere di catene ideologiche, politiche e culturali che abbiano frenato le classi urbane, hanno impedito al capitalismo di sorgere ovunque e comunque, sin da tempi immemorabili – o perlomeno da quando la tecnologia ha permesso un’adeguata produzione di eccedenze.

Ciò che spiega lo sviluppo del capitalismo in occidente, secondo questo punto di vista, è l’autonomia delle sue città e della loro classe per eccellenza: la borghesia. In altre parole, il capitalismo è emerso in occidente non tanto a causa di ciò che era presente bensì a causa di ciò che era assente: i vincoli alle pratiche economiche urbane. In tali condizioni è stata sufficiente una più o meno naturale espansione del commercio per innescare lo sviluppo del capitalismo sino alla sua piena maturità. Unico fattore assolutamente necessario la crescita quantitativa, la quale si è verificata inevitabilmente col passare del tempo (in alcune versioni, ovviamente, agevolata ma non causata originariamente dall’etica protestante).

Ci sarebbero numerose obbiezioni che si potrebbero rivolgere alle ipotesi di una naturale connessione tra città e capitalismo. Tra le tante, il fatto che esse tendano a naturalizzare il capitalismo, così da occultarne il carattere distintivo come specifica forma sociale storicamente determinata, con un inizio e (senza alcun dubbio) una fine. La propensione a identificare il capitalismo con la città, e il commercio urbano, è stata generalmente accompagnata dall’inclinazione a considerarlo, più o meno automaticamente, come una conseguenza di pratiche antiche come l’umanità; se non, addirittura, un’automatica conseguenza della natura umana, la “naturale” inclinazione, nelle parole di Adam Smith, a “trafficare, barattare e scambiare”.

Probabilmente il più salutare correttivo a simili assunzioni – nonché alle loro implicazioni ideologiche – consiste nel riconoscere che il capitalismo, con le sue particolari forme di accumulazione e massimizzazione dei profitti, è nato non nelle città ma nelle campagne, in un luogo specifico, e molto tardi nella storia umana. Esso non richiede una semplice estensione o espansione dei traffici e degli scambi, ma una completa trasformazione delle più basilari pratiche e relazioni umane, una rottura con secolari modelli d’interazione umana con la natura, finalizzati alla produzione di fondamentali necessità della vita. Se la tendenza a assimilare il capitalismo con la città è associata con quella a oscurare la specificità del capitalismo, allora il modo migliore per mettere in luce quest’ultima e quello di considerare le origini agrarie del capitalismo.

Che cos’è il “capitalismo agrario”

Per millenni l’umanità ha provveduto ai propri bisogni materiali lavorando la terra. E quasi certamente sin da quando è stata impegnata nell’agricoltura essa ha conosciuto la divisione in classi, tra coloro che lavorano la terra e coloro che si appropriano il prodotto del lavoro altrui. Divisione tra appropriatori e produttori che ha assunto molteplici forme in tempi e luoghi diversi, ma con una comune caratteristica, ossia che i produttori sono sempre stati contadini. Produttori contadini che sono rimasti in possesso dei loro mezzi di produzione, in particolare la terra. Come in tutte le società pre-capitaliste tali produttori avevano accesso diretto ai mezzi necessari alla propria riproduzione. Il che significa che nel momento in cui il loro pluslavoro gli è stato sottratto dagli sfruttatori , ciò è stato fatto tramite quelli che Marx chiama mezzi “extra-economici” – vale a dire, con forme di coercizione dirette, esercitate dai proprietari terrieri e/o stati dotati di forza superiore, accesso privilegiato alla potere militare, giudiziario e politico.

Questa è, dunque, la fondamentale differenza tra le società pre-capitaliste e il capitalismo. Essa non ha niente a che vedere col fatto che la produzione sia urbana o rurale, quanto invece  con i particolari rapporti di proprietà tra produttori e appropriatori, che si tratti di industria o agricoltura. Solo nel capitalismo la forma dominante di appropriazione del surplus è basata sulla espropriazione dei produttori diretti, il pluslavoro dei quali viene sottratto con metodi puramente “economici”. Poiché i produttori diretti in un capitalismo pienamente sviluppato sono privi di proprietà, è perché il loro unico accesso ai mezzi di produzione, utili alla loro riproduzione, e perfino ai mezzi del loro lavoro, consiste nella vendita della loro forza-lavoro in cambio di un salario, i capitalisti possono appropriarsi del pluslavoro senza coercizione diretta.

Questa relazione tra produttori e appropriatori è, naturalmente, mediata dal “mercato”. nel corso della storia sono esistite svariate tipologie di mercati, avendo gli uomini scambiato e venduto le loro eccedenze in modi differenti e per i più diversi scopi. Ma nel capitalismo il mercato ricopre una funzione distintiva e senza precedenti. In una società capitalistica praticamente tutto è una merce prodotta per il mercato. Ancora più importante, sia il capitale che il lavoro sono totalmente dipendenti dal mercato per quanto riguarda le più elementari condizioni della loro riproduzione. Esattamente come i lavoratori dipendono dal mercato per vendere la propria forza-lavoro come merce, i capitalisti ne dipendono per l’acquisto della forza-lavoro, così come dei mezzi di produzione, oltreché per realizzare i loro profitti con la vendita dei beni o servizi prodotti dai lavoratori. Una simile dipendenza dal mercato conferisce a quest’ultimo un ruolo inedito nelle società capitaliste, non solo come meccanismo di scambio o distribuzione ma come principale determinante e regolatore della riproduzione sociale. L’assurgere del mercato a un tale ruolo presuppone la sua penetrazione nella produzione del più basilare dei beni, il cibo.

Un sistema dipendente a tal punto dal mercato comporta alcune particolari “leggi di movimento”, specifici requisiti sistemici e regolarità sconosciute a ogni altro modo di produzione: gli imperativi della competizione, accumulazione e massimizzazione dei profitti. Imperativi, che a loro volta, indicano come il capitalismo possa, e debba, costantemente espandersi in modi e gradi assenti in altre forme sociali – accumulare costantemente, cercare continuamente nuovi mercati, imporre i propri imperativi a nuovi territori e nuovi ambiti della vita, agli esseri umani e all’ambiente naturale.

Una volta che riconosciamo quanto siano caratteristici queste relazioni e processi sociali, quanto siano differenti da altre forme sociali le quali hanno dominato per buona parte della storia dell’umanità, diventa chiara la necessità di uno sforzo maggiore per comprendere questa distintiva forma sociale, uno sforzo che vada al di là del triviale assunto che essa è sempre esistita in embrione, in attesa di essere liberata da innaturali costrizioni. La questione circa le sue origini può, allora, essere così formulata: dato che i produttori sono stati sfruttati dagli espropriatori per millenni, attraverso modalità non capitalistiche, prima dell’avvento del capitalismo, e dato che i mercati sono esistiti “da tempi immemori” e praticamente ovunque, come è potuto accadere che i produttori e gli appropriatori, e i loro rapporti, siano divenuti così dipendenti dal mercato?

