zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Le responsabilità della catastrofe bancaria

catastrofe

Deve essere chiaro che il collasso del sistema bancario italiano sotto il peso dei crediti inesigibili è da imputare alla scellerata politica economica posta in essere dal più discutibile degli economisti (Sapelli correttamente ma con una certa perfidia lo chiama “commentatore economico” del Corriere della Sera). Mi riferisco a quel Mario Monti attualmente appollaiato sul trespolo di senatore a vita contro la norma costituzionale (quali sarebbero gli alti meriti di questo signore?) e già sottosegretario di Cirino Pomicino e poi – alla caduta della DC – riposizionatosi come liberale tutto d’un pezzo e cerbero del rigore dei conti.
Ecco, questo signore assiso nel 2011 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha devastato la domanda interna – in ossequio ai dictat interessati del IV Reich di Bruxelles – senza calcolare che questa politica avrebbe caricato di crediti inesigibili le banche fino alla loro completa distruzione. Non basta, per ovviare a questo problema che avrebbe individuato (quasi) chiunque dotato di buonsenso non ha manco previsto un embrione di bad bank che andava fatta allora!

Ecco, tutto questo caos e figlio e frutto di quel governo di scellerati mascherati da dotti, sapienti ed accademici. A Renzi, e la cosa va detta, tutto la situazione gli è scoppiato tra i piedi come una mina; certo anche lui le sue colpe le ha visto che ha implementato ottuse politiche economiche vetero-keynesiane (<<80 euro!!!>>), ma sono nulla rispetto a quelle del governo degli Ottimati del Priore dei Bocconiani Scalzi.

Un ultima cosa: fossi al posto di Berlusconi, un gigante rispetto a questa gente (il che è tutto dire!) organizzerei una mega festa di Bunga Bunga alla faccia dei decerebrati dei vari popoli viola che quando avvenne quel colpo di stato (nell’accezione di quel capolavoro della scienza politica scritto da Curzio Malaparte) uscirono per strada a starnazzare non rendendosi conto che stava arrivando un governo peggiore del già miserrimo governo Berlusconi. Ora toccherà a tutti mangiare i frutti avvelenati del governo degli Ottimati. Spero almeno che quando tutto sarà finito si capisca che la Bocconi va ridimensionata o quantomeno che ci si renda conto che la più interessante personalità prodotta da quell’ambiente culturale è Sara Tommasi.

Il ritorno del Dio Spread

spread

Dopo tanto tempo riappare lo spettro del Dio Spread nonostante la criptonite del Quantitative Easing che dovrebbe tenerlo a bada; siamo oggi a 147 punti base di differenziale tra i decennali tedeschi e quelli italiani per un tasso, di quelli italiani, pari a 1,7% di interesse circa. Un tasso enorme considerato il fatto che la BCE sta spendendo 60 miliardi di euro al mese per acquistare titoli di stato degli stati europei.
Tutto questo rappresenta una evidente crisi di sfiducia dei mercati finanziari nei confronti della stabilità finanziaria di alcuni stati in particolare difficoltà e – lasciatemelo dire – simili tassi sotto quantitative easing della banca centrale rappresentano anche una sfiducia nei confronti di quest’ultima: i mercati ci dicono che secondo loro la BCE ha perso il controllo della politica monetaria. Non è più in grado di garantire la stabilità del sistema – secondo i mercati – e non è in grado di influenzare le variabili macro fondamentali con la sua offerta di moneta. Una valutazione enorme.

Questo aumento dei tassi sono devastanti per l’Italia sia per il servizio del debito pubblico ovviamente, ma sopratutto potrebbero rappresentare il colpo di grazia per un sistema bancario al collasso a causa delle sofferenze sui prestiti. Mi riferisco al fatto che il sistema bancario italiano ha complessivamente in portafoglio circa 400 miliardi di titoli di stato: ovviamente ogni aumento dei tassi rappresenta una perdita (potenziale) in conto capitale. Non esattamente il massimo per banche devastate da crediti in sofferenza e probabilmente in disperata ricerca di liquidità (anche per far fronte al sussurrato bank run dei correntisti delle banche in difficoltà) e che quindi potrebbero avere la necessità di liquidare titoli di stato sul mercato secondario. Non parliamo poi della proposta del consiglio dei saggi del ministero delle Finanze tedesco capeggiato da Herr Schauble che vorrebbe una vendita forzata dei titoli di stato delle banche dei paesi deboli che dovrebbero pesare il loro portfoglio in base al rischio. Una proposta ferale per le finanze dello stato italiano e per le sue banche che dovrebbero vendere a tassi crescenti (e le loro vendite aumenterebbero ancora di più i tassi nel gioco della domanda e dell’offerta) e dunque con perdite in conto capitale.
Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti. Con buona pace di Draghi che appare sempre più come un Enrico Toti che – disarmato – combatte in trincea a colpi di stampella.

