zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

La scomparsa del lavoro

 

robotica

L’articolo che zeroconsensus propone è ripreso da linterferenza.info e tratta il tema della rarefazione del lavoro a causa dell’innovazione tecnologica e del cambiamento della “composizione organica del capitale” (per dirla con Marx). Ovviamente zeroconsensus condivide l’esistenza del problema che come dice Berardi è il vero tabù delle società contemporanee: il lavoro sta scomparendo. Berardi come soluzione al problema propone il reddito di cittadinanza. Zeroconsensus pensa che sia una delle possibili soluzioni, ma non l’unica. Infatti la via maestra è la socializzazione – almeno parziale – dei fattori della produzione al fine di arrivare con più facilità ad una società dove si  lavori meno ma si lavori tutti (secondo le proprie capacità e inclinazioni). 

Di Franco Berardi

Alla fine degli anni ’70, dopo dieci anni di scioperi selvaggi, la direzione della FIAT convocò gli ingegneri perché introducessero modifiche tecniche utili a ridurre il lavoro necessario, e licenziare gli estremisti che avevano bloccato le catene di montaggio. Sarà per questo sarà per quello fatto sta che la produttività aumentò di cinque volte nel periodo che sta fra il 1970 e il 2000. Detto altrimenti, nel 2000 un operaio poteva produrre quel nel 1970 ne occorreva cinque. Morale della favola: le lotte operaie servono fra l’altro a far venire gli ingegneri per aumentare la produttività e a ridurre il lavoro necessario.

Vi pare una cosa buona o cattiva? A me pare una cosa buonissima se gli operai hanno la forza (e a quel tempo ce l’avevano perbacco) di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Una cosa pessima se i sindacati si oppongono all’innovazione e difendono il posto di lavoro senza capire che la tecnologia cambia tutto e di lavoro non ce n’è più bisogno.

Quella volta purtroppo i sindacati credettero che la tecnologia fosse un nemico dal quale occorreva difendersi. Occuparono la fabbrica per difendere il posto di lavoro e il risultato prevedibilmente fu che gli operai persero tutto.

Ma si poteva fare altrimenti? chiederete voi? Certo che si poteva. Una piccola minoranza disse allora: Lavorare meno per lavorare tutti, e qualcuno più furbo disse addirittura: lavorare tutti per lavorare meno. Furono attaccati come estremisti, e alcuni li arrestarono per associazione sovversiva.

Nel 1983 nel paese più brutto del mondo c’era un governo infernale guidato da una signora cui piaceva la frusta. Aveva detto che la società non esiste (there is no such thing as society) per dire che ognuno è solo e deve combattere contro tutti gli altri col risultato che uno su mille può far la bella vita e scorrazzare in Roll Royce, uno su cento può vivere decentemente e tutti gli altri debbono fare la vita di merda che più di merda non si può immaginare. Ma ritorniamo a noi, mica sono pagato per parlar male dell’Inghilterra. Un bel giorno la signora decise che di miniere non ce n’era più bisogno e neanche di minatori. Cosa fareste se la vita vi fosse andata così male da ritrovarvi a fare il minatore in un paese di merda dove in superficie piove sempre e c’è la Thatcher, e sottoterra è anche peggio?

Non so voi, ma nel caso io facessi il minatore e qualcuno mi dicesse che non c’è più bisogno di miniere ringrazierei il cielo e chiederei un salario di cittadinanza. Non così Arthur Scargill che era il capo di un sindacato che si chiamava Union Miners. Un sindacato glorioso che organizzò una lotta eroica contro i licenziamenti come direbbe Ken Loach. So bene che c’è poco da fare gli spiritosi perché fu una tragedia per decine di migliaia di lavoratori e per le loro famiglie: naturalmente i minatori persero la lotta il lavoro e il salario, ed era solo l’inizio. La disoccupazione è oggi in crescita in ogni paese d’Europa. Metà della popolazione giovanile non ha un salario, o ha un salario miserabile e precario, mentre i riformatori europei hanno imposto un rinvio dell’età pensionabile da 60 a 62 a 64 a 65 a 67. E poi?

C’è qualcuno che possa spiegarmi secondo le regole della logica aristotelica il mistero secondo cui per curare la disoccupazione dilagante occorre perseguitare crudelmente i vecchi che lavorano costringendoli a boccheggiare sul bagnasciuga di una pensione che non arriva mai? Nessuno che sia sano di mente mi risponde, perché la risposta non si trova nelle regole della logica aristotelica, ma solo nelle regole della logica finanziaria che con la logica non c’entra niente ma c’entra moltissimo con la crudeltà.

Se la logica finanziaria contraddice la logica punto e basta, cosa farebbe una persona dotata di senso comune? Riformerebbe la logica finanziaria per piegarla alla logica, no? Invece Giavazzi dice che la logica vada a farsi fottere perché noi siamo moderni (mica greci).

Animal Kingdom è il nome di un’azienda di Saint Denis che vende ranocchie e cibi per cani. Candelia vende mobili per ufficio. Sembrano aziende normali ma non lo sono affatto, perché l’intero business di queste aziende è finto: finti i clienti che telefonano, finti i prodotti che nessuno produce, finta perfino la banca cui le fake companies chiedono falsi crediti.