Ovviamente, i lunghi e complessi processi storici, che da ultimo hanno condotto a simili condizioni di dipendenza dal mercato, possono essere tracciati indietro nel tempo all’infinito. Il quesito, tuttavia, può essere reso più abbordabile identificando l’epoca e il luogo nei quali, per la prima volta, una nuova dinamica sociale è chiaramente discernibile, una dinamica derivante dalla dipendenza dal mercato dei principali attori economici. In tal modo possiamo esplorare le condizioni specifiche nelle quali è inscritta questa situazione unica.

Nel XVIII secolo, e anche molto più tardi, la maggior parte del mondo, Europa compresa, era libera dagli imperativi del mercato che abbiamo elencati. Esisteva certamente un vasto sistema di commerci, ormai esteso a tutto il globo. Ma in alcun luogo, né nei grandi snodi commerciali dell’Europa, né nelle grandi reti commerciali del mondo islamico o dell’Asia, l’attività economica, e la produzione in particolare, erano guidate dagli imperativi della competizione e dell’accumulazione. I principi dominanti del mercato erano dappertutto “profitto tramite alienazione”, o “comprare al prezzo più basso  e vendere a quello più alto possibile” – in particolare, comprare al prezzo più basso in un mercato e vendere a a quello più alto in un altro.

Il commercio internazionale era essenzialmente un commercio di “trasporto”, fatto da mercanti che acquistavano beni in un luogo vendendoli in un altro così da ottenere un profitto. Ma anche in un singolo, potente, e relativamente unificato regno europeo come la Francia, prevalevano praticamente gli stessi principi di mercato non capitalistici. Non vi era un mercato singolo e unificato, un mercato nel quale fare profitti non comprando a poco e vendendo a tanto, o trasportando merci da un mercato all’altro, bensì producendo a costi più vantaggiosi in diretta competizione con altri operanti nello stesso mercato.

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Il commercio era prevalentemente quello di beni di lusso, tutt’al più meri destinate alle famiglie più ricche o a soddisfare le necessità e i modelli di consumo delle classi dominanti. Non vi era un mercato di massa per prodotti di consumo quotidiano a basso prezzo. I contadini erano soliti produrre non solo il loro stesso cibo ma anche beni di uso quotidiano come i vestiti. Essi potevano portare le loro eccedenze al mercato locale, nel quale il ricavato della loro vendita poteva essere scambiato con altre merci non prodotte in casa. I prodotti agricoli potevano anche essere venduti in mercati più lontani. Ma ancora una volta i principi alla base del commercio erano gli stessi della manifattura dei beni.

Principi del commercio non capitalistici che convivevano fianco a fianco con metodi di sfruttamento anch’essi non capitalistici. In particolare, in Europa occidentale, anche quando la servitù feudale era ormai scomparsa, prevalevano comunque altre forme di sfruttamento “extra-economiche”. In Francia, ad esempio, dove i contadini costituivano ancora la stragrande maggioranza della popolazione e erano in possesso di buona parte della terra, le cariche nello stato centrale costituivano una risorsa economica per molti membri delle classi dominanti, un mezzo di estrazione del pluslavoro attraverso le tasse imposte ai contadini. E anche i proprietari titolari di rendite d’affitti, generalmente, dipendevano da una serie di poteri e privilegi extra-economici per accrescere le loro ricchezze.

 

Dunque i contadini avevano accesso ai mezzi di produzione, in primo luogo la terra, senza dover offrire la propria forza lavoro come merce. Proprietari e detentori di cariche, con l’ausilio di svariati poteri e privilegi “extra-economici”, estraevano il pluslavoro dai contadini in modo diretto, in forma di fitti o tasse. In altre parole, nonostante ogni genere di persone potesse comprare e vendere ogni tipo di cose sul mercato, né i contadini-proprietari, né i padroni e i detentori di cariche, i quali si appropriavano di ciò che altri producevano, dipendevano direttamente dal mercato per le condizione della loro riproduzione, e le relazioni tra di loro non erano mediate dal mercato.

C’era, tuttavia, un’importante eccezione a questa regola generale. L’Inghilterra, già ne XVI secolo, si stava sviluppando verso direzioni del tutto inedite. Pur essendovi altri stati monarchici relativamente forti, più o meno unificati sotto una corona (come la Spagna e la Francia) nessuno poteva vantare un’unificazione efficace come quella inglese (e qui l’enfasi è proprio sull’Inghilterra e non su altre parti delle “isole britanniche”). Nel XVI secolo l’Inghilterra – già più unita di quanto non fosse nel secolo XI, quando la classe dominante normanna si stabilì nell’isola come una coesa entità politico-militare – aveva intrapreso un lungo percorso verso l’eliminazione della frammentazione dello stato, quella”sovranità parcellizzata” eredità del feudalesimo. I poteri autonomi, detenuti dai signori, dai corpi municipali e da altre entità corporative in altri stati europei erano, in Inghilterra, sempre più concentrati nelle mani dello stato centrale. Tutto ciò era in contrasto con altri stati europei, nei quali anche le monarchie più potenti continuarono a vivere inquietamente a fianco a poteri militari post-feudali, sistemi legali frammentati, privilegi corporativi i cui possessori sulla propria autonomia contro il potere centralizzatore dello stato.

La caratteristica centralizzazione politica dello stato inglese aveva basi e corollari di natura materiale. Innanzitutto, già nel XVI secolo, l’Inghilterra vantava una rete impressionante di strade e trasporti via acqua, i quali unificavano la nazione ad un livello inusuale per il periodo. Londra, divenuta sproporzionatamente grande in relazione a altre città inglesi e rispetto al totale della popolazione (e infine la più grande città d’Europa), si stava anche trasformando nel fulcro di un mercato nazionale in via di sviluppo.

La base materiale sulla quale questa emergente economia nazionale poggiava era l’agricoltura inglese, le cui caratteristiche uniche erano molteplici. La classe dominante inglese si distingueva per due aspetti importanti e correlati: da un lato, come parte di uno stato sempre più accentrato, in alleanza con una monarchia centralizzatrice, essa non disponeva dello stesso grado di poteri  “extra-economici”, più o meno autonomi”, sui quali altre classi dominanti potevano contare per estrarre il pluslavoro dai produttori diretti. Dall’altro, la terra in Inghilterra era stata a lungo concentrata in maniera inusuale, con i grandi proprietari in possesso di proporzioni di terreno insolitamente vaste. Una tale concentrazione della proprietà terriera significava che i signori inglesi erano in grado di sfruttare le loro proprietà in modi nuovi e differenti. Ciò che mancava loro dal lato del potere “extra-economico” di estrazione del surplus era compensato dai loro crescenti poteri “economici”.

Questa particolare combinazione ha avuto conseguenze significative. Da una parte, la concentrazione della proprietà terriera significava che buona parte della terra non era lavorata da contadini proprietari ma da contadini fittavoli. Questo anche prima delle ondate di espropriazioni, specialmente ne XVI e XVIII secolo, convenzionalmente associate alle “enclosures”, in contrasto, per esempio, con la Francia, nella quale ampie proporzioni di terra rimasero a lungo in mano ai contadini.