E per Draghi una medaglia d’oro sembra davvero il minimo per quello che sta facendo per salvare l’Italia (l’ultima proposta davvero emblematica è quella di un Fondo di Garanzia Europeo sui depositi). Avrà sbagliato tanto in passato ma come presidente della BCE più di così non si sa cosa possa fare.

Caduta del saggio di profitto e composizione organica del capitale

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di Riccardo Bellofiore (*)

La caduta tendenziale del saggio di profitto è stata interpretata da alcuni autori non soltanto come ragione della crisi ciclica del capitale, ma anche come causa di una caduta ‘secolare della profittabilità, magari all’interno di una visione del capitalismo come caratterizzato da ‘onde lunghe’. Una tesi del genere è controversa dal punto di vista testuale: ma difficilmente argomentazioni di tipo testuale son dirimenti nel discorso marxiano sulla crisi, che è rimasto sempre ad uno stadio incompiuto, soggetto a tensioni anche contraddittorie, nel tempo ma persino all’interno dello stesso manoscritto Conta di più il fatto che una lettura di lungo periodo della caduta tendenziale del saggio di profitto non pare essere del tutto priva di fondamento.

Il perché è presto detto. L’applicazione di dosi maggiori di capitale costante, ancor più quando quest’ultimo sia costituito da capitale fisso, è per Marx un mezzo particolarmente efficace per accelerare l’estrazione di pluslavoro e plusvalore nell’unità di tempo. D’altra parte è vero che in alcune parti dell’opera di Marx il conseguente incremento del saggio di plusvalore non è in grado di compensare, ne lungo periodo l’effetto depressivo della composizione del capitale sul saggio del profitto, e viene dunque degradato a mera ‘controtendenza’. A questo proposito, l’argomento più forte a favore di una conclusione del genere è la tesi che vi sarebbe un limite assoluto al pluslavoro che può essere attivato dauna popolazione lavorativa data. Per comprendere di cosa si tratta, è bene guardare alla composizione del capitale come un indice del rapporto tra, da un lato, il lavoro morto contenuto nei mezzi di produzione e, dall’altro lato, il lavoro vivo speso nel periodo. Questo rapporto viene approssimato dal rapporto tra capitale costante al numeratore e la somma di capitale variabile e plusvalore al denominatore. Se si fa l’assunzione eroica che il capitale variabile tenda ad annullarsi, e che dunque l’intera giornata lavorativa si traduca in pluslavoro che si oggettiva in plusvalore, la composizione ‘in valore’ del capitale può essere vista come il reciproco del saggio massimo di profitto. Marx potrebbe essere letto come colui che suggerisce in sostanza che il numeratore del saggio massimo di profitto avrebbe una sorta di limite insuperabile e naturale, una sorta di tetto dei movimenti del saggio effettivo del profitto. Il denominatore, al contrario, può espandersi illimitatamente. Marx propone un fondamento microeconomico (nel comportamento individuale) a questo risultato macroeconomico (di sistema), che altrimenti parrebbe contraddittorio. Vi abbiamo già alluso. I capitalisti individuali introducono, o sono comunque costretti ad introdurre, metodi a più elevata ‘intensità di capitale’, al fine di abbassare i costi per unità di prodotto: guadagnano così grazie a queste innovazioni un sovra-plusvalore (e un sovra-profitto), ed evitano a loro volta di essere espulsi dal mercato dai competitori. Si tratta di una concezione ‘dinamica’ della concorrenza, che tende differenziare il saggio del profitto all’interno de l settore, e che verrà ripresa da Joseph Schumpeter: una visione della concorrenza, si può aggiungere, che rompe alla radice con la visione della concorrenza classico-ricardiana e neoclassica-walrasiana.

E’ una impostazione che, oltre ad un riferimento forte alle classi sociali, mette moneta e squilibrio nelle fondamenta su cui si costruisce il discorso economico. Si deve però osservare che non è possibile dedurre da tutto ciò una ‘legge’ della caduta del saggio di profitto, secondo la quale le controtendenze verrebbero sistematicamente battute dalla tendenza, come talora pare pensare Marx. Una accelerazione della forza produttiva del lavoro in forza della meccanizzazione spinge infatti alla riduzione dei valori (e dei prezzi) di tutte le merci, e dunque anche degli elementi del capitale costante, dei mezzi di produzione. Non è possibile perciò escludere a priori che la svalorizzazione degli elementi del capitale costante sia così accentuata da aumentare lo stesso saggio massimo del profitto, rimuovendo la presunta barriera posta da Marx. Se invece si guarda al saggio effettivo del profitto, esso dipende positivamente dal saggio di plusvalore e negativamente dalla composizione in valore del capitale. La svalorizzazione degli elementi del capitale variabile contribuisce evidentemente all’aumento del saggio di plusvalore, e la svalorizzazione degli elementi del capitale costante può invertire la tendenza all’aumento della composizione del capitale in valore. La critica alla caduta del saggio di profitto argomentata da Marx può essere in questo caso riformulata sostenendo che non vi è alcuna ragione per negare che l’aumento del saggio di plusvalore può più che controbilanciare il (possibile, non necessario) aumento della composizione in valore del capitale.