Come racconta un articolo del New York Times del 29 maggio, da cui si deduce che il capitalismo è affetto da demenza senile, in Francia ci sono un centinaio di aziende finte, e pare che in Europa se ne contino migliaia.

Milioni di persone non hanno un salario e milioni perderanno il lavoro nei prossimi anni per una ragione molto semplice: di lavoro non ce n’è più bisogno. Informatica, intelligenza artificiale, robotica rendono possibile la produzione di quel che ci serve con l’impiego di una quantità sempre più piccola di lavoro umano. Questo fatto è evidente a chiunque ragioni e legga le statistiche, ma nessuno può dirlo: è il tabù più tabù che ci sia, perché l’intero edificio della società in cui viviamo si fonda sulla premessa che chi non lavora non mangia. Una premessa imbecille, una superstizione, un’abitudine culturale dalla quale occorrerebbe liberarsi.

Eppure economisti e governanti, invece di trovare una via d’uscita dal paradosso in cui ci porta la superstizione del lavoro salariato insistono nel promettere la ripresa dell’occupazione e della crescita. E siccome la ripresa è finta, qualcuno ha avuto questa idea demente di creare aziende in cui si finge di lavorare per non perdere l’abitudine e la fiducia nel futuro, poiché i disoccupati di lungo corso (il 52.6 dei disoccupati dell’eurozona sono senza lavoro da più di un anno) rischiano di perdere la fede oltre al salario.

Ma torniamo al punto. Dice il giovane presidente del consiglio che il reddito di cittadinanza è una cosa per furbi perché in questo paese chi lavora duro ce la può fare. Forse qualcuno sì, non me la sento di escluderlo, ma qui stiamo parlando di ventotto milioni di disoccupati europei. E a me risulta che la disoccupazione non è destinata a diminuire ma ad aumentare, e ti dico perché. Perché di tutto quel lavoro (duro o morbido non importa) non ce n’è più bisogno. Lo dice qualcuno che è più moderno di Renzi e di Giavazzi messi insieme credete a me. Lo dice un giovanotto dotato intellettualmente che si chiama Larry Page. In un’intervista pubblicata da Computer World nell’ottobre del 2014 questo tizio, che dirige la più grande azienda di tutti i tempi dice che Google investe massicciamente in direzione della robotica. E sai che fa la robotica? Rende il lavoro inutile, questo fa. Larry Page aggiunge che secondo lui solamente dei pazzi possono pensare di continuare a lavorare quaranta ore alla settimana. Si stringe nelle spalle e dice: Renzi, lavorare duro d’accordo, ma per fare che?

Il Foreign Office nel suo Report dell’anno scorso diceva che il 45% dei lavori con cui oggi la gente si guadagna da vivere potrebbe scomparire domattina perché non ce n’è più bisogno. Caro Renzi qui si tratta di cose serie, lascia fare ai grandi e torna a giocare con i video game: occorre immediatamente un reddito di cittadinanza che liberi la gente dall’ossessione idiota del lavoro.

La situazione infatti è tanto grave e tanto imprevista, che occorre un’invenzione scientifica che non è alla portata degli economisti.

Ti sei mai chiesto cosa sia una scienza? Diciamo per non farla troppo lunga che è una forma di conoscenza libera da ogni dogma, capace di estrapolare leggi generali dall’osservazione di fenomeni empirici, capace di prevedere quello che accadrà sulla base dell’esperienza del passato, e per finire capace di comprendere fenomeni così radicalmente innovativi da mutare gli stessi paradigmi su cui la stessa scienza si fonda. Direi allora che l’economia non ha niente a che fare con la scienza. Gli economisti sono ossessionati da nozioni dogmatiche come crescita competizione e prodotto nazionale lordo. Dicono che la realtà è in crisi ogni qualvolta non corrisponde ai loro dogmi, e sono incapaci di prevedere quel che accadrà domani, come ha dimostrato l’esperienza delle crisi degli ultimi cento anni. Gli economisti per giunta sono incapaci di ricavare leggi dall’osservazione della realtà in quanto preferiscono che la realtà sia in armonia con i loro dogmi, e incapaci di riconoscere quando mutamenti della realtà richiedono un cambiamento di paradigma. Lungi dall’essere una scienza, l’economia è una tecnica la cui funzione è piegare la realtà multiforme agli interessi di chi paga lo stipendio degli economisti.

Dunque sta ad ascoltarmi: non c’è più bisogno di Giavazzi di tutti quei tristi personaggi che vogliono convincerti che l’occupazione presto riprenderà e la crescita anche. Lavoriamo meno per un reddito di cittadinanza, curiamoci la salute andiamo al cinema insegniamo matematica, e facciamo quel milione di cose utili che non sono lavoro e non hanno bisogno di scambiarsi con salario. Perché sai che ti dico: di lavoro non ce n’è più bisogno.

* Pubblicato sul numero di luglio della nuova serie di “Linus”.