D’altra parte, i deboli poteri “extra-economici” dei proprietari significavano minore dipendenza dall’abilità di estrarre rendite dai loro fittavoli attraverso mezzi coercitivi, anziché dalla loro produttività. I proprietari avevano dunque un forte incentivo a incoraggiare – e laddove possibile, anche costringere – i loro fittavoli a trovare modalità per accrescere la loro produzione. A questo proposito, essi erano fondamentalmente differenti dagli aristocratici rantier, la cui ricchezza, nel corso della storia, è sempre dipesa dallo spremere le eccedenze dai contadini tramite la coercizione, aumentando la propria facoltà di estrazione del surplus non accrescendo la produttività, bensì incrementando i loro poteri coercitivi – fossero questi di natura militare, giudiziaria o politica.

Per quanto riguarda i fittavoli stessi, erano sempre più soggetti non solo alle pressioni dei proprietari ma anche agli imperativi del mercato che li obbligavano a incrementare la produttività. I contratti di locazione inglesi presero varie forme, con numerose varianti regionali, ma un numero crescente era assoggettato a criteri economici, ossia, i fitti non venivano fissati sulla base di standard legali o consuetudinari ma erano sempre più legati alle condizione di mercato. Già dagli inizi dell’epoca moderna molti contratti di locazione consuetudinari erano diventati, di fatto, contratti economici di questo tipo.

L’effetto di un simile sistema di relazioni di proprietà fu che molti produttori agricoli (compresi i benestanti “yeoman”) dipendevano dal mercato, non solo perché costretti a vendervi i prodotti, quanto nel senso più fondamentale che il loro accesso alla terra stessa, ai mezzi di produzione, era mediato dal mercato. In effetti esisteva un mercato dei contratti nel quale i futuri fittavoli dovevano competere. La sicurezza di questi ultimi dipendeva dalla capacità di pagare il canone di locazione, e una produzione non sufficientemente competitiva poteva significare la perdita definitiva della terra. Per far fronte ai canoni, in una situazione nella quale altri potenziali fittavoli concorrevano per gli stessi contratti, i fittavoli erano costretti a produrre in modi più efficaci, pena l’espropriazione.

Anche i fittavoli che godevano di un qualche contratto consuetudinario che garantisse loro maggior sicurezza, ma comunque obbligati a vendere i propri prodotti negli stessi mercati, potevano trovarsi in difficoltà, laddove gli standard competitivi di produttività venivano fissati da contadini sottoposti più direttamente alle pressioni del mercato. Tutto ciò valeva sempre più anche per i proprietari che lavoravano la loro terra. In un ambiente così competitivo, gli agricoltori più produttivi prosperavano e le loro proprietà crescevano, mentre i produttori meno competitivi affondavano e raggiungevano le classi non possidenti.

In ogni caso, l’effetto degli imperativi di mercato fu quello di intensificare lo sfruttamento al fine di incrementare la produttività – sia che si trattasse dello sfruttamento del lavoro altrui o di auto-sfruttamento dal parte del contadino e della sua famiglia. Un modello riprodotto nelle colonie e nell’America post-indipendenza, dove i piccoli agricoltori indipendenti, i quali si supponeva dovessero costituire la spina dorsale di una repubblica libera, dovettero, sin dall’inizio, affrontare la difficile scelta imposta dal capitalismo agrario: nel migliore dei casi, un intenso auto-sfruttamento, nel peggiore l’espropriazione da parte di aziende più grandi e produttive.

L’ascesa della proprietà capitalistica

Così dal XVI secolo l’agricoltura inglese è stata caratterizzata da una combinazione unica di condizioni, perlomeno in alcune regioni, la quale ha gradualmente fissato la direzione dell’intera economia. Il risultato è stato un settore agrario produttivo come mai nessun’altro nella storia. Proprietari e fittavoli iniziavano a preoccuparsi di ciò che chiamavano “miglioramento”, l’incremento della produttività della terra ai fini del profitto.

Vale la pena soffermarsi sul concetto di “miglioramento”, poiché ci dice molto sull’agricoltura inglese e sullo sviluppo del capitalismo. Il vocabolo inglese “improve” stesso, nel suo senso originario, non significa solo “fare meglio” in generale, ma letteralmente (sulla base dell’antico francese per “into”,  en, e “profit”, pros, o il suo caso obliquo, preu) fare qualcosa per un profitto monetario e specificamente coltivare la terra per profitto. A partire dal XVII secolo la parola “improver” si fissa chiaramente nel linguaggio in riferimento a qualcuno che rende la terra produttiva e redditizia, in particolare recintandola e bonificandola. Il “miglioramento” agricolo diventa da allora una prassi consolidata, e nel XVIII secolo, l’età d’oro del capitalismo agricolo, da il meglio di sé.

Il termine stava, contemporaneamente, acquisendo un significato più generale, nel senso che gli attribuiamo oggi (si pensi alle implicazioni di una cultura nella quale il vocabolo per “fare meglio” e radicato nella parola per “profitto monetario”). Anche se nel suo essere associato all’agricoltura , eventualmente, ha perso un po’ della sua specificità – per esempio, alcuni pensatori radicali nel Novecento usano “miglioramento” nel senso di agricoltura scientifica, slegato dalla connotazione di profitto commerciale. Tuttavia agli albori dell’epoca moderna, produttività e profitto erano connessi inestricabilmente nel concetto di “miglioramento”,  il quale ben riassume l’ideologia del nascente capitalismo agrario.

Nel XVII secolo, dunque, emerge un intero nuovo corpus letterario, il quale illustra con una precisione senza precedenti le tecniche e i benefici del miglioramento. Che è poi anche una delle principali preoccupazioni della Royal Society, che riunisce alcuni dei più eminenti scienziati inglesi (Isaac Newton e Robert Boyle ne sono entrambi membri) con alcuni dei più lungimiranti esponenti della classe dirigente inglese – come il filosofo John Locke e il suo mentore, il primo conte di Shaftesbury, ambedue vivamente interessati  al miglioramento dell’agricoltura.

Miglioramento che, in primo luogo, non dipendeva da significative innovazioni tecnologiche – sebbene si ricorresse a nuove attrezzature. In generale, era più una questione di sviluppo delle tecniche agronomiche: l’alternanza tra coltivazione e periodi di riposo, la rotazione delle colture, il drenaggio delle paludi e così via.

Ma miglioramento significava qualcosa di più che nuovi metodi o tecniche di coltivazione. Significava, infatti, nuove forme e concezioni di proprietà. Il “miglioramento” agrario, per il proprietario imprenditore e per il suo prospero fittavolo capitalista, richiedeva un proprietà terriera più vasta e concentrata. Nonché – e forse ancor più – l’eliminazione di vecchi costumi e pratiche i quali interferivano con un uso più produttivo della terra.

Le comunità contadine avevano, da tempo immemorabile, impiegato diversi metodi di regolazione dell’uso della terra nell’interesse della comunità di villaggio. Avevano ristretto determinate pratiche e garantiti alcuni diritti, non allo scopo di incrementare la ricchezza del proprietario o dello stato, bensì in modo da preservare l’esistenza della comunità stessa, magari conservare la terra o distribuirne i frutti in modo più equo, e anche provvedere ai membri meno fortunati della comunità. Perfino il diritto di proprietà “privata” era tipicamente condizionato da simili pratiche consuetudinarie, concedendo ai non-proprietari una serie di diritti d’uso sule proprietà “possedute” da altri. In Inghilterra questo genere di pratiche e costumi erano molto diffusi. Esistevano terre comuni, nelle quali i membri della comunità potevano avere diritti di pascolo o di raccogliere la legna da ardere, oltre a una serie di diritti d’uso sulle terre private – come quello di cogliere i resti di un raccolto in determinate stagioni.