Peraltro, va anche considerato che Marx non formula la legge con riferimento alla composizione ‘invalore’ del capitale (la grandezza rilevante per la valorizzazione del capitale), ma con riferimento a quella che definisce la composizione ‘organica’ del capitale. La composizione in valore riflette pienamente la rivoluzione di valore che continuamente sconvolge l’espressione di valore degli elementi del capitale costante e variabile in forza della meccanizzazione. La composizione organica misura invece quegli input ai loro valori (o prezzi) precedenti l’innovazione. Registra dunque in modo pieno l’incremento della composizione ‘tecnica’ del capitale, del rapporto tra mezzi di produzione (e per Marx, in primis, il capitale fisso) e il lavoro, nel mondo del valore, neutralizzando la controtendenza della svalorizzazione tanto del costante costante quanto del capitale variabile. Vista l’importanza sempre più estesa del capitale fisso nell’accumulazione, lo scarto tra le due stime della composizioni del capitale segnala anche un divario crescente tra il saggio del profitto in termini di flusso e il saggio del profitto in termini di fondi, un divario che può accrescersi nel tempo e che impone prima o poi un drammatico e improvviso riaggiustamento attraverso la crisi periodica.

Fonte: Riccardo Bellofiore, “La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx“, Università di Bergamo.

In difesa dello smutandato di Sanremo

mutanda

In questi giorni sulle tv italiane è impazzato, nuovamente, il caso del vigile sanremese immortalato dalle telecamere della Guardia di Finanza a timbrare il cartellino in mutande. Tale solerzia degli autori dei vari canali televisivi è dovuta alla volontà di presentare le nuove norme sul licenziamento facile dei dipendenti pubblici scoperti a frodare l’amministrazione pubblica con assenze ingiustificate e retribuite grazie alla timbratura del badge fatta con vari artifizi.

Lungi da me difendere acriticamente coloro che frodano il proprio datore di lavoro sia esso pubblico che privato ma l’accanimento nei confronti del povero vigile ha un sapore di Medio Evo e di gogna che mi lascia sconcertato. Facile vedere in questo zelo farisaico usato contro il reprobo la voglia dei mass media, del Governo e di tutta una classe dirigente allo sbando di consegnare al popolino un capro espiatorio per far sfogare frustrazioni, ossessioni e cattiverie figlie di una infinita crisi economica che sta devastando intere generazioni.

Anche i paletti dello stato di diritto sembrano saltati: con il licenziamento prima di un regolare processo si appalesa una giustizia (sic) che ha del tribale e dell’animalesco. Non solo, licenziare una persona per un danno patrimoniale che la stessa procura ha quantificato in 1500 euro (questo almeno ci racconta la stampa) introduce anche il principio di una pena che può essere abnorme rispetto al reato commesso (sempre se commesso visto che ora la pena viene inflitta, a furor di popolo, prima di un regolare processo).

Davvero una brutta nazione, con una pessima classe dirigente e un popolino che non è migliore di essa.

Poi se pensiamo a ciò che sta accadendo in Italia a partire dal terremoto bancario che coinvolge anche familiari di esponenti prestigiosi del governo viene da pensare che questa impostazione dell’agenda massmediatica sia una cinica operazione di cover-up di notizie di assoluta importanza fatta consegnando al popolino un capro espiatorio. Certo non ho prove che sia così, ma concedetemi, cari lettori, di sospettare.

Davvero una triste storia. Nel mio piccolo non posso non schierarmi che dalla parte del reprobo fantozziano, del fannullone à la Totò e del capro espiatorio à la Stracci dell’indimenticabile “Ricotta” di Pasolini. Lasciatemelo dire: <<Je suis Assenteista>>.

 