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La moneta per ricostruire un impero

rublo

Nell’incontro di marzo tra i presidenti di Russia, Kazakistan e Bielorussia svoltosi ad Astana, Putin ha lanciato la proposta di un unione monetaria tra i tre paesi. E’ evidente come questo passaggio sia ineludibile se si vuole ricostruire uno spazio comune tra i maggiori paesi ex sovietici, anche per ancorarli in maniera forte a Mosca ed evitare che la Nato e l’Unione Europea tentino qualche “rivoluzione colorata” al fine di portare il Kazakistan e la Bielorussia nella loro sfera di influenza.

Immediatamente è sorta la polemica tra gli osservatori e gli analisti se questa ipotesi possa essere percorribile o se risulterà irta di difficoltà come si sta dimostrando l’Unione Monetaria dei paesi della UE. A mio modesto avviso il paragone tra l’Unione monetaria dello spazio ex Sovietico è quella della UE è totalmente infondato.
L’Euro è l’unione monetaria tra paesi che mai hanno avuto una moneta unica tra loro, che mai hanno avuto una lingua, una cultura comune e sistemi giuridici simili. L’unione monetaria “euroasiatica” proposta è un unione tra paesi facenti parte di un area monetaria omogenea naturale, per lingua, cultura, ordinamento giuridico e storia. E’ a ben vedere la cosa più normale del mondo: i lavoratori possono spostarsi liberamente (e già lo fanno) all’interno dei tre paesi senza particolari difficoltà perché parlano una  lingua comune, il russo. Non è necessario neanche chissà quale particolare aggiustamento dell’infrastruttura giuridica: le leggi vigenti e le istituzioni sono di origine zarista e sovietica. Non parliamo poi del fatto che per secoli queste tre nazioni hanno avuto la stessa moneta: prima quella zarista e poi quella sovietica. Hanno monete diverse solo da 20 anni. In realtà Putin vuole porre rimedio ad una situazione ora innaturale a causa del crollo dell’URSS ritornando a quello che è stato per secoli, mentre l’Unione monetaria europea è la creazione di una situazione innaturale che unisce ciò che da sempre è diviso per cultura, lingua e ordinamento giuridico e istituzionale.

Basta porsi due facili domande per comprendere che parliamo di cose totalmente opposte. Cos’hanno in comune Grecia e Irlanda oppure Portogallo e Finlandia? Nulla tranne la moneta. Mentre, cos’hanno di diverso la Russia e il Kazakistan e la Bielorussia? Nulla, tranne che hanno diverse monete.

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Crisi nell’UE e riassetto dell’industria mondiale

industria

 

di Lucia Pradella (*)

La crisi economica mondiale scoppiata nel 2007/8 si sta abbattendo con particolare forza sull’Europa: la situazione greca ne è l’esempio più lampante. A livello europeo, la disoccupazione ha raggiunto percentuali record, i salari reali stanno diminuendo, le diseguaglianze sono alle stelle e gli attacchi alla classe lavoratrice si sono intensificati. Secondo dati Eurostat (che sottostimano ampiamente la situazione reale), nel 2013 circa novantadue milioni di persone, un quarto della popolazione dell’Europa occidentale, era a rischio di povertà e di esclusione sociale: 8 milioni e mezzo di persone in più che nel 2007. La tendenza è più allarmante nei paesi più colpiti dalla crisi come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, ma è in crescita anche nel Nord dell’Europa, Gran Bretagna e Germania comprese. Condizioni di povertà, precarietà e super-sfruttamento prima ritenute “tipiche” del Sud del mondo stanno diventato sempre più diffuse anche nei paesi ricchi dell’Unione Europea.

La crisi e i suoi effetti in Europa – compresa l’Europa “ricca”, occidentale – hanno suscitato ampio dibattito, tanto sulle sue cause che sulle strategie da adottare in risposta. Uno dei limiti principali di questo dibattito è che spesso si è concentrato sulla crisi in Europa senza considerare in modo organico la sua dimensione strutturale e internazionale. Il punto è che questa non è una “crisi europea”: è una crisi internazionale del sistema capitalistico. Nonostante i vari segnali di ripresa, inoltre, questa crisi non è una parentesi temporanea che a un certo punto si chiuderà con il ritorno dei “bei vecchi tempi” andati. No, questa crisi manifesta una tendenza strutturale verso l’impoverimento, e dipende da profonde dinamiche economiche e geopolitiche.

La crisi di profittabilità di metà anni Settanta ha fatto emergere con ancor maggiore evidenza il carattere strutturale e internazionale dell’impoverimento. Ha mostrato che, come Marx afferma con forza nel Capitale, l’impoverimento non è una conseguenza di un mancato sviluppo, ma è il risultato dello sviluppo stesso dei rapporti di produzione capitalistici alla scala mondiale. Le politiche neoliberiste che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto ai paesi del Sud del mondo e dell’ex blocco “sovietico” hanno causato l’impoverimento di ampi settori popolari, determinando un drammatico aumento della povertà globale (confermato dalla Banca Mondiale stessa). In quasi tutti i paesi del mondo, la quota dei salari rispetto al PIL è diminuita. Nella maggioranza dei paesi del Sud del mondo e dell’Est Europa, fatta l’eccezione della Cina, a ciò si è sommata la diminuzione dei salari reali e l’aumento della povertà estrema. Questo è avvenuto almeno fino all’inizio degli anni 2000, quando i movimenti di resistenza – dal Sud America all’Asia – hanno iniziato a mettere in discussione l’ordine neoliberista e neocoloniale.