Dal punto di vista dei proprietari terrieri e degli agricoltori capitalisti, la terra doveva essere liberata da tutti questi ostacoli all’uso produttivo e redditizio della proprietà. Tra il XVI secolo e il XVIII secolo, si verificò una crescente pressione per abolire i diritti consuetudinari che interferivano con l’accumulazione capitalista. Ciò poteva significare varie cose: contestazione della proprietà comune delle terre e rivendicazione della proprietà privata; eliminazione di numerosi diritti d’uso sulle terre private; o ancora, sfidare le consuetudini che fornivano ai piccoli proprietari diritti di possesso senza un titolo giuridico inequivocabile. In tutti questi casi, le tradizionali concezioni della proprietà dovevano essere rimpiazzate dalle nuove concezioni capitaliste della proprietà – la proprietà intesa non solo come “privata” ma anche come esclusiva, ossia che letteralmente escludeva gli altri individui della comunità, eliminando i regolamenti di villaggio e le restrizioni sull’uso del suolo, estinguendo diritti d’uso consuetudinari, e via dicendo.

Tali pressioni per trasformare la natura della proprietà si sono manifestate in molti modi, sia nella teoria che nella pratica. Sono emerse nelle cause legali, nei conflitti su specifici diritti di proprietà, su porzioni di terra comune o privata sulle quali diverse persone reclamavano diritti d’uso sovrapponentisi. In questi casi, le pratiche e le rivendicazioni consuetudinarie si trovavano direttamente poste a confronto con i principi del “miglioramento” – e  i giudici non di rado riconoscevano le ragioni di quest’ultimo come legittime pretese contro i diritti consuetudinari, pur essendo questi in vigore da tempo immemorabile.

Nuove concezioni della proprietà venivano teorizzate in maniera sistematica, tra le più note quella contenuta nel Secondo trattato sul governo di John Locke. Il capitolo quinto di quest’opera è la classica affermazione di una teoria della proprietà basata sui principi del miglioramento. In questo contesto, la proprietà come diritto “naturale” è fondata su quella che Locke considera l’ingiunzione divina a rendere la terra produttiva e redditizia, appunto migliorarla. L’interpretazione convenzionale della teoria Lockiana della proprietà suggerisce che sia il lavoro a stabilire il diritto di proprietà, ma un’accurata lettura del capitolo di Locke sull’argomento chiarisce come ciò che è veramente in questione non è il lavoro, ma l’utilizzo produttivo e redditizio della proprietà, il suo miglioramento. Un proprietario intraprendente, dedito alle migliorie stabilisce il proprio diritto alla proprietà non grazie al suo lavoro diretto, bensì allo sfruttamento produttivo della sua terra e del lavoro di altri su di essa. La terra non sottoposta a migliorie, non resa produttiva e redditizia (come le terre degli indigeni delle Americhe), è considerata uno “spreco”, da cui il diritto, e anzi il dovere, di migliorarla e di appropriarsene.

La stessa etica del miglioramento potrebbe essere utilizzata per giustificare  certi tipi di spossessamento non solo nelle colonie ma anche in Inghilterra. Questo ci porta alla più nota ridefinizione dei diritti di proprietà: le enclosures. Spesso considerate una semplice privatizzazione e recinzione di terre prima comuni o dei “campi aperti” caratteristici di alcune zone della campagna inglese; enclosure significa, più precisamente, l’estinzione (con o senza la recinzione fisica dei terreni) dei diritti d’uso, comuni e consuetudinari, dai quali numerose persone dipendevano per la loro sopravvivenza.

La prima ondata di enclosures avvenne nel XVI secolo, quando i grandi proprietari terrieri cercarono di espellere i popolani da quelle terre che potevano essere proficuamente adibite al sempre più redditizio pascolo ovino. I commentatori contemporanei ritenevano le enclosures, più di ogni altro fattore, responsabili per la crescente piaga dei vagabondi, uomini dispossessati e “senza padrone”, i quali vagavano per la campagna e minacciavano l’ordine sociale. Il più noto di questi commentatori, Tommaso Moro, sebbene coinvolto egli stesso nelle enclosures, descrisse la pratica come “le pecore che mangiano gli uomini”. Questi critici sociali, come molti storici in seguito, potrebbero aver sovrastimato gli effetti delle enclosures a scapito di altri fattori determinanti per la trasformazione delle relazioni di proprietà inglesi. Tuttavia rimangono l’espressione più vivida dell’inesorabile processo che stava cambiando non solo l’Inghilterra ma il mondo intero: la nascita del capitalismo.

Le enclosures hanno continuato a lungo a rappresentare una delle principali fonti di conflitto della nascente Inghilterra moderna, sia che avessero come scopo l’allevamento degli ovini o la sempre più redditizia coltura dei campi. Le rivolte contro le enclosures hanno punteggiate i secoli XVI e XVII, oltre a costituire uno dei principali motivi di risentimento nel corso della Guerra civile inglese. Nelle sue prime fasi la pratica trovo una qualche resistenza da parte dello stato monarchico, se non altro in quanto minaccia per l’ordine pubblico. Ma nel momento in cui le classi fondiarie riuscirino a plasmare lo stato secondo le loro esigenze – un successo consolidatosi grosso modo nel 1688, con la cosiddetta “Glorious revolution” – ogni interferenza statale cessò, e un nuovo tipo di Enclosures stava emergendo nel XVIII secolo, le cosiddette enclosures parlamentari. In quest’ultime l’estinzione di quei fastidiosi diritti di proprietà, che interferivano col potere di accumulazione dei proprietari, avvenne con un atto del parlamento. Niente può testimoniare altrettanto nettamente il trionfo del capitalismo agrario.

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Per tanto, in Inghilterra, una società nella quale la ricchezza ancora derivava in larga parte dalla produzione agricola, la riproduzione dei due principali attori economici del settore agricolo – i produttori diretti e coloro che si appropriavano del loro surplus – erano, almeno da XVI secolo, sempre più dipendenti da pratiche capitalistiche: la massimizzazione del valore di scambio tramite riduzione dei costi e l’incremento della produttività, la specializzazione, l’accumulazione e l’innovazione.

Questo modo di provvedere ai bisogni materiali di base della società inglese portava con sé una nuova dinamica di crescita autosufficiente, un processo di accumulazione e espansione del tutto differenti dai secolari modelli ciclici che hanno dominato la vita materiale di altre società. E si è anche accompagnato ai tipici processi capitalistici di espropriazione e creazione di una massa di spossessati. In questo possiamo parlare di “capitalismo agrario” riguardo agli inizi della modernità in Inghilterra.

Il capitalismo agrario era realmente capitalista?