Lo Stato d’Israele tra Shoah e questione palestinese

shoa

Trovo veramente triste, specialmente nel corso della Giornata della Memoria, il parallelismo tra l’Olocausto e la questione palestinese. Le riflessioni sorgono spontanee, ma c’è modo e modo. Innanzitutto si può ricordare ogni cosa a tempo e a luogo e oggi, proprio oggi – sia detto con tutto il rispetto e la delicatezza possibile – sottolineare le sofferenze dei palestinesi è fuori tempo e fuori luogo. E poi, diciamolo, c’è una punta di cattiveria in questo paventato parallelismo perché si vorrebbe sostanzialmente sostenere, tramite esso, che i palestinesi sarebbero gli ebrei di oggi mentre gli israeliani incarnerebbero, mutatis mutandis, i nazisti.
Mi rammarico molto che a questo parallelismo – davvero ingegnoso e di facile presa – abbocchino tanti compagni e compagne che evidentemente non valutano nella maniera appropriata i fatti storici. Fatti che obiettivamente sono sotto gli occhi di tutti, e che enumero tra i seguenti:
1) Lo stato israeliano non è nato dalla distruzione di uno stato palestinese che non è mai esistito. E’ nato dalle ceneri del “mandato britannico” che aveva preso il posto, alla fine della prima guerra mondiale, dell’Impero Ottomano.
2) Già a fine Ottocento esisteva, in Palestina, una forte comunità ebraica nata da ondate migratorie figlie dell’ideologia sionista, ma anche dell’esasperazione causata da secoli di antisemitismo;
3) Lo stato di Israele nasce con un regolare voto delle Nazioni Unite (su impulso sovietico, è bene ricordarlo). Credo sia un caso più unico che raro;
4) Le circostanze storiche che spinsero gli ebrei a lottare per un loro stato le conosciamo tutti e dovremmo celebrarle oggi;
5) Lo stato di Israele non è uno stato confessionale e razziale. Tanti sono i cittadini di fede musulmana che eleggono i loro rappresentanti in Parlamento, per esempio.
Enumerando questi cinque punti sto mettendo in opera la glorificazione dello stato israeliano? Non credo proprio. Tento, piuttosto, di dire le cose come stanno. Gli israeliani hanno commesso errori? Certo che sì. Li hanno commessi come avviene sempre o quasi in tutti gli stati nella loro fase nascente. Forse vogliamo dimenticare che dietro la retorica patriottarda che accompagna il ricordo dell’epopea della nascita dell’Italia come stato unitario vi è l’annessione forzata e il saccheggio del Regno delle Due Sicilie? O forse vogliamo dimenticare che dietro la nascita degli Stati Uniti d’America vi è la guerra con l’Impero Britannico, il genocidio dei nativi indiani e la deportazione e la riduzione in schiavitù di milioni di africani? E che dire dell’Unione Sovietica nata da una sanguinosa rivoluzione e da una terribile guerra civile protrattasi per qualche anno? La storia, a guardare bene, ci ha insegnato che quella entità chiamata Stato – che a scuola ci hanno educato a vedere come ammantato da un’aurea sacrale – nasce quasi sempre da un bagno di sangue frutto di una guerra o di una rivoluzione.

Lo Stato d’Israele non è sfuggito a questa regola tremenda ma, lasciatemelo dire, tra tutti i bagni di sangue il suo è a sua volta uno dei meno tremendi. Venendo all’oggi, nessuno nega che Israele commetta degli errori. Per esempio l’operazione “piombo fuso” così può essere considerata sia dal punto di vista politico che militare. Ma forse i palestinesi non commettono errori? Non è forse un errore aver consegnato – a Gaza – il potere politico ad un partito lugubre, di origine e d’impostazione terroristica, che si nutre d’odio come Hamas? Non sono forse errori gli attentati e gli accoltellamenti che subiscono gli israeliani da parte di fanatici palestinesi?
Semplicemente Israele andrebbe giudicato con equanimità e sulla base dei fatti reali così come tutti gli altri stati. Quando si fa un parallelismo tra Israele e la Germania nazista si dà semplicemente luogo a un non sequitur e si fa solo dell’antisemitismo malamente mascherato dalla foglia di fico del cosiddetto antisionismo. E se a questo artificio dialettico ricorrono dei compagni, la cosa appare a maggior ragione in un alone ancor più permeato di idiosincratica anomalia ideologistica.

Pezzo pubblicato originariamente su Critica Impura

Destabilizzazione economica e libertà di circolazione dei capitali

squilibrio

di Wolfgang Münchau

Propongo un pezzo di Wolfgang Münchau pubblicato sul Financial Times del 10 Gennaio 2016 dove si descrive la libertà di circolazione del capitale come fattore di squilibrio/destabilizazione economica per i paesi meno sviluppati finanziariamente soprattutto se associati da un vincolo di cambio fisso nei confronti di paesi più sviluppati. Un articolo che ben si coniuga con quanto scritto da Zeroconsensus sul modello di Harrod. Inutile dire che questa non è la verità, ma una sfaccettatura della verità. Ma una sfaccettatura davvero illuminante.

Quando Margaret Thatcher prese il potere in Gran Bretagna nel 1979, una delle sue prime decisioni come primo ministro fu di abolire i controlli sui movimenti di capitali. Era l’inizio di una nuova era e non solo per la Gran Bretagna. La libera circolazione dei capitali è diventata uno degli assiomi del capitalismo moderno globale. È anche una delle “quattro libertà” del mercato unico europeo (insieme al libero movimento di persone, merci e servizi).