Guardiamo a qualche cifra. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, d’ora in poi ILO), quello che Marx avrebbe chiamato l’esercito industriale di riserva (in cui sono compresi anche i piccoli contadini impoveriti) è oggi composto di circa 2,4 miliardi di persone, ed è circa l’80 per cento più numeroso del numero complessivo di lavoratori salariati (1,4 miliardi). Nel 2010, l’ILO stimava che ci fossero circa 942 milioni di lavoratori poveri – quasi un terzo della forza-lavoro globale attiva – che vivevano sotto la soglia di 2US$ al giorno. Tali processi d’impoverimento hanno avuto come corollario un crescente sfruttamento dei lavoratori occupati.

Potevamo davvero pensare che tali trasformazioni non incidessero sulle condizioni di lavoro e di vita nei centri dell’imperialismo mondiale? La domanda può sembrare retorica, ma vale la pena di porla in ogni caso. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica della vera, epocale trasformazione che ha avuto luogo nel periodo neoliberista: la globalizzazione della produzione industriale. Il processo di ristrutturazione internazionale della produzione industriale ha messo fine al monopolio industriale dei paesi occidentali, minando la divisione del lavoro (di origine coloniale) tra paesi industrializzati del Nord e produttori di materie prime nel Sud. Secondo l’ILO, dalla metà degli anni 1970 la forza lavoro industriale nel Sud ha rapidamente superato quella nel Nord, fino al punto che quasi l’80 per cento della forza lavoro industriale oggi vive nel Sud del mondo, rispetto al 34 per cento nel 1950 e 53 per cento nel 1980. Riducendo i costi di transazione all’interno dell’UE ed eliminando le incertezze dei tassi di cambio, l’euro ha facilitato l’internazionalizzazione del capitale europeo e la delocalizzazione produttiva verso i paesi a basso salario dell’Europa dell’Est e, sempre più, dell’Asia. Questi processi hanno determinato una progressiva concentrazione della produzione ad alta intensità di capitale e di servizi (finanziari e non) nel nord dell’UE, e una concentrazione della produzione a bassa intensità di capitale nel Sud.

In seguito all’entrata della Cina nel WTO nei primi anni 2000, l’UE-15 ha perso costantemente quote di mercato nei confronti dei BRIC, in particolare la Cina. L’UE si trova ad affrontare una crescente pressione concorrenziale non solo nella produzione a basso contenuto tecnologico, ma anche in quella ad alto contenuto tecnologico. Ecco perché non è sufficiente guardare ai cosiddetti “costi del lavoro” all’interno dell’UE-15 e prendere il costo del lavoro in Germania come pietra di paragone, com’è stato fatto in molti dibattiti sulla crisi, anche a sinistra. Vari studi hanno mostrato che se ampliamo la gamma dei paesi considerati come concorrenti, il deterioramento della competitività del settore industriale in Europa è ancora maggiore (per esempio: Cambridge Econometrics 2011). Questo è uno dei motivi per cui, dopo un calo iniziale dopo il 2007, gli investimenti esteri dall’UE-15 si sono spostati verso i mercati emergenti, Cina in primis. Secondo l’UNCTAD, per la prima volta nel 2010 le “economie in via di sviluppo” hanno assorbito quasi la metà dei flussi d’investimenti esteri a livello mondiale. Questi processi colpiscono i lavoratori in tutta l’UE-15, in particolare quelli degli Stati del Sud dell’UE, paesi che sono bloccati a un livello medio di tecnologia e sono sempre più in concorrenza con i mercati emergenti.

Questa prospettiva ci permette di comprendere perché la crisi sta colpendo così duramente il settore industriale (a livello UE, circa 4 milioni di posti di lavoro industriali sono stati persi tra il 2008 e il 2012, circa il 12 per cento dell’occupazione industriale); e perché colpisce i paesi europei in modo così differenziato. Ma c’è un altro punto centrale che emerge con chiarezza. Le feroci misure di austerità imposte dalla Troika non sono assurde o irrazionali. Non mirano tanto a ridurre il debito e la spesa pubblica in quanto tali, ma puntano a sostenere la competitività e la profittabilità del capitale riducendo la spesa sociale e smantellando i sistemi di contrattazione nazionale. È per questo che l’Unione Europea sta intervenendo nella legislazione sociale degli stati membri, soprattutto di quelli più indebitati, imponendo piani di riforma strutturale che molti paragonano, non senza qualche esagerazione, a quelli imposti al Sud del mondo e all’Est europeo. Ma anche nei paesi in apparente ripresa, le politiche di austerità stanno facendo crescere la precarietà e l’impoverimento dei lavoratori. A tutto questo si aggiunge un ulteriore generale inasprimento delle politiche contro gli immigrati e del razzismo di stato. L’obiettivo complessivo dell’UE e dei vari governi è smantellare le forme esistenti di solidarietà sociale e di organizzazione sindacale, atomizzando e dividendo ancor di più la classe lavoratrice. Solo in questo modo, infatti, l’Unione Europea può mantenere la sua posizione nel gruppo degli stati imperialisti.