Ora è necessario fermarsi per sottolineare due punti di grande importanza. In primo luogo, a guidare il processo di cui abbiamo parlato non sono stati ne dei mercanti nei dei produttori manifatturieri. La trasformazione delle relazioni sociali di proprietà è stata saldamente radicata nella campagna inglese, e la trasformazione del commercio e dell’industria inglesi sono stati più una conseguenza che una causa della transizione al capitalismo. Essi, per esempio, prosperarono nel contesto del feudalesimo europeo, dove approfittarono non solo dell’autonomia delle città ma anche della frammentazione dei mercati, nonché dell’opportunità di effettuare transazioni tra un mercato e l’altro.

In secondo luogo, fatto ancora più rilevante, i lettori avranno notato che la locuzione “capitalismo agrario” è stata finora utilizzata senza riferimento al lavoro salariato, che tutti abbiamo imparato a considerare come l’essenza del capitalismo. Tutto ciò richiede una spiegazione.

Per prima cosa va detto che molti fittavoli ricorrevano al lavoro salariato, tanto è vero che la “triade” identificata da Marx e altri  – la triade di proprietari terrieri che vivono della rendita fondiaria capitalista, fittavoli capitalisti che vivono del profitto, e lavoratori che vivono del salario – è stata considerata da molti la più prominente caratteristica delle relazioni agrarie in Inghilterra. E cosi, effettivamente, è stato – almeno in quelle aree del paese, in particolare quelle dell’est e del sudest, note per la loro produttività agricola. Di fatto, le inedite pressioni economiche, le pressioni competitive che lasciarono fuori gli agricoltori improduttivi, furono un fattore determinante di polarizzazione della popolazione agraria fra grandi proprietari e lavoratori salariati privi di proprietà. E ovviamente, le pressioni all’incremento della produttività si fecero sentire nell’intensificato sfruttamento del lavoro salariato.

Non sarebbe irragionevole definire il capitalismo agrario inglese nei termini di una sorta di triade. Ma bisogna tenere a mente che le pressioni competitive, e le nuove “leggi di movimento” che vi si accompagnavano, non dipendevano in prima istanza dall’esistenza di un proletariato di massa bensì dall’esistenza di produttori fittavoli dipendenti dal mercato. I lavoratori salariati, e specialmente quelli che vivevano solamente del loro salario, dipendendo da esso per la loro sopravvivenza e non solo stagionalmente (il tipo di lavoro salariato stagionale e supplementare presente nelle società contadine sin dai tempi più antichi) erano una minoranza nell’Inghilterra del XVII secolo.

Inoltre, questo genere di pressioni funzionavano non solo sui fittavoli che impiegavano lavoratori salariati ma anche su contadini, i quali – insieme con le loro famiglie – erano produttori diretti che lavoravano senza l’apporto di salariati. Si può essere dipendenti dal mercato – per le condizioni basilare della propria riproduzione – senza necessariamente essere del tutto spossessati. L’essere dipendenti dal mercato richiede soltanto la perdita dell’accesso diretto, e appunto non mediato dal mercato, ai mezzi di produzione. Una volta ben stabilitisi gli imperativi del mercato, persino la proprietà assoluta non pone al riparo da essi. E tale dipendenza, tra l’altro, è una causa, non una conseguenza, della proletarizzazione di massa.

Ciò è rilevante per diverse ragioni – e diremo di più  in seguito delle implicazioni più ampie. Al momento, il punto importante è che le specifiche dinamiche del capitalismo erano già in atto, nell’agricoltura inglese, prima della proletarizzazione della forza lavoro. In realtà, tali dinamiche sono state un fattore fondamentale nel determinare la proletarizzazione del lavoro in Inghilterra. Il fattore cruciale è stata la dipendenza dal mercato dei produttori, così come degli espropriatori, e i nuovi imperativi sociali da essa creati.

Certo si potrebbe essere riluttanti a descrivere questa formazione sociale come “capitalista”, proprio sulla base del fatto che il capitalismo è, per definizione, fondato sullo sfruttamento del lavoro salariato. Riluttanza corretta – finché ci si rende conto che, comunque la si chiami, l’economia inglese della prima modernità, guidata dalla logica del suo settore produttivo base, l’agricoltura, stava già operando secondo principi e “leggi di movimento” diverse da quelle prevalenti in ogni altra società sin dagli albori della storia. Leggi di movimento che costituivano la precondizione  – inesistente in qualsiasi altro luogo – per lo sviluppo di un capitalismo maturo il quale, in seguito, si sarebbe basato sullo sfruttamento di massa del lavoro salariato.

Quale è stato, dunque, il risultato di tutto ciò? In primo luogo, l’agricoltura inglese vantava una produttività unica. Dalla fine del XVII secolo, per esempio, la produzione di grano e cereali era aumentata così drasticamente da fare dell’Inghilterra uno dei principali esportatori di tali merci. Questi progressi nella produzione vennero raggiunti grazie a una forza lavoro agricola relativamente esigua. Questo per dare un’idea di casa significa parlare della singolare produttività dell’agricoltura inglese.

Alcuni storici hanno tentato di sfidare l’idea stessa di capitalismo agrario suggerendo che la “produttività” dell’agricoltura francese nel XVIII secolo era più o meno uguale a quella inglese. Ciò che essi intendono realmente, però, è che la produzione agricola totale nei due paesi era più o meno la stessa. Quello che non riescono a cogliere è che in un paese tale livello di produzione venne raggiunto da una popolazione costituita , ancora in larga parte, di produttori contadini, mentre nell’altro paese, la stessa produzione totale venne ottenuta da una forza lavoro molto più contenuta, con una popolazione rurale in declino. In altre parole, il problema non è il totale della produzione bensì la produttività nel senso del prodotto per singola unità di lavoro.

Le evidenze demografiche da sole sono eloquenti. Tra il 1500 e il 1700, l’Inghilterra ha sperimentato una sostanziale crescita della popolazione – così come altre regioni europee. Ma la crescita della popolazione inglese si distingue per un significativo aspetto: la percentuale della popolazione urbana è più che raddoppiata nel periodo in esame (alcuni storici fissano la cifra a poco meno di un quarto della popolazione già nel tardo XVII secolo). Il contrasto con la Francia è evidente: qui la popolazione rurale è rimasta piuttosto stabile, ancora tra 85 e 90 per cento al momento della Rivoluzione francese nel 1789 e anche oltre. Nel 1850, quando la popolazione urbana dell’Inghilterra e del Galles era circa il 40,8 per cento, in Francia era ancora solo il 14,4 per cento (in Germania il 10,8 per cento).

L’agricoltura in Inghilterra, già nella prima età moderna, era sufficientemente produttiva da sostenere un numero insolitamente elevato di persone non impegnate in essa. Un fatto che, ovviamente, testimonia circa qualcosa di più di semplici tecniche agricole, per quanto particolarmente efficienti. Esso è anche rivelatore di nuovi rapporti sociali di proprietà. Mentre la Francia rimaneva un paese di contadini proprietari, la terra in Inghilterra era concentrata in poche mani, e la massa dei non possidenti cresceva rapidamente. Laddove la produzione agricola in Francia seguiva pratiche contadine tradizionali (non esisteva niente di paragonabile alla letteratura inglese sulle migliorie, e la comunità di villaggio imponeva ancora i propri regolamenti e restrizioni alla produzione, colpendo anche i grandi proprietari terrieri) quella inglese rispondeva agli imperativi della competizione e del miglioramento.