Ora, potremmo chiederci se la rimozione dello strumento di controllo sui movimenti di capitali può aver contribuito ad una serie di crisi finanziarie. Per rispondere a questo, è istruttivo rivisitare un dibattito di tre decenni fa, quando molti in Europa investirono le loro speranze in una combinazione di liberi scambi, libera mobilità dei capitali, tasso di cambio fisso e politica monetaria indipendente — quattro politiche che il defunto economista italiano, Tommaso Padoa-Schioppa, definì un “Quartetto incoerente”.

Quello che voleva dire è che la loro contemporanea presenza è logicamente impossibile. Se la Gran Bretagna, per esempio, fissa il tasso di cambio con il marco tedesco, e se le merci e i capitali sono liberi di muoversi attraverso le frontiere, la Banca d’Inghilterra deve seguire le politiche della Bundesbank.

Nei primi anni ‘90, la Gran Bretagna mise alla prova questo quartetto, entrando a far parte del mercato unico europeo e agganciando la sua valuta alla Germania. Il gioco finì presto; dopo meno di due anni passati nello SME, la sterlina tornò a un regime di cambio fluttuante. Altri paesi europei presero un’altra strada, sacrificando l’indipendenza monetaria e creando una moneta comune. Entrambe le scelte erano internamente coerenti. Quello che è cambiato da allora è la crescente importanza della finanza internazionale. Molti mercati emergenti non hanno un’infrastruttura finanziaria propria sufficientemente forte. Aziende e privati contraggono quindi prestiti all’estero, denominati in euro o in dollari. L’America Latina si basa sulla finanza americana, mentre l’Ungheria si basa sulle banche austriache. Con la fine del quantitative easing negli Stati Uniti e il rialzo dei tassi, i soldi stanno scappando dai mercati emergenti basati sul dollaro.

In teoria, sarebbe compito della banca centrale mettere fine al caos conseguente, e la teoria economica standard suggerisce che sarebbe in grado di farlo seguendo una politica di controllo dell’inflazione interna. Ma se le gran parte dell’economia è finanziata in valuta straniera, il margine di manovra è limitato — come ha spiegato l’economista francese Hélène Rey.

Quando va tutto bene, rileva il professor Rey, i finanziamenti arrivano ai mercati emergenti dove alimentano la bolle speculative locali. Quando, anni dopo, la liquidità evapora e il denaro si rifugia nei porti sicuri di Nord America ed Europa, il paese viene destabilizzato. La Banca centrale può fare molto poco per regolare gli afflussi e i deflussi di denaro dall’estero.

A meno che non si accetti l’instabilità finanziaria come inevitabile, quindi, si potrebbe presto pensare di imporre controlli sui capitali di una varietà particolarmente tenace — del genere che fa capire agli investitori esteri che non si desiderano i loro soldi. Il punto è prevenire che il denaro affluisca in abbondanza nei bei tempi, ed evitare che scappi a gambe levate nei momenti difficili.

Questi discorsi non sono ancora “politicamente corretti” tra i responsabili politici. I banchieri centrali stanno invece propagandando il concetto noto come “limiti macroprudenziali”, una versione “light” dei controlli sui capitali. L’idea è di regolare gli incentivi: quando una bolla immobiliare si accumula, la Banca centrale impone alcuni limiti sui prestiti, ad esempio imponendo un valore massimo ai rapporti tra prestito e valore dell’investimento. Potrebbe anche chiedere al suo governo di aumentare le tasse di bollo o altre tasse di transazione. La Spagna ha provato queste misure nel corso degli anni pre-crisi. Non sono servite a prevenire l’accumulo di una delle più grandi bolle immobiliari della storia.

Azioni più drastiche, come lasciare l’eurozona o l’imporre controlli sui capitali, avrebbero potuto evitare il tracollo economico. La Spagna ha scartato queste possibilità, ma nel futuro prossimo qualcuno sceglierà di attuarle. Di sicuro la libera circolazione dei capitali non può essere sostenuta per una questione di principio, quando i costi economici sono così devastanti. I controlli sui movimenti di capitali erano comuni nel nostro passato pre-thatcheriano. E potrebbero tornare.

Fonte: vocidallestero.it

Prezzo del petrolio arma geopolitica

petrolio prezzo

La quotazione del barile di petrolio è da sempre molto di più che un fattore di influenza della congiuntura economica internazionale ma è un vero e proprio strumento usato per ottenere risultati di natura geopolitica.

I due casi storicamente più eclatanti dell’utilizzo geopolitico del barile di petrolio sono stati:

1) L’abbandono da parte degli USA degli accordi di Bretton Wood che prevedevano la convertibilità del dollaro in oro e la conseguente implementazione di un sistema fluttuante dove però il barile di petrolio viene prezzato in dollari (petrodollaro). Tale sistema ha consentito il mantenimento dell’egemonia del dollaro negli scambi internazionali e di fatto è – assieme allo strumento militare- una colonna portante della supremazia USA nello scacchiere mondiale;

2) Il crollo del prezzo del petrolio degli anni ’80 causato dall’iperproduzione saudita con il fine di mettere in difficoltà l’URSS (grande esportatore di gas e petrolio) e che ne ha accelerato la fine.