È per questo che la Troika si sta dimostrando così inflessibile con le richieste del governo Syriza-Anel e del popolo greco. Per continuare indisturbati nel loro massacro sociale, il capitale europeo, la Troika, devono dare una lezione esemplare ai lavoratori in Grecia, “colpevoli” di aver alzato la testa e di aver detto no. Con loro, la Troika vuole ammonire i lavoratori in tutta l’Europa, in particolare in un contesto di ripresa della conflittualità che dalla Spagna si sta allargando (in qualche misura) anche alla Germania. Come risponderanno i lavoratori nel resto dell’Europa?

(*) Lucia Pradella è Research Associate alla School of Oriental and African Studies, University of London, e insegna economia del welfare all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È l’autrice dell’Attualità del Capitale (2010) e di Globalization and the Critique of Political Economy (2015), e co-curatrice di Polarizing Development (2014). Ha pubblicato di recente articoli sui lavoratori poveri in Italia, Gran Bretagna e Germania su Comparative European Politics, e su crisi e immigrazione in Europa in Competition & Change.

Tratto da Sinistrainrete.info

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Italia: la crisi bancaria latente

bancaMentre tutto il mondo guarda alle drammatiche vicende greche in Italia si consuma – nel silenzio generale – un dramma economico altrettanto grave e che potrebbe avere ripercussioni sociali altrettanto drammatiche: la crisi del sistema bancario. Probabilmente fino ad ora questa crisi latente non è esplosa nella sua virulenza solo grazie al Quantitative Easing della BCE che concede alle banche notevole liquidità.

A leggere i rapporti dell’Associazione Bancaria Italiana però non vi è alcun dubbio: il sistema bancario italiano affonda in mare di crediti inesigibili.  A leggere gli ultimi dati resi pubblici – risalenti a maggio 2015 – i crediti inesigibili ammontano alla cifra stratosferica di 194 miliardi e 700 milioni di euro con una crescita rispetto allo stesso mese del 2014 di oltre 25 miliardi.

Come fa notare il sito di informazione finanziaria zerohedge se ai crediti in sofferenza venissero aggiunti anche i crediti incagliati, quelli con pagamenti in ritardo inferiori ai 90 giorni e quelli ristrutturati (cioè venduti a sconto a società specializzate nel recupero) è molto probabile che il famoso aggregato chiamato NPL (Non Performing Loans) dagli anglosassoni abbia superato la stratosferica cifra di 300 miliardi di euro.

E’ evidente che di fronte a simili cifre – pari a quasi un quinto di tutto il Prodotto Interno Lordo italiano – il governo si stia muovendo con urgenza (ma anche con molta discrezione) per costituire la famosa Bad Bank dove smaltire questa valanga di crediti in sofferenza. A tale proposito il Sole24Ore ci informa che Padoan si è recato a Bruxelles per trattare con i commissari europei sulla costituzione di questo veicolo. Sempre il Sole informa che esso sarà a totale carico pubblico e quindi i rischi di perdite ricadranno sull’Erario già stressato da un debito pubblico in ascesa esponenziale (siamo ormai a 2218 miliardi di euro).

Per il momento zeroconsensus non si esprime sulla possibile soluzione ipotizzata che rappresenterebbe la più grande socializzazione delle perdite della storia d’Italia. Meglio attendere gli eventi e limitarsi a sottolineare la gravità della situazione.

Come se non bastasse la “linea della palma” (per dirla con Leonardo Sciascia)  dei fallimenti e semifallimenti bancari continua a spostarsi sempre di più verso nord.

Le ultime situazioni problematiche sono quelle relative a:

1) Banca Marche le cui condizioni sono talmente disperate che manco il commissariamento della Banca d’Italia sembra aver dato buoni frutti e ormai, per evitare la liquidazione coatta, si parla apertamente di un intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.

2) La Cassa di Risparmio di Bolzano (Sparkasse) ha subito nel 2014 perdite per 200 milioni di euro (su 470 milioni di capitale) a causa dei crediti inesigibili. Per ripianare la precaria condizione gli azionisti vedranno tagliato il valore delle proprie azioni e saranno chiamati ad un corposo aumento di capitale: un vero e proprio Bail-In all’italiana ma con accento altoatesino.

La verità è che se il mare greco segna burrasca quello italiano non è meno pericoloso anche se tutti fanno finta di nulla.

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La condizione dell’uomo postdemocratico

Metropolis

Zeroconsensus riceve e pubblica con molto piacere questo pezzo dell’amico Fabrizio Mastio.

La crisi greca, esplosa in tutta la sua virulenza negli ultimi giorni, oltre a sconvolgere vite umane, solleva questioni di natura politica e sul futuro dell’Euro, il totem occidentale di fronte al quale in certe stanze ovattate è d’obbligo l’inchino e doverosa la venerazione ma che, a ben vedere, dovrebbe far riflettere l’uomo postdemocratico sulla propria condizione.