Vale la pena aggiungere un altro punto a proposito del caratteristico quadro demografico dell’Inghilterra. l’inconsueta crescita della popolazione non era distribuita uniformemente tra le città inglesi. Altrove in Europa il modello tipico era quello di una popolazione urbana sparsa per un certo numero di città importanti – di modo che, per esempio, Lione non era sminuita da Parigi. In Inghilterra Londra divenne sproporzionatamente grande, passando d circa 60.000 abitanti nel 1520 a 575.000 nel 1700, divenendo la più grande città d’Europa mentre altre città inglesi rimanevano moto più piccole.

Questo modello significa più di quanto non sembri a prima vista. Attesta, tra le altre cose, della trasformazione delle relazioni sociali di proprietà nel cuore del capitalismo agrario, il sud e il sudest, dell’espropriazione dei piccoli produttori, dello sradicamento e della migrazione di una parte della popolazione la cui destinazione sarebbe stata tipicamente Londra. La crescita di quest’ultima rappresentava la crescente unificazione non solo dello stato inglese ma anche di un mercato nazionale. Una enorme città che era lo snodo del commercio inglese – non solo come principale punto di transito per i traffici nazionali e internazionali m anche in quanto enorme centro di consumo dei prodotti inglesi, non d ultimi i prodotti agricoli. La crescita di Londra, in altre parole, sotto tutti i punti di vista simboleggia l’emergente capitalismo inglese, il suo mercato integrato – sempre più un unico, unificato e competitivo mercato; la sua agricoltura produttiva; e la sua popolazione priva di proprietà.

Le conseguenze di lungo termine di tutto ciò dovrebbero essere abbastanza ovvie. Pur non essendo questo il contesto per approfondire le connessioni tra il capitalismo agrario e il successivo sviluppo dell’Inghilterra nella prima economia “industrializzata”, alcuni punti sono evidenti. Senza un settore agricolo produttivo in grado di sostenere una vasta forza lavoro non agricola, il primo capitalismo industriale al mondo non sarebbe emerso. Senza il capitalismo agrario inglese non ci sarebbe stata una massa di spossessati costretti a vendere la propria forza lavoro per un salario. In assenza di questa forza lavoro non agraria e priva di proprietà non ci sarebbe stato un mercato di massa per beni d’uso quotidiano a basso costo – come cibo e prodotti tessili – i quali hanno spinto il processo di industrializzazione in Inghilterra. E senza la sua crescente ricchezza, insieme a nuove motivazioni per l’espansione coloniale – motivazioni diverse dalle vecchie forme di acquisizione territoriale – l’imperialismo britannico sarebbe stato una cosa del tutto differente dal motore del capitalismo industriale che è effettivamente stato. Inoltre (questione certamente più controversa) senza il capitalismo inglese non ci sarebbe stato nessun tipo di sistema capitalistico: è stata la pressione competitiva proveniente dall’Inghilterra, specialmente un’Inghilterra industrializzata, che ha obbligato gli altri paesi a promuovere il loro sviluppo economica in direzione del capitalismo.

La lezione del capitalismo agrario

Cosa ci dice tutto questo circa la natura del capitalismo? In primo luogo, ci ricorda che il capitalismo non è una conseguenza “naturale” e inevitabile della natura umana, o di antiche pratiche come “trafficare, barattare e scambiare”. Viceversa, si tratta di un prodotto, tardo e localizzato, di condizioni storiche molto specifiche. L’espansione del capitalismo, giunta oggi praticamente all’universalità, non è la conseguenza della sua conformità alla natura umana o ad alcune leggi naturali transtoriche ma il prodotto delle proprie storicamente specifiche leggi di movimento. Leggi che richiedono vaste trasformazioni e sconvolgimenti sociali per essere messe in moto. Richiedono una trasformazione del metabolismo umano con la natura, nel soddisfacimento delle necessità di base della vita umana.

In secondo luogo, il capitalismo è stato sin dall’inizio una forza profondamente contraddittoria. Basti solo considerare il più ovvio degli effetti dl capitalismo agrario: da un lato, le condizioni per la prosperità materiale erano presenti nell’Inghilterra della prima modernità come mai da nessun’altra parte; ma dall’altro lato, queste condizioni erano state ottenute a costo di vaste espropriazioni e di un intenso sfruttamento. È appena il caso di aggiungere che tali nuove condizioni hanno gettato le basi di nuove, e più efficaci, forme di espansione coloniale e imperialismo, così come la necessità stessa di tale espansione, alla ricerca di nuovi mercati e nuove risorse.

Vi è il corollario del “miglioramento”: da una parte, la produttività e la capacità di nutrire un’ampia popolazione; dall’altra, la subordinazione di ogni altra considerazione agli imperativi del profitto. Ciò significava, tra le altre cose, che persone le quali potevano essere nutrite venivano spesso abbandonate ala fame. Di fatto, c’era una enorme disparità tra le capacità produttive del capitalismo e la qualità della vita che offriva. L’etica del “miglioramento” nel suo significato originale, nel quale la produzione è inseparabile dal profitto, è anche l’etica dello sfruttamento, della povertà e del vagabondaggio.

L’etica del “miglioramento”, della produttività per il profitto, è anche, naturalmente, l’etica di un uso irresponsabile della terra oltreché della devastazione ambientale. Il capitalismo è nato nel nucleo stesso della vita umana, nell’interazione con la natura dalla quale la vita dipende. La trasformazione di questa interazione da parte del capitalismo agrario rivela gli impulsi intrinsecamente distruttivi di un sistema nel quale i fondamenti dell’esistenza sono assoggettati al profitto. Detto altrimenti, rivela l’essenza segreta del capitalismo.

L’espansione mondiale degli imperativi capitalisti ha costantemente riprodotto alcuni degli effetti che avevano già segnato il suo luogo d’origine. Il processo di espropriazione, l’estinzione dei diritti di proprietà consuetudinari, l’imposizione degli imperativi di mercato e la distruzione dell’ambiente sono proseguiti. Un processo che ha esteso l propria portata dalle relazioni tra classe sfruttatrice e sfruttata a quella tra paesi imperialisti e paesi subordinati. Più di recente, l’estendersi degli imperativi di mercato, ha preso la forma, per esempio, dell’imporre (con l’aiuto di agenzie capitaliste internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale) ai contadini del terzo mondo di sostituire le strategie di autosufficienza agricola con la specializzazione in colture per il mercato globale.

Tuttavia, se gli effetti distruttivi del capitalismo si sono continuamente riprodotti, i suoi effetti positivi non sono stati altrettanto coerenti. Una volta stabilitosi in un paese, e una volta iniziato a imporre i suoi imperativi al resto d’Europa e infine al mondo intero, lo sviluppo del capitalismo in altri paesi non segue mai il corso intrapreso nel suo paese d’origine. L’esistenza di una società capitalista ha quindi trasformato tutte le altre,  e la successiva espansione degli imperativi capitalisti ha costantemente modificato le condizioni dello sviluppo economico.