Anche l’attuale crollo delle quotazioni del greggio ben difficilmente può essere descritto come un mero fenomeno economico. Le finalità nella scelta saudita di mantenere stabile la produzione in un contesto di calo della domanda, causata dal rallentamento della congiuntura internazionale, ha da un lato – sì – l’obbiettivo di spiazzare i tanti concorrenti (Venezuela, Russia, Iran ma anche USA che ha aumentato enormemente la sua produzione grazie alle cosiddette tecniche di fracking) ma ha anche la finalità di mettere in forte difficoltà nazioni come la Russia e l’Iran che ostacolano l’egemonia saudita nel Medio Oriente, basti pensare a tale proposito alla crisi siriana dove Iran e Russia appoggiano politicamente e militarmente quell’Assad che è avversato dai sauditi.

In questo contesto di assoluta tensione va notato che anche i paesi che in qualche modo subiscono la strategia saudita (probabilmente però avallata dagli USA) si muovono per riuscire ad attutirne le conseguenze negative. Già da tempo infatti la Russia sta ponendo in essere una strategia graduale tendente a minare l’egemonia del petrodollaro grazie alla vendita dei propri idrocarburi in valute diverse da quella statunitense, in particolare lo yuan cinese. A tale proposito è passata sotto silenzio, almeno sui media occidentali, una notizia clamorosa riguardante l’India (grande importatore di petrolio) e l’Iran (avviato a ritornare un grande esportatore dopo la fine delle sanzioni): le due nazioni si sono accordate per commerciare il petrolio in rupie indiane scavalcando completamente il dollaro americano.

Questa strategia di dedollarizzazione del petrolio non può essere considerata come una mera strategia commerciale ma come un’iniziativa che ha il fine di distruggere quel sistema monetario basato sul petrodollaro – nato grazie a Nixon nel 1971 – che è una delle chiavi dell’egemonia statunitense. Inutile ricordare inoltre che gli Stati Uniti sono i veri protettori della Casa Saud.

Come sempre i terremoti nelle quotazioni del prezzo del petrolio portano a terremoti a livello geopolitico. Anche questa volta, non è azzardato dire, che farà la Storia e deciderà se questo secolo sarà un altro secolo americano o un secolo multipolare.

Pubblicato originariamente su Geopoliticalcenter.com

Leggete Jack London

Made with Repix (http://repix.it)

di Andrea Coccia

Matteo Nucci, in un articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica nel 2014, ha messo insieme un bell’elenco di tutto ciò che Jack London fece per sopravvivere prima di trovare il suo Klondike nella letteratura: «Inscatolatore di lattine, rivenditore di giornali, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari contro i razziatori di ostriche, mendicante, marinaio e cacciatore di foche, addetto all’avvolgimento di fili di iuta, vagabondo, spalatore di carbone, giardiniere, facchino, scaricatore di porto, addetto alla pulizia di tappeti e di aule scolastiche, lavandaio, cercatore d’oro, retore arrembante, attivista socialista, progettista di barche, case e fattorie all’avanguardia».

Gli elenchi sono utili fino a in certo punto per descrivere gli uomini, quasi sempre li semplificano troppo. Ma nel caso di London, malgrado il dettaglio, l’elenco è ancor più vano perché solo un metaromanzo fantastico che unisse la biografia alla bibliografia potrebbe rendere la varietà rocambolesca di tutto ciò che Jack London ha fatto, visto, sognato e immaginato nei 40 anni della sua vita. Anche in quel metaromanzo, probabilmente, ne uscirebbe un ritratto in difetto.

Nacque povero, abbandonò da ragazzino la scuola dei libri per frequentare quella della vita avventurosa del vagabondo. Ma lo sapeva che doveva scrivere. E scrisse, meticolosamente, duramente, fino a duemila parole al giorno per anni, si dice.

Se ci riuscì è proprio perché fu capace di applicare a se stesso, quella stessa tenacia e volontà di autodeterminazione che applicò a quasi tutti i suoi personaggi. Un titanismo, questo di Sailor Jack — da ragazzo si taggava così sui treni su cui saliva clandestino per attraversare l’America da vagabondo — che emerge da ogni cosa quell’uomo, nato a San Francisco il 12 gennaio del 1876 e morto non molto lontano il 22 novembre del 1916, abbia fatto, abbia scritto o abbia pensato.