Tralasciando gli aspetti tecnici della vicenda ellenica, alla quale economisti ed esperti di politica internazionale stanno dedicando interviste e conferenze, in attesa di saggi che ne ripercorrano le vicissitudini con articolate narrazioni, pare a chi scrive che i fatti di questi giorni costituiscano una ulteriore conferma del trapasso, dal punto di vista politologico, verso la postdemocrazia teorizzata da Colin Crouch e verso il consolidamento della società liquida.

Il primo aspetto vede realizzarsi la fine del sogno democratico e l’affermazione di un nuovo totalitarismo, caratterizzato dallo svuotamento della “capacità democratica”, ossia della titolarità dell’esercizio del diritto effettivo di partecipazione alla vita civile e politica.

Si potrebbe obiettare a ciò sostenendo che nel contesto odierno tutti hanno diritto a manifestare con il voto la propria posizione o con un blog il proprio pensiero.

Ciò è senz’altro vero, ma lo è altrettanto il fatto che tali diritti stiano divenendo “trasparenti”, ossia privi di “capacità” e l’Europa attuale esprime in modo lapalissiano il concetto. Si può votare in un determinato modo o manifestare dissenso verso una politica specifica o, ancora, verso una visione, senza che ciò influisca sul volere di forze superiori rappresentate dalla grande finanza e da oligarchie tecnocratiche, pronte

a reprimere qualsiasi posizione ritenuta a loro ostile.

Ciò che Orwell ha romanzato in “1984” è il presente che stiamo vivendo. Il pensiero unico costituisce il simbolo della postdemocrazia, nuova forma di governo pronta ad eliminare qualsiasi dissenso, in nome di una democrazia trasparente nella quale i popoli vivono una libertà solo apparente, una realtà artificiale come nel mito della caverna di Platone.

Il nuovo totalitarismo che domina la società occidentale è meno coreografico dei regimi novecenteschi ma non meno pervasivo. Una crisi finanziaria può alterare qualsiasi risultato elettorale o condizionare le decisioni di un governo sotto la minaccia della catastrofe economica e del conseguente annichilimento di un popolo.

Appare chiaro, dunque, che chi detiene il controllo dell’arma finanziaria e di un potente apparato mediatico possiede uno strumento bellico devastante. Dal punto di vista sociale si assiste all’avvento di un nuovo individuo: l’uomo postdemocratico. Bauman colloca l’uomo contemporaneo in una dimensione liquida. La società e l’esistenza si manifestano in tutta la loro precarietà e soprattutto sembra venir meno il concetto di direzionalità della storia e la dimensione teleologica dell’esistenza.

La trasparenza di cui tanto si sente parlare come di un valore, diventa, nella sua forma esacerbata, una nuova forma di controllo sociale, modello evoluto del Panopticon benthamiano che porta alla distruzione di qualsiasi spirito critico e genera la fine dell’intimità. In quella che Hartmut Rosa definisce la società dell’accelerazione confluiscono i caratteri di un mondo disumanizzato e alienato, nel quale occorre svolgere il maggior numero possibile di attività nel minor tempo possibile.

Viene meno il senso storico del passato e si vive un presente dilatato nel quale tutto dura poco ed è contrassegnato dalla precarietà: le relazioni umane, il lavoro, i beni di consumo, il luogo in cui viviamo.

La rarefazione del lavoro e l’erosione dei diritti contribuiscono alla progressiva alienazione e a una metamorfosi sociale dai contorni distopici. L’uomo postdemocratico abita dei non luoghi e vive nella paura dell’esclusione sociale, terrorizzato dallo spettro della povertà e consumato dalla tensione causata dalla consapevolezza di dover sempre rispondere alle aspettative del moto perpetuo (e rapido) della società, pena il fallimento della propria esistenza.

Fukuyama aveva teorizzato la fine della storia con il consolidamento delle democrazie liberali e il predominio del capitalismo quale miglior sistema economico possibile.

Quel modello pare essersi evoluto nel totalitarismo del nuovo millennio, dove all’uomo non resta che lottare per non perdere la poca umanità rimasta

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Una semplice formalità

copertina

Nella Sardegna del 1820, alla vigilia della promulgazione dell’editto delle chiudende, Bachis De Logu, un anziano giacobino reduce della “sarda rivoluzione” di Giovanni Maria Angioy, viene assassinato brutalmente. Le indagini condotte dall’ambizioso Tenente dei Carabinieri De Thorn portano inizialmente verso una pista politico affaristica ma, su pressione di un suo superiore, abbandona questa ipotesi e indaga in una direzione certamente più banale e rassicurante. Una storia che da un lato vuole fornire un affresco di un momento cruciale della Sardegna: la rivoluzione silenziosa,  fatta delle classi dominanti con la privatizzazione delle terre comuni, all’inseguimento della chimera dello sviluppo costi quel che costi in termini sociali e dall’altro lato, vorrebbe farci pensare come l’avidità, la vigliaccheria e l’ambizione siano i mali che rendono, troppo spesso, la società un “inferno dei viventi”.

Chi fosse interessato a leggere il piccolo romanzo di Zeroconsensus può ordinarlo presso il sito di Regina Zabo.