Ormai siamo arrivati al punto in cui gli effetti distruttivi del capitalismo superano i suoi guadagni materiali. Nessun paese del terzo mondo, ad esempio, può oggi sperare di raggiungere anche solo lo sviluppo contraddittorio sperimentato dall’Inghilterra. Con le pressioni della competizione, dell’accumulazione, e dello sfruttamento imposti da altri sistemi capitalistici più avanzati, il tentativo di ottenere la prosperità materiale seguendo i principi capitalisti, rischia sempre più di portare con sé solo il lato negativo della contraddizione capitalista, la spoliazione e la distruzione senza i benefici materiali, quantomeno per una vasta maggioranza.

Vi è anche una lezione più generale che può essere tratta dall’esperienza del capitalismo agrario inglese. Nel momento in cui gli imperativi del mercato iniziano a stabilire i termini della riproduzione sociale, tutti gli agenti economici – sia gli appropriatori che i produttori, anche se mantengono  il possesso, o addirittura la proprietà assoluta, dei mezzi di produzione – sono soggetti alle esigenze della competizione, dell’incremento della produttività, dell’accumulazione del capitale e dello sfruttamento intensivo del lavoro.

Del resto, persino l’assenza della divisione tra appropriatori  e produttori non è una garanzia d’immunità (e questo, tra l’altro, è il motivo per cui il cosiddetto “socialismo di mercato” è una contraddizione in termini). Una volta che il mercato si è affermato come “disciplina” economica o “regolatore”, nel momento in cui gli agenti economici divengono dipendenti dal mercato per la loro stessa riproduzione, anche i lavoratori in possesso dei loro mezzi di produzione, individualmente o collettivamente, saranno obbligati a rispondere agli imperativi del mercato – e dunque a competere e accumulare, a lasciar fallire le aziende “non competitive” e i loro lavoratori, nonché a sfruttare se stessi.

La storia del capitalismo agrario e di tutto ciò che ne è derivato, dovrebbe rendere chiaro che ovunque gli imperativi del mercato regolano l’economia, e governano la riproduzione sociale, non ci sarà via di scampo dallo sfruttamento.

(*) Ellen Meiksins Wood (1942-2016), studiosa del pensiero politico e storica marxista, si è occupata di temi che spaziano dalla democrazia ateniese alle origini del capitalismo, sino all’imperialismo contemporaneo.

Fonte: Monthly Review

Fonte in lingua italiana:  traduzioni marxiste

Deflazione Debito Default, l’Italia in 3D

italia

 

Volendo parlare di cose economiche, tra i dati resi pubblici in questi giorni saltano agli occhi i seguenti:

  • L’ondata deflattiva ha colpito anche la Germania locomotiva d’Europa: –0,1%;
  • A marzo in Italia la deflazione si attesta allo -0,5%;
  • Sempre a marzo la deflazione si attesta ad un sobrio -1,1% in Spagna;

Considerati i dati dell’indice generale dei prezzi possiamo dire che il tasso reale a cui vengono prezzati i nostri titoli di stato decennali (BTP) è di circa il 2% (1,5% + 0,5% di deflazione).

Se consideriamo che da un anno la BCE sta mandando avanti un piano di riacquisto di titoli di stato dei paesi dell’area euro per 60 miliardi di euro al mese (da maggio addirittura per 80 miliardi) non pare azzardato dire che senza questa manovra straordinaria l’Italia pagherebbe almeno un 9% di tasso di interesse sui titoli decennali. Il che porterebbe automaticamente ad uno stato di pre-default con intervento emergenziale della cosiddetta Trojka (BCE-UE-FMI) in stile greco.

Non sto dicendo nulla di sensazionale, chiunque può verificare tutto questo. Però come certe zie anziane, ogni tanto è bene ricordare le cose sgradevoli: non per altro, ma a marzo 2017 l’intervento straordinario della BCE dovrebbe finire e soprattutto nel 2018 ci sarà l’avvicendamento tra San Mario Draghi e il tedesco Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank.

Weidmann – stiamone certi – di sicuro non si impegnerà come il predecessore per salvare la baracca italiana.

Il debito pubblico italiano intanto a marzo si è impennato a 2.228,7 miliardi di euro, toccando un nuovo record. Naturalmente le gazzette renziane, a partire dal TG3, aprivano la pagina economica esaltandosi perché il PIL italiano nel primo trimestre del 2016 è cresciuto dell’1% rispetto al periodo gennaio-marzo 2015, dedicando poche righe distratte allo stock del debito, che cresceva di circa il 2% in un anno, una percentuale doppia. Nell’Era Renziana il debito pubblico è cresciuto di ulteriori 108 miliardi. Questo accadeva mentre diminuivano le spese in conto capitale (con un calo degli investimenti pubblici di circa il 20 per cento nel solo 2015).

E deve arrivare ancora il Fiscal Compact…

 

Pubblicato originariamente su Megachip

 

 

Le Sanguisughe della ricchezza

salasso

di Saskia Sassen

Nel corso del Novecento gran parte dell’attenzione degli studiosi era rivolta alla tendenziale distruzione delle economie precapitaliste, incorporandole nelle relazioni capitaliste della produzione. Il periodo post-1980 rende visibile un’altra variante di questa appropriazione attraverso l’incorporazione. È la distruzione non delle modalità pre-capitaliste, bensì di varie strutture capitaliste keynesiane con lo scopo di favorire l’affermarmazione di una nuova specie di capitalismo avanzato, che possiamo definire «estrattivo».

La crescente importanza dell’estrazione nel XXI secolo ha sostituito il consumo di massa come logica dominante di gran parte del XX secolo. Il consumo di massa mantiene la sua importanza, ma non è più un fenomeno capace di creare nuovi ordini sistemici, come è successo in gran parte del XX secolo, come testimonia la costruzione di vasti insediamenti residenziali suburbani, dove ogni famiglia acquistava di tutto e di più anche se, ad esempio, si poteva tosare l’erba solo una volta alla settimana.

Solo oggi, all’inizio del XXI secolo, questa logica organizzativa post-keynesiana affermatasi negli anni 1980 ha reso perfettamente leggibile la sua forma. In un mio volume precedente, The Global City (Le città globali, Utet) avevo documentato il fatto che stesse emergendo una nuova dinamica capitalista; e che una delle sue caratteristiche fosse l’indebolimento di quelle che all’epoca erano classi medie ancora prospere e in crescita. Sostenevo, cioè, che nelle grandi città (globali) stesse emergendo un nuovo ordine nella stratificazione sociale caratterizzato dalla crescita di classi medie ben pagate e, all’altro estremo, di una classe media impoverita.
Rispetto a quel periodo, il nuovo sistema economico ha favorito una forte polarizzazione alle estremità dello spettro sociale e un conseguente riduzione del «centro», elemento questo che ridotto enormemente la mobilità delle classi lavoratrici verso l’alto. All’epoca le mie conclusioni sono state respinte da molti studiosi: molti di coloro che analizzavano il capitalismo preferivano concentrarsi su una dimensione nazionale, mentre io vedevo nelle «città globali» come l’avanguardia di una nuova logica sistemica.