La fiammella dell’idealismo, che lo ha portato ad aderire al socialismo, a marciare su Washington con un esercito di disoccupati negli ultimi anni dell’800, a scrivere libri come Il tallone di ferro. Quella dell’alcolismo, che era l’arma della sua inquietudine, una fiammella che lo inseguì sempre e a cui dedicò un libro e un personaggio diventato celebre, John Barleycorn. Ma anche la volontà titanica di affermazione come scrittore, raccontata nel più autobiografico e struggente dei suoi romanzi, Martin Eden. E ancora, il colpo di tirare fuori uno strano mix di scienza, misticismo, delirio e capacità profetica in opere come La peste scarlatta o Il vagabondo delle stelle, ultimo libro pubblicato da London in vita, il più visionario.

Al mondo ci sono quelli che raccontano più di quel fanno e quelli che fanno più di quel che raccontano. Malgrado solitamente gli scrittori, i giornalisti e gli intellettuali siano del primo gruppo, Jack London, scrittore, giornalista e intellettuale, riesce a stare comodamente nel secondo. Jack London ha amato la vita. L’ha amata visceralmente, non temendola mai, al contrario, sfidandola ripetutamente e traendone l’ispirazione per scrivere alcuni dei più grandi libri della storia della letteratura.

Il richiamo della foresta e Zanna Bianca sono due dei più grandi romanzi del Novecento. E sono solo due dei centinaia di motivi per cui non dobbiamo dimenticarci di Jack London. Gli altri sono semplicemente tutto il resto della sua produzione, con poche eccezioni: dal già citato Il vagabondo delle stelle a Martin Eden; dalla Peste scarlatta al Tallone di ferro; dagli incontabili racconti seminati su riviste nel corso di due decenni fino alle corrispondenze di guerra dalla Corea e dal Giappone e a Il popolo dell’abisso, impressionante reportage dalle perifierie di Londra di inizio secolo. Qualcosa di molto simile a un viaggio all’inferno.

«All’origine di ogni creazione artistica è l’ossessione-angoscia della morte», scrive Michele Mari nell’introduzione a I demoni e la pasta sfoglia, e continua «su questa passione dominante (che l’artista condivide con il collezionista, il cleptomane, il libertino, il fondatore di imperi, il mistico) s’innestano più speciali affezioni come l’insoddisfazione della vita o all’opposto il senso di un traboccante excessus vitae. In entrambi i casi si dà virulenza, morbosità, necessità fisiologica, perché non c’è operazione più violenta e arbitraria di quella che imprime una forma alla propria vita».

Poche frasi nella storia della critica sono più calzanti di questa per Jack London, che, tra le due strade di cui parla Mari, ha sempre scelto entrambe, correndo continuamente spinto da un’ansia vitale irrefrenabile, ma sempre tallonato da una delle inquietudini più spietate, che gli ha tenuto il fiato sul collo, lo ha fatto diventare grande e poi lo ha logorato, fino ad ucciderlo.

In una lettera scritta il 16 giugno del 1900 e spedita all’amico Cloudesley Johns dalla sua casa al 1130 di East 15th street a Oakland, in California, Jack london scrive una frase che riassume vene la sua vita e la sua carriera. La scrive in risposta all’invio di un manoscritto dell’amico, una sorta di Enciclopedia della strada, per dirgli cosa c’è che non va in quel suo scritto: c’è troppo Ego, e London, che era un tipo che le cose le diceva in faccia, glielo scrisse.

“Forget you! And then the world will remebember you”, scrive London. Che in italiano suona come: dimentica te stesso, e il mondo ti ricorderà.

La frase è di quelle da farci delle magliette; la lezione, invece, è da tenere a mente tra quelle preziose, e da girare a tutti coloro che si affannano a mettersi al centro dei propri racconti. Il messaggio che London spara in faccia all’amico e indirettamente a noi che leggiamo quella lettera, in realtà lo sta sparando in faccia anche a se stesso. Sparisci, levati davanti, metti davanti tutto ciò che non sei tu, ma filtrato da te stesso. Non scrivere per l’ego, di quello, mettiti il cuore in pace, non interessa nulla a nessuno, tantomeno ai tuoi lettori. Mettici dentro te stesso senza metterti in primo piano e avrai trovato l’alchimia perfetta. Quella è la cosa che cercano tutti.

“Forget you! And then the world will remebember you“. Nove parole. Non serve molto altro a Jack, che all’epoca aveva 24 anni e non aveva ancora pubblicato nulla tranne la raccolta di racconti The son of the wolf, per darci una lezione sulla vita e sulla scrittura.

Fonte: Linkiesta.it

Freud sul marxismo

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Con la scoperta ricca di implicazioni dell’importanza delle condizioni economiche, affiorò la tentazione di non lasciare i mutamenti di queste ultime all’evoluzione storica, ma di imporli mediante un intervento rivoluzionario. Ora, nella sua attuazione nel bolscevismo russo, il marxismo teorico ha acquisito l’energia, la compiutezza, il carattere esclusivo di una visione del mondo, ma nel contempo anche una inquietante rassomiglianza con ciò che intendeva combattere.