Ordoliberalismo o ordomercantilismo?

merkel

Sui giornali, soprattutto progressisti, si sta facendo largo il vezzo di definire la politca tedesca come incentrata sui principi dottrinari dell’ordoliberismo, ovvero su quella dottrina economica e sociale nata negli anni trenta del secolo scorso a Friburgo e altrimenti nota come economia sociale di mercato. Di per sé la cosa non è sbagliata ma andrebbe detto che le regole di questa dottrina valgono solo all’interno dei confini tedeschi e al massimo in quella che un tempo veniva definita “area del Marco”. Fuori da questi confini vale la – ahimé – solita politica di potenza tedesca, incentrata sulla necessità di conquistare, al capitale nazionale, il cosiddetto spazio vitale (Lebensraum).
Sarebbe forse più giusto definire questa strana (ma non troppo strana) azione politica come ordomercantilismo, questo perchè la politica di potenza verso l’estero non è fatta con i Panzer ma (almeno per ora) con l’attivo della bilancia commerciale.

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A Bruxelles cadono le maschere

maschere

 

Il negoziato svoltosi a Bruxelles questa notte può essere definito, a buon diritto, come il più difficile e il più drammatico della storia europea.

La Germania e i suoi alleati nordici (Olanda, Slovacchia, Paesi baltici e Finlandia) hanno imposto delle condizioni talmente forti per riaprire le trattative per un terzo bail-out della Grecia che gli osservatori non hanno esitato a definirle così umilianti da poter essere definite provocatorie e con il fine ultimo di costringere la Grecia ad abbandonare le trattative e in definitiva abbandonare l’area euro. Tra le condizioni peggiori, possono essere ricordate il ritorno dell’odiatissima Trojka ad Atene per controllare l’attività governativa, la richiesta di approvare entro mercoledì una riforma fiscale con inasprimento dell’IVA, una riforma previdenziale con innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni e perfino l’approvazione di un nuovo codice di procedura civile. Inoltre — umiliazione delle umiliazioni — viene istituito un fondo dove lo stato greco sarà obbligato a conferire 50 miliardi di assets pubblici a garanzia dei nuovi prestiti. Dopo infinite trattative, su questo ultimo punto, la Grecia ha evitato che il fondo avesse residenza in Lussemburgo, riuscendo a ottenere che rimanesse sotto giurisdizione ellenica.

La prima cosa che viene in mente guardando a questo compromesso è che in Europa è stato sancito un principio fondamentale: la parola del creditore vale infinitamente di più del voto degli elettori. In altri termini, il referendum greco di appena una settimana fa non ha contato nulla rispetto alla volontà dei creditori, con buona pace dei tanto sbandierati principi di democrazia che dovrebbero permeare tutte le istituzioni europee.

Pericolo scampato? Direi di no. Le condizioni ultimative approvate questa notte devono essere soddisfatte dal Parlamento greco entro mercoledì. E’ tutto da verificare, a tale proposito, se Tsipras riuscirà ad avere una maggioranza che approvi queste misure. Sicuramente Syriza è spaccata e molti parlamentari non voteranno a favore di questo compromesso. Allo stesso tempo è da verificare che il soccorso che senz’altro arriverà dall’opposizione di centro destra sia sufficiente. Sicuramente una crisi di governo è dietro l’angolo.

Inoltre rimane del tutto aperto il problema del sistema bancario. Questo pomeriggio la BCE ha lasciato invariato il tetto delle linee emergenziali di credito (ELA) a 89 miliardi. Sfortunatamente questa cifra è già praticamente raggiunta. Dunque, il sistema bancario rimarrà chiuso ancora per qualche giorno, nella migliore delle ipotesi. Questo vuol dire che l’attività economica della nazione rimarrà congelata con ulteriori danni ai “fondamentali” quali il Prodotto Interno Lordo e l’occupazione.

In definitiva il problema Grecia ci accompagnerà ancora a lungo e non sono da escludere minimamente colpi di scena.

Pezzo originariamente pubblicato su Sputnik

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Capitolazione greca, ancora documenti incompleti?

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Ieri a mezzanotte scadeva l’ultimatum della Commissione Europea e dell’Eurogruppo che ha presentato la sua nuova proposta di accordo che dovrebbe, se accettata dai creditori, portare alla firma di un nuovo Memorandum con le istituzioni europee.
Da stamane sta circolando sui più importanti organi di stampa europei un documento dal quale si evince che il governo Tsipras abbia completamente capitolato di fronte alle richieste della Trojka dichiarandosi disposto, in cambio del nuovo prestito, ad accettare una manovra draconiana da 12 miliardi di euro con inasprimenti fiscali e tagli alle pensioni. Sulla base di questi documenti filtrati alla stampa le borse europee si stanno producendo in un poderoso rialzo, pregustando la resa completa del “comunista greco”.
Ma ad analizzare con un po’ di attenzione il documento senza trascurare la forma (che quando si tratta di comunicazioni tra istituzioni nazionali e internazionali diventa sostanza) si nota una anomalie veramente enorme:

– Le prime sei pagine del pdf che circola sono in lingua greca quindi ben difficilmente traducibili dagli operatori di mercato.
– La settima pagina del pdf è la lettera nella quale il governo greco fa richiesta di un prestito al “fondo salva stati” ESM, ed è datata 8 Luglio 2015. Essa è pubblica già da avanti ieri e nel corpo della lettera non si fa riferimento ad alcun allegato o bozza.
– Nelle ultime tredici pagine sono indicati in dieci punti tutti i provvedimenti che il governo greco è disposto ad adottare e che attestano inoppugnabilmente la resa del governo greco ai creditori.