La stagione del debito

Questa emergente logica sistemica comporta, in termini drammatici, l’espulsione delle persone dai luoghi dove sono nati e la distruzione del capitalismo tradizionale allo scopo di soddisfare i bisogni, anche qui sistemici, dell’alta finanza e l’accesso delle imprese alle risorse naturali. Da sottolineare il fatto che le logiche tradizionali o familiari nell’estrazione di risorse per soddisfare i bisogni nazionali potrebbero comunque preparare il terreno per l’intensificazione sistemica del capitalismo «estrattivo».
Una possibile interpretazione del passaggio dal modello keynesiano a quello attuale è dunque concepirlo come il passaggio dal consumo di massa all’estrazione. Per gran parte degli anni Ottanta e Novanta i paesi poveri indebitati sono stati chiamati a versare una quota degli utili derivanti dalle esportazioni per risanare il debito contratto con organismi sovranazionali (il Fondo monetario internazionale) o imprese finanziarie. Questa quota era intorno al 20%: una percentuale molto più alta di quella richiesta in altri casi. Ad esempio, nel 1953 gli Alleati cancellarono l’80% dei debiti di guerra della Germania e pretesero solo il versamento del 3-5% degli utili derivanti dalle esportazioni per risanare il debito. E negli anni 1990, dopo la caduta dei loro regimi comunisti, chiesero solo l’8% ai paesi dell’Europa Centrale.

Esodi planetari

In contrasto con il progetto di sviluppo economico nell’Europa uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, dagli anni 1980 l’obiettivo per quanto riguarda i paesi del Sud Globale era invece simile a un regime disciplinare volto all’estrazione delle ricchezza e delle risorse naturali anziché allo sviluppo. La dinamica riguardante il Sud globale aveva un primo momento, dove i paesi coinvolti erano costretti ad accettare i programmi di ristrutturazione e dei finanziamenti provenienti dal sistema internazionale, nonché, forse l’aspetto più importante, l’apertura delle loro economie alle imprese straniere per quanto riguarda le risorse naturali e la produzione di merci destinate al consumo locale. Una apertura che ha favorito lo sgretolamento dei settori nazionali del consumo in America Latina, Africa sub-sahariana e alcune parti dell’Asia.
Trascorsi 20 anni, è apparso chiaro come questo regime non abbia rispettato le componenti fondamentali necessarie per un sano sviluppo economico. Il risanamento del debito era infatti una priorità rispetto lo sviluppo di infrastrutture, sistema sanitario, formazione, tutti elementi necessari per il benessere della popolazione. Il predominio di questa logica «estrattiva» ha consolidato un un meccanismo teso a una trasformazione sistemica di quei paesi che andava ben oltre il pagamento del debito, dato che è stato un fattore chiave nella devastazione di vasti settori delle economie tradizionali, come la produzione su piccola scala, della distruzione di buona parte della borghesia nazionale e della piccola borghesia, del grave impoverimento della popolazione e, in molti casi, della diffusione della corruzione nell’amministrazione statale.
Accanto a ciò abbiamo assistito al fatto che i paesi dell’Opec (cioè i paesi produttori ed esportatori di petrolio) hanno deciso sin dagli anni Settanta di trasferire l’improvvisa ricchezza accumulata alle grandi banche occidentali: un fattore che ha costituito la condizione per promuovere i finanziamenti ai paesi del Sud Globale.

Le élite predatrici

Tra pagamento degli interessi e aggiustamenti strutturali questi paesi hanno ripagato più volte il loro debito, senza mai riuscire veramente a rimborsarlo, provocando il collasso di governi usciti dalle lotte per la liberazione nazionale degli anni Sessanta e Settanta. Il risanamento del debito è divenuto infatti uno degli strumenti chiave per spingere molti di questi governi verso un approccio neoliberale: diventare importatori e consumatori, anziché produttori. Nell’insieme, la massiccia espansione del settore minerario e di altri settori estrattivi e, in particolare, l’espropriazione dei terreni per l’agricoltura e, più recentemente, l’espropriazione delle acque per aziende come Nestlé e Coca Cola hanno prodotto «zone speciali» per l’estrazione e governi dominati da élite predatrici.
I piani di austerità attuati in gran parte del Nord Globale sono una sorta di equivalente sistemico di ciò che è accaduto al Sud. Alcuni esempi sono i tagli dei servizi pubblici, delle pensioni per i lavoratori, del sostegno ai poveri e i tagli, o l’aumento, dei prezzi in una serie di altri servizi pubblici. Assistiamo inoltre a innovazioni che mirano a estrarre tutto quanto possibile dal settore pubblico e dalle famiglie, comprese quelle povere. Un caso è la crisi dei mutui sub-prime iniziata nei primi anni 2000 ed esplosa nel 2007. Secondo la Federal Reserve statunitense, alla fine del 2014 avevano perso la casa oltre 14 milioni di famiglie, pari ad almeno 30 milioni di individui.

Possiamo quindi individuare una relazione tra capitalismo avanzato e tradizionale caratterizzata da dinamiche predatorie anziché da evoluzione, sviluppo o progresso. I modelli attuali qui brevemente descritti possono comportare l’impoverimento e l’espulsione di un numero sempre più alto di persone che cessano di costituire un «valore» come lavoratori e consumatori. Ma significa anche che le piccole borghesie tradizionali e le borghesie nazionali tradizionali cessano di avere un «valore».

Trafficanti di organi

I processi di trasformazione che rafforzano la base dell’attuale capitalismo avanzato sono quindi concentrati su «logiche estrattive» anziché sul consumo di massa. Il consumo di massa è ovviamente ancora importante, ma non è più la logica dominante, il che contribuisce anche a spiegare l’impoverimento delle classi medie e lavoratrici: il loro consumo conta molto meno per i settori dominanti di oggi. Di particolare importanza sono inoltre gli insiemi di particolari processi, istituzioni e logiche che vengono mobilitati in questa trasformazione/espansione/consolidamento sistemico.
Un modo per interpretare questi cambiamenti è vederli come l’espansione di una sorta di spazio operativo per il capitalismo avanzato che espelle le persone sia nel Sud che nel Nord globale incorporando territori per attività minerarie, l’espropriazione dei terreni e delle acque, la costruzione di nuove città.

Le economie devastate del Sud globale, vittime di un decennio di risanamento del debito, vengono ora incorporate nei circuiti del capitalismo avanzato attraverso l’acquisizione accelerata di milioni di ettari di terreno da parte d’investitori esteri per coltivare cibo ed estrarre acqua e minerali per i paesi che investono. Poco viene fatto per sviluppare le infrastrutture utili alla sopravvivenza delle popolazioni povere e a basso reddito. È un po’ come volere solo il corno del rinoceronte e gettare via il resto dell’animale, svalutarlo, indipendentemente dai vari utilizzi possibili. Oppure usare il corpo umano per coltivare determinati organi e non riconoscere alcun valore agli altri organi, per non parlare dell’intero essere umano, che può essere interamente eliminato.
Questo cambiamento sistemico segnala che il marcato aumento delle persone emarginate, povere, uccise da malattie curabili fa parte di questa nuova fase. Le caratteristiche fondamentali dell’accumulo primitivo ci sono, ma per vederle è essenziale andare oltre le logiche dell’estrazione e riconoscere la trasformazione sistemica come un fatto, con procedure e progetti in grado di cambiare il sistema – l’espulsione delle persone che ritrasforma lo spazio in territorio, con le sue varie potenzialità.

Fonte: il Manifesto