Benché originariamente esso stesso faccia parte della scienza, e sia costruito, nella sua attuazione, sulla scienza e sulla tecnica, ha tuttavia istituito una proibizione di pensare altrettanto implacabile quanto, a suo tempo, quella della religione. Un esame critico della teoria marxista è vietato, i dubbi sulla sua esattezza vengono puniti così come una volta l’eresia dalla Chiesa cattolica. Le opere di Marx hanno preso, come fonte di rivelazione, il posto della Bibbia e del Corano, benché non sembrino più esenti da contraddizioni e da oscurità di questi libri sacri più antichi.
E benché il marxismo pratico abbia fatto inesorabilmente piazza pulita di tutti i sistemi idealistici e di tutte le illusioni, ha generato a sua volta illusioni che non sono meno discutibili e gratuite delle precedenti. Esso spera di cambiare, nel corso di poche generazioni, la natura umana in modo tale che nel nuovo ordine sociale la convivenza risulti quasi esente da attriti e che gli uomini si assumano i compiti del lavoro senza esservi costretti. Intanto trasporta altrove le restrizioni pulsionali indispensabili in ogni società e devia verso l’esterno le inclinazioni aggressive che minacciano ogni collettività umana, mentre trova sostegno nell’ostilità dei poveri contro i ricchi e di coloro che finora non hanno contato nulla contro quelli che in passato hanno avuto tutto il potere. Ma una simile trasformazione della natura umana è assai inverosimile.

L’entusiasmo con cui le masse seguono attualmente l’incitamento dei bolscevichi, fin tanto che il nuovo ordine è incompiuto e minacciato dall’esterno, non dà alcuna garanzia per un futuro in cui tale ordine fosse compiuto e non più in pericolo. Anche il bolscevismo, in modo del tutto analogo alla religione, deve risarcire i suoi fedeli delle sofferenze e delle privazioni della vita presente con la promessa di un aldilà migliore, nel quale nessun bisogno rimarrà insoddisfatto. Questo paradiso, tuttavia, deve essere nell’aldiqua, deve venir istituito sulla terra e inaugurato entro un lasso di tempo prevedibile.

Ma rammentiamoci che anche gli ebrei, la cui religione non conosce una vita nell’aldilà, hanno aspettato l’arrivo del Messia sulla terra, e che il Medioevo cristiano ha creduto varie volte che il regno di Dio fosse imminente.
Non vi sono dubbi sulla risposta che il bolscevismo darà a queste obiezioni. Dirà che finché gli uomini non saranno cambiati profondamente nella loro natura, dobbiamo servirci dei mezzi che oggi possono influenzarli; nell’educarli, è impossibile fare a meno della costrizione, della proibizione di pensare, dell’impiego della violenza fino allo spargimento di sangue; e se non destassimo in loro quelle illusioni, non li indurremmo nemmeno a piegarsi a questa costrizione. E potrebbe chiederci, gentilmente, che gli si dica pure come si potrebbe fare altrimenti. In tal modo saremmo messi con le spalle al muro. Io non saprei dare alcun consiglio. Confesserei che le condizioni di questo esperimento avrebbero scoraggiato me e la gente come me dall’intraprenderlo; ma non siamo gli unici ad aver voce in capitolo. Vi sono anche uomini d’azione, irremovibili nelle loro convinzioni, inaccessibili al dubbio, insensibili alle sofferenze altrui qualora si frappongano alle loro intenzioni.

Dobbiamo a tali uomini se il grandioso esperimento di un ordine nuovo è attualmente in corso in Russia. In un’epoca in cui grandi nazioni annunciano di aspettarsi la salvezza dal mantenimento della devozione cristiana, la rivoluzione russa – malgrado un buon numero di particolari sgradevoli – appare dopotutto un messaggio per un futuro migliore. Purtroppo né dal nostro dubbio né dalla fede fanatica degli altri scaturisce un’indicazione su quello che sarà l’esito di questo esperimento. Il futuro lo insegnerà; forse mostrerà che l’esperimento fu intrapreso prematuramente, che un cambiamento radicale dell’ordine sociale ha scarse prospettive di successo fin tanto che nuove scoperte non avranno accresciuto il nostro dominio sulle forze naturali e quindi facilitato il soddisfacimento dei nostri bisogni. Solo allora, forse, diverrà possibile che un nuovo ordine sociale non solo scongiuri il bisogno materiale delle masse, ma esaudisca anche le esigenze culturali dell’individuo. Invero, anche allora avremo da lottare per un periodo lunghissimo di tempo con le difficoltà che l’indomabile natura umana procura ad ogni genere di comunità sociale.

Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), 1932, Lezione 35 Una “visione del mondo”, Opere complete”, Boringhieri

Il “climat change” antropico è una bufala?

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