La prima anomalia e che in alto a destra si legge la dicitura “Draft”, ovvero “bozza”. Dunque questi documenti non sono definitivi per ammissione dello stesso estensore. Sorge spontanea la prima domanda: è mai possibile che un documento di importanza capitale per il destino stesso dell’Unione Europea e della moneta unica sia presentato con la dicitura “bozza” in bella vista? Veramente improbabile (eufemismo).

Non solo, sorge un’altra domanda: è possibile che questo documento denominato draft/bozza sia presentato senza alcuna lettera di accompagnamento su carta intestata del governo greco e controfirmata dal capo del governo? Direi che è un’ipotesi sostanzialmente impossibile. Ma proviamo a far finta di credere che il governo greco si sia prodotto in un simile errore di forma. In questo secondo caso si noterebbe che il documento non è comunque su carta intestata dello stato greco e mancano le firme degli estensori.
Comque a scanso di equivoci è giusto comunque ricordare che nelle precedenti proposte fatte ai creditori dal governo greco si nota che le tabelle dove vengono indicati i provvedimenti promessi sono sempre accompagnati da una lettera di accompagnamento, debitamente su carta intestata, controfirmata dal Primo Ministro e dove, soprattutto, si condiziona l’implementazione dei provvedimenti promessi all’accettazione da parte della Trojka di un haircut del debito pregresso.

Strano dunque che questa volta il governo greco non abbia condizionato a nulla il proprio impegno ad effettuare l’ennesima manovra lacrime e sangue sulla pelle dei cittadini greci. Strano ancor di più che non venga scritta manco una lettera di accompagnamento puramente formale come la prassi suggerirebbe.

Vedremo presto se dietro queste strane anomalie si nasconde l’ennesima bufala fatta filtrare da qualche “manina” interessata a far salire le borse e a spargere un ottimismo quantomeno esagerato.

PS Magari l’accordo si fa lo stesso, ma è veramente prematuro parlare di capitolazione totale del governo greco sulla base di questi strani documenti misteriosamente filtrati alla stampa.

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Implicazioni geopolitiche del #Grexit

cartina_balcani

Basta guardare una cartina per rendersi conto del disastro geostrategico che si verificherebbe con un eventuale passaggio della Grecia dal blocco occidentale a quello euroasiatico.

Vediamo la cosa in pillole (senza pretese di esaustività):

1) Il mar mediterraneo orientale sarebbe totalmente in mano russa. Ricordo a tale proposito che la Russia ha anche una base navale a Tartus (Syria), e una aeronavale a Cipro (Larnaca), di fatto inoltre l’Egitto gravita sempre in orbita russa. 


2) La Turchia, paese Nato fondamentale, sarebbe completamente slegato dai suoi alleati e circondato da paesi orbitanti nel blocco euroasiatico (A nord la Russia, a sud est l’Iran, a ovest la Grecia, a sud la Syria). La Turchia già è “osservatore” nel gruppo di Shangai (l’alleanza militare russo-cinese + satelliti), diciamo che questa situazione sarebbe un già forte incentivo al passaggio di campo di un paese già mezzo fuori dalla Nato).


3) Il mare Adriatico sarebbe bloccato o bloccabile con missili antinave neanche a lunga gittata (Corfù dista dalla puglia poco più di 100 km).


4) La Serbia e la Macedonia, paesi vicini alla Russia sarebbero non più “circondati” da paesi Nato ostili e sarebbero incentivati a stringere ancora di più l’alleanza con la Russia.


5) Di fatto per la Russia si aprirebbe un “corridoio” energetico (per far passare il famoso gasdotto turk stream) fino a Budapest. Si aprirebbe alla bisogna anche un corridoio militare…fino a Budapest, cuore dell’Europa.

Oltre alla Turchia non sarebbe da escludere – tra l’altro – una tentazione di uscita dalla Nato anche dell’Ungheria.

Ci sarebbe infine da dire che con l’uscita della Grecia, per tutti i motivi elencati sopra, si manderebbero in fumo 25 anni di strategia Nato per demolire e inglobare tutti i Balcani. Strategia che è costata tre guerre almeno (Kossovo, Bosnia, Croazia) delle quali due dirette ((Kossovo e Bosnia) e una per procura (Croazia). Inutile dire che questa strategia – che andrebbe totalmente in fumo – è costata cifre spaventose sia per le spese belliche, che per le operazioni di “mantenimento della pace” che per gli aiuti per la ricostruzione. Uno smacco che per dimensioni – se si verificasse – porterebbe al collasso della Nato o viceversa a risposte sconsiderate (Golpe? Rivoluzione colorata?) della medesima per evitare il passaggio del paese ellenico alla sfera d’influenza russa.